Amed, lunedì 26 agosto 2002
Stamattina (a Candidasa) colazione, cambio di 100 euro a 8.500, attesa nel mio caro, fresco, pulito bungalow B 2. Gli inservienti erano in agguato per pulire il medesimo (ma potevo restare fino alle 12) e quando ho fatto la mossa di andare cinque minuti sulla prospiciente spiaggia a salutare il mare, i ragazzi si sono attivati per cacciarmi fuori. Allora ho preferito parlare con loro. Vorrebbero imparare l’italiano, un job in Italia (ahi! pena indicibile, sensazione disperata di inedia, di mancanza di progetto per nessuna possibilità di lavoro). Come sempre si viene invasi da sensi di colpa, in definitiva ti distruggono quel poco di tranquillità rovesciandoti continuamente addosso gli stessi problemi e scazzi che se solo si stesse un attimo a sentire, occuperebbero l’intera giornata trasformando la vacanza in involontariato dell’esercito della salvezza. Risultato: lautissima mancia, in fogli che loro vedono solo da lontano, alla presenza di tutti che naturalmente sbucavano dalla giungla del giardino, incoronati dal fogliame lussureggiante, quattro, cinque, sei, sette, un senso di allegria li percorreva, un fremito di gioia empieva i petti/ ergea le nere teste… mi sono subito trasferito con imbarazzo al ristorante interno (si sono degnati di portarmi il borsone) da lì sentivo che avevano alzato il tono della voce, ridevano sonoramente, rotondamente.
Cameriera scema, inadatta e non preparata, avocado shrimps, spaghetti altono; il caffè, dopo averglielo spiegato varie volte che lo volevo come dessert, me l’ha portato per primo piatto, poi solita attesa che andassero in giro per il paese a vedere se qualcuno per caso avesse avuto da cambiare una banconota da 50.000.
Ottenuto finalmente il resto ho chiesto al boss se c’era una moto che mi poteva portare al Perama (famosa compagnia giavanese di autotrasporti, del cui Club mi vanto di essere tesserato member). Ha inforcato casco e moto e mi ha generosamente portato lui per 3.000. Un normale comodo lussuoso intero pulmino-taxi costa 2.000. Quando siamo arrivati, i due indolenti stravaccati - nel paese tutti si conoscono, hanno fatto le elementari assieme, poi uno ha sposato la bellona, l’altro ha fatto il politico, loro due sono rimasti due fessi spiantati - hanno scambiato vari motti di spirito in veloce bahasa probabilmente gergale col mio motociclista, che tutto sommato è il numero due di un’attività che funziona discretamente.
Battute non facili da capire, ma appoggiandomi a risatelle e alla parola gratis sarcasticamente inserita nel testo, ne ho dedotto il seguente succo: ci porti via il lavoro (di tassisti) e poi con quello che gli hai fregato di albergo al pollo, lo potevi anche accompagnare gratis.
Arrivato in anticipo al Perama ho dovuto sopportare per più di un’ora le insistenti proposte di quei due personaggi che io credevo fossero impiegati lì, invece erano i soliti sfaccendati che mi volevano proporre un tassì diretto. Inutile dire che avevo già acquistato il giorno prima il biglietto (lo sapevano); veramente una cosa spiacevole. Bisogna accuratamente evitare di rimanere troppo in compagnia di questa gente, perché, pressati dalle necessità quotidiane, infastidiscono in modo incredibile permettendo di praticare l’opera di carità del catechismo: sopportare pazientemente le persone moleste.
Ah, se fossi rimasto nel mio fresco bungalow, o nella hall del Kelapa! Non imparerò mai.
Naturalmente unico cliente in tutta la stazione. Almeno fosse arrivata la bella svedese… Ogni tanto i bus della Perama nelle due direzioni si fermavano, cosicché quando è arrivato il mio per Culik 20 minuti in anticipo io non me ne sono accorto e loro si sono ben guardati dall’avvisarmi: speravano che lo perdessi. Insistenti aderenti come piattole. Finalmente il conducente appena sceso mi vede, mi riconosce (era quello di Ubud, ormai conosco gran parte del personale, riconosco anche gli autobus, quello di oggi aveva un caratteristico buco laterale nella carrozzeria già notato altre volte), dice che c’è una sosta di 5 minuti e al solito fila a mangiare nel baracchino dalla parte del mare (ha una ricca, nel senso di numerosa, clientela indigena).
Salgo subito, salutando: una coppietta lei rosea, molto carina, (poi mi accorgerò che ha delle gambacce sgraziate a colonna), lui colored, ma dal naso aquilino, per nulla camuso, probabilmente mediorientale, bel tipo giovane coll’orecchino, capelli ovviamente nerissimi, sguardo assassino da moro di Venezia, un bianco truccato col lucido da scarpe; dietro: coppietta di francesi, lei cadaverica, ha parlato per tutto il percorso con voce sfortunata, fortunatamente sono scesi alla prima fermata che era Tirtagangga, altro tipo neutro insignificante solo dietro di me, famiglia giovane con due bambine di 4 e 1 anno. La piccola gridava si divincolava da strozzarla, l’altra buona. Notata subito la fisionomia assiro-babilonese con peluzzi sotto il labbro inferiore, e occhialetti da muro del pianto del padre, madre mora che mi ha ricordato la bruttissima lettrice ebrea di Shanghai (i cui genitori, sfuggiti più volte alla camera a gas, si erano poi incontrati e sposati, guarda le coincidenze, a Padova).
Percorso rapido; a est non esistono mai problemi di traffico, arriviamo subito a Tirtagangga. Scendono i due francesi (che sollievo!) riconosco l’uomo della Perama che gestisce il Good Karma dove ho trascorso la terribile notte confortato dalla colonna sonora del prostituto giavanese e relativa orrenda datrice di lavoro; sta accompagnando un’altra coppietta che è stata sua ospite, formata (guarda guarda) da altro prostituto fortemente camuso pigmoide riccio scuro dravidico-australiano, tanto che mi viene il dubbio che l’australe ganza se lo sia portato da casa o fatto arrivare direttamente dalla Nuova Guinea, bruttino elegantemente vestito; lei ragazzona biondo rosea sul bonazzo, che al solito non si siede accanto a lui (lo fanno in molte col prostituto: in pubblico cercano di ignorarlo, non lo considerano per niente, come ai tempi dello zio Tom. Probabilmente dev’essere un comportamento usuale dell’Oceania). Seminuda, coi floridi fianchi avvolti in un piccolo pareo, da seduta mostra le giovani gambe per intero, polmoni importanti, proprio niente male.
Ma allora è evidente che si passano la parola, oppure che il posto vede di buon occhio coppie di questo tipo (mentre i prostituti in genere non sono benvisti, perché considerati rivali dai moltissimi jobless nullafacenti locali). L’uomo della Perama chiede i biglietti a chi? Ma a lei naturalmente e infatti lei li estrae, lei tiene la cassa. Il negrito è ignorato, al seguito.
Arriviamo allo squallido bivio di Culik (pron.: Ciulìc), postaccio di tagliagole. Scendiamo io e la famigliola mesopotamica. Il bus prosegue fino a Lovina nel nord. Già ero stato informato del fatto che da Culik alla spiaggia di Amed dopo le due non ci sono mezzi e bisogna prendersi un tassì diretto. La famiglia ha un cospicuo variegato bagaglio formato da due zaini giganteschi, varie borse e borsette, due zainetti rosa, ricco assortimento di biberon, pannolini, pupazzi, orsacchiotti, bambole e secchielli di plastica. Ovviamente le due bimbe sono troppo piccole per aiutare.
Mi sposto dall’incrocio verso la strada per Amed, comincia l’assedio dei locali, mi chiedono 20.000, il che significa che dopo un po’ di tiramolla si combina per 10.000. Il prezzo normale sarebbe 2.000, ma siccome 10.000 è circa un euro, non mi sembra il caso di discutere eccessivamente sotto il sole delle due (è ormai lontano il giorno in cui ho preso la solenne decisione di non affrontare più in futuro trattative duellanti per somme inferiori a mille lire, ora ritoccate a un euro: tutto aumenta), quindi accetto e salgo sull’auto, ben conoscendo che tipo di manfrina mi aspetta prima di partire davvero.
Il tassista mi dice di aspettare cinque minuti. La famigliola pianta una discussione senza fine e la donna colla più piccola cattivissima in braccio si mette a fermare tutte le auto che passano. Finalmente le dà retta un tipo dai capelli bianchi, dal viso equilibrato, distinto, autorevole, in un lucido furgone. Parcheggia e scende. Ma subito viene avvicinato dal mio tassista guappo che gli fa un terroristico raggionamento riassumibile in: non ti azzardare di metterti di traverso nei miei affari perché questa è zona mia. L’altro si convince immediatamente, è un tipo assai accomodante e giudizioso, estrae una sottilissima sigaretta, la tiene tra le dita con gran classe; ho notato subito che ha una camicia strana quasi luminescente, forse è di seta, anche i pantaloni con grandi tasche ai lati delle ginocchia sono griffati: un casual che non rinuncia a una certa accuratezza nemmeno in questo laido postaccio. Probabilmente appartiene alla ricca (odiatissima) minoranza cinese assai intraprendente. Non sento le parole ma certo si sta scusando con la signora, non può aiutarla. Intanto va ad aprire il portellone posteriore del suo furgone, la donna come una forsennata corre verso il bivio, parla con molta gente, sparisce, si dirige nell’altra direzione, ritorna. Mi pare di capire che hanno offerto 8.000 per tutta la famiglia (e infatti sarebbe la tariffa normale) ma i tassisti vogliono prima 40.000 poi 30.000. Intanto io aspetto nel forno della macchina.
Mentre si svolge la trafelata trattativa posso assistere a un’altra scena più rilassante davanti a me: l’elegante fumatore dalla camicia di seta ha sollevato il sipario della sua macchina et voila: è un venditore di fatati giocattoli; macchinine di metallo e plastica, con lucide cromature, potenti camion, perfino elicotteri funzionanti. Un mondo veramente fantastico, che mi ricorda chissà per quale associazione l’uomo delle stelle, o anche quei personaggi che fino a trent’anni fa andavano in Abruzzo con camion di splendide bambole di plastica con bei cerulei vestitini, da mettere sedute occhiute sul letto matrimoniale, e in cambio si facevano dare quegli abominevoli, sozzi vecchi recipienti di rame per andare alla fontana.
Tutta la contrada in pochi minuti è intorno al furgone. Niente bambini, solo adulti. Uno con la barba e una particolare montatura di occhiali dev’essere senz’altro un bramino sacerdote. Ha impugnato il manico (gli spetta come status e livello culturale), ora tira la funicella e l’elicotterino si alza tra le risate ingenue generali, dei fedeli e anche sua, e vedo che gli mancano molti denti. Poi lo rifà, gli sguardi fanciulleschi seguono il decollo fino a quando l’elicottero resta impigliato tra i rami con un ooooh generale. Altri stanno esaminando i vari simpatici camioncini, le corrierine metallizzate tipo Mercedes, l’imperdibile autobotte rossa dei pompieri, gli eleganti modelli di auto di tutti i colori, notata una Ferrari, con un’integra semplicità come con gli specchietti di Colombo; mai mi era capitato di vedere una scena simile in tutto il mio lungo viaggio. Il fumatore a lato sovrintende, modera bonario; mi ricorda un po’ il principe Sihanouk, e infatti è forse il suo aspetto (indo)cinese che gioca in questa somiglianza.
Non si parte, l’afa è irrespirabile. Il mio tassista è sempre seduto al posto di guida, ha spostato il retrovisore in modo da seguire la famigliola uscita dal codice di Hammurabi. Tutto l’incrocio è sotto controllo e ogni due minuti un accreditato portavoce viene al finestrino e lo aggiorna sull’evoluzione delle trattative. Non c’è che dire: devo ammettere che l’organisasi è ottima e d’altra parte anche la famigliola, forse di ebrei scozzesi naturalizzati israeliani, conduce abilmente il trend alzando l’offerta a 10.000; l’altro dice bankrut (dal toscano: bancarotta diffuso dai banchieri nel medioevo in tutta Europa, e da qui nelle rispettive colonie) che insomma per meno di 15.000 ci rimette. La vendita delle automobiline multicolori va intanto in controtendenza a gonfie vele, vedo Sihanouk abatino incassare fogli da diecimila, da venti, cambiarne da cinquanta, giovani graziose signore in vesti cerimoniali che lente si avvicinano sorridenti interessate alla stuzzicante novità. Non capita tutti i giorni un’occasione simile; ma non sarebbe la prima volta per me se comperassi: in Cina ne ho acquistate molte, poi stupidamente le ho donate. Come mi pento!
Ora prendo una decisione categorica: se entro le tre meno un quarto non si parte, scendo dalla macchina dovessi spendere poi un miliardo di dollari per arrivare al Kusuma di Amed. Il tassista scruta nello specchietto, toglie il freno a mano, mette in moto, suona il clacson perché i clienti di Sihanouk impediscono la circolazione, impreca, che si tolgano quei cialtroni, poi rispegne; la scena si è ripetuta una decina di volte. Sono da molto abituato a queste pantomime. Mi giro indietro: l’assiro-babilonese è ridente placido seduto, risparmia energie assolutamente estraneo a trattative di sorta. Lei come una forsennata, la discola in braccio, smania da una parte all’altra del bivio, in una frenetica attività incurante della canicola. Un c’è mosche, o dieci o niente. L’irredimibile forbice è di ben 5.000 rupie: 50 centesimi di euro.
In effetti, chiuso nell’afa dell’auto, in questa circostanza ho preso coscienza del fatto che a volte bisogna aver rispetto soprattutto di se stessi, non cedere, perché cedendo si possono ledere faglie interne, bisogna farlo capire ai bambini educandoli, a nostra insaputa si danneggiano strutture delicatissime profondissime, si compromettono anche altre future trattative magari più importanti (io purtroppo ne so qualcosa), quindi i fenicio-caldei non hanno tutti i torti a resistere, potendo. Magari che le bimbe prendano un’insolazione, ma cinquanta cents sono una somma non da buttar via nemmeno nelle storielle.
Il quarto d’ora si avvicina, sono sempre decisissimo, ma ecco l’ultimo aggiornamento del portavoce, s’accavallano eventi, è fatta: hanno combinato per 12.000 tutta la famiglia (in più, come corollario, hanno dimostrato a tutti quanto io sia allocco: se avessi fatto subito comunella con loro…).
Devo spostarmi e accettare di tramutarmi (da intronato padrone del tassì) in uno dei tanti bagagli, semisoverchiato da zainetti e giocattoli, un orsacchiotto spastico a lato del collo, si parte. Comincia un battibecco tra marito e moglie sul fatto, credo, che non vedevano perché si dovesse pagare di più, quando la tariffa è duemila a testa. Una lingua strana, mai sentita, sospetto che sia israeliano. Chiedo in inglese che lingua parlano, lui da sotto gli occhiali messianici dice che si tratta di inglese (forse sarà un dialetto scozzese).
Dopo un paio di chilometri percorriamo una strada che fiancheggia i resti di una nerastra colata vulcanica. Essendo quasi a livello del mare i sassi sono i più grossi (come nei ghiaioni dolomitici); una lanugine di erba gialliccia tenta dovunque di assediare, sgretolare la lava. A un certo punto c’è un posto di blocco: arriva una ragazza e dice che per entrare nella zona (una specie di parco) bisogna pagare un biglietto di 3.100 rupie. La madre con una voce imperiosa da terribile capò, stabilisce che pagheranno solo gli adulti. Il padre ci mette molto a tirar fuori la somma (6.200). Intanto la ragazza attraverso il finestrino palleggia le bambine che subito stanno al gioco. Siccome i soldi non riescono a uscire dalle contratte mani del caldeo, il gioco si fa duro; la ragazza si vede momentaneamente costretta a sottrarsi alle montanti carezze delle bimbe che l’hanno quasi, busianamente, imprigionata. Finalmente proseguiamo. Dopo un po’ di saliscendi della strada la famiglia è arrivata. La madre prende la piccola, la scarica vicino a una fontana; ambedue le bambine si mettono a giocare con l’acqua, mentre in fretta si scaricano le rimanenti masserizie, credo che mi abbia detto grazie per l’ospitalità o una cosa del genere, certo isterica, forse ironica, visto che contemporaneamente sbatteva in una borsetta con malagrazia l’orsacchiotto innocente. Stavo per rispondere (senza alcuna aggressività) ma aveva già girato davanti alla macchina (essendo l’uscita a sinistra e il conducente sul posto di destra) gli aveva dato forse duemila, poi era corsa via a cambiare. Chiedo: jalan jalan? (possiamo proseguire?) Bisognava aspettare, finalmente torna, dà una banconota, determinata fugge.
Non la dimenticherò mai.
In pochi minuti sono a Jemeluk al Kusama. Il giardino è molto bello, ricco, con piante di molti tipi, ma non regge il confronto con la classe e l’aristocratica nitidezza del Kelapa. Qui ci sono intere aiole terrose in disordine, lì non c’era un filo fuori posto. Vedo il bungalow: nemmeno da confrontare. Poi noto che ci sono molti insetti, dopo un po’ comincio a grattarmi, cosa mai capitata in tutto il viaggio. Dormo un’ora, vado a fare una passeggiata: qualche leggero saliscendi, un piccolissimo villaggio: Bunutan, credo l’unico della zona, altri recintati complessi turistici, vietati anche allo sguardo. Impiegata dell’ufficio telefonico: teen-ager molto bella, fisionomia fine per quanto assente, probabilmente birba, mani e piedi molto curati, cosa abbastanza insolita. Forse di casta alta.
La spiaggia è brutta, sassosa, non c’è nessuno. Infatti è un martirio camminare su questi sassi, anche con le scarpe. Raccolta strana bacca. Delusione e depressione. Qui vengono persone con le idee chiare: stare al sole, non fare nulla di culturale, in silenzio, già in compagnia. Pochissimi ristoranti (a Candidasa troppi).
Alle 6.30 vado a mangiare al ristorantino interno. Deserto. Cucina povera. Mangio finalmente uno di quei pesci azzurri gonfi che ho visto, l’unico che c’è. Credo si tratti di sgombro. Poi solita frutta. Padrona piuttosto villanuccia, non fa nemmeno un tentativo per trattenermi. È probabile che punti su una certa clientela, quella che viene qui per fare il bagno nella sua fottutissima piscina tre metri per cinque, visto che il mare è impraticabile.
Credo che domani me ne andrò. D’altronde avevo già sentito che qui si resta solo una notte.
Commenti
A voi, "Il bivio di Culik"
E io che mi lamento dell'inefficienza dei trasporti nella linea caserta-cassino.
"Cameriera scema, inadatta e non preparata, avocado shrimps, spaghetti altono; il caffè, dopo averglielo spiegato varie volte che lo volevo come dessert, me l?ha portato per primo piatto, poi solita attesa che andassero in giro per il paese a vedere se qualcuno per caso avesse avuto da cambiare una banconota da 50.000."
> questa è una prima descrizione incredibile:).
"La spiaggia è brutta, sassosa, non c?è nessuno. Infatti è un martirio camminare su questi sassi, anche con le scarpe. Raccolta strana bacca. Delusione e depressione. Qui vengono persone con le idee chiare: stare al sole, non fare nulla di culturale, in silenzio, già in compagnia."
> questo tuo reportage alterna ironia a malinconia. E' un contributo importante nel contesto della tua produzione ibrida saggistico-narrativa. Grazie Luciano!
"Bisogna accuratamente evitare di rimanere troppo in compagnia di questa gente, perché, pressati dalle necessità quotidiane, infastidiscono in modo incredibile permettendo di praticare l?opera di carità del catechismo: sopportare pazientemente le persone moleste."
come sempre un bellissimo reportage, i ritratti dei vari personaggi incontrati sono davvero molto incisivi .