Troisio Luciano

Reportage da Bali. L'ultima cremazione reale. II di II

Autore: 
Troisio Luciano

Ubud, 24 luglio 2004

Finalmente era riuscito a salire al primo piano del mercato coperto. La vista era ottima, ma la folla verso i parapetti esterni era tale e l’afa così soffocante che temeva davvero di cadere per terra dalle vertigini, quindi dopo un po’ decise che non ce l’avrebbe mai fatta ad aspettare lì il passaggio della processione. Le 11 erano già passate, la folla nel Jalan strabocchevole, due ragazze bianche avevano scelto una veste rituale rosa corallo veramente coccola, ma era l’atteggiamento di sussiego, il fare boccuccia con un rossetto così ben intonato all’abito… c’era troppa riflessione troppo odioso calcolo, le trovava insopportabili, esibizioniste e volgari. Nonostante le avesse prese di mira non scattò un bel nulla (il fotografo in oggetto aveva non solo dimenticato la tessera di giornalista, ma anche la borsa con gli obbiettivi diversi dal 50 e perfino il megazoom, con il quale in questa occasione avrebbe certo risolto molti problemi di prossemica e distanza). Scendendo le scale esterne, [una famiglia francese genitori e tre ragazzine ovviamente in scala di straordinaria bellezza si era furbescamente latinamente sistemata di fianco su cinque diversi gradini, gli inestimabili virgulti al centro. Tutti e cinque tenevano un atteggiamento omologo, ridente, disponibile, un tantino mafiosetto; il giovanissimo aitante accompagnatore aborigeno stava distribuendo delle fragole alle meraviglie, le prelevava da un contenitore di plastica, una alla volta le consegnava con le mani. Attimi, registrazioni, poi i destini incrociati divergono, la culla del gatto modifica istantaneamente le posizioni, infinite possibilità nemmeno più indagate] gli pareva che davvero le gambe gli si piegassero, quindi decise di entrare in un vicino ristorante per un Bali copi, quello autentico coi fondi.

Sarà stato il caffè, il tavolino ventilato, l’ombra, si sentì subito meglio, riaffrontò la folla guardando verso il punto da dove sarebbe dovuta partire la processione, ma nulla si muoveva, solo una turba policroma stimabile in parecchie decine di migliaia di persone inondava tutto a vista d’occhio per chilometri. Ora stavano avvicinandosi al rallentatore alcune autocisterne rosse dei pompieri, ma in realtà era interessante notare come non ci fossero mezzi della polizia se non poche motociclette e una sola auto. Il traffico era stato bloccato in tutta la zona centrale di Ubud e la gente si muoveva piano tutto sommato ordinatamente, a parte innumerevoli spintoni e pestoni, camminando nelle opposte direzioni, sulle due metà della strada. Decise di unirsi al fiume che andava verso il ground cerimoniale. Percorse così lentamente un chilometro abbondante, vide una marea compatta sui marciapiedi, ai piani alti, sui tetti. Nei luoghi strategici era collocata qualche telecamera, ma nulla di eccessivo, anzi, nonostante i molti fotografi con cartello al collo e scaletta pieghevole d’alluminio, poca roba.

Questa manfrina di andare avanti e indietro nella folla divenne presto una specie di martirio collettivo che sottolineava la stanchezza e il timore di non farcela ad assistere almeno alla parte straordinaria, per poter dire: io c’ero. Arrivato quasi al ground, in un tratto della strada dove un grande avvallamento permette di sovrastare un segmento panoramico, vide quel mare fino in fondo fino all’incrocio del Palazzo e, ora nel centro della strada, ortogonale, imponente, strabiliante, l’immensa torre, effimero obelisco alato, immobile, temibile, più alta di tutte le costruzioni, di tutte le case, superata soltanto da alcuni alberi secolari giganteschi, incombente su tutto, sinistra o neutra. Probabilmente non gliene importava proprio nulla alla fragile disidratata vecchietta avvolta in lenzuola immacolate, nella nicchia centrale a circa 15 metri d’altezza. E davanti nella folla: cuspidi, bagliori, obliqui preziosi parasoli d’oro, piattaforme colorate, tutto riverberante ammiccante di luce nel formicolio futuristico [ou allons nous?] contro un cielo che ora si era improvvisamente rannuvolato, ma per poco.

(Se avesse avuto gli occhiali da sole! Mai dietro quello che serve).

Ormai era l’una passata, due ore di ritardo, il potente sole gli stava scottando la faccia ma c’era lo spettacolo della gente e bisognava pazientare. Un corteo di personalità dentro auto oscurate andava verso il Palazzo preceduto da motociclette e sirene e anche una cinquantina di militari in basco (quindi gente seria) su due file andavano marciando nella stessa direzione, quelli più in alto guardavano di là, un’angosciosa confusione sorvolava il tutto. Giungeva un’autobotte, sopra un tizio con un idrante virtualmente lavava la strada, a volte bagnava nel ventaglio la folla con scoppi di infantili risa, probabilmente porta bene. Poi gli sembrò lontano ondeggiare la torre, fanno procedere ogni cosa coll’andatura dell’ubriaco, devono disorientare il morto, che non ritrovi mai più la strada, tutto accelerò in modo inverosimile, vociare, fischi fischietti, ordini di togliersi di mezzo anche in inglese con vari please uscire dalla strada, infatti è molto pericoloso essere investiti da centinaia di portatori che non padroneggiano assolutamente lo spostamento dei molti quintali e forse tonnellate trasportate a fatica, urlando e ridendo. Già una delle prime piattaforme si avvicinava, era il toro gigantesco nero e rosso, con la bocca aperta ridente sarcastica e collane d’oro attorno al collo, alto forse dieci metri compresa la base, oscillava paurosamente da una parte all’altra della strada colma di gente, ora aveva urtato, completamente sradicato un albero, iniziava ad arrivare il corteo a passo affrettato, lancieri, guerrieri d’onore, portatrici di offerte, colori sgargianti, complessi strumentali di Gamelàn, piatti e tamburi al massimo del rumore possibile, ori, lenzuola e lunghe cordicelle colorate tenute da moltissime persone, con vesti rituali immemorabili, i due splendenti troni col fanciullo e la fanciulla (età indefinibile ma sui 12 anni) riccamente addobbati, truccati, lui con giacca di velluto cremisi, lei con le spalle nude e interamente vestita d’oro, la folta capigliatura nera coperta da un complicato diadema d’oro, che aveva visto anche nei giorni precedenti nelle altre solenni processioni molto più lente, ordinate, composte e perfino più numerose di così, con folti cortei di vergini, centinaia, completamente vestite di tessuti preziosi, gialli, dorati, ornate da complicati effimeri gioielli (ma naturalmente senza scomodare la defunta principessa, che restava a dormire nel suo Palazzo).

Dovevano essere dei simboli divini assai importanti, perché erano le uniche persone ad essere protette dai preziosi parasole d’oro, che hanno uno straordinario significato rituale, ecco centinaia e centinaia di altri figuranti e portatori, sfilavano in fretta chi serio chi ridendo. Poi ordini contraddittori gridati, di fermarsi, aspettare le altre piattaforme che avanzavano in modo pericolosissimo sbandando tra il fuggi fuggi, si arrestavano, i soliti autorevoli coi telefonini a favore di camera davano ordini (o beccavano insulti), arrivavano altri con scatoloni di bicchieri di “Aqua” Danone che andava in parte bevuta dai portatori stremati dalla fatica, in parte usata per rinfrescare benedire portatori e tori. Poi uno iato un vuoto e brutali poliziotti che gli ordinavano correndo di togliersi anche dal marciapiede e subito dopo una piattaforma di bambù sorretta da decine e decine di scalmanati che correndo all’impazzata ormai non controllavano più nulla e avevano perso loro la strada e il comando, e altri grossi alberi venivano investiti di brutto e sradicati.

Ecco il ritratto della morta (malamente riprodotto anche sul pieghevole dell’ufficio turistico, unico particolare realizzato in oculata parsimonia). Era portato da due donne, una assolutamente insignificante, l’altra più giunonica, con capelli nerissimi tinti, truce nell’eleganza, con un viso terreo che diceva affettato dolore, ma soprattutto falsità e artificio, o forse stanchezza e lunga sofferenza fisica, e subito dietro, isolati, i reali famigliari (nessuno più “figlio di re”), uomini in giacca bianca nobili baffuti recanti amorosamente al petto degli involucri con offerte che tutti anche i vicini volevano a tutti i costi almeno toccare, una decina di principesse autorevoli seguite da un’altra dozzina di belle ragazze della famiglia, certamente ottimi partiti, elegantissime di trina bianca. E poi ancora Gamelàn e piatti e gong enormi appesi trasportati ognuno da due uomini, che davano un suono assai profondo, un turbinio di urla e portatori che correvano e altre piattaforme con animali e tempietti e sedie per gli dei e portatrici di offerte e portafrutta coperti da minimi ombrellini, all’infinito.

Dopo tanto attendere finalmente arrivò di corsa la torre, col suo imponente pauroso delirio di mascheroni e Barong, in legno colorato di rosso nero giallo oro verde turchese, e le parti laterali fatte con lo stesso cuoio con cui si fanno le marionette Wayang. Per giorni aveva assistito alla costruzione e decorazione della torre. Erano state prima realizzate delle vere e proprie raffinate opere d’arte del massimo livello, che univano metaforicamente multipli concetti, come l’altezza della nobile esistenza e anche la sua caducità, che la destinava a rifluire nel “grande fiume”. E queste opere votate a vita effimera, non erano per nulla rappresentazioni sommarie e dozzinali, ma stupivano per la loro acuta bellezza. Artisti silenziosi avevano usato prelevandola da infinite ceste forse quintali di bambagia ovatta imbevuta di forti colori, avevano decorato interamente le ali gigantesche (sotto il padiglione pubblico, e solo all’ultimo momento applicate ai fianchi della torre) erano saliti sull’impalcatura di bambù che la avvolgeva completamente, avevano collocato i mascheroni, le curate effigi delle varie divinità, ogni altro elemento decorativo senza lasciare scoperto nemmeno un centimetro, senza scordarsi mai (come soleva dire il più grande genio architetto reale di Ubud: I Gusti Njoman Lempad, vissuto 116 anni, regista di varie famose cremazioni) che la torre è “il vettore collegante il defunto con un'altra dimensione”.

Il piano della piattaforma veniva fatto oscillare ma di pochissimo, perché sarebbe stata una tragedia perdere l’equilibrio di un tale marchingegno. Presumibilmente il feretro era lì dove si vedeva una specie di tempietto dorato a una quindicina di metri al nono livello, sormontato dalla guglia a sei ripiani o tetti (dal numero dei tetti si deduce lo status del defunto); dal tempietto pendeva un lenzuolo bianco ornato d’oro, lungo forse più di cento metri tenuto da moltissime persone, le quali simbolicamente portavano la defunta. Aveva scattato tutte le diapo possibili, anche il quarto rullino era finito, impensabile sostituirlo in quelle turbolente condizioni ma la torre ormai era passata, l’immensa folla ora la seguiva, scendeva dai ripiani dai terrapieni dai marciapiedi.

Si guardò bene dal farsi travolgere, il terreno sacro era ancora a più di cinquecento metri di distanza; essendo non più grande di un ettaro non avrebbe mai potuto ospitare tutta quella folla. D’un tratto vide che al di là della strada moltissima gente entrava da un portone laterale; li seguì senza sapere dove andasse. Entrarono in cortili, in case private, attraversarono persino le sale di una galleria d’arte tanto che pensò a una furbata pubblicitaria, un’intelligente originale performance installazione di qualche artista [e comunque la promosse lui come tale, in onore della principessa, con la sua autorità progettuale, senza farne parte agli altri artisti di grido certamente confusi in incognito nella scia, avrebbe però dovuto documentare fotograficamente il tutto] ma invece poi uscirono da un altro lato, non senza aver dato un’occhiata nelle varie sale e salette abbastanza banali, attraversarono un giardino girarono attorno a padiglioni privati con poltrone e tavoli, giocattoloni e tricicli di plastica erano abbandonati nelle aiole interne non proprio curate, si incanalarono lungo un muro di cinta di un paio di metri e la folla si bloccò: ora bisognava saltare al di là del muro. Si stava chiedendo fino a che punto potevano arrivare, voleva verificare fino in fondo la stupidità (degli altri); fu sorpassato villanamente da gente che scalciava, smanazzava a gomitate, perfino una vecchiaccia inglese allegra benvissuta rossiccia, che probabilmente era stata spesso a Pamplona alla sagra di San Firmino, ridendo lo sorpassò, rimase l’ultimo. Giovani padri indigeni redarguivano i bambini, mettevano le incerte bambinette in piedi sul colmo del muretto ordinando: non ti muovere da lì, poi saltavano e rapidi si giravano a ghermire i pargoli. Attese che l’oscena vecchia tracagnotta scompostamente saltasse, lui non ebbe testimoni, fu poco fluido con un braccio accudendo la pendula Canon. La folla stava ora affrontando un altro muro, inoltrandosi per una scala, i già saliti tiravano su gli altri dai parapetti, ragazze sollevate per le braccia divincolandosi mostravano cosce anche mutande; sopra nei pianerottoli i già accalcati guardavano tutti dalla stessa parte.   

Decise che ne aveva abbastanza, saltò al di là di un fossato, c’era una stradina ingombra di moto rombanti e quasi ferme, al di là sembrava di intravedere un’altra folla in millimetrico movimento. Chiese gentilmente il permesso di saltare in braccio a tre o quattro motociclisti, passò di là, fu catapultato all’interno di una turba di quelle terribili, ora non poteva più muoversi si sentiva schiacciare aveva davanti una donna e una ragazza sui 15 anni molto belle; ambedue lo guardavano con diabolica severità, come se stesse compiendo qualcosa di malvagio. Ma non si rendevano conto che non poteva muovere nemmeno un dito? [A queste situazioni angoscianti in un certo senso era abituato: gli erano successe varie volte specie negli autobus di Shanghai che si riempivano all’inverosimile e spesso non era più possibile scendere alla propria fermata. Ricordava di essere andato una sera a cena da Rudy, un professore tedesco all’Università Fu Dan. Aveva comperato delle paste e ora immobilizzato nell’autobus se le trovava distrutte schiacciate contro il peraltro desolato petto di una cinesina, graziosa nella sua timida scollata piattezza, arrossita il bel viso delicato ridente con occhialetti che le stavano proprio bene. Che fortuna, pensava, non aver preso quelle col ripieno alla crema! Ma in contemporanea: poteva in effetti quello essere considerato un abbraccio, lo era oppure no? Che elemento mancava, cosa c’era in eccesso? E loro due dovevano considerarsi attanti, e dalla corretta analisi di un’eventuale moviola che avesse ripreso la scena che cosa bisognava dedurre? Si propose di interpellare un noto conoscente semiologo.] Ora però la faccenda stava diventando davvero pericolosa perché non riusciva più a muoversi e gli mancava il respiro, tutti spingevano tutti, la ragazza gridava dal panico, il bel viso espressivo a un centimetro dal suo (e solidale ad esso), lui sentiva il suo corpo, cercava di trattenere la fida Canon perché temeva che la cordicella si stesse strappando, quindi sarebbe finita per terra. Queste sono le tipiche situazioni in cui chi sviene e cade viene calpestato e ucciso; è successo molte volte in Asia, lo spavento lo stava invadendo erano passati alcuni minuti non riusciva più a far entrare aria nei polmoni, finalmente una sensazione ancor più dolorosa di schiacciamento alla schiena, un urlo della ragazza e la folla si squarciò, si trovò sbattuto di fianco accanto a un muro, già meglio, e intanto era riapparsa sulla sinistra quella fottutissima torre, erano arrivati addirittura al di là, a ridosso del ground sacro. Lentamente strisciò fino alla fine del muro, c’erano rigogliosi cespugli e un altro fosso da saltare, camminò temerariamente una trentina di metri sul bordo di cemento come sull’asse di equilibrio quando vide una porticina e una lavagnetta con scritto in gesso: limonata fatta in casa rupie 10.000; la salvezza, per quanto un tantino esosa.

L’iniziativa era stata messa su da due donne sassoni ultrasinodali, di bellezza passatella ma non trascorsa, che gli apparvero subito con un sorriso molto cattivante. Si vedeva lontano un miglio che erano due povere, esperte in delusioni radicali, del tipo ingegnoso di quelle con lo scialle che da noi portano le torte ai mercatini. Ne acquistò subito una, gli parve buonissima e la bevve lentamente sulla porta, intanto poteva sbirciare dentro. Nell’ingresso era sistemato un mastello di plastica rossa di almeno un ettolitro, una delle due donne tirava su caraffate di limonata e la poneva in bicchieri di plastica con coperchio da cui spuntava una cannuccia. Un altro mastello laterale verde era pieno di cubetti di ghiaccio e l’igiene era sufficientemente garantita. Si erano nel frattempo inseriti altri due nordici avventori ammiccanti:

- Affari d’oro oggi, eh?-

Avevano risposto con calma che non ci guadagnavano niente, era beneficenza. Non risultava chiaro il destinatario (ma nulla sulle infinite bancarelle costava più di 3.000 rupie). Toccò superare altri muri umani ormai però era fatta, e in preda a indistinto malessere per istinto prese una strada stretta tra due muri dove tutti ancora sembravano complottare a gara per sorpassarlo. Arrivato alla fine c'era un cancello aperto: fortuna delle fortune, immetteva dal fondo direttamente nel terreno sacro della cremazione. Si aspettava di essere fermato, invece nessuno gli chiese nulla e si inoltrò. La gente era ammassata all’ombra di un gigantesco padiglione; nel centro del piazzale erano già state raggruppate le piattaforme e la torre. Il tutto evocava una base missilistica per il cielo, che sarebbe certo piaciuta a Peter Kolosimo. Per mezzo di un’altra rampa di bambù, simile a una gigantesca scaletta di aereo, era stato nel frattempo prelevato il feretro e adagiato nel ventre del grande toro.

Ora i più autorevoli Pedanda Buda, sacerdoti del massimo rango vestiti di bianco e oro, arrampicati in bilico ai lati del toro, sistemavano lavavano benedicevano ultimavano le cerimonie, la parte più noiosa e lunga. Inoltre priva di significato per un profano. Oggetti e recipienti preziosi venivano di continuo recati da donne, innalzati, porti ai Pedanda, uomini salivano sulle torri anche sulla più alta a prendere il pinnacolo apicale tra gli applausi. Tutti simboli per lui estranei, forse era davvero tempo di andare. Dall’altra parte su un terrapieno, una specie di spalto da stadio, altrettanta folla, ordinata. In generale tutti stavano in silenzio. Offerte infinite ammassate, canestri colorati, ceste di anitre vive, altre offerte di ogni tipo ormai abbandonate e calpestate, ombrellini e parasole, maschere e simulacri, anche il grande dragone, tutto stava per essere posto nel mucchio e bruciato in un baleno in onore della principessa, le grandi maschere dai vivaci colori, straordinarie raffinate opere d’arte dall’effimera vita; un odore nauseabondo sovrastava, gli dava vertigine e lo perseguita ancora. Ora capiva meglio la condizione di unclean accennata nel pieghevole turistico, che sarebbe durata nel villaggio per altri tre giorni dopo la cremazione.

Messosi all’ombra, alfine cambiato il rullino, aveva scattato altre istantanee, visi attoniti estranei a sé, portatori sani di celati tormenti, stancamente dei bambini fantastici laterali distratti. Per quanto riguardava l’alto catafalco c’era sempre un problema di controluce col cielo, si ingegnò al meglio, solo allora si accorse di aver ancora esposto la pellicola da 100 asa a 200. Ma forse da un errore cumulato ad altri errori può a volte sortire qualcosa di interessante. Improbabile sbagliarle tutte. Il sole picchiava, ormai erano le tre, si sentiva davvero esausto e un profondo malessere aggiunto a quello di routine gli annullava ormai ogni attenzione.

In quell’attimo aveva casualmente carpito un brindello di dialogo in birignao inglese tra due sublimi contigui albini fotoreporter con scaletta in alluminio: [durante le cremazioni con torri alte] è normale che cadano pezzi ardenti sulla folla… Ora si spiegava il perché di tanti idranti, di tante autobotti discrete, in disparte.

Luciano Troisio

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Commenti

II di II.

Difficile articolare un commento sensato.
Potrei scrivere telegraficamente "Letto. Delizioso." e uno che non conosce l'oggetto della lettura potrebbe perfino capire tutt'altro.
Potrei fare una chiosa puntuale a ogni riga e mezza, compresa un'analisi psicologica e psicografica gratuita.
Potrei lasciare qualche frase denotante curiosità e stupore verso un mondo che - chissà perché - mi ricorda le fiabe di Gozzi. Soprattutto nella prima parte ce n'è a iosa di cose strane.

Poi penso che dovrei rileggere tutto e starmene zitta a meditare che in fin dei conti il nostro è un mondo assai vasto del quale io personalmente conosco poche migliaia di chilometri quadrati...

Grazie, un paio di pagine veramente luminose.

Un resconto che si fa di giorno in giorno più interssante e suggestivo. Perché Luciano non li racchiudi in un bel libro ?

Gian Paolo Grattarola

straordinario come sempre, caro Luciano, un racconto ricchissimo, davvero.

Sono a Yogjakarta. Ho appena prenotato un taxi e sono sul piede di partenza per l'aeroporto Ngura Rai di Bali. Da li leggero' meglio i commenti. Pensate che la tastiera su cui sto scrivendo e' stata rigenerata. La prima volta che mi capita di vedere una cosa simile. Davanti al mio cassonetto a Padova ho visto gettate per terra almeno 5 tastiere di colore grigio ancora in buono stato. Qui invece le tengono da conto. La parte rigenerata con appositi caratteri, lavoro fatto molto accuratamente, riguarda solo le lettere dell'alfabeto. Tutto il resto e'ancora nuovo.
Cara Ilde, potresti, certo. E allora perche' non lo fai? magari con calma. Analizza stranezze. Gozzi mi incuriosisce molto. Mi attendo un saggiolino di almeno due cartelle. Kiss

Non so perché ma i reportage di Luciano recano la nostalgia e l'incanto dei grandi navigatori. Mi evocano la figura di Corto Maltese.

Gian Paolo Grattarola