Troisio Luciano

Intervista su Strawberry-Stop

Autore: 
Troisio Luciano

La tua poesia è molto suggestiva e seducente per la impalpabile e insostenibile leggerezza e ironia dei tuoi versi propri di un coltissimo intellettuale che - come europeo-triste - guarda a un mondo tanto diverso dal nostro  e registra - in una poesia-prosa che  tende a sliricizzare la poesia - nel suo taccuino di viaggio le impressioni di un andare-bighellonare scattando foto-liriche che colgono dei momenti irrepetibili della vita dell’Oriente. Alcune domande:

1) La tua nuova opera è una continuazione o si distacca in qualche modo da “Parnaso d’Oriente”?

R.: Ambedue le cose. C'è in comune l'Asia. Di diverso c'è la volontà, il tentativo di scrivere versi "facili", di tradurre in poesia il diario di viaggio scritto in prosa. In questo senso Ilde Menis ha detto che sono "sceso dal Parnaso". Quel termine ha una storia lunga, quasi legata al caso. Il direttore della collana Elleffe, Cesare Ruffato ne è buon responsabile. Nel senso che ragionando insieme su una delle sezioni della silloge, relativa ai fumetti, mi ha suggerito di intitolarla "L'Olimpo dei fumetti". Poiché in quei giorni stavo leggendo un volume settecentesco del "Parnaso italiano" a mia volta ho proposto Parnaso, ma solo per la sezione. Al momento di trovare il titolo dell'intero volumetto, appurato che doveva esser presente il lemma Oriente, Ruffato propose Parnaso d'Oriente.

2) Il mito dell’Oriente per te è una fuga dall’Occidente come facevano i romantici?

R.: Più che altro è una fuga dall' hic et nunc, dal quartiere Arcella, dal suo squallore di dormitorio (assolutamente inadatto per un insonne) in cui mi trovo isolatissimo e incapace sia di scrivere che di parlare. Infatti sono rare le occasioni che ho di parlare con qualcuno. E' senza dubbio una fuga, una ricerca dell'Altrove, che però tende a divenire abbastanza simile al luogo di partenza. Quindi la mia è la condizione del viaggiatore occidentale, almeno di quello che non ha né la voglia, né la forza di mollare tutto, di trasferirsi per sempre, oppure di girovagare all'infinito in un itinerario casuale che non contempla biglietto di ritorno. Solo il ritorno permette l'Altrove. E l'Altrove mi permette di scrivere.

 3) In cosa consiste per te il fascino dell’Oriente?

R.: Mi è più facile dire in che cosa non consiste. Distinguo l'Oriente Estremo dal Medio Oriente, che non mi interessa per nulla o quasi (il mito dell'Harem resiste, però volendo ci sono dovunque democratici bordelli, ovunque esotici). Non mi interessa né mi affascina minimamente la cultura islamica e tutto ciò che è collegato ad essa. Cerco quindi di starne alla larga. L'interesse comincia dall'India verso est, saltando il Bangladesh, verso tutta l'Indocina, l'Indonesia (soprattutto la minoranza induista).

4) L’Oriente per te è un mundus inversus dell’Occidente?

    R.: La domanda ha una sua logica e specie durante il mio lungo soggiorno a Shangai, mi sono spesso posto tale questione: in effetti dopo un anno o due di permanenza si ha la sensazione che specialmente la Cina sia un mondo speculare al nostro, che basti fare il contrario di quanto si farebbe nel Bel Paese per trovare la chiave del buon funzionamento. Una volta abbandonata dopo anni la Cina (dove non sono mai più tornato) ho capito di non aver capito, e soprattutto che per un occidentale globetrotter non esiste inversus. Semmai esiste una certa pendolarità.

5) Tu guardi le bellezze/bruttezze dell’Oriente con sguardo ironico e staccato, quasi scientifico, o ti lasci coinvolgere da ciò che vedi?

M.: Anelo, quando parto, a farmi coinvolgere. Però succede sempre più raramente. Il viaggiatore vede soprattutto bruttezze: è questo che non si dice, perché ci vuole un notevole coraggio. Il viaggiatore vero è un cinico e nello stesso tempo un amoroso. Non può ininterrottamente piangere e disperarsi per l'orrore, ne sarebbe annichilito. Solo la santità si salva, ma è rarissima, e comunque categoria a me estranea. Il coinvolgimento dipende anche dalla capacità di vedere, che è diversa da quella di capire, ma anche da quella di guardare senza vedere. Si può essere coinvolti da un panorama, da un'opera d'arte, ma anche da una pianta, una distesa di ciottoli lavici, da un fiore superfluo, da un volto. (E' ovvio che ciò può capitare dovunque). Ancora una volta vale ripetere che "nulla succede se non viene descritto".

6) Linguaglossa definisce il tuo stile-non stile alto demotico. Sei d’accordo con questa definizione?

R.: Linguaglossa mi fa un enorme complimento e gli sono molto grato. Forse esagera nella sua generosità. Però secondo me ha centrato il nocciolo del libro (che io stesso non avevo individuato con tale forza). Ha risposto in una sola volta a molte domande. Lo dico e lo nego: qui ho voluto prendere definitivamente le distanze da un certo modo della Neoavanguardia (e dal suo concetto di impossibilità di comunicazione che ho a lungo praticato, e che si badi bene, non rinnego) per percorrere il sentiero apparentemente più chiaro della parola semplice, la quale però induce alla riflessione non semplice.

 7) Il tuo sguardo è proprio di un europeo-triste che sa di poter vedere e non godere delle bellezze dell’Oriente?

  R.: Non rifiuto l'etichetta dell'europeo triste, che rientra in una tradizione ben radicata in tutta l'Europa almeno degli ultimi due secoli. L'europeo è troppo vecchio per non essere triste. Come diceva un verso di Eluard: "a noi è vietato senza ragione ridere". E credo che le ragioni per ridere siano in flessione. Nello stesso tempo sono convinto che si può invece godere enormemente della bellezza dell'Oriente, però non dimenticando mai la propria condizione e la propria età. Oltre che per le bellezze naturali (per fortuna abbondanti e sublimi in tutto il pianeta) l'Estremo oriente è famoso come “cuna del mondo”. Per esso nutro un timore reverenziale, che non provo nel Nuovo Mondo. Tengo a dire che quando sono in Oriente, sono ammaliato dallo "spirituale", dalle sontuose manifestazioni anche liturgiche di alcune religioni (che una volta i gesuiti definivano "pagane"). Ma non dimentico mai di essere cattolico (per quanto peccatore e pochissimo praticante). I monoteisti non possono scherzare. Quindi non farei mai gesti nemmeno simbolici di venerazione verso gli "dei falsi e bugiardi", come invece vedo fare con leggerezza e stupidità da molti bianchi, anche solo per una foto della ganza. Spero che siano almeno non cristiani o atei.

8) Cosa rappresenta il sogno finale di Strawberry-stop?

 R.: Come per tutti i sogni la verbalizzazione è ardua: é l'amore astratto e perduto, "il posto delle fragole" come rimpianto della condizione edenica, da cui siamo stati allontanati, esclusi come indegni, o che non ci ha ammessi se non come servi, collaboratori in nero usa e getta.  E per quel minimo periodo necessario per desiderare poi all'infinito una possibilità di reintegrazione, per rendersi conto che "la felicità dipende da altri". E' il Luogo dove l'irreversibilità si è davvero manifestata. Perfino a nostra insaputa.

9) Le tue poesie sono – come dici tu stesso – “amore e stupore per la vita che stiamo perdendo?”.

 R.: Credo di essere su questa strada. Per usare le parole difficili tedesche di Linguaglossa: percorro un  Umweg (via contorta, indiretta), evitando l' Holzweg "sentiero che si interrompe nel bosco".  Un famoso e amabile tedesco ha detto: "Esisto per stupirmi". Se in noi c'è stupore possiamo stare tranquilli.

                                               a cura di Giovanni Giolo

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Luciano Troisio (Monfalcone, Go, 1938), ricercatore del Dipartimento di italianistica dell’Università di Padova, ha insegnato nelle Università di Pechino, Shangai, Bratislava, Lubiana. Ha pubblicato numerosi volumi dedicati alla poesia: By logos, esproprio transpoetico, 1979; Folia sine nomine, 1981; e La Trasparenza dello scriba, 1982 (con Cesare Ruffato); La poesia nel Veneto, 1985; Ragioni e canoni del corpo, 2001; Linee odierne della poesia italiana, 2001. Inoltre ha pubblicato le raccolte poetiche: L’angelo alle spalle, 1960; Anamnesi in tre versioni, 1965; Parigi nord-sud, 1966; Indicativo imperfetto, 1968;Precario, 1980; Persistenza del cavallino, 1984; I giardini della maharani, 1986; Le poetesse cinesi, 2000;  Three or four girls, 2002.

In dialetto altopadovano:Drìoghe ai poeti, 2001.

In prosa:Tirtagangga e varie sorgenti, 1999; Viaggio a Ko Ciang2001;Nuvole di drago, 2003;  La ladra di pannocchie 2004.

Studioso, globetrotter, flaneur, i suoi campi d’attenzione sono nell’ordine: la scrittura, l’Asia, l’immagine (specialmente la fotografia e la grafica d’arte). Sue opere sono state illustrate da Emilio Baracco, Giovanni Barbisan, Andreina Bertelli, Renzo Biasion, Mino Maccari, Cesco Magnolato, Walter Piacesi, Gianni Poggeschi, Orfeo Tamburi, Hugo Wulz, Tono Zancanaro.

Luciano Troisio, “Strawberry-Stop”, LietoColle, Faloppio 2007

Collana Aretusa, Poesia, 178 ;  103 p.
Prefazione di  Giorgio Linguaglossa. Immagini di Claudia Marini

In Lankelot: tutto Troisio: www.lankelot.eu/archivio-articoli/Troisio Luciano

Giovanni Giolo, marzo 2008

ISBN/EAN: 
9788878483576

Commenti

amices, segnalo l'intervista del professor Troisio - a cura di Giovanni Giolo.

Bellissima intervista, domande intelligenti e risposte dirette, precise. Non c'è vaghezza letteraria, non c'è presunzione. L'Artista dice se stesso onestamente. E se ne rimane ammirati.

"Solo il ritorno permette l?Altrove. E l?Altrove mi permette di scrivere."

Grazie a Giovanni Giolo per averci dato modo di leggere più in profondità l'opera di Luciano Troisio e grazie a Luciano Troisio di averci dato modo di leggerlo anche come persona.

bella 'intervista , domande intelligenti e profonde ma ancor più espressivo il poeta che spesso si copre e non appare mentre qui e lo ringrazio, ci offre di se stesso un'immagine di autenticità e di sereno colloquio con il lettore.

Intervista affascinate e suggestiva, capace da indurre ad approfondire la poetica dell'autore.
Il fascino delle risposte è tale da offrici la chiave necessaria
per entrare in quel pattern ambientale che genera i suoi versi.

Davvero molto significativa e stimolante.
Gian Paolo Grattarola