Troisio Luciano

Reportage da Bali. L'ultima cremazione reale. I di II

Autore: 
Troisio Luciano

Legian, Isola di Bali, luglio 2004

È noto che a Bali si svolgono quotidianamente cerimonie di cremazione (Ngaben) secondo il rito indu-balinese, e che ormai dagli anni Trenta è raro vederne qualche immagine, comprese le cartoline, priva di intrusi occidentali. Quando una cremazione si annuncia particolarmente ricca, un tam tam lo comunica (perfino con avvisi e cartelli) ai turisti, e parecchie prezzolate agenzie organizzano pacchetti e pulmini per portare i turisti stranieri ad assistervi.

A Legian, una delle principali spiagge della costa sud-occidentale, già da fine maggio girava voce, specie nei locali Aussie (dedicati ai turisti australiani) di una cremazione eccezionalmente lussuosa, che si sarebbe svolta il 24 luglio a Ubud: si trattava addirittura di una principessa “figlia di re”, morta l’8 maggio.

Il nostro giornalista conosceva bene la popolazione dell’isola e aveva letto parecchio sulla sua antica cultura induista, la cui profonda identità non era stata nemmeno intaccata dall’invasione islamica del XV secolo (come invece era successo nel resto dell’arcipelago indonesiano. Antonio Pigafetta, nel famoso diario sulla circumnavigazione di Magellano, fu il primo a scrivere delle cremazioni di Bally, su cui poi vennero versati fiumi di inchiostro). Parecchie volte fin da giovane aveva soggiornato a Ubud, un villaggio dell’interno, scoperto negli anni trenta da intellettuali e artisti specie olandesi, tedeschi, belgi che vi si stabilirono. Alcuni avevano sposato fanciulle del luogo, soggiogati dalla loro rara bellezza, e iniziato una vera e propria rivoluzione artistica specie nell’ambito della pittura e scultura.

In varie occasioni aveva potuto assistere a cremazioni, sia sontuose che povere, a danze, alle raffinate pantomime, a molti Festival religiosi nelle città e nei minimi villaggi di contadini. Ricordava ad es. una piccola processione, di quelle che appaiono all’improvviso, bloccano a lungo il traffico creando file d’auto, poi deviano altrettanto improvvisamente per qualche sentierino tra le risaie, spariscono giù in riva ai sacri fiumi incassati nella roccia lavica. Gli sfaccendati turisti spesso le seguono, affascinati dai costumi cerimoniali, avidi di immagini. Anche lui quella volta aveva seguito il corteo a distanza, discretamente (essendo privo dell’apposito obbligatorio Saròng), era rimasto al margine del terreno dove i sacerdoti avevano celebrato un breve rito, poi d’un tratto tutti se n’erano andati senza apparente motivo, e lui aveva avvicinato il modesto sacerdote di villaggio, gli aveva con gentilezza chiesto il significato della cerimonia: erano venuti a “domandare il permesso” alla divinità del campo, di potere nei giorni seguenti cremare lì dei defunti. E infatti qualche giorno dopo non aveva mancato di assistere alle povere cremazioni ridotte all’essenziale: una casalinga squinternata orchestra di rumorosi strumenti a percussione, il corpo trasportato a spalla nel lenzuolo bianco, poi collocato su un mucchio di tronchi di palma e banano ancora verde; tre o quattro metri più in alto, su di un albero vicino, era appesa una grossa tanica di cherosene, che attraverso una canna di plastica irrorava la fiamma sui poveri resti; aveva assistito senza molta emozione allo struggersi veloce, al contorcersi dei piedi scoperti, scuri nel fuoco.

Andava rievocando il suo passato di accompagnatore turistico, le cremazioni a Delhi, a Katmandu, a Benares, l’apparente assenza di dolore tra i familiari, i fiori gialli, l’accensione della pira di sandalo, quell’odore dolciastro, terribile, persistente, in certi momenti perfino gradevole, di carne umana arrostita e incenerita; alla fine il carbone, la legna rimasta gettata nel Gange, subito recuperata pochi metri più a valle da bambini cenciosi, seminudi.  Un paio di volte alcune sue clienti erano svenute, fortunatamente in ogni gruppo c’è un medico, che le aveva curate sul posto, senza rimuoverle, impedendo che si rialzassero per una buona mezzora.

A Ubud esistono oggi centinaia di gallerie d’arte, forse migliaia, vari musei rinomati ben tenuti e importanti (più numerosi che nelle metropoli indonesiane), si mangia bene, il clima è leggermente diverso da quello costiero, quasi collinare, sebbene con giornate afose, spesso con brevi sgradevoli pioggerelle. Aveva ormai da anni fatto amicizia con i gestori del “Mumbul”, un Inn pulito, quasi elegante, che si affacciava sulla mitica valletta del fiume omonimo e delle sue varie purissime sorgenti, dove gente integra veniva ancora ad attingere acqua e a lavarsi. Un chilometro più a valle il fiumicello confluiva nel Wos (che sfocia nella costa sud). Si era soffermato spesso a chiacchierare coi gestori, in facile inglese. Le persone della famiglia conoscevano tutto il paese, ne sapevano vita morte miracoli, erano stati compagni di scuola dei vari politici, dei padroni dei grandi alberghi, che avevano fatto i soldi, sposato le bellone, sapevano chi era bravo, chi zuccone, compresi i sussiegosi, effeminati “direttori” dei musei. Da loro veniva informato in anticipo delle molte manifestazioni religiose e culturali; erano sempre più veloci del pur efficiente ufficio turistico, anche sui dintorni.

     Ubud, 20 luglio 2004.

 
    Trasferitosi dunque da Legian a Ubud si era subito accorto che il centro dell’attività di indigeni e turisti era la piazzetta antistante il Palazzo reale, dove un vero esercito di artisti e artigiani stava allestendo, sotto gli attenti occhi di molti testimoni anche stranieri, tutto quanto riguardava la grande cremazione reale: la rampa di bambù, la torre (Bade), il toro, i simulacri di infiniti personaggi a grandezza naturale, le gigantesche maschere rituali.  Solo percorrendo i padiglioni di tessuto bianco (colore del lutto) delle offerte, in corone, oggetti e pacchi dedicati alla morta lungo le mura esterne del Palazzo reale, c’era da restare allibiti; non si osava nemmeno riflettere su quanto potesse venire a costare una cerimonia del genere.

Eccolo dal sarto per provare il vestito da cerimonia: sarong in batik a motivi gialli e bordo oro lungo fino alle caviglie, fusciacca oro, giacca bianca con maniche lunghe (sarebbe ammessa anche con maniche corte), copricapo oro e fuxia. Le calzature sono a piacere, da togliersi spesso, tanto che è contemplato perfino, ma non fa fino, l’infradito). Il sarto non assicura che farà in tempo per il 24. E ancora: per ragioni di sicurezza - siccome gli invitati sono migliaia anche da altre isole, giornalisti americani, televisione giavanese, australiana e giapponese - viene cortesemente avvertito che non è per nulla sicuro che la famiglia reale lo inviti alla parte privata delle cerimonie, cioè dentro il Palazzo, dov’è opportuna la più rigorosa etichetta (ma per quelle pubbliche avrebbe anche potuto farsi prestare i vestiti dagli amici gestori dell’albergo).  La vera cerimonia di cremazione sarà tra 4 giorni e in quell’occasione saranno cremate altre 58 persone (che però assicurano non essere state macellate per la circostanza).

Nello stesso pomeriggio assiste a una delle processioni preparatorie: enorme folla, solennità e sontuosità senza pari. All’interno del Palazzo orchestre di Gamelàn suonano ininterrottamente, altre nei padiglioni di fronte, che sono della comunità, si danno il turno. Alcuni complessi sono formati da sole donne. Migliaia e migliaia di persone in sfarzosi costumi, un centinaio di bambine tra i 7 e i 14 anni vestite d’oro, truccate e coronate con creste e complicati diademi d’oro. Non ce n’é una di brutta.

Scattate decine di foto, ovviamente non è stato il solo ad aver avuto quest’idea; ha dovuto destreggiarsi tra gentaglia bianca che lo spingeva, farabutti ariani si mettevano sul più bello villanamente davanti a lui rovinandogli inquadrature stupende. Alcune fanciulline erano davvero creature inviate dagli dei, truccate in casa amorosamente (dalla famiglia che vuole fare bella figura, e la fa offrendo il meglio che possiede. Facile risalire col pensiero a usanze antichissime, anche tremende…) poi in macchina, o in moto, protette e seguite in ogni momento dall’intera comunità, rispettate come dee, circondate tra la folla da una specie di scudo accompagnante fino al padiglione comune (l’assemblea del villaggio per importanza viene subito dopo la famiglia). Queste auree giovinette simboleggiano il divino e sono davvero degne del più assoluto rispetto e della più simbolica devozione. Altrettanti sono i maschietti con toghe a quadratini bianchi e neri (che rappresentano l’opposizione filosofica del bene e del male).

Centinaia e centinaia di donne elegantissime dalle camicette traforate e dal petto valorizzato, gioielli, sarong che seguono e attillano i morbidi fianchi, acconciature raccolte in una retìna, recano sul capo delle offerte strepitose sormontate da trionfi di fiori; molte orchestre mobili di strumenti a percussione, Gamelàn e tamburi, cortei di altre giovani donne che tengono alto sopra il capo un lenzuolo bianco largo circa un metro e lungo molte decine di metri (che nel vero corteo funebre sarà ancora più lungo e legato alla torre contenente il corpo). Simboleggia la partecipazione al lutto (ma i simboli e i significati sono moltissimi e complessi, tanto che perfino il pieghevole dell’ufficio turistico allude alla straordinariamente intricata complessità dell’organizzazione, che necessita dei massimi esperti di etichetta e cerimoniale). 

E poi, ultimi a uscire dal cortile interno, dove ogni porta è un delirio architettonico ed è sollevata dal suolo di vari gradini (quindi per oltrepassarla bisogna prima salire e poi scendere), un fanciullo e una fanciulla, ineffabili, sfarzosamente vestiti, trasportati da decine di uomini su troni d’oro, protetti da particolari parasole cerimoniali, impassibili, solenni. E il suono altissimo delle percussioni ossessionanti che devono allontanare gli spiriti cattivi. Molte migliaia i partecipanti indigeni, centinaia di occidentali con prevalenza di anziani solenni intellettuali a coppie, alcuni eleganti negli abiti appositi assai curati (c’è a Bali una nota piccola elitaria percentuale di affezionati turisti occidentali esibizionisti di provincia, che si porta ricchi abiti cerimoniali da casa e non perde una cerimonia né una visita alle centinaia di templi, dove notoriamente chi non ha l’apposita veste resta fuori, e loro invece possono fare la loro entrèe come Wanda Osiris, tra lo stupore dei pro-fani e infatti alcuni si sono visti spesso, agghindati a dovere, anche al Carnevale di Venezia e dovunque sia garantito un minimo di platea, escluse quindi le letture di poesia); altri ridicolissimi, con barboni incolti, capelli lunghi, cappelli di paglia, finti reporters, gente sui sessanta che si crede ancora giovane freak, forse non ha mai lavorato, codini posteriori di capelli ormai grigio bianchi raccolti a crocchia, o a valle della pelata).

Tutto ciò per andare alla vicina Peliatàn a prendere il simulacro del “Dragone”, che è soltanto uno delle centinaia di simboli sacri che accompagneranno il corteo della cremazione vera e propria. Infine sono tornati indietro, dopo 8 chilometri di strada. Lui ha fatto in tempo a cenare al limitrofo Lothus e poi è corso a vedere l’arrivo (il Palazzo si trova esattamente al centro della piccolissima Ubud, e un’ala è stata di recente trasformata in prestigioso hotel).

È seguita una cerimonia in senso stretto, i due fanciulli sempre alti sugli aurei troni, presumibilmente distrutti dalla stanchezza e dagli sballottamenti, ma regali e indecifrabili (pare che non possano toccare la terra: devono venir trasportati sulle spalle dei portatori fino al luogo stabilito), aspersione del simulacro con acque lustrali ma non si vedeva nulla, nemmeno le alte cariche religiose, si sentivano soltanto i loro autorevoli campanelli, perché la folla era strabocchevole. Le bimbe auree e affamate hanno infine ricevuto ciascuna una scatola di cartone chiaro contenente: un vassoietto di riso, un pezzetto di pollo in umido, un mandarino, una banana, un bicchiere sigillato di acqua Danone. Il giorno seguente altra solenne processione fino al fiume Campuan, per attingere le acque lustrali da impiegare negli ultimi lavacri. 

Questo è solo un modesto parziale sbocconcellato riassuntino delle cento cose straordinarie, della gente assiepata, seria, anche i bambinetti attentissimi, bellissimi, colla bocca aperta allo spettacolo che certamente vedono per la prima volta nella vita. Se lui fosse un vero fotografo avrebbe dovuto dedicarsi non al corteo, ma agli spettatori del corteo; in parte l’ha fatto. C’erano anche tante belle ragazze occidentali che venendo qui certo non avrebbero mai previsto uno sfarzo del genere (nemmeno in America…), esagerato e opulento come tutto ciò che è destinato ad essere ultimo della serie.

Ubud, 23 luglio, ore 11.

Vigilia. Al Palazzo i preparativi sono sempre più pullulanti, frenetici. Alla torre è stata aggiunta un’ulteriore cuspide a 6 piani. In totale fanno 15. Non è chiaro se ci sia un nesso con i “Meru” (ma in questo caso il massimo dovrebbe essere di 11 piani o tetti o livelli simbolici di perfezione). Continuano ad arrivare abbondanti offerte, rappresentanti della stampa accreditata in tenuta ufficiale con corredo di scaletta pieghevole a tre gradini (e mediocre truppa semplice col cartello press).

Ore 19.30

Lungo giro per vedere le offerte; oggi sono aumentate, forse triplicate. C’è di tutto, dalla frutta ai pasticci di riso colorato, cestini chiusi, oggetti avvolti in foglie di palma, semplici sacchetti di plastica pieni d’acqua, noci di cocco decorate con oro, panni bianchi ripiegati che all’interno coprono qualcosa, lo si capisce dal rigonfio (queste offerte sono messe in una serie di tavoli o bancarelle sulla parte a sinistra della strada che lambisce il Palazzo). Perfino kriss, oggetti di tutti i tipi e oggi si sono aggiunti pollastrelli, pulcinotti vivi e pigolanti (qualcuno nel frattempo non ce l’ha fatta, pende inerte con acquerugiola dal becco, come nello studio del pittore); vengono legati con dello spago per una zampa a uno delle decine e decine di padiglioni delle offerte. Probabilmente saranno sgozzati domani: è qualcosa di legato al versamento del sangue per distogliere gli spiriti cattivi dallo svolgimento delle cerimonie. (Lo stesso motivo è alla base del combattimento dei galli, in cui uno dei due animali deve morire, ferito a morte dalla lama tagliente applicata allo sperone. Assolutamente vietati a causa delle ingenti scommesse, che a volte hanno rovinato interi villaggi, i combattimenti sono tollerati in occasione di feste, appunto per tale fine religioso).

Si immagina che le offerte depositate giorni fa, e che sono ancora lì (nessuno si sognerebbe certo di toccare qualcosa se non a fini rituali) siano non deperibili, mentre la frutta di oggi, la carne cotta dà già segni di deperimento, alcune banane sono nere, si sente anche una certa puzza stagnante... La gente si è portata delle stuoie e sta seduta tutto intorno alle offerte, occupa tutta la lunghezza del palazzo. La porta cerimoniale è aperta, nei padiglioni interni si vedono lampadari formati da molte lampade (imitanti quelle a petrolio di epoca olandese) accese; ormai è notte, ovviamente solo gli amici e i parenti sono ammessi e infatti non si vede entrare né uscire mai nessuno, se non dal piano inferiore dove tra i padiglioni coperti di tela bianca si scorgono anche le entrate di alcuni garage. La folla è stimabile in due o tre mila persone, in rigoroso abito cerimoniale, ce ne sono di tutte le età, dai bambinetti agli anziani. Sarebbe interessante sapere di che casta sono. Il nome della famiglia reale, Tjokorda, dovrebbe riferirsi alla seconda casta, dei guerrieri. Ci sono sempre vari complessi di Gamelàn, anche uno femminile diverso da quello visto ieri. Donne eleganti (ma non belle), tutte con abito uguale color gridellino, camicetta a maniche lunghe traforata e sotto: una guepière piuttosto sexy. Tutti i complessi si sono offerti di suonare in onore della morta.
È stata applicata anche l’ala destra della torre, inoltre hanno spostato, girato e collocato su un piedistallo di bambù il toro. Tutte queste costruzioni saranno portare a spalla da molti uomini, come succede anche in parecchie città dell’Italia centro-meridionale (corsa dei Ceri ecc.). Come faranno con la torre così alta, visti i molti cavi elettrici attraverso la strada che conduce al terreno della cremazione? Domani alle 11 si vedrà, anche perché il primo cavo orizzontale si trova a 10 metri appena usciti dalla piazzetta del Palazzo. La soluzione più probabile è che la portino orizzontalmente (ma allora perché è posta sul piedistallo di bambù?)

Ormai tanta esibizione, tanta mobilitazione comincia a stancare. Inoltre non è che lo straniero possa capire molto. Il corpo dovrebbe essere messo attraverso la rampa sulla torre e questa trasportata in modo spaesante procedendo a zig zag, per far perdere simbolicamente l’orientamento al morto (affinché non possa tornare indietro). Arrivati sul luogo della cremazione, fatte le lunghissime e noiose cerimonie, il feretro dovrebbe essere definitivamente trasferito nella pancia del toro, che è una specie di bara, e poi velocemente bruciato. Tutto il resto è una serie infinita di offerte di accompagnamento: si può capire a fondo solo conoscendo le liturgie. Ma qui risulta opportuno citare l’aforisma alla base dei grandi viaggi di Giovanni Comisso: “Vedere”, non: “Capire”. E poi: cui bonum? (Come scrisse Raffaello Carboni in The Eureka Stockade).

Ubud, 24 luglio 2004

Malamente destato da un gong fortissimo a note varie che sentiva passare per la strada, il Jalan centrale, alle 5.45, ancora notte. Un suono lamentoso che trasmetteva angoscia. Probabilmente davano la sveglia a tutto il villaggio, per annunciare che in questo giorno sarebbero avvenute le 58 cremazioni, oltre a quella reale, storica. Già di malumore per questo brusco gong. Poi la vicina giapponese si è alzata e ha fatto i normali rumori di chi si alza alle 7. Inoltre nell’appartamento sovrastante abitato dai gestori è cominciato un ticchettio di scarpe, perché oggi tutti si vestono ritualmente quindi le donne giovani approfittano per mettersi le scarpe coi tacchi alti (sebbene la vera etichetta preveda piedi nudi).

Sapendo che l’aspettava una giornata faticosa e che la cremazione reale cominciava alle 11, se l’è presa comoda. Alle 9 si è fatto la barba, poi è entrato nella vasca (il bagno è interamente di marmo, anche la vasca): non c’era acqua calda. Si è lavato obtorto collo con la fredda; poi è passato il cameriere per il bf. Alla voce toast: sorry, non essendoci corrente il pane non può essere tostato. Deduzione: hanno tolto l’elettricità per tranciare tutti i cavi elettrici e telefonici che attraversano la strada dal Palazzo (Jalan Raya Ubud) fino al ground della cremazione, come del resto aveva previsto. Infatti come si sarebbe potuta altrimenti trasportare una gigantesca torre alta 25 metri?

Mentre faceva colazione nel suo portico privato con vista sulla valletta del fiume Mumbul e relativa incantevole sorgente, verso le 9.30 ha cominciato a udire delle spaventose urla: stava iniziando il corteo delle 58 cremazioni, verso un ground diverso (e cioè quello nella direzione di Campuan). Per ogni defunto un simulacro-bara a forma di toro o di leone o di uccello, alto vari metri. E ancora per ogni morto un altro altare-trono portatile numerato (che serve per il vero trasporto dei poveri resti riesumati, fino al ground). Colori forti, ornamenti dorati. Quando veniva sollevato uno di questi simulacri, posati sulla base di bambù, i portatori, al minimo una trentina, urlavano in modo rituale dai molti significati.

Si è affrettato col suo mediocre monotono bf (che sembra peggiorare ogni giorno; il caffè è talmente schifoso che si ridotto a scegliere il tè). Poi si è precipitato a vedere il corteo. In parte lo vedeva già dal suo portico. A questo tipo di cremazione collettiva ha già assistito altre volte. Per la verità il numero massimo è stato di 35. Questa di 58 è molto singolare [tutto è singolare ed unico oggi, 24 luglio 2004: si sta per assistere a una cremazione reale che ha qualcosa di grandioso, che non accadrà più perché nella indipendente Repubblica di Indonesia non ci sono più né re né “figli di re”; questa che vedremo sarà l’ultima della serie durata millenni].  La cremazione collettiva è riservata a gente piuttosto povera, che non avendo il denaro per le ingenti spese, deve aspettare di accumulare la somma e intanto il caro estinto viene provvisoriamente inumato. I 58 sono morti nella zona di Ubud negli ultimi 4 anni. È probabile che municipio (per antica periodica consuetudine) e famiglia reale aiutino in parte nelle spese.

Ma naturalmente oggi è giorno particolare, tutto fiso alla cremazione reale, e quindi non ha degnato che di uno sguardo ulteriore il corteo collettivo, qualche diapo ai simulacri, che già da soli in altra occasione sarebbero stati forte motivo di richiamo per turisti, perché in generale impressiona, tramortisce di significati la lunghezza ripetitiva della processione (non si crederebbe che tanti morte ne avesse disfatti), l’infinità dei troni e simulacri e altari.  Gli animali-bare sono di regola provvisti di genitali esagerati, col fallo-lingam da cui esce il seme (simulato da un filo di nylon, tipo canna da pesca). Il riferimento è al dio Shiva, che presiede alla fertilità ma anche alla distruzione; questo duplice concetto generalmente è percepito come contraddittorio, almeno dagli europei, mentre il primo sottende il secondo.

Il Jalan Raya era già quasi colmo di gente, la torre davvero strepitosa a lato del Palazzo reale. Nel centro della strada erano collocati il grande toro e torri minori (ne ha scordato il significato simbolico). Avere la fortuna di assistere a una cerimonia reale del genere è un fatto straordinario. Non se ne vedeva una dal 1978. Uno dei tanti motivi della complicazione (del dispendio e del fasto) dell’odierna cerimonia dipende dal fatto che la principessa era sorella gemella di un maschio (Tjokorda Gde Agung Sukawati, principe assai importante, tra l’altro fondatore del Museo di pittura di Ubud: Puri Lukisan), morto nel 78.

I gemelli sono considerati in modo assai complicato dal punto di vista religioso (c’è addirittura un nesso coll’incesto, sebbene non gli sia chiaro perché) quindi le cerimonie per i gemelli sono ancor più complesse e necessitano di molte purificazioni in più. Perciò la cremazione della principessa Tjokorda Istri Muter non poteva esser diversa o minore di quella celebre allestita per il fratello gemello nel 78. Ultima a morire degli 11 figli dell’ultimo re di Bali (corre l’obbligo di ricordare che a Bali c’erano 8 regni e il re più importante non era quello di Ubud, ma il Dewa Agung di Klung Kung, protagonista del famoso Puputan o suicidio rituale collettivo anti-olandese del 1908), Tjokorda Istri Muter è morta a 94 anni l’8 maggio scorso e da allora sono iniziati i complessi preparativi per la cremazione, secondo i suggerimenti del clero, che ha fissato, in base a complicati calcoli, anche la data.

Affannosamente ora cercava un posto da cui poter fotografare bene, magari sopraelevato. L’ideale sarebbe stata una di quelle balaustre del primo o secondo piano che si vedevano ormai già colme lungo il percorso, sopra i Toko Toko, le botteghe, le banche. Si sentiva svenire (esiste una Sindrome di Ubud, che è un misto di soffocamento da afa, vertigini, debolezza delle gambe, accecamento. Colpisce i predisposti soprattutto tra le 11 e le 16).

Era proprio la folla l’elemento cardine scatenante sebbene fosse anche molto curioso osservare tutte quelle persone. A cominciare dai moltissimi bambini: i più grandicelli, dai cinque in su, erano inconsapevolmente maestosi nei loro curati abiti, e le bambine ancor più eleganti nei lunghi sarong di batik, ammirevoli nell’infantile calma un tantino estranea alla loro grazia naturale, nella sicurezza garantita da un forte inconscio equilibrio (probabilmente affine alla fede). E i portatori, riconoscibili dalla striscia di stoffa bianca attorno al capo e dal sarong a quadratini bianchi e neri; stavano seduti per terra, a gruppi di 50 o più alla volta. I portatori pronti a dare il cambio lungo il percorso (senza contare quelli della cremazione collettiva che si allontanava in opposta direzione, già stimati intorno ai 4.000) erano molte centinaia. Ammassati sui marciapiedi guardavano passare le ragazze e sottolineavano quelle belle o interessanti con grandi urli e ululati. Comprese anche vigilesse in divisa o poliziotte di altre zone (il distretto di provenienza era scritto sul braccio), venute a dare aiuto ai colleghi di Ubud, che pur essendo una delle capitali culturali dell’Indonesia, in realtà non è che un villaggio.

Le vigilesse e quasi tutte le ragazze restavano impassibili, ma c’erano quelle che sorridevano e le attenzioni andavano anche alle straniere. Gli pareva che ci fosse materiale non per uno ma per dieci articoli, che quella folla gli ricordasse fiere, sagre viste nel suo paese, che in fin dei conti anche qui le ragazze uscissero in queste occasioni per farsi vedere, per cercare il fidanzato, e a differenza degli altri giorni si vedeva la bella gente delle grandi occasioni, anche perché oggi c’erano i ricchi, le donne ben vestite, le famiglie con le figlie minorenni accuratamente truccate, gli occhi ammalianti, le camicette di trina bianca traforata che lasciava vedere la pelle vellutata delle spalle, del petto (sapeva bene che fino agli anni Trenta a Bali le donne giravano a seno nudo). Parecchie le giovani in gruppi di tre o quattro, che erano le stesse viste gli altri giorni in banale divisa scolastica, ma oggi molto più seducenti, attraenti, con le gonne fino ai piedi a sottolineare la linea delle anche - forse a celare difetti - e le scarpe nuove.

C’era un po’ di tutto; percepiva soprattutto la banalità, la genericità, anche con bei vestiti molti apparivano, sia balinesi che turisti, quello che erano davvero: esseri sciatti, trasandati, non era difficile dedurne brutto carattere, non cattiveria ma stupidità, tristezza, pena, incapacità di coordinare, di sopportare la propria frustrante esistenza passata in vili ripetitive occupazioni quotidiane, rattristata da rapporti con persone appassite, incarognite, con famigliari repellenti.

I maschi poi non gli sembravano avere alcunché di positivo, nemmeno quelli autorevoli, i molti dalla puzzetta sotto il naso, col cartellino press e le macchine penzoloni, quelli baffuti strafottenti, certamente musulmani di Giava dall’espressione sprezzante, identica in tutto l’Islam dal Turkestan al Marocco, alludente al potere, alla superiorità e gli dispiaceva molto di non saper riconoscere da qualche segno l’appartenenza alle vere caste elevate indù-balinesi. Probabilmente era più facile con le donne. Esistevano secondo lui delle fisionomie femminili tipiche alludenti a spocchia di casta, certo aristocratico pallore, certa supponenza o sussiego perfino col bianco, la stessa cura eccessiva delle anziane nell’ossigenare, colorare di leggero biondo i capelli canuti, alludevano a un appartenere alle elitarie tre caste che rappresentano soltanto il 7% della popolazione.

Mentre il rimanente 93 % dei veri balinesi “è uscito dal culo di dio” (si immagina che l’espressione poco fine sia usata dal 7%). Effettivamente lo si poteva intuire dalla volgarità dei lineamenti, dalla grossolanità dei modi contadineschi, da come spingevano e ti puntavano i gomiti e le mani, in prossemica nota e molto temuta dagli affetti da oclofobia. Perfino le ragazze giovani, quelle del popolo pur belle, avevano un tratto distintivo gajardo che presto sarebbe mutato, evoluto in peggio (ma qui il discorso deve essere sospeso, oppure farsi troppo lungo, coinvolgere proletariato, scuola, laicità…)

Una nota a sé per le famigliole di turisti in veste cerimoniale: proprio in quel momento passava una giovane coppia di olandesi (forse residenti in Indonesia), gli ex padroni e presumibilmente anche coloro che conoscono meglio la cultura balinese, la rispettano e ne hanno sentito parlare in casa fin da piccini dai nonni e attraverso tutte le loro seppiate immagini, e probabilmente la amano come la ama lui. I giovani genitori erano elegantissimi nel portamento, papà con una giacca bianca e batik splendido, lei ancor più curata nella scelta, oltre che bella. Allietati da due bambini, il maschietto sui 7 anni, col copricapo di rigore, la giacchettina immacolata che conservava ancora integralmente le pieghe della bottega, e il sarong; la bambina di 5 anni bionda ancor più tenera con camicetta, fusciacca rosa e gonna in batik. Un amore di famiglia che meritò di essere pregata di farsi immortalare. Molti occidentali, quasi tutti, erano rispettosamente in veste cerimoniale e si vedeva da lontano che avevano scelto i capi in modo adatto. Si trattava o no di una festa?

 Non bisogna dimenticare che la cremazione indù è una festa, non piange la morte ma celebra la liberazione dell’anima dall’involucro della materia. Quando il cranio divorato dal fuoco esplode, l’anima è finalmente libera. L’uso è che tutti i presenti ridano e soprattutto i parenti stretti devono manifestare allegria.

(continua...)

Luciano Troisio

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Commenti

L?ULTIMA CREMAZIONE REALE.

A breve, amices, la parte II.

"C?era un po? di tutto; percepiva soprattutto la banalità, la genericità, anche con bei vestiti molti apparivano, sia balinesi che turisti, quello che erano davvero: esseri sciatti, trasandati, non era difficile dedurne brutto carattere, non cattiveria ma stupidità, tristezza, pena, incapacità di coordinare, di sopportare la propria frustrante esistenza passata in vili ripetitive occupazioni quotidiane, rattristata da rapporti con persone appassite, incarognite, con famigliari repellenti."
Quante deduzioni!!!!!
Mi piacciono le descrizioni delle bambine nei loro deliziosi ed eleganti costumi e tutto l'insieme dei rituali, della gente, dei simboli, che in part epoi ci sfuggono....

"È noto che a Bali si svolgono quotidianamente cerimonie di cremazione (Ngaben) secondo il rito indu-balinese, e che ormai dagli anni Trenta è raro vederne qualche immagine, comprese le cartoline, priva di intrusi occidentali. Quando una cremazione si annuncia particolarmente ricca, un tam tam lo comunica (perfino con avvisi e cartelli) ai turisti, e parecchie prezzolate agenzie organizzano pacchetti e pulmini per portare i turisti stranieri ad assistervi."

> La morte è uno spettacolo.

però, lì il colore del lutto è il bianco, si ride per la liberazione dell'anima......tutto il contrario che da noi.