Bagan, domenica 19 dicembre 2010.
Sono arrivato qui il 14, tutto bene.
Sembra di essere nel deserto, non solo di giorno quando i turisti sono tra le rovine, ma anche la sera. L'albergo è molto tranquillo. Una vera pace dopo le metropoli. La prima colazione si fa sul tetto. È piuttosto scadente, peggiorata dall'anno scorso. Anche il personale sembra mutato in peggio. Il caffè atroce, stamattina non c'era nemmeno il latte condensato. Ho chiesto del tè: ignorano l'esistenza della fettina di limone. Un ragazzo è sceso ed è tornato con una bustina di caffè Nestlé (imitazione discreta prodotta in Myanmar: si chiama 3 in 1, cioè caffè zucchero cream). Ho apprezzato la buona volontà, ma domani? In Myanmar non esiste latte fresco né burro. Sostituito da una margarina da inglesi. L'unico uovo è fritto in un oliaccio da motori. Tutto scadente, nonostante la loro gentilezza. Uccellini marrone vengono a beccolare le briciole. Non hanno nessuna paura e si posano sulla spalliera della sedia dirimpetto alla mia che sono l'unico umanoide. Faccio movimenti lentissimi, per trattenerli ancora un po'. Sono un po' più grandi dei passeri, e hanno un minimo ciuffetto. Poi via, verso gli alberi. Torneranno?
Questa è la strada detta “dei ristoranti”, ed è l'unica ad essere anche asfaltata. Ha parecchie laterali sterrate dove ci sono abitazioni indigene (in pochi metri si ripercorrono a ritroso molti anni), ma anche guesthouses economiche molto più frequentate del mio albergo, che costano mediamente cinque dollari e sono dignitose. Il mio albergo ha dietro un grande cortile a giardino, con belle piante, cespugli di grandi buganvillea, prato inglese che viene tosato quasi ogni giorno con mietitrebbia. Intorno ha bungalow più costosi, deserti. Per vari giorni sono stato l'unico cliente della parte economica. All'arrivo il massiccio padrone mi ha riconosciuto subito. Gli ho chiesto lo stesso prezzo dell'anno scorso (10 dollari, teniamo presente che fino a qualche anno fa lo stipendio medio mensile era 9 dollari; ora è salito a 25). Ha iniziato le lamentazioni, che il dollaro non vale niente. Alla fine abbiamo combinato per 13 dollari. Devo però segnalare che ieri, mentre stavo al tavolo del Little Bit, prospiciente la strada asfaltata, a 50 metri dal mio albergo, è passato un side-bici, con un signore bianco mio coetaneo. Si faceva accompagnare in cerca di una sistemazione. Passando accanto al mio albergo il piloto gli ha detto il prezzo: 8-10 dollari. In base al metodo deduttivo, il mio padrone mi gabba 3-5 dollari al giorno. Per questo è deserto, e non è nemmeno consigliato dalla guida Lonely. Però non aver seccatori intorno è impagabile.
I ristoranti sono una ventina, di vario livello, dall'infame al discreto. Secondo la guida il migliore sarebbe Aroma2, con l'unico neo che contempla solo cucina indiana. Gli dedico una piccola scheda monografica: c'è gente anche a mezzogiorno, cosa rarissima (in molti ristoranti non ho mai visto un solo cliente), i prezzi sono un tantino più alti, la clientela è del tipo “nonni imbranati organizzati” che prima di partire ha prenotato tutto, noleggiato un'auto, ma ho visto anche una coppietta giungere in bici. Naturalmente tutti scelgono il pollo Tanduri, per il quale bisogna aspettare almeno mezzora. Costa 6000, e comprende una piccola zuppa di lenticchie (in indiano: dal, ti chiedono se ne vuoi ancora), del pane ciapati, poi arriva il pollo, disossato. Avevo chiesto che mettessero poche spezie; di solito gli indiani fanno l'indiano, ma stavolta hanno esagerato nell'obbedirmi, perché era abbastanza insulso. Procediamo con ordine: prima di tutto bisogna descrivere la giovanissima cameriera allogena, in divisa da bonazza. È chiaro che si tratta della figlia del padrone (la famiglia è indiana, quindi con fisionomia indoeuropea completamente diversa dai locali e senza occhi a mandorla, ma con pelle caffelatte). C'è anche un'altra camerierina indigena, minorenne, forse precaria e malpagata, molto carina, col suo bel tanaka d'ordinanza impiastricciato sulla faccia. Svolge mansioni non dico inferiori, ma diverse ed è vestita come i locali, con gonna lunga longyi (simile al sarong, usata anche dalla maggioranza degli uomini).
La bonazza invece è addobbata con molta, eccessiva cura, alla moda occidentale, con una sfrontata calzamaglia nera che immagino sarebbe oscena se il lato B non venisse coperto appena appena da una camiciola bianca a disegnetti neri da boutique, dalla quasi neoclassica vita altissima che costringe-sostiene il seno (notevole) e ne lascia intravedere l'inizio. Scarpe distinte, una rarità, capelli alludenti lunghi sciolti. Quando parla coi clienti è costretta a ravviarli spesso, perché le coprirebbero il volto (non bello). Quindi il risultato è che tiene la testa piegata a madonnina in modo che almeno una banda di capelli penda da una parte. Immagino che si vesta così solo nelle ore di lavoro. Devo dire che fa un certo effetto. È gentile, trasmette un senso di sicurezza e di agio. Il messaggio è: questo ristorante (indiano) è il migliore di tutta la Birmania (è scritto anche nella pubblicità: alla fine vi danno un giallo pieghevole informativo pubblicitario, che contiene anche una (pessima) mappa di Bagan, e che reca scritto in una dozzina di lingue: se il cibo non è buono, non si paga (nie dobre, nie placie).
Dunque bisogna aspettare mezzora. C'erano già due coppie di nonni francesi, poco dopo è giunta una macchina con accompagnatrice indigena e coppia europea. Tutti parlavano sottovoce: un vero apax. Quasi subito è arrivata la coppietta in bici, muta. Nelle more molti bevono birra. Portano in ogni caso delle discrete arachidi da meditazione. Io, avendo serie difficoltà a controllare l'ansia nei tempi morti, ho ordinato nella fattispecie sincronica un'insalata di avogado. Dopo qualche minuto la bonazza è venuta gentilmente a chiedermi se la volevo come primo o come secondo. Essendo confricante col concetto filosofico di decorso del tempo, l'ho voluta subito. Ottima.
Quando arriva il pollo Tanduri c'è un po' di scena: la bonazza vi stende a mo' di tovaglietta-piatto una larga foglia di banano tagliata a rettangolo, poi la ragazzina arriva con una serie di salse e ve ne scodella a piacere (ho rifiutato quelle troppo elettriche e piccanti) direttamente sul banano. Alcune, scurissime, catramose, risultano dolci, ce ne sono anche liquide a base di yogurt e verdure frullate, queste vengono versate in apposite scodelline. Poi arriva il pollo, rosso Tanduri, cotto a puntino, disossato e senza pelle. Secondo me da solo sarebbe banale e insulso, ma con le salse invece il discorso cambia e il sapore conquista una sua declinabile finezza (il pollo Tanduri che ho gustato in molte occasioni e sotto molti cieli, sarebbe molto più caratteristico, netto nel sapore, speziato a volte anche troppo, accompagnato da cipolline bianco-viola in aceto).
Hanno davvero delle pretese. Ho chiesto un caffè. La bonazza, subito attonita e scurita, è andata a informarsi (con la prudenza di un nostro meridionale: uora m'informo), su un'ordinazione così stravagante. È tornata proponendomi un ottimo tè indiano, cui ho rinunciato. Alla fine, al conto, portano delle delicatissime piccole cialde di tamarindo. Lo fanno solo in tre o quattro ristoranti. L'anno scorso ero convinto che si trattasse di susine.
Bagan, 20 dicembre 2010
Valutando, godendo, l'opera di un creativo, sia essa scritta, oppure un quadro, un film, bisogna sforzarsi di individuare il punto cruciale che funge (secondo noi) da “discrimine”. Quasi sempre infatti esiste un momento in cui la nostra vivida rapita attenzione, conquistata dalla magia del racconto, si affievolisce, cessa, ci fa pensare: “ora la narrazione-descrizione diventa pesante”.
Bisogna individuarlo con la massima precisione: pagina o immagine. Corrisponde al momento in cui si palesa a noi stessi la nostra delusione, per avere il racconto preso una brutta piega, o comunque molto diversa da quanto noi, senza sapere bene dove ci stavamo inoltrando, in totale echiana amorosa combutta con l'autore, ci aspettavamo fino a quel momento. Gli esempi sono infiniti.
Pensiamo al film “Stargate”: l'inizio è carico della sospensione magica (di ogni inizio). Il mistero ci conquista subito, si procede magnificamente nel racconto che ci fa partecipi di qualcosa di eccezionale. Tutto procede a puntino, si passa al di là dello schermo, arriva l'astronave a piramide, affascinante, enigmatica, perfino ambigua. Si possono giudicare ottimi anche tutti i particolari, la ricostruzione delle armature egizie, rivisitate dalla tecnologia avanzata nostra contemporanea, e il resto.
Ma a un certo punto, ecco che le meraviglie crollano, e il film si tramuta, da avventura nel mirabile altrove, in bega quasi sindacale con misere popolazioni primitive e sfruttate dai potenti alieni, aiutate da quattro americani romantici nella loro pur sacrosanta rivolta (e già il Manzoni dagli atri muscosi invano ci avvertiva di non illuderci, che nessuno ci aiuterà, che poi l'un popolo e l'altro sul collo ci starà.)
Quindi un ripiegamento, una sterzata che rende meno efficace lo straordinario inizio. Lo riduce a scontato finale banale, come un filmetto da quattro soldi, precipitato nel solito cliché: vittoria dei buoni, distruzioni dei cattivi alieni, che invece erano una magnifica invenzione filmica; l'esistenza ridotta al solito esistenzialista trantran, praticamente dignitoso-insostenibile pur con sussidi degli americani, e a maggior ragione priva di senso.
E ancora: Luciano Troisio, La ladra di pannocchie, Manni, 2004. (romanzo di cui sono state vendute 22 copie e che l'autore si aspetta da un momento all'altro che vada al macero per comperarne un centinaio a peso).
Discorso amoroso sull'evoluzione del Veneto, da povertà e pellagra a Nordest, metafora del prima e della ricchezza. Giudizio dei lettori: le prime 30 pagine capolavoro di descrizione della stupenda, petrarchesca campagna veneta. Il lettore giustamente si aspetta di proseguire su quel livello. Invece la descrizione vira subito in narrazione, in plot seppureinteressante che deve dire dell'emancipazione della protagonista Nerina, nata nella vera fame, eppure dotata di una eccezionale intelligenza che la farà urgere-emergere nonostante tutto, diventare colta e ricca. E ancora: la metafora-metonimia continua narrando le vicende di sua figlia, vittima della droga. Della sua fuga in India, del suo ritrovamento, della morte per overdose. Tragitto quasi obbligatorio, di cui una volta, fino a 60 anni fa, nel Veneto nulla si sapeva.
Ma Nerina, il Veneto, non si arrende ai lutti, continua a lavorare indefessamente, generosamente. Il finale è a sorpresa. Inaspettato, simbolico. Il lettore non accetta che la storia sia imprevedibile, alcuni critici a pagamento, alcuni gretti editori, sostenuti in questo da varie istant-scuole di scrittura, non pubblicano romanzi che narrino “due storie”. Secondo loro qui la metonimia è sfuggita di mano, diventa altro. Interessante, importante, ma il lettore tutto sommato rimpiange la magica bellezza della campagna d'antan (tuttora esistente).
Errore madornale? Senza rimedio? Perché questa è la risultante analizzando un'opera. L'autore, forte di mille precedenti delusioni, dovrebbe riuscire, una volta finito il suo lavoro, ad analizzarlo obiettivamente, come se fosse un estraneo a sé. Cosa peraltro quasi impossibile (altrimenti molti l'avrebbero già fatto). Forse perché, nel procedere nella scrittura-invenzione-regia, si arriva presto a una fase di stanca, non se ne può più, non si vede l'ora che tutto finisca. Questo è l'errore fondamentale. Spesso si giunge addirittura a criticare negativamente la propria opera come aliena a sé: non ti riconosco come mia creatura, non era questo che volevo dire!
Lasciando da parte il cinema, che naturalmente coinvolge molte persone e necessita di molto denaro ecc., restiamo nel campo della scrittura, dove lo scrittore è solo, non dipende da nessuno, non ha (bisogno di) fondi, deve contare soltanto sulle sue forze (che non conosce del tutto). Inutile poi che domandi aiuto ad amici di cui si fida. Se avranno la bontà e la generosità culturale di leggere attentamente l'opera (cosa che succede assai di rado), potranno abbastanza facilmente individuare errori e dare buoni consigli. Che però di solito non convincono e inoltre feriscono l'autore che li aveva chiesti; sicché invece di ottenere qualche risultato apportando modifiche, accelerazioni, tagli, spesso l'unico esito è creare attrito con persone amiche.
Allora, che cosa dovrebbe fare l'autore? Dovrebbe avere la capacità di rileggersi. Di individuare il famoso punto dopo il quale comincia la (rapidissima) parabola discendente, e avere la rara dote di eliminare o spostare molto più in avanti tale punto, riscrivendo-inglobando nella freschezza primaria (quella in cui l'ipotesi leggente sarà ancora magicamente avvinta e spronata a continuare avidamente) la maggior parte delle scene. Se poi riuscisse a farlo con tutte (naturalmente avendo anche il coraggio di distruggere e uccidere qualche creatura superflua), avrebbe creato una splendida opera, dove il famoso punto non esisterebbe, o comunque sarebbe assai difficilmente individuabile, e da pochi spocchiosi (invidiosi) raffinatoni. Il che ovviamente rientra nella misteriosa magia, di cui lo scrittore non parlerà mai, e che forse si trascina dietro inconsapevolmente (come dono).
Bagan, 24 dicembre, 2010
Alle 14 partenza per lago Inle. Non ho scritto niente.
Qui: villaggio assai tranquillo, silenzioso, tenuto pulito. Raro vedere una foglia, una carta per terra. Le centinaia di horse-cart raccolgono preventivamente le cacche in sacchi ipocaudali. Cucina discreta al Little bit of Bagan (ora ce ne sono 2 nella stessa strada, identici. Sufficiente la pasta, discrete le zuppe a base di lenticchie e patate, ottime le salad). Anche Aroma2, per quanto riguarda la cucina indiana. I clienti non sono una folla. Camerieri imbranati e illetterati, boss filogovernativi, alcuni spavaldi, altri maniaci dell'ordine, spostano le sedie di millimetri, si accucciano a raccoglier briciole. Qui si possono leggere le introvabili edizioni in inglese del quotidiano di regime, con foto di idilliaci generali (il nome è preceduto da un paio di righe di titoli) che giocano a golf. Nell'ultima pagina si pubblicano slogan e quotations del Pensiero dei medesimi. Singolare che fuori dal Myanmar nessuno li abbia mai sentiti nominare. Se la passano benino, gestendo l'affare del gas naturale (in combutta con francesi e inglesi che se ne sbattono delle sanzioni dell'Onu) e soprattutto con la produzione di derivati dall'oppio. Il Myanmar è il secondo produttore mondiale dopo l'Afganistan. I generali hanno dovuto calare le braghe venendo a patti con le due famose etnie ribelli dell'est, abitanti il grande Stato Shan, favorito dal fatto che controlla i confini con Tailandia, Laos e Cina. Appartenenti a un mosaico di coloratissime etnie seminomadi delle colline -se ne contano 36 sottogruppi- sono gli Shan e i Wa (tagliatori di teste piuttosto irritabili, mai sottomessi nemmeno dagli inglesi, vivono nella parte nord dello stato, e soprattutto a est del fiume Salueen) che nelle loro terre la fanno da padroni, come del resto hanno sempre fatto, sebbene divisi da rivalità interne.
Compagnia di vivaci scoiattoli sugli alberi e sui fili della luce. Indaffarati e stranissimi nelle loro improvvise soste immotivate.
Gli altri ristoranti, provati per amore della ricerca sono raffazzonati, improvvisati. Se per caso arriva un cliente mandano il bambino in bicicletta a cercare l'incapace cuoca: fanno schifo.
Giro delle rovine: sempre di grandissimo fascino. Si può godere del tramonto salendo soltanto su una delle grandi pagode, che all'uopo è dotata di ringhiere. Altrimenti diventa un'impresa per alpinisti. Io soffro di vertigini, ma il pericolo è relativo: al massimo si cade sulla terrazza più sotto.
Sono andato in oscar (capivo “postcard”, ma in realtà era horse-cart). I carretti-birocci sono estremamente scomodi, è meglio stare a fianco del cocchiere; salire e scendere (per le foto) non è affatto semplice. La gente che si vede è di grande interesse perché spesso appartenente a etnie mai viste, dalle vesti molto strane. Purtroppo l'idea del tramonto credevo di averla avuta solo io, ma non era così. Consiglio di non arrivare prima delle 17.15, altrimenti dovrete sorbirvi i turisti oltre che le bambine che vendono cartoline, e riconoscono immediatamente la vostra nazionalità e lingua. Nel mio caso, la bambina, che ignora di essere graziosa, mi ha detto di togliermi le scarpe (me ne ero scordato), poi vedendo la mia difficoltà nel salire i gradini (altissimi, ce ne sono anche di 50 cm), mi ha detto in buon italiano: “chi va piano va sano e va lontano”. Subito raggiunta da altre due bambine agili come scoiattoli, ho deciso che avrei dato i mille kyat alla prima, tenendo presente la forma del tanaka sulle sue guance. Le altre insistevano. Intanto avevo raggiunto lentamente a fatica la più alta delle terrazze, che era già quasi gremita, alle 16.30.
E' molto più aleatoria la prossemica con bianchi. Stavolta mi sono toccati due tedeschi di tipo superuomo, che vivono in Svizzera. Avevano un accompagnatore aborigeno alto un metro e trenta, che parlava un fluente inglese e aveva il tratto del filosofo pessimista-trimalcioniano. Moralisticamente giudicava il pessimo comportamento dei turisti: “siamo uomini o siamo coglioni?” (Petronio Arbitro), insomma non se ne può più. Chissà se alludevano anche a me, che nel frattempo avevo esaurito la batteria e cercavo di spiegarlo alle bambine le quali (sotto lo sguardo e gli ordini di adulti, forse parenti), non mollavano la presa e si erano messe in posa contro panorama, ma solo due. La terza apparteneva a un clan rivale. Comprate le volgari cartoline in cattive condizioni, pagati i mille kyat, mi sono finalmente appoggiato quasi ansante alla parete della pagoda, già fittamente occupata nella parte in ombra.
Il tedesco si teneva una mano sul viso, quasi cercasse di nasconderlo, era sorridente, ambiguo. Dall'altra parte lei, una cinquantenne di media bruttezza, con l'espressione del disprezzo verso le razze inferiori, rispondeva alle fitte domande dell'accompagnatore. In contemporanea accennò subito al ganzo: andiamocene da qui. In realtà si spostarono solo di un lato. Il suo atteggiamento mi è parso niciano. Non avendo più batteria, ho voluto fare il giro della pagoda (cambia il panorama, la dominante luce, il mondo, ma non i turisti). Naturalmente l'angolo verso ovest era fitto e affollato come una metropolitana giapponese nell'ora di punta. Famigliole con bambini che si erano insediate costì da almeno un'ora. Perfino un gruppo di sloveni di limitata antipatia; assieme a me, svilivano la realtà. L'accompagnatore si era seduto su un merlo del muretto. Solo a vederlo mi girava la testa. Lei stava consolandolo, dicendogli con grande maturità e saggezza: succede così in tutto il mondo. Stavo per rispondere: in Svizzera no, perché (a parte gli orologi a cucù e i conti dei delinquenti mondiali) non ci sono beni culturali in quel civile paese tranquillo e bovino. Ma mi trattenni, perché sono abituato a controllarmi quando mi trovo tra la becera folla. E poi il tutto era prevedibile e previsto.
Alla fine, dopo aver aspettato il tramonto preventivato, provai a riaccendere la camera, che mi permise di ricavare altri quattro mediocri scatti contro sole, prima di schiattare. Non potendone più ero sceso al piano inferiore (terzo su quattro). Affollatissimo, di gente anche locale, bianca, cinese, schiamazzante, in meditazione, che ammaliata aveva dimenticato le borse, che guardava fisso il sole concentrata in posizione yoga. Appena sparito il tuorlo, cominciò la lenta discesa della marmaglia nella parte dotata di ringhiera. In coda, una lentezza esasperante. E a valle: decurie di venditrici di tutto, a prezzi stracciati (se vi mancano sottobicchieri laccati, potrebbe essere un'idea soprattutto originale per un regalo da un dollaro per le vostre nemiche... avreste risolto il problema).
Ricerca del barrocciaio nella folla. Quasi si nasconde, non vuole assolutamente interferire, danneggiare i compari che offrono anelli e rubini Mogoc grandi come una zucca, per soli mille dollari trattabili. Il cavallino fa le bizze; ecco finalmente un vero imprevisto. Il barrocciaio lo avvicina molto cautamente come al rodeo, lo fa tenere da un compare per le briglie, non vuole muoversi. Peggio dei muli degli alpini. Bisogna riuscire a fargli fare un intero giro su se stesso in senso orario. Io resto cinicamente a bordo. Farà così altre due volte, quando il driver mi chiede il permesso di fermarsi, a comperare il betel. Una volta fermato è davvero un problema farlo ripartire. Facciamo un tratto della grande superstrada sud, poi giriamo per stradine sterrate, fitte di pagode più piccole. Veniamo superati da altri carretti. Veloce scambio di battute e uno si ferma, viene ad aiutarlo. La romantica coppietta deve attendere indifferente. Cosa starà pensando?
Una delle pagode Swe (d'oro) incombe. Siamo a casa.
Ho passato dieci giorni a Bagan. Poi mi sono trasferito al Lago Inle. Giunto a Nyaungshwe (a volte nyaung viene tradotto in banano, altre in banian) dopo un breve volo, tutto puntuale. Letti di corsi d'acqua a regime torrentizio in secca, addirittura coltivati (e se arriva la piena?). Si sale in montagna: corrugamenti boscosi, deserti o attraversati da esigui sentieri, minimi villaggi di capanne, irraggiungibili. (Povera gente abituata al freddo. Però nella foresta la legna non manca. Si spera che di notte possano accendere dei fuochi all'interno delle capanne). Poi un quasi altopiano bellissimo di terra arata da poco, di varie gradazioni di marrone anche intenso e rettangoli verdi. Sbagliato a ritirare il bagaglio (equivoco: due valige nere uguali). Rincorso da portatore. Diviso il tassì con vegliarda cameloparda tedesca di Monaco. Ora il biglietto-tassa costa 5 dollari. Sceso al May ghouse, 7 dollari. Andato subito dal cinese dell'internet point. Come sospettavo e speravo, qui la giunta militare non comanda un bel niente, i suoi divieti su internet, in particolar modo su Yahoo, non valgono. Infatti riesco ad aprire la posta, pur con difficoltà. 140 messaggi e 72 antispam. Questa ad lumen nasi è un'ulteriore conferma che lo Stato Shan gode di una tale autonomia che si potrebbe anche chiamare indipendenza. Riuscito a trasmettere breve messaggio e auguri a una dozzina di amici. Mangiato fragole, pasta al burro discreta, bevuto rum. Parlato con famiglia di Barcellona, lui italiano di Como. Si sono incontrati a Bali.
[continua...]
Luciano Troisio, gennaio 2011.
Per approfondire: TROISIO in Lankelot
Commenti
Bagan, domenica 19 dicembre
Sembra di essere nel deserto, non solo di giorno quando i turisti sono tra le rovine, ma anche la sera. L'albergo è molto tranquillo. Una vera pace dopo le metropoli. La prima colazione si fa sul tetto. È piuttosto scadente, peggiorata dall'anno scorso. Anche il personale sembra mutato in peggio. Il caffè atroce, stamattina non c'era nemmeno il latte condensato. Ho chiesto del tè: ignorano l'esistenza della fettina di limone. Un ragazzo è sceso ed è tornato con una bustina di caffè Nestlé (imitazione discreta prodotta in Myanmar: si chiama 3 in 1, cioè caffè zucchero cream). Ho apprezzato la buona volontà, ma domani? In Myanmar non esiste latte fresco né burro. Sostituito da una margarita da inglesi. L'unico uovo è fritto in un oliaccio da motori.
[luciano in birmania] buondì
[luciano in birmania] buondì professor. Domani o dopodomani pubblichiamo la terza e ultima parte. Intanto, come sempre... merci!
Per tutti. Per approfondire: TROISIO in Lankelot
[troisio] Naturalmente si
[troisio] Naturalmente si tratta non di margarita, ma di orribile margarina
[margarina] corretto!
[margarina] corretto!
[estetica, scrittura,
[estetica, scrittura, troisio] Questo talento che descrivi è un sogno: coincide col massimo dell'autocontrollo e della coscienza possibile. Ma è un sogno bellissimo.
"che cosa dovrebbe fare l'autore? Dovrebbe avere la capacità di rileggersi. Di individuare il famoso punto dopo il quale comincia la (rapidissima) parabola discendente, e avere la rara dote di eliminare o spostare molto più in avanti tale punto, riscrivendo-inglobando nella freschezza primaria (quella in cui l'ipotesi leggente sarà ancora magicamente avvinta e spronata a continuare avidamente) la maggior parte delle scene. Se poi riuscisse a farlo con tutte (naturalmente avendo anche il coraggio di distruggere e uccidere qualche creatura superflua), avrebbe creato una splendida opera, dove il famoso punto non esisterebbe, o comunque sarebbe assai difficilmente individuabile, e da pochi spocchiosi (invidiosi) raffinatoni. Il che ovviamente rientra nella misteriosa magia, di cui lo scrittore non parlerà mai, e che forse si trascina dietro inconsapevolmente (come dono)."
> (forse).
[Troisio 2] intanto mi sono
[Troisio 2] intanto mi sono letta le interessanti osservazioni gastronomiche, la foglia di banano con sopra le salse è proprio carina, il pollo tanduri per me un mistero.
Evidenzierei la stessa parte di Gf sulla scrittura, è straordinario come tu inserisca delle considerazioni di tipo saggistico in una narrazione di viaggio esotico, apri una parentesi interessante, anche autoironica come al solito.
Il tramonto: lì c'é un bestiario di gente...... certo che hai l'occhio così addestrato all'osservazione dei tipi umani!!!!!
Il tramonto come momento aggregativo dei tipi più diversi.
[reportage] Cara Marina, la
[reportage] Cara Marina, la vicinanza della gente e' il problema principale per me. Forse non dovrei piu' parlarne, ma il fastidio e' enorme. Dipende dalla maleducazione. Oggi una russa mi ha dato due culate sulla zattera con cui ci portavano al battello. Bisogna frenare gli impulsi, pero'...
Sono tornato in un'isola che conoscevo, dopo molti anni. Molto di cambiato, ma per fortuna niente automobili, rari pikup e strade ancora sterrate con buche che ti fanno riemergere le uova fritte (ma almeno la nostra coscienza ecologica e' a posto).
[Troisio 2] eh,sì, si
[Troisio 2] eh,sì, si percepisce chiaramente questo problema dell'eccesso di contatto con persone non richieste, sgradite, penso che comunque sia un po' così per tutti (penso a quanto fastidio ci dà rimanere pressati sul bus), con varie soglie di resistenza al fastidio.
[marina] Non direi che c'e'
[marina] Non direi che c'e' qualcosa di aggregativo per i turisti. Forse tra i giovani si', ma per i pensionati la vicinanza e' solo casuale e possibilmente da evitarsi.