Il vecchio turista era a Siem Reap per visitare le rovine Khmer di Angkor, non aveva veri problemi economici e infatti sarebbe voluto scendere a un albergo rispettabile ma, essendo il periodo natalizio, non si trovava nulla di libero se non a prezzi eccessivamente alti, oppure nei posti indecenti. Non dava nessuna importanza al lusso e alle comodità superflue; gli bastava una stanza anche modesta, purché con buone garanzie d’igiene e soprattutto silenziosa: ciò che in inglese, un po’ eufemisticamente si definisce quiet and clean. Aveva avuto quella prima notte una brutta esperienza in un albergone dove portavano greggi di turisti in combutta con le agenzie. Si trovava sulla statale n° 6 per Phnom Penh, passavano camion e pullman con clacson crudeli, a tutte le ore.
I popoli asiatici non si preoccupano del rumore, lo tollerano senza problemi, dormono in mezzo al chiasso, anzi si meravigliano che gli stranieri occidentali siano così suscettibili alle loro voci tenute al massimo volume, come del resto le radio, le tv. Perché la musica gridata la considerano un lusso moderno (mentre la loro tradizionale è un’armonica nenia…).
Lui invece una volta svegliato non riusciva a riprendere sonno.
Aveva letto un antico famoso libro: il Galateo di Della Casa, compendio di norme di comportamento, modello antonomastico per migliaia di altri compendi simili, in tutto il mondo. L’autore gli era immediatamente risultato simpatico perché soffriva del suo stesso disturbo: era un iperacustico, non tollerava i rumori e infatti ne accennava nella sua opera indicando tra le norme di educazione anche quella di non provocare rumori molesti. Nell’introdurre l’edizione moderna che aveva acquistato, il curatore citava anche uno scrittore italiano, tale Pascoli, sensibile allo stesso problema. Anche questo Pascoli gli sembrava simpatico, perché a suo tempo aveva addirittura scritto delle lettere al parroco della chiesa nei pressi della quale abitava, lamentandosi delle campane che lo infastidivano tutto il giorno e anche la notte. Come lo capiva!
A peggiorare la sua momentanea situazione ora erano intervenuti, con inizio alle ore otto, anche dei falegnami con raspe, trapani e martelli: riparavano delle porte a pochi metri da lui. Meglio andarsene.
Avendo fede nell’ottimismo, fece un buon breakfast nell’annesso ristorante, stesso albergo, ma con immagine assolutamente diversa: infatti il personale era gentile, oltre all’inglese usava anche il francese, le cameriere erano ben vestite in modo tradizionale, piacevolmente riserVate e quasi timide. Una in particolare l’aveva colpito per la sua avvenenza delicata e poco vistosa: non gli sembrava possibile che fosse una semplice subalterna, la classe si riconosce. Forse era la padroncina top-model, alta e snella, avvolta nella serica elegante gonna lunga, che dava una mano in occasione delle festività. Lui vecchio non aveva possibilità di udienza come casanova, ma per lei sarebbe comunque rimasto, anche solo per scambiare qualche parola durante le ordinazioni…
Purtroppo non si può mai fare come davvero si vuole, è una regola della vita, lui esperto in delusioni lo sapeva, solo pochissimi riescono a ottenere proprio ciò che vogliono, e lo fanno con artistica pazienza tramando a tempo pieno, superando a oltranza mille difficoltà. Risalì in camera, gli pareva di essere assediato da una specie di malessere indecifrabile, preparò la borsa non troppo pesante, e l’altra più piccola delle cose da conto; vi spiccava un portatile di due chili, dal quale non si separava in nessuna occasione e con cui si puniva girando il mondo. Scese, pagò il conto al personale piuttosto villano della reception, uscì, attraversò la strada (perché qui si guidava a destra come nell’Europa continentale). Tra la decina di offerte di trasporto che l’avevano in un attimo assediato scelse un classico civettuolo risciò a motore e si fece portare al vecchio mercato. In questa zona secondo la guida c’erano parecchi alberghetti d’epoca coloniale simpatici e accoglienti.
Naturalmente anche qui tutto era al completo; ne ispezionò cinque o sei. Non gli andavano: le camere disponibili erano sporche, puzzolenti, con rubinetti e docce gocciolanti, scarafaggi, polvere o capelli sul bianco dei sanitari. Risultava evidente che molti le avevano in precedenza viste e rifiutate.
Ora aveva finalmente individuato un posticino piuttosto bello e strano: infatti per salire alle camere bisognava prima attraversare una gioielleria, ammirare le sue vetrine di preziose rarità. La stanza non era male, ma non era passato nemmeno un minuto da quando stava accordandosi col gestore, che si mise improvvisamente in funzione una specie di tremenda mietitrebbia. Tirò la tenda e si affacciò: dall’altra parte del cortile ingombro di impalcature un’impresa di costruzioni stava ampliando un altro alberghetto. Si ingrandivano dovunque, un vero boom. Fuggì immediatamente.
Esausto, accaldato, assediato da gente poco raccomandabile alfine cedette e accettò una stanza semplice senz’aria condizionata in una pensioncina a carattere familiare. La padrona era una giovane donna cinese di forse 25 anni, piuttosto bella, dal viso interessante e furbo, caratterizzato da una tumida bocca che parlando assumeva posizioni lievemente asimmetriche inusuali; le trovava molto seduttive, quasi una smorfia alludente a leggere depravazioni, o almeno lui così pensava; in queste cose si sa, non esistono regole. Forse quella bocca lo aveva attratto, sì, forse per quella bocca, e anche per la stanchezza, aveva accettato la camera, oltre che per i modi gentili e l’educazione che gli aveva dimostrato fin da subito, consegnandogli la sua carta da visita (per non dimenticare l’indirizzo) con ambedue le mani, gesto che sapeva significare rispetto e considerazione.
La pensioncina aveva poche stanze su due piani. Gli spazi erano abbastanza ristretti in quella parte vecchia del paese, infatti l’entrata non era più larga del grande lussuoso cancello a scomparsa, in ghisa dipinta di blu e oro. Ne aveva già notati molti di questi cancelli, erano una specie di status-simbol e probabilmente, assieme alle baguettes, ultimo residuale retaggio di cultura francese ancora in uso. La casa era tutta lì, sì e no una decina di metri, compressa tra altri identici alberghetti contigui. Il cortile, dieci metri per cinque, era cementato e ornato, senza impedire il passaggio, da grandi vasi di fiori, tenuto pulito come se fosse il pavimento di una stanza; confluiva poi in un portico che era il cuore della casa, pur non essendo chiuso verso l’esterno, come un palcoscenico, protetto soltanto dalla recinzione del cancello. Infatti lì si trovavano il frigorifero delle bottiglie d’acqua sormontato dalla tv, due comode sedie per i nonni, un grande divano in legno rossastro massiccio, uno scaffale di libri di scuola, una solida porta che immetteva nelle stanze priVate della famiglia; in un angolo il vasto accesso al corridoio delle stanze e nell’altro l’armadio con i vestiti. Al confine tra portico e cortile un minimo dislivello nel cemento ricordava che, entrando, in quel punto si abbandonavano le scarpe.
Cartelli alle pareti, poster, avvisi in inglese, khmer, cinese, meticolose istruzioni per gli ospiti, economiche offerte di giri ed escursioni, di biglietti d’autobus.
La signora aveva una pelle molto chiara, a differenza della giovane servente khmer molto più scura e di fisionomia comune, mentre la signora aveva un volto gentile. In quel momento era uscita da una delle stanze una longilinea bambina con un’enorme conca di plastica rosa colma di stoviglie; si era diretta in un angolo del cortile, si era accovacciata e aveva cominciato a rigovernare. Poteva avere otto anni, capelli nerissimi e dritti, un volto quieto, occhi bassi che gli trasmisero subito una complessa idea di bontà e anche di rassegnata ubbidienza.
La mattina seguente si era fatto portare alla zona archeologica da un motociclista di fiducia della signora. La strada asfaltata si inoltrava prima tra vaste zone che apparivano più trascurate che coltiVate, poi nella giungla vera e propria. Un fischio terribile, metallico, alieno cominciò a ronzargli nelle orecchie. Andava e veniva, sembrava sparire e poi risultava ancor più prossimo. Non aveva mai udito un suono così indecifrabile e penetrante. Forse un’astronave stava atterrando nei paraggi? Finalmente il pilota si girò con un sorriso un po’ ebete e disse soltanto: -Cicale.-
Per prima cosa c’era da fare il biglietto, operazione articolata non da poco e infatti sembrava di essere a un affollato casello di autostrada; bisognava prima farsi fotografare (qui gli venne improvvisamente da pensare ai Khmers rouges e alle terribili mostruosità viste nei campi di sterminio, nonché al famoso Liceo S 21, famigerato luogo di tortura ora museo, alla loro mania di catalogazione fotografica delle vittime, prima e dopo gli interrogatori). Appena pronta la foto gli fu allestita una tessera plastificata valida tre giorni al prezzo di 40 dollari, subito vidimata per il primo giorno, e poi: via, verso la mitica Angkor, la zona archeologica più vasta del mondo.
In pochi minuti, costeggiando i più colossali alberi visti in vita sua, giunsero allo spettacolare grande specchio d’acqua che circonda il gigantesco tempio di Angkor Vat; ma lui voleva prima visitare Angkor Thom (la grande), famosa città morta, due chilometri più a nord, nove km quadrati di rovine, cinque porte monumentali ornate di misteriosi faccioni dal sorriso glaciale enigmatico, che ricordava di aver visto negli anni della giovinezza in dozzinali libri per ragazzi.
Ogni porta, alta più di 20 metri, era protetta da 54 grandi statue di dei e 54 di demoni che sembravano giocare al tiro alla fune con un mitico serpente. La guida si dilungava a illustrare l’antica leggenda mitologica cui si riferiva quel gioco: si trattava della complicata Burrificazione dell’Oceano di latte, per ottenere l’elisir dell’immortalità. Il fascino aggiunto consisteva nelle vicende della riscoperta di questo sito, sepolto nella giungla per almeno quattro secoli, poi esplorato dal francese Mouhot, che nel 1870 aveva pubblicato il suo famoso libro, subito tradotto anche in altre lingue. Le illustrazioni magnificavano per la prima volta il fascino misterioso di questi monumenti, realizzati con una larghezza di mezzi davvero stupefacente e quasi faraonica. Le illustrazioni pubblicate nell’800 testimoniavano che già molte teste erano state segate dai ladri.
Il nostro turista si era munito di un cappellaccio incerto tra quello di Ghoete e quello d’ordinanza del settimo Gurkha; l’aria era frizzantina, stavano ormai arrivando alla porta sud. Intravedeva già un gruppo di grandi elefanti scuri, quasi neri come non ne aveva mai visti, con policrome gualdrappe da festa, inservienti in costumi di seta verde e accessori dorati. Una cura eccessiva, forse da grandi occasioni, non certo per lui. Provava gioia e malessere nello stesso tempo, ma la soporifera tendenza ad abbandonarsi alla Sindrome di Stendhal fu bruscamente interrotta per due motivi: la moto non funzionava più e nello stesso tempo una lacerante sirena della polizia annunciava l’arrivo di un corteo di vetture.
Preceduta da varie auto di servizio una lussuosa Mercedes blu col vessillo ufficiale italiano, i vetri oscurati, era lentamente passata davanti a lui, seguita da altre macchine, poi da due pullman recanti il cartello italian diplomat, ancora altre vetture della polizia, un mezzo dell’ospedale di Siem Reap (nel caso di qualche improvviso malore diplomatico), altri mastini in moto. Mentre si era distratto a guardare elefanti e corteo, il suo accompagnatore era sparito; alcuni ragazzi sornioni gli fecero capire che era andato ad aggiustare la moto e lo accompagnarono al centro esatto della città quadrata, dove si trova il famoso tempio Bayon dalle 54 torri ornate da oltre duecento grandi enigmatiche facce sorridenti. Durante il tragitto dovettero ancora fermarsi perché un secondo minore corteo di diplomatici italiani si dirigeva al tempio e calcolò che forse un solo Jumbo non ce l’avrebbe fatta a trasportare una delegazione così numerosa.
Giunto al Bayon, stordito dalla magnificenza delle 54 torri, estasiato assistette alle danze di eleganti ballerine in costume antico, offerte con un certo sfarzo agli ospiti italiani, che sedevano rilassati con eleganti compagne sotto grandi ombrelli cerimoniali e verdi padiglioni, scattò da buone angolature qualche foto quindi si avviò verso la Terrazza degli Elefanti, una grandiosa piazza dove anticamente si svolgevano le grandi parate degli eserciti vittoriosi. Giunse alla mitica “Terrazza del Re Lebbroso”, vide finalmente la copia dell’omonima famosissima scultura (l’originale si trova al centro del cortile del Museo di Phnom Penh), qui fu costretto a sedersi in preda alle vertigini, travolto da troppo emozionante bellezza.
Si fece riaccompagnare a casa, accaldato e in preda a brividi. Troppe sensazioni, troppo sole per un nordico come lui; doveva fare attenzione, riguardarsi, gli aveva detto la giovane signora cinese (aggiungendo mentalmente: specie alla sua età).
Qualche ora dopo, mentre sedeva sul divano del portico-soggiorno, una bimbetta seminuda di circa 6 anni era uscita di corsa, aveva afferrato un oggettino e invertita la rotta era di nuovo sparita nelle chiuse stanze di famiglia. Calava la sera di un giorno ricchissimo, uscì per mangiare un piatto di frutta, si ritirò nella sua camera.
Quante cose aveva visto in quel giorno, quante magnificenze: danze di belle donne, antichi prestigiosi templi, alberi giganteschi, elefanti, sculture famosissime, alcune delle quali aveva già ammirato in immagine prima di partire, in volumi del XIX secolo della sua biblioteca.
Ma le immagini che lo perseguitavano erano (oltre alla bocca della giovane signora): la bambina scura che ubbidiente rigovernava le stoviglie, certo figlia della servente Khmer; la bambina ricca seminuda che era apparsa all’improvviso e per contro, altri bambini e bambine, laceri, sporchi di terra, dai volti tremendi, che aveva incontrato per strada e tiravano un carrettino carico di bottiglie di plastica vuote, di fogli di cartone, di giornali vecchi. Gli avevano trasmesso uno strano sgomento: si era reso conto improvvisamente che la loro condizione era molto simile alla schiavitù, che qualcosa rubava loro l’infanzia, il gioco, l’istruzione, e che non si poteva fare nulla per rimediare, se non donare qualche soldo. Gli pareva una cosa tremenda di cui fino a quel momento non si era affatto reso conto.
Il giorno dopo era tornato alla Terrazza del Re Lebbroso, aveva ammirato le straordinarie sculture che ne ornavano le pareti. Tutto lo scenario del centro di Angkor Tom era di un fascino impagabile: immaginava i solenni cortei di elefanti e soldati che sfilavano sotto gli occhi dei potenti generali e del popolo vittorioso, in teatrale parata.
Volle visitare tutte le cinque porte della città. Aveva capito che i turisti ne vedono solo due nel tragitto costrittorio imposto ai gruppi organizzati; invece lui da solo poteva disporre meglio del suo tempo e vedere anche il resto, come avevano fatto i suoi compatrioti secoli prima, durante il Grand Tour in Italia. Malinconici perdigiorno, inconcludenti, bevitori, a volte in preda a reali malesseri. Spesso con le donne non ci sapevano fare, eppure ritraevano le belle contadinotte, facevano amicizia con i pastorelli, erano abili a disegnare schizzi veloci, poi tradotti in litografie, in acciai che illustravano i loro libri. Probabilmente avevano capito molto di più degli altri.
Quella sera al ritorno si era seduto un momento sul divano di legno rossiccio nel portico. La capricciosa bambina era riapparsa: si trattava della figlia della padrona, dalla pelle bianchissima, di una bellezza lattea, delicata; era uscita dalla stanza con le sole mutandine, aveva stizzosamente gridato alla piccola serva di prenderle qualcosa (non aveva capito bene che cosa ma si trattava di un banale bicchierone di plastica che conteneva dei pennarelli, a mezzo metro da lei, avrebbe potuto prenderlo semplicemente allungando una mano); la servetta non era stata rapida, ritardava, e l’altra gridò ancora con una voce rabbiosa che offese profondamente il vecchio turista.
La servetta abbandonò la scopa, accorse avvilita, prese il bicchiere e lo porse alla padroncina, poi come una bestia bastonata si ritrasse e tornò al suo interminabile lavoro.
Questo gesto, quasi del tutto normale in quel contesto, ebbe sul turista un effetto sconvolgente irreversibile, che gli impedì il sonno per tutta la notte, mentre una serie di strutture sconosciute crollavano a sua insaputa all’interno della sua testa.
La mattina seguente con un pretesto si fece portare in camera un vassoio di frutta dalla piccola serva e le diede una grossa mancia in dollari. La bambina commossa umilmente gli baciò la mano. Il vecchio disperato si sottrasse, le carezzò il viso e la cacciò subito perché non vedesse la devastazione delle sue lacrime. Quello stesso giorno lasciò l’albergo con stupore della bella padrona (che si chiedeva se fosse stato deluso dal servizio) e andò in tassì al vicino aeroporto.
Improvvisamente tutto aveva perso valore, nemmeno la prestigiosa archeologia aveva più nessuna importanza, ora gli pareva davvero di essere prossimo alla morte e per questo aveva voluto anticipare il suo ritorno.
Siem Reap-Angkor Vat, gennaio 2003
Commenti
Il vecchio turista era a Siem Reap per visitare le rovine Khmer di Angkor...
Oh ecco qua il reportage. Bella pagina, ma va letta con attenzione. Vi si nascondono indizi di ogni tipo.
Ribadisco chiedendo aiuto anche a Gf la necessità di qualche immagine. In alternativa mi tengo aperto google e tutto quello che trovo sull'argomento, da un punto di vista iconografico, però...
Tralascio l'iperacusia, un problema che affligge da sempre anche me dunque capisco bene eccetera. Proseguo con una nota a margine sulla frase:
"solo pochissimi riescono a ottenere proprio ciò che vogliono, e lo fanno con artistica pazienza tramando a tempo pieno, superando a oltranza mille difficoltà."
Oppure, professore, lo fanno in tempi relativamente brevi con innegabile faccia tosta.
Appunto: la padrona cinese. E' rimasto qualche cinese in Cambogia... Leggo da altra fonte che i Khmaer rossi hanno ridotto la popolazione cinese dal mezzo milione a poco più di 50.000 unità. Leggo altresì che i Cinesi occupavano nella società cambogiana dei posti-chiave... e per questo vennero sterminati.
La descrizione di Angkor Vat lascia senza parole a leggerla. Posso solo immaginare a vederla...
"si era reso conto improvvisamente che la loro condizione era molto simile alla schiavitù, che qualcosa rubava loro l?infanzia, il gioco, l?istruzione, e che non si poteva fare nulla per rimediare, se non donare qualche soldo. Gli pareva una cosa tremenda di cui fino a quel momento non si era affatto reso conto."
Qui però dovremmo aprire una parentesi più ampia che ci porterebbe fuori dai seminati. Di che vive la Cambogia? Leggo che ha i suoi problemi (nel ricostruire un mondo intero distrutto dai khmer rossi, suppongo) ma che si sta riprendendo. Come? Diventando colonia cinese odierna (e una volta per tutte)? Con il turismo? A che prezzo, l'una e l'altra cosa?
Forse qualcosa hai visto di persona che potrebbe in parte rispondere a queste domande...
"Improvvisamente tutto aveva perso valore, nemmeno la prestigiosa archeologia aveva più nessuna importanza, ora gli pareva davvero di essere prossimo alla morte e per questo aveva voluto anticipare il suo ritorno".
Io spero che al vecchio turista il destino assegni ancora qualche giorno non certo da trascorrere tra fantasmi del passato proprio e degli altri, ma ad esempio da impiegare per trasmettere la storia e la vita e la cultura e le tradizioni di altri popoli presso chi non sa nulla, o neppure immagina.
Gran bella pagina.
"I popoli asiatici non si preoccupano del rumore, lo tollerano senza problemi, dormono in mezzo al chiasso, anzi si meravigliano che gli stranieri occidentali siano così suscettibili alle loro voci tenute al massimo volume, come del resto le radio, le tv. Perché la musica gridata la considerano un lusso moderno (mentre la loro tradizionale è un?armonica nenia?)."
> Questo passo è estremamente interessante, considerando quante metamorfosi abbia avuto la presenza e il consumo della musica nelle società occidentali novecentesche. Non avevo idea che altrove la percezione di rumore-musica fosse così differente. Curioso, e poi ti dirò a cosa mi servirà approfondire questo tema...;)
"era un iperacustico, non tollerava i rumori e infatti ne accennava nella sua opera indicando tra le norme di educazione anche quella di non provocare rumori molesti."
> a questo proposito, la musica a basso rumore, diffusa da ascensori, supermercati, aeroporti e via dicendo, è il nemico più ostico. Con reazioni degne di McDowell quando chiede che venga risparmiato il dolce dolce dolce ludovico van.
"Ogni porta, alta più di 20 metri, era protetta da 54 grandi statue di dei e 54 di demoni che sembravano giocare al tiro alla fune con un mitico serpente. La guida si dilungava a illustrare l?antica leggenda mitologica cui si riferiva quel gioco: si trattava della complicata Burrificazione dell?Oceano di latte, per ottenere l?elisir dell?immortalità."
> A questo proposito, direi che urgono approfondimenti. Non ne sapevo niente. E non riesco a immaginare cosa possa significare.
"lui da solo poteva disporre meglio del suo tempo e vedere anche il resto, come avevano fatto i suoi compatrioti secoli prima, durante il Grand Tour in Italia. Malinconici perdigiorno, inconcludenti, bevitori, a volte in preda a reali malesseri. Spesso con le donne non ci sapevano fare, eppure ritraevano le belle contadinotte, facevano amicizia con i pastorelli, erano abili a disegnare schizzi veloci, poi tradotti in litografie, in acciai che illustravano i loro libri. Probabilmente avevano capito molto di più degli altri."
> Grand Tour. Ci pensavo giorni fa, a quanto documenti come questi tuoi reportage rappresentino un importante parallelismo con quella tradizione. Questo sta a significare che tra due secoli quei popoli considereranno certe testimonianze come fondanti non solo la loro cultura, ma le loro non più pionieristiche interazioni con gli europei.
Cari Amici,
la riscoperta di Angkor è un vero romanzo. Io ho scritto due diari organici, ma non posso pubblicare il tutto qui, e nemmeno cerco, per esaurimeto della capacita' di mendicare, eventuali editori. Vedrò ti trovare qualche tipografia che mi faccia un buon prezzo, così pubblicherò 20 copie per gli amici, più altre 980 per i nemici.
L'elisir è il famoso Amerta della mitologia Indù. La scena della Burrificazione è da pochissimo rappresentata in un gigantesco monumento all'ingresso della zona internazionale del nuovo aeroporto di Bangkok (dove ero ieri sera). Anche a Angkor Vat c'è un bassorilievo lungo circa 100 metri e alto 5 che rappresenta la scena in tutta la sua complicatissima precisione simbolica.
C'è molto da riflettere in molte direzioni. Grazie dei vostri commenti. Cara Ilde la Cambogia è molto povera, non ci sono le persone che possano fare le cose. Inoltre la visita ai luoghi di sterminio e di tortuta è assolutamernte sconvolgente e faccio molta fatica anche ad accennarne.
Grazie a te per approfondimenti e delucidazioni.
E bentornato.
"la Cambogia è molto povera, non ci sono le persone che possano fare le cose"
sinceramente non ho capito questa frase, vorrei una spiegazione più approfondita: le nazioni povere spesso finiscono nelle reti di quelle ricche. Per questo immagino potranno diventare una "colonia" cinese almeno per la manodopera. E poi c'è il turismo, ma non so se ce la fanno da soli o se anche lì c'è bisogno di altri. Comunque è chiaro che la Cambogia ha una storia anche economica diversa ad esempio dalla Thailandia.
Però capisci, da queste latitudini si fa fatica a vedere e a capire. Chi c'è stato e ha guardato e ha saputo vedere, forse merita che dica qualcosa di più.
A me interessano le chiavi di lettura della realtà che mi circonda. Vorrei almeno poter capire.
Poi magari ci rassegnamo insieme sulle ingiustizie dell'universo.
:)
***
A margine, sulla pubblicazione dei tuoi diari: certo, non puoi pubblicare tutto qui e io potrei prenotare una delle 20 copie :)
Lascio a Gf qualche suggerimento: se il tuo interesse è di farti leggere, ma vivi anche di altro, forse il web offre comunque molte possibilità...
***
Perché io la storia della burrificazione la conoscevo? Dove l'ho sentita? Possibile che abbia visto qualcosa su National geographic? O ne abbia letto da qualche parte?
Certi percorsi mnemonici sono sorprendenti!
(sì, sulla questione editoriale riparliamone per tempo, via mail, mandami due schede per i due diari)
"Purtroppo non si può mai fare come davvero si vuole, è una regola della vita, lui esperto in delusioni lo sapeva, solo pochissimi riescono a ottenere proprio ciò che vogliono, e lo fanno con artistica pazienza tramando a tempo pieno, superando a oltranza mille difficoltà."
> è vero in buona parte, in ogni caso bisogna sempre battagliare (e te lo dice una che incominca ad essere stufa...)
"risciò a motore "
> meno male che è a motore, mi hanno sempre fatto impressione quelli a traino umano, che spero no nesistano più.
I templi di Angkor! Anch'io ho visto molte foto di questi luoghi, non solo sui libri di scuola. Mi hanno sempre affascinato.
Ilde, non ci sono le persone che possano fare le cose: i medici, gli insegnanti, chi aveva una qualsiasi preparazione specifica è stato ucciso. Per un totale di 2.350.000 persone su 11 milioni. Per preparare un professionista in qualsiasi campo ci vuole una generazione.
Perfino nel museo nazionale certe ceramiche, banali terrine della nonna che tutti abbiamo in casa, degli ultimi dell'800 o forse della prima metà del 900, di fattura francese, oppure fatti direttamente in Cambogia da manifatture francesi, hanno il cartellino: periodo sconosciuto, origine sconosciuta. Se gli specialisti non riconoscono nemmeno questo, siamo messi male.
Quest'anno sono tornato al Liceo S 21 perché mi avevano detto che si proiettava un film sull'argomento torture (che però è stato molto deludente).
Ma ho notato che i cartelli con le cifre delle distruzioni e stermini sono stati tolti e sostituiti con altri. In pratica si tende a ridimensionare le cose. Il partito dei Khmer rouges ha tuttora un'influenza maggiore di quanto si potrebbe credere, e mi pare di aver capito che le regioni selvose a nord, confinanti con il Laos, sono ancora in mano loro.
Marina, i risciò tirati da esseri umani sono ancora molti in molte parti, e in Cina sono tollerati ad uso turistico, risciò a bicicletta in Piazza Tienanmen, a Hong Kong risciò con coolies in divisa coloniale, solo per foto assai costose. Ma ho visto con i miei occhi in lontane regioni contadini tirare l'aratro. Questo ovviamente non viene pubblicizzato dalla grande Cina, che non permette specie agli stranieri di visitare ciò che vogliono. Fino a poco fa le "città aperte" erano una minoranza. Altro fatto assai grave: intere regioni sono fuori del controllo del governo (come in certo senso alcune regioni italiane).
Per via della colonia cinese: tutta la penisola indocinese, da millenni è fortemente influenzata dai due grandi paesi asiatici. Con la differenza che il Vietnam, grande vivace paese di oltre 80 milioni di abitanti, ha saputo fronteggiare 1000 anni di dominio cinese, 90 di francese e 40 di americano, mentre la Cambogia è un piccolo paese di circa 10 milioni. (Naturalmente il discorso sarebbe assai lungo e complicato).
Adesso comincio a vederci un po' più chiaro.
Ti ringrazio, caro professore, volevo proprio leggere cose del genere, contestualizzare le magnifiche descrizioni in una realtà storica e politica ed economica, anche così difficile o proprio perché così difficile.
Ora certo non si può pretendere di cambiare nulla. Certi processi, hai ragione, richiedono generazioni. E chissà cos'altro. Magari anche un po' di coscienza.
Ma non va bene neppure l'atteggiamento da "Befana di Pascoli" ("Ciò che vede è ciò che vide C'è chi piange e c'è chi ride Essa ha nuvoli alla fronte..." eccetera, perdona la citazione imperfetta ma son venuta su a merende di pane burro e Pascoli :)) )cioè a dire, non possiamo neppure limitarci a "prendere atto".
Perché sennò, Luciano, ci trasformiamo nelle mie sciocche amiche per le quali Bali era il "coronamento di un sogno", fatto di villaggi turistici e di quello che ti mostrano mentre ci sono cose che dovresti essere costretto a guardare.
Tu l'hai fatto e te ne rendo atto (tutti noi, credo) e ci voleva anche un po' di coraggio.
E vanno dette queste cose, almeno ad uso di chi non ha mai letto niente del periodo dei Khmer rossi o del periodo coloniale e pensa che questi paesi bene o male sela cavano alla grande col nostro turismo (e in parte li aiuterà, certo, ma come dici tu, poi manca una classe intera di professionisti...)
Personalmente, per fare un parallelo miserando ma che forse può rendere l'idea di quello che chiedevo, ho deciso che in Croazia come turista non ci andrò più. Controcorrente rispetto a tutta l'Italia che invade gioiosamente ogni estate le coste dell'Istria e della Dalmazia.
Ma io ho sentito sussurrare in veneto a Rovigno e conosco gente di Fiume che sa quell'italiano venetizzato delle popolazioni di un tempo, imparato dai nonni che non si sa come sono potuti rimanere. E poi ho visto gli orrori dell'ultima guerra, i buchi delle mitraglie nei muri di Karlovac (zona non frequentata dai turisti, ovviamente, dove nessuno sa una parola di italiano, comè normale che sia) e dei paesi vicino Plivitce.
E ho visto quelli che noi chiamiamo criminali di guerra osannati sui manifesti per le strade di Zara.
Ora, intendiamoci: sono contentissima di aver visto città spelndide come Ragusa, Spalato, Sebenico, Zara. Ma oggi, quando qualcuno mi dice che va in vacanza in Croazia, suggerisco sempre qualche meta alternativa.
Non si può ignorare la storia di un popolo quando se ne calpesta la terra.
Ecco, e perdona lo sproloquio: per questo dico che i tuoi réportage hanno il grande pregio di aprirci delle finestre su mondi per noi inattesi, perfino incomprensibili... e su popoli così lontani ma che hanno una storia che - come tutte le storie - insegna qualcosa anche a noi.
ieri sera dovevo finire, ma poi la linea si è inceppata come succede spesso.
"si era reso conto improvvisamente che la loro condizione era molto simile alla schiavitù, che qualcosa rubava loro l?infanzia, il gioco, l?istruzione, e che non si poteva fare nulla per rimediare, se non donare qualche soldo. Gli pareva una cosa tremenda di cui fino a quel momento non si era affatto reso conto. "
>ecco, questo, insieme all'episodio seguente delle bambine, è veramente terribile e chissà quanto ci vorrà prima che questa nazione recuperi.
A proposito dei khmer rossi, parecchi anni fa, ricordo un film The killing fields, che parlava dei loro crimini.
Ilde: io non demonizzerei il turismo verso le terre slave in blocco, a volte la vacanza in una terra può essere l'occasione per interessarsi alla sua storia, dipende tutto da chi lo pratica. Inoltre contribuisce al recupero economico.
Certo una conoscenza seria - con un contatto con gli abitanti - implicherebbe un soggiorno prolungato, che non tutti possono permettersi, io per prima, ovviamente.
Marina, io parlavo di Croazia, non di terre slave. E ho detto che sono contenta di aver visto le bellezze di quel Paese. Ma diciamo che per me può bastare. Non è questione di demonizzare, è questione di prendere coscienza. Vacci pure come turista, ma apri gli occhi, questo volevo dire. Non occorre starci un mese e neppure parlare con chi ci abita (posto che occorerebbe sapere il croato e io non lo so: i croati, i serbi e i bosniaci li ho incontrati a casa mia, ma devo dire che ho anche preso su e sono andata a casa loro e ho ascoltato i loro racconti: non tutti quelli che ne avevano la possibilità lo hanno fatto, a me sembrava impensabile aver visto certe cose alla televisione, a pochi passi da noi e non cercare di saperne di più...). Basta veramente solo guardare. Tu pensa che quando siamo andati a Plitvice abbiamo visto questi orrori delle case sforacchiate e dei borghi abbandonati dalla gente di etnia serba. Ebbene, parlando con amici che ci erano appena stati, questi sono caduti dalle nuvole. Loro non avevano notato niente.
E a Ragusa ci sono posti dove puoi comodamente vedere i disastri dei bombardamenti, certo, occorre entrare e guardare. E non tutti lo fanno.
Continuo a dire che la differenza è tutta lì.
Si può fare turismo in zone del genere, a patto di avere piena coscienza della terra su cui si mettono i piedi. Con la Croazia giochiamo in casa, per così dire.
Io per me ho visto abbastanza, non biasimo chi ci va, come ho scritto, gli propongo qualche piccolo percorso alternativo.
"Marina, io parlavo di Croazia, non di terre slave."
> Eh. Allora. Quel che ci siamo impegnati a ribadire e a ricordare in questi anni, magari con la scusa d'una recensione di uno scrittore fiumano, istriano o dalmata italiano, è stato esattamente questo; la costa era storicamente a maggioranza assoluta italiana; in Dalmazia la situazione era differente, con l'eccezione sensibile di città come Ragusa e Zara. Abbiamo accompagnato le analisi dei libri con dati importanti. Solo negli ultimi mesi, ricordo gli scritti sui libri di Vegliani, Bettiza, Stuparich.
In generale, capisco la posizione radicale di Ilde ma premetto che guardo con fiducia al progetto dell'Euroregione: Friuli, Venezia-Giulia, Slovenia, Austria, Croazia. Il futuro è nel ritorno d'una confederazione di popoli. Come prima di questo Novecento assurdo, omicida e sbagliato. In quest'ottica, vedo favorevolmente ogni iniziativa che restituisca libertà di circolazione di cittadini, beni e idee in quel contesto geografico. Del resto, abbiamo libri di storia e di letteratura da restituire alla luce, e - diciamo così - alla centralità nell'istruzione di tutti i cittadini.
Ma io non so sinceramente quanto Austria Friuli e Slovenia saranno disposte a tirare la carretta per conto della HR... se ci siete stati di recente forse avrete notato un paio di cose aggiuntive: asenza quasi totale di industrie e conseguente approvvigionamento dall'estero di quasi tutto (ovviamente con conseguenze sui prezzi: già in questi ultimi anni l'Istria comincia a essere meno "conveniente" di un tempo!); stravolgimento degli ambienti naturali - soprattutto le coste - per costruzione selvaggia di case-appartamenti-pensioni votate al turismo estivo. Quanto ci camperanno con un'economia di questo tipo? Ricordo le proteste accese di un proprietario vicino a Biograd che ci spiegava come non esistano piani regolatori e norme per la salvaguardia dell'ambiente, ma sia tutto in mano a una specie di mafia edilizia.
Così ogni cinquanta metri di costa (non scherzo) c'è un attracco per motoscafi. E tu ci nuoti in mezzo!
Allora, va bene la storia e la letteratura e le belle intenzioni. Ma un paese si fa anche con le scelte politiche ed economiche. E scusate ma a me sembra che da quelle zone lì l'Europa sia ancora molto lontana...
Sì, in HR è molto lontana; e proprio per questo mi sembrerebbe importante "assimilarla" e farla governare diversamente. Almeno, basterebbe poter recuperare all'ordine determinate aree geografiche croate, quelle costiere. Sai come la penso, credo:).
"e per contro, altri bambini e bambine, laceri, sporchi di terra, dai volti tremendi, che aveva incontrato per strada e tiravano un carrettino carico di bottiglie di plastica vuote, di fogli di cartone, di giornali vecchi. Gli avevano trasmesso uno strano sgomento: si era reso conto improvvisamente che la loro condizione era molto simile alla schiavitù, che qualcosa rubava loro l?infanzia, il gioco, l?istruzione, e che non si poteva fare nulla per rimediare, se non donare qualche soldo. Gli pareva una cosa tremenda di cui fino a quel momento non si era affatto reso conto."
ecco.
"Cambogia è molto povera, non ci sono le persone che possano fare le cose. Inoltre la visita ai luoghi di sterminio e di tortura è assolutamernte sconvolgente e faccio molta fatica anche ad accennarne", un'associazione di idee tra la mancanza di persone e i luoghi di sterminio che di lega con la risposta 13.
Mi piacerebbe sapere, se possibile, il perché sia rimasto deluso dal documentario nel Museo ex S-21. Cosa effettivamente trasmettevano o trasmettono ancora, visto che da quanto leggo dai libri di scuola cambogiani non si legge nulla sul massacro.