Troisio Luciano

Reportage da Bali

Autore: 
Troisio Luciano

Padangbai (isola di Bali) 29 luglio 2004

Partenza da Ubud. Soliti equivoci, il front office del Mumbul sbaglia la data, vuole una notte in più del dovuto, poi ammette di aver sbagliato. Quando pago 800.000 con fogli fiammanti vedo gli occhioni, gli ammiccamenti con le stupefatte serventi sulla porta della cucina, che significano: un sacco di soldi. Il che mi fa dedurre che ne vedano ben pochi dagli altri clienti e infatti, nei 10 giorni di mio pernottamento, la stanza attigua ha cambiato molti ospiti, quasi tutti per due o addirittura una sola notte. A volte è rimasta vuota. Vuol dire che la gente ci pensa, oppure quando si ferma parecchio esige sconti.

Salgo sull’autobus, proveniente da Kuta: ragazzo e ragazza italiani gemelli, forse minorenni, con madre, di Torino. Ragazzo con walkman, perentorio nelle domande ma non nelle risposte, la ragazza piuttosto bella sonnecchia probabilmente in preda al jet leg; quando la mamma me la presenta non mi degna nemmeno di un minimo cenno. La mamma forse è un’operaia, con pronuncia che avrei detto emiliana. Persone che appaiono subito poco educate e soprattutto ignoranti. Vanno ad Amed perché l’hanno trovato su internet, e non sapendo nulla di nulla... Quando gli dico che lì una colata lavica ha distrutto tutto, che la spiaggia è sassosa da far schifo restano male. Li avverto anche dell’infido bivio di Kulic, dove si viene sbattuti giù dalla corriera e abbandonati ai pirati della Malesia (specie dopo le 14).

Arrivo a Padangbai, solito affollamento allo spartano ristorantino Dona, annesso al Perama office. Da deserto a folla ogni arrivo di pullman dell’omonima compagnia, del cui Club mi onoro essere membro effettivo da anni, e l’assedio dei ragazzi del luogo con biglietto da visita (te lo mostrano solo) della loro accomodation di fiducia. Ma solo pochi mattoidi si fermano qui, questo è un punto di coincidenze unico in tutta l’isola, con pullman e ferry per altre isole. Siccome il 90% riparte entro mezzora, è tutto un affrettarsi alla toilette, a ordinare zuppe e nasi goreng.
Comunque continuo a pensare che il posto è bello, la baia stupenda e, per l’élite che rimane, le ore serali hanno l’atmosfera ineffabile impagabile del villaggio descritto dal Manzoni con le padane polentine. E soprattutto il non detto (anche in senso dantesco, per via del desìo).

Una sensazione assai “difficile”, (quella che Platone cercherebbe di definire con kalepon), connessa a qualcosa, come serenità raggiunta (sul fil di lama), come contemplare ciò che è stato definito sublime, che però rischia di mettere in contatto col definitivo, mentre nel viaggio lo spostamento metonimico, cugino del precariato e degli armonizzatori ammortizzatori sociali, risulta molto più comodo per tutti e meno angosciante in quanto si limita a segmenti, a rizomi transeunti, validi al massimo fino alle prossime elezioni.
Strano! Perché il sublime dovrebbe dare felicità…

Inedia groppo melancolia, una dolcezza inarrestabile che tende a sciogliersi, fa riemergere giornate migliori che ovviamente non torneranno [lei in maniera semplice e congrua mi aveva detto: questo è un luogo rasserenante].Verrebbe da piangere sul proprio destino (se non si fosse ininterrottamente infastiditi da bellissime bambine appiccicose e seducenti che vogliono venderti, per niente, oggettini deliziosamente inutili, barchette, animaletti colorati. Il che presuppone di nuovo un apposito referente. E si è sempre oscillanti tra mandarle a quel paese e adottarle. Ma sono anche fastidiose e sarcastiche, perché non è difficile capire che ci provano soprattutto con gli stranieri vecchi).
Qualcosa di forse melanconico sdilinquito che naturalmente ha a che fare col problema soprattutto dell’assenza (ahi!) e non va pronunciato più.

Probabilmente il Dona non è il solo ristorantino così simpatico. Ad es. oggi, per evitare i torinesi naïf, specie i due buzzurri giovani figli (ma sono i genitori che formano i giovani, lo si capisce molto bene all’Università) mi sono spostato di 300 m., da Martini, un altro minimale cattivante ritrovo: una donna panciuta con prezzi concorrenziali, che mi ha dato gentilmente la mano e che spera di rivedermi. La sua bambina: di un bello fantastico, seria a rassettare i tavoli e avrà 6 anni. La zuppa era un po’ salata, l’insalata di frutta abbondante nella sua banalità per nulla esotica. Compresa la big aqua: euro 1,20.

Trovo il Dona del Perama molto simpatico, adattissimo per ambientarci scene di film, di racconti e naturalmente di gialli e spionaggio a colori perfino troppo scontato, ma per un pubblico occidentale. Ad es. escluderei le telenovelas, se non rivisitate da intellettuali aborigeni e adattate a un pubblico che spesso in certe isole usa ancora l’arco e la freccia. Perché in generale questo tipo di soggettisti-scrittori, maschi e femmine, ha una caratteristica idiolettica comune: la totale assenza di grana. Quindi deve fare come la Nin, brava a scrivere l’eros in cambio di pagnotte (sarà poi del tutto vero? Spero di sbagliarmi e che il suo stralunato dominus ne abbia comunque goduto intensamente). Prendere nota: il palazzetto del Perama con annesso ristorantino indigeno, proprio all’ingresso della zona doganale, è un luogo di ritrovo quasi mitico, come tutta Padangbai, direi sommessamente conradiano, colle dovute correzioni anche di date e di (mia) visione del mondo.
Ad es. i grandi bevitori non ce li vedrei.

[Per questo però a Bali ci sono sempre i locali nei pressi del mitico Blue Ocean di Legian (che, in mezzo a pessime nouvelles cuisines, resiste col suo ottimo economico trancio di tonno, vegetali e patatine, per quando gli scialacquatori prodighi hanno finito i soldi e passano alla contigua zona economica). E in quei bungalow, che orge! Una volta mi è capitato di vederne uno. Era mattina, sulle 11-12. Il grande ambiente non proprio economico era invaso da perdite d’acqua e la rubinetteria del bagno emetteva inquietanti spruzzi scaleni fino al soffitto, tipo scena di Solaris; ovunque sedie rovesciate, per terra c’erano lenzuola contorte e cuscini come se qualcuno avesse fatto la lotta grecoromana, molte bottiglie di birra in disordine, rotte che nemmeno una natura morta da transavanguardia, e mezze angurie fracassate. Ogni volta che per caso giungevo lì in cerca di un albergo mi passava la voglia soltanto a pensare all’inevitabile colonna sonora, ai ceffi da cui mai avrei acquistato quote di fondi d’investimento, sebbene mi rassicurassero che le cose di un certo valore, come denaro, videocamera e computer, si potevano consegnare alla reception. Vedevo entrare dall’arco principale vari fuori strada con ragazzoni dal piglio piratesco e bandana, donne giovani in bikini piuttosto bellocce mafiosamente serie. Gente interessante invidiabile non adatta a me che non mi sentivo mai alla bassezza].

Localini di Padangbai, la sera, solo con fiochi lumini a kerosene appena appena romantici, e bisogna starci fino a tardi, non si può fare come me che alle 19 vado a letto, mi pare evidente; d’altronde in tutti i porti c’è una certa vita e non mancano abili adescatrici. E poi lo si sa che ci sono parecchi “giri” anche molto pericolosi, perfino oltre le droghe che si trovano dappertutto, forse non qui ma certamente a Ubud, Kuta, Legian, Seminiak.

Qui basta dare un’occhiata specie ai maschi ultraquarantenni con grigio codino, che si fermano. Un’aristocrazia disperata di “segnati” da estenuato espressionismo tedesco senza via d’uscita nemmeno religiosa, o veri avventurieri che vanno verso est (in malese timur) che abbandonano le comodità per l’avventura, per la natura, per qualcosa di altro che nemmeno loro sanno, ma intendono alla fine “sapere”.
Oppure: da questo semisconosciuto mondo così impegnativo e misterioso di insetti insopportabili, giganteschi varani, serpenti e gabinetti all’indonesiana, ma anche di splendida immemorabile gioielleria etnica (da rivendere poi negli alberghi a 50 stelle delle capitali del mondo ecc. ecc., altro che magliette e cotonato!) riemergono proprio a Padangbai, e magari stimolati raccontano… tenendo però per sé le vere notizie segrete, come nei secoli scorsi i marinai chiacchieroni sempre primi con l’ignoto, gli arcanisti di rotte e porcellana, spesso crepati coi loro segreti…

Ora sono quasi le 16 e purtroppo dalla vicina moschea comincia la solita rottura. Ecco la società multietnica, ma qui siamo in un porto e anche la mia stanza ha un decoro che richiama l’islam, mi ricorda che l’Indonesia è il più grande paese musulmano del mondo e che Bali è una minuscola eccezione indù (la sola per cui mi scomodo).
Anche i marmi della mia pulitissima stanza bianca, le decorazioni del soffitto, il cuscino cilindrico che divide in due il letto matrimoniale, sono elementi che ho visto in miniature persiane e indiane. Quindi la sensibilità nazionale ha influito su architettura e arredo di questo alberghetto portuale.

Sera stupenda, camminata di due ore in su e in giù. La strada che costeggia la riva è quella più importante: bottegucce, cambiavalute, moltissime compagnie di trasporti, ristoranti con qualche pretesa, poca gente, prezzi bassi, la metà di altri posti; ora hanno messo su delle homestay piuttosto carine. Nei minimi localini che danno diretti sulla sabbia: possibilità di fare conoscenze interessanti, anche con elementi indigeni (temo non del tutto disinteressati) e infatti più di una bianca si dà da fare. In uno di questi ho bevuto un balicopi, da Casandra, che nel frattempo ha fatto la doccia ed è uscita nuda fino alla cintola. Ormai sarà sui 50, ma ancora in gamba come la ricordavo, storica di cupidigie e di brividi, e tremenda con la sua corvina capigliatura di poetessa. La figlia teen ager, una bellezza banale generica, si monitorava i brufoli in un minimo specchietto (da cui sbirciava me): ero in quell’attimo l’unico cliente seduto ai tavolini che si affacciano sulla spiaggia ingombra di vecchie barche di legno colorate (praho), a due bilancieri, com’è normale in tutto il Pacifico. Dal mio tavolo volevo vedere il vicino attracco dei ferry da Lombok, l’uscita delle corriere, dei camion.

Alle 6.20 sono andato da Puri Rai, mangiato basket di pesce, buonissimo, un po’ troppo impanato, con servizio: euro 2,75. Poi a casa.

Cercato ansiosamente mio pacchetto con medicinali (quelli in uso, non le scatole di riserva). Si tratta di un sacchettino dove tra le pastiglie ho un coltellino comperato a Hong Kong, che mi serve ovviamente a sbucciare l’eventuale frutta, ma soprattutto a ripartire le pastiglie (a questo posso anche rinunciare). Aperto tutto, anche la valigia di alluminio Roncato, passato in rassegna svuotato tutto varie volte, biancheria sporca, scarpe. Unica spiegazione: devo aver dimenticato il pacchetto a Ubud nella camera del Mumbul. Come può essere successo, visto che riesamino mentalmente le cose più volte al giorno? È in questi momenti che si è davvero soli, che si valuta la propria lucidità e il proprio coefficiente di rimbecillimento, la residua capacità di viaggiare senza commettere sciocchezze, e il viaggio dovrebbe contribuire molto a tenersi obbligatoriamente in forma almeno mentalmente (per non finire a “Chi l’ha visto”, nonostante la presentatrice non sia malaccio, ma non credo fraternizzi coi riesumati dal nulla). Essendoci nel pacchetto alcuni indispensabili salvavita per ipertensione e controllo del battito, dovrò necessariamente tornare a prenderli (comunque ne ho un’altra scatola, ma solo per 20 giorni). Pensato alla Lettera rubata di Poe e quindi, seguendo gli insegnamenti anni sessanta di Lacan, controllato tutto, compreso il bagno (con relativa immersione di sommozzatori nel water), trapanate le gambe dell’unico mobile della stanza, un armadietto; nulla. Poi finalmente aperto l’armadietto: il pacchetto era lì dentro. Ora basta rifare le valige sgomberando il letto, tappi svizzeri nelle orecchie, prendere la melatonina ritrovata, dormire.

TROISIO in LANKE:
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Commenti

Padangbai (isola di Bali), 29 luglio 2004.

Bentornato, professore!

Luciano!!!!! Che sorpresona! Adesso sono di corsa (orario di cucina!), appena riesco vengo a leggere tutto per bene.

"bellissime bambine appiccicose e seducenti che vogliono venderti, per niente, oggettini deliziosamente inutili, barchette, animaletti colorati. Il che presuppone di nuovo un apposito referente. E si è sempre oscillanti tra mandarle a quel paese e adottarle."
Mi sembra di vederle....
e pure quella di sei anni che rassetta.
*
bellissima prosa Luciano, sai che mi piace leggere di viaggi, specie di quelli di persone che conosco.
Alterni le osservazioni sull'ambiente e sugli abitanti con considerazioni più vaste e con una dose di ironia (un po' tragica devo dire!). Devo dire che in quel cercare qualcosa che si crede perduto mi sono ritrovata: mi è successo anche in casa! Magari la roba mi è saltata fuori dopo anni.

"Ecco la società multietnica, ma qui siamo in un porto e anche la mia stanza ha un decoro che richiama l?islam, mi ricorda che l?Indonesia è il più grande paese musulmano del mondo e che Bali è una minuscola eccezione indù (la sola per cui mi scomodo).
Anche i marmi della mia pulitissima stanza bianca, le decorazioni del soffitto, il cuscino cilindrico che divide in due il letto matrimoniale, sono elementi che ho visto in miniature persiane e indiane. Quindi la sensibilità nazionale ha influito su architettura e arredo di questo alberghetto portuale."

> non sapevo che l'Indonesia fosse il più grande paese musulmano al mondo. Ti confermo che continui a raccontarci, come in Narrativa, mondi e popoli che probabilmente non vedremo e non conosceremo mai.

". Pensato alla Lettera rubata di Poe e quindi, seguendo gli insegnamenti anni sessanta di Lacan, controllato tutto, compreso il bagno (con relativa immersione di sommozzatori nel water), trapanate le gambe dell?unico mobile della stanza, un armadietto; nulla. Poi finalmente aperto l?armadietto: il pacchetto era lì dentro."

> fantastico.
Spero di leggere tuoi articoli sui letterati italiani viaggiatori del Novecento, da queste parti: schede complete delle loro opere. Sarebbe un grande regalo per noi tutti.