Troisio Luciano

Reportage da altri mondi, estate 2007

Autore: 
Troisio Luciano

Bangkok, Hotel Opera, 22 giugno 2007

Ieri arrivato puntuale alle 5.50.
L’aurora, inseguita tutta la breve notte fin dalle pianure dell’Industan, è stata uno spettacolo indimenticabile. Non è vero che sia routine quotidiana, nemmeno per me che mi sveglio in continuazione e ogni mattina vedo un tacito (se vogliamo anche un tantino sinistro, latore di eventi da interpretare, come un rettile ancipite che si muova impercettibilmente) bagliore rosa listare le tapparelle chiuse sconnesse, disegnare sulle mute pareti un montaliano laser solo intravisto, nel dormiveglia.
Tutto liscio, ritirati i bagagli, cambiati 100 euro, preso il tassì. Il tassista era un analfabeta, probabilmente mentecatto inurbato da poco. Al villaggio nella iungla gli era giunta notizia sotto forma di favola eldorada, che a BKK ci sono americani cui basta chiedere a caso soldi a palate e te li danno. Quindi era partito. Inutile dire che non sapeva nulla nemmeno delle principali arterie di BKK. Quando il tassametro passò dal cielo delle stelle fisse all’iperuranio, decidendo che il mio solidale involontariato per il bene dei mentecatti organizzati fosse per il momento saturo, lo feci fermare e scesi. Presi un altro tassì che mi portò subito all’hotel Opera.

Arrivo, mi riconoscono con sorrisi. Il personale dell’albergo pare comportarsi come se tu vivessi in un unico perenne ininterrotto viaggio o gioco dell’oca che nell’itinerario contempli vari passaggi-ritorni obbligatori (detti “a petalo di fiore”) nella stessa casella. Non pensano che tu possa tornare a una casa tua, svolgere negli intervalli di ricreazione che so, un lavoro in banca, o alla charlotiana catena di montaggio; che ogni tanto, non potendone più, tu possa interrompere il satanico imponderabile meccanismo, evadere andando all’Hotel Opera, sede ufficiale dell’Eden. Per loro la tua vita è un piacevole ininterrotto Gardaland.
Insomma il facchino è convinto che io sia ancora in giro dall’ultima volta che mi ha visto (nel marzo scorso); che, proprio come il ciuco cacadenari, io produca o mi porti addosso un infinito gruzzolo per laute mance.

Lasciate le valige, ottenuta la cassetta safe, depositati quattrini e documenti, preso un altro tassì e via alla Kao Sharn road. Alle sette e trenta ero già lì. Molti negozi ancora chiusi. Mi siedo a prendere un caffè. Un tantino stravolto vado al solito negozio per la foto tessera, come faccio ogni volta anche se non ne ho bisogno (ma stavolta ho davvero dimenticato le molte orribili foto tessera portate dall’Italia apposta per consumarle in visti e non vederle più, e depositate, nella borsetta verde, al safe). La signora è gentile. La foto è discreta e mi mostra nel mio composto degrado di vecchio notabile ostaggio dopo l’ennesima notte in bianco. Mi gira la testa.
Vado direttamente alla solita agenzia, mi serve un biglietto per Bali; la solita ragazzina (che pare un’appetibile minorenne ma è una ferrea manager e direttrice: si chiama Pathomrat Sairojrung, detta Dar) è gentile, si pone subito al lavoro, muta fissa lo schermo. Non oso farle domande. Poi sentenzia che non ci sono molte scelte. Me ne vado, passo in altre tre o quattro agenzie. Complicazioni metonimiche che non val la pena di consegnare alla pagina. Bevo un altro caffè, poi come al solito torno da Dar: 12200 bath, passando per il Brunei, e viaggio di un solo mese (quindi posso fare il visto direttamente in arrivo a Bali). Se attendo un’ora posso ritirare il biglietto. Vado a mangiare una mediocre zuppa. I ristorantini sono zeppi di bella gioventù fra i 20 e i trenta. Belle ragazze, molte australiane, fisionomie delicate, abitini leggeri.

Compro l’acqua, torno a prendere il biglietto che consiste in due fogli A4. Dar mi permette di guardare (gratis) la mia posta elettronica. Nessuna lettera e nessuno da tranquillizzare. Chi mi ama mi scriva e avrà risposta.
Ormai è mezzogiorno. Altro tassì, torno in camera, apro le valige, bricolage e lettura sul letto fino alle ore 18. Scendo per una zuppa di pollo, poi 15 ore di sonno praticamente ininterrotto e senza aurora.
Stamattina alle 9,30 BF, poi in camera col cartello non disturbare, a scrivere, attendere le 12 per mangiare un’altra zuppa. Poi dormire fino alle 15 e uscire a piedi fino al Siam centre.

Krabi, 3 agosto 2007
Lasciata (la famosa isola di) Phi Phi Don, con una certa  malinconia. Nella motonave, che proviene da uno degli scali di Phuket, solita gente giovane, soliti italiani squallidi.
Episodio assai divergente: ormai stiamo per partire, un giovane biondo molto alto, forse 1.90, capelli cortissimi rossicci, torso nudo, mutandoni, sandali, si alza dal suo posto, esce a stento da poppa camminando in modo sbilenco, tenendo una borsa semivuota in mano. Un tailandese lo accompagna. Forse alla toilette. Dieci minuti dopo lo stesso giovane con la stessa borsa tenta di uscire ancora da poppa. Stavolta l’accompagnatore glielo impedisce respingendolo indietro con gentilezza ma anche con decisione. C’è molta gente, abbastanza confusione. Ognuno si isola con cuffie con libri, i bambini rincretiniti sui giochini. Situazione adatta a riflettere sul superpoveruomo di massa.

Il giovane rossiccio si alza di nuovo, ora mi accorgo che è ammanettato e che ben tre persone thai si occupano di lui. Detenuto in trasferta? Drogato? Ubriaco? Impazzito? Non ha mai parlato per tutto il viaggio (di circa un’ora e mezza), ha invece spesso urlato. All’arrivo l’hanno fatto uscire da prua. Nel pontile coperto, molto lungo, io casualmente ero abbastanza vicino a lui, pur cercando di camminare piano (avendo anche la croce dei bagagli). C’erano delle donne con valigie nere a rotelle (erano con lui?), quando dava in smanie fermandosi gli accompagnatori cercavano di calmarlo, ma ha urlato a lungo. Un commediante? Un pazzo? Fingeva? Comunque non troppo pericoloso se trasportato con un battello pubblico da gente in borghese.
(Mi sono ricordato di aver visto molti anni fa dei detenuti italiani con relative catenelle che li legavano ai carabinieri; fumavano in modo beffardo in attesa, come noi, del traghetto per la Sardegna).

4 agosto

Ieri giunto a Krabi, città bolsa e vuota dove nessuno si ferma. Invece io (che anelo ai più deserti calli) mi sono fermato 2 giorni. Sensazione assai originale e strana, una vera città tailandese senza turisti e senza scritte in caratteri latini. Naturalmente tutto costa un terzo. Spaesamento. Difficilissimo orientarsi anche nei menu. Poi arriva un cameriere giovane furbo con un foglietto scritto in inglese e una mezza dozzina di piatti, un altro porta un piatto di erba, come in Vietnam, è la stessa, fagiolini lunghissimi crudi tranciati a pezzi di 15 cm (li ho scartati con schifo), punte di germogli del tipo come forma del nostro luppolo, insulsi, punte di erba molto aromatica, fette di banale cetriolo, un pezzo di verza. L’erba è data in omaggio. In un certo senso permette di non ordinare insalata assieme al beef o al pork, ambedue buoni ma durissimi. Dietro a me si apre una cassapanca, ne viene estratto del ghiaccio come salgemma, me ne sbattono una secchia sul tavolo (non sarà gratuito, credono che beva alcool) poi il cameriere richiude la miniera, vi si siede sopra e comincia a tamburellare le gambe con fastidiosissimo rumore. Tra cento tavoli doveva naturalmente succedere a me. Mi giro tre o quattro volte sorridendo, non c’è verso che il mongolico capisca, fino a quando gli chiedo se può gentilmente attutire il volume.

La fruit salad più strana della mia carriera (finora): il cameriere è tornato indietro per chiedermi se volevo anche la mela, dopo che gli avevo fatto l’elenco banana, paineppol, uotermelon, papaia. Risultato: piatto bollente in cui avevano spadellato: pomodori, gamberi secchi, arachidi, pineapple, mela ed altra frutta non identificata.

Camera di buon livello, con Rai int, e tutto il resto. Un po’ fuori mano ma non molto. Per due giorni sono andato a piedi in centro. Bellissimi negozi di uccelli, grandi come fagiani, dai colori straordinari, oro, gialli, azzurri. Alcuni più piccoli hanno un ciuffo sulla testa. Le gabbie sono fatte a mano, in legno. Davvero straordinarie. Ho sostato a lungo a guardarle, fotografarle.
L’aspetto assai interessante di questa città, non priva di strade importanti e autorevoli palazzoni, è lo spazio. Trasmette una sensazione di vuoto che non provavo da molto. È quello delle città sovietiche; non sono mai stato in grado di analizzare il perché questo tipo di vuoto tra gli spazi architettonici mi abbia sempre trasmesso una vera e propria angoscia, un vano desiderio di mettere per iscritto tale sensazione, anche fingendo che so, una traversata un attraversamento a piedi in un racconto. Nulla a che vedere con lo spazio di Bangkok, oppure ricorda quello delle mie prime entrate in Cambogia? Deduco che qui si sta passando a un altro modo di vedere il mondo, e mi aspetto domani verso sud di averne le prove.

(Ma io sto venendo dal Sud, conosco il mondo malese, dovrei capire e invece non capisco nulla se non il fatto che questo ritmo nel vuoto mi angoscia e vorrei sapere perché. Inoltre oggi ho capito due cose per me fondamentali: questo spazio si contrappone a quello armonico mantegnesco-palladiano che mi appartiene per studio e ancor prima per nascita; questo tipo di spazio non è specificamente legato a un’urbanistica marxista, come credevo).

Si tratta, secondo me, dell’incapacità di costruire, un problema che almeno i costruttori o architetti dovrebbero avere in comune con gli artisti, quando questi ultimi riflettono sull’imperfezione dei loro prodotti, sul fatto che le loro creature secondo loro non sono venute bene. Ovviamente non si può distruggere un palazzo perché non piace all’architetto. E ancora: forse l’architetto non se ne rende affatto conto, è anche lui latore di un messaggio che ha solo trasportato, senza capirne nulla (divagazioni all’inseguimento, ma che non centrano né c’entrano).

A Krabi nessun turista si ferma se non il tempo necessario ad acquistare biglietti e voucher per le isole da sogno. Dove io non andrò avendo già visitato troppi eden.  Tornando a casa la strada è in leggera salita. Ci sono varie auto parcheggiate di marca giapponese, mai viste prima, che sono vere auto con 4-5 posti nella parte anteriore e dietro hanno una parte scoperta per trasportare merci.
Una di queste era colma di mangustine, in vendita a 10. Ogni volta che sono passato al ritorno ne ho comprato un chilo (già 3).
Sono piccole ma buonissime. Bisogna aprire il mallo con un coltello, toglierlo tutto, non è facile. Se qualche spicchio è colorato dal viola del mallo, non mangiarlo perché allappante e terribilmente sgradevole, invece la parte bianca interna è delicatissima e aromatica. Gli spicchi non sono grandi uguali, i più grandi hanno un nocciolo da cui non è facile succhiare via la deliziosa polpa bianca. Quando lo si trova nei grandi magazzini è molto costoso.

[Isola di Penang, Malesia,] 9 agosto, pomeriggio

Cristo è il più bello, Allà è grande, Budda è grasso, Shiva ce l’ha enorme.
Domani si torna a Hati Ay alle 12.

Hati Ay [Tailandia], 10 agosto

Arrivati in van alle cinque, ma qui sono le quattro per via che si guadagna un fuso venendo dalla Malesia. Vari incidenti di frontiera con perdita di tempo: tre passeggeri sono stati rimandati indietro a piedi in Malesia, tra cui la coppietta tanto sulle sue, con uno strano passaporto cilestrino mai visto. Forse di qualche zotica repubblichetta balcanica. Lui parlava inglese, lei poco colta il natio dialetto slavo. Lei bel visetto molto giovane, corpo robusto da contadina, ampi pettorali (ma senza illusioni); parte posteriore delle gambe con troppo ricca trama di vene affioranti. Prevedibile imminente sfascio con scioglimento della coppia.
Preso una stanza con Ac da Luise, 400 bath anticipati.

Considerazioni generali sul fatto
di essere precipitati nell’esistente e di ricordarsene
ogni tanto nel frastuono nell’abbiocco
l’estraniamento propone vari pensieri
il metterlo su cartaceo non è affatto semplice,
bisogna che si realizzi una catena
di significanti che dipende da infinite variabili
e accadimenti imprevisti anche fitte inaspettate
che finiscono verso lo stomaco.
Solo l’auctor sa che il pensato
il tramato in love lane non è stato poi
almeno finora tenuto in conto.
L’ineffabilità è parente della pigrizia oppure
c’è effettivamente un qualcosa che impedisce.

[Conosciuti due psicologi lombardi: condannano gli psichiatri
perché conoscono il soma e probabilmente avendo studiato il greco sanno anche la terminologia adatta.
La mia farmacista non ha certo fatto il classico. Quando non capisce la scrittura del mio dottore fa proprio pena. Le devo suggerire io (ad es: picno ecc.; se avesse fatto il classico saprebbe le radici greche e si orienterebbe meglio).

Secondo i due baldi psicologi, lei dottoranda alla Cattolica, sapere di più è sbagliato, perché condiziona.
Quando mai si sono sentite corbellerie più grandi?
In pratica vorrebbero sostenere che lo psichiatra non è obbiettivo perché conosce il funzionamento del soma e tende a considerare somatico ciò che è mentale. Loro due invece, ignoranti il soma, il mentale lo giudicano più facilmente. Poveri pazienti!]

Alla guesthouse Banana di Georgetown: ambiente con le caratteristiche anni 50, che mi ricorda infinite cose dei viaggi del passato, degli ostelli della gioventù, degli hippy europei del nord, Danimarca Svezia, i miei primi viaggi in 500. Tutto un riaffiorare assai gradevole che mi riporta indietro. Anche la fauna è quella. Penso che i meno giovani potrebbero essere proprio gli stessi che ho già incontrato 50, 40, 30 anni fa. D’altronde io stesso sono parte del paesaggio autentico. Alcuni tristissimi magri, di minimo budget, sistema pilifero incolto e abbondante per quanto ormai più sale che pepe, in preda a sofferenze, a probabili crolli sentimentali e borsistici, quelli che si nutrono di tè e riso con vegetali.

All’ingresso c’è una hall assai vasta, a destra la reception, tutto il resto è occupato da tavolini. Il ristorante ha un menu limitato, il piatto di riso e seafood è ottimo. Anche la spremuta di vere arance.
Chi ha una camera può usare internet gratis per 30 minuti.
Tra i clienti un ragazzo sui 25, pel di carota, che al posto di un occhio ha un’orribile caverna infiammata. Farebbe bene a coprirsela perché è davvero ributtante.

In questo contesto ho incontrato una coppietta di italiani, ambedue psicologi. La stessa sera lui (non lo avevo affatto riconosciuto) mi ha salutato mentre ero al tavolo che attendevo il desinare. Ci siamo seduti insieme, è arrivata anche lei, tipica lombarda, bionda lacustre, con occhialoni. È dottoranda. Ci siamo impelagati impegolati a discutere sulla psicologia, argomento non rilassante e pochissimo adatto anche alle divagazioni turistiche.
Quando si dice “laurea in psicologia” è ormai quasi sempre sottinteso che il soggetto ha fatto studi tecnici o al massimo le magistrali.
A un certo punto si sono scusati perché dovevano rispondere via internet a un albergo che avevano prenotato con infinite complicazioni. Siccome era ormai mezzanotte, ho chiesto il permesso di ritirarmi. Lui ha voluto qualche dato per leggere i miei reportage su Lankelot, così gli ho fornito nome, sito, e-mail. Hanno promesso che mi avrebbero scritto, finora nulla.

(Scrivo questo perché ricordo un commento su Lankelot che definiva questa mancanza di parola come caratteristica dei settentrionali).

Luciano Troisio, giugno 08

TROISIO in LANKE:

ISBN/EAN: 
000

Commenti

Un'estate fa.

Ah, guarda, deve arrivare il prof. per stanarmi...(mi scusino gli altri, sono presa da un lavoraccio che sì, mi fa stare al PC e su internet, a far pulci ai cataloghi online però: ci vuole un intermezzo - poi torno)
Ma ben volentieri, se è per leggere le mirabolanti avventure orientali.
Qualche vaga nostalgia? Il desiderio tolkieniano all'affacciarsi di una stagione (la sua era l'autunno ma la famiglia lo impegnava troppo) di partire per lunghi viaggi? Chissà....

Continuo a sperare in una ventura pubblicazione di tutto ciò...

2. Ti aspettiamo con la gioia di sempre;).

"Quando il tassametro passò dal cielo delle stelle fisse all?iperuranio, decidendo che il mio solidale involontariato per il bene dei mentecatti organizzati fosse per il momento saturo, lo feci fermare e scesi."
>ehehehehe! quando ti leggo così pungente mi diverto sempre da matti!!!!!

interessanti le considerazioni sullo spazio, davvero.
Bene, letto con vero piacere e interesse, è come sempre vivace e pieno di particolari mai banali.
Certo che gli psicologi.......brrrr!

Entro 15 giorni, nuovi reportage del letterato Troisio.
L'impaginatore - riottoso a giustificare i testi - saluta e omaggia.

E' una vera delizia leggere questi reportages.
Ne attendo altri dunque con vero piacere.

Gian Paolo

Dall'afa della strada al gelo vasocostrittorio del metro (umanita' giovanissima, solite ragazze serie borghesine,elegantine meravigliose, fisionomie delicatissime. Passa il mondo come davanti alla Caverna, o allo schermo del mondo) e poi di nuovo in strada, e poi di nuovo al gelo da obitorio dell'internet cafe'.
Grazie e arrivederci tra una settimana.

(è bello perdersi nella caverna)

(sta attento)