Sembrano ritratti in austero bianco e nero da Corbijn i magazzini, i cavalcavia, i binari e le fabbriche che fanno da scenario agli undici racconti, due dei quali danno appunto il titolo a Giostre, puzzle e altre storie. Non siamo nella Manchester inverosimilmente orrenda, squallida e cupa, del pre punk dei Settanta, ma qualche chilometro più a Sudovest, a Rhondda Valley, nel Galles postindustriale, una valle dove la povertà ti circonda come un collare cervicale e rincara la dose. Un crogiolo di tutti gli aspetti negativi dell’ urbano e del rurale dove la vita, guardata da un occhio depresso, sembra ricoprirsi di un sottile strato di polvere. La provincia. Almeno quella che è stigmate, odore che non si lava via, peccato originale. L’autrice, Rachel Trezise, racconta scorci di realtà attraverso i personaggi, per lo più ragazze che girano in questo libro come in una giostra. Li stringe al cuore, si sente, con la complicità di chi ha condiviso con loro uno sguardo senza futuro. E con la gratitudine, se così si può dire, di chi ce l’ha fatta. Dalle tante foto si ricompone il puzzle che rivela poi un panorama per niente tranquillizzante. Annoiati, delusi, cresciuti troppo in fretta e troppo soli, incarnano il dramma di una generazione impossibilitata a essere lieve sulla propria vita. Alle prime armi con ogni esperienza che paradossalmente sembra allo stato terminale. Le pagine di Giostre sono permeate dalla solitudine di questi cuccioli con le spalle al muro che mostrano i denti ma finiscono per mordere solo se stessi. E capaci ancora di ingenuità che fanno tenerezza. In Coney Island una ragazza, dopo essere scappata di casa, rimane nell’appartamento del tipo che la carica in macchina perché «se fosse uscita la gente avrebbe di sicuro pensato che fosse una ragazzina problematica che marinava la scuola». In Mele, uno dei racconti più belli che ha dato il titolo originale al libro (Fresh Apples), un ragazzo scampato alle rotaie del treno dice: «non è facile avere sedici anni, sai, e non è così facile nemmeno morire». Anche se non mancano verità acquisite dai protagonisti più navigati, «la bellezza è come i soldi. Non significano niente se ce li hai e tutto se non ce li hai», barlumi di speranza, «ora sapeva perché aveva portato la gravidanza fino in fondo. Perché voleva dare a suo figlio un’infanzia innocente, di giochi e felicità e protezione». Insomma salvati, dopo, dall’appartenenza alla terra, dai nonni, dalla fortuna, da una parvenza di amore, da quel che si può. Qualche volta la prosa s’incaglia, specie nei dialoghi, ma si riprende alla grande con incipit molto belli «Era il 1977 e il sole palpitava sulla Rhondda Valley. Mia madre girava per il mercato spingendo il passeggino, con il parasole di percalle che sbatteva contro i paletti delle bancarelle e le altre carrozzine». La Trezise ha inoltre il talento particolare per gli explicit proprio di chi è abituato a lasciare molte cose alle spalle.
Bianciardi diceva che lo scrittore dovrebbe vivere in provincia, perché «è più facile lavorare, perché c’è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim’ordine dove i fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, in provincia li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali». Forse, tra i tanti motivi per cui si scrive, c’è anche la noia e forse chi la subisce ne farebbe volentieri a meno. Preferirebbe vivere di più e meglio e scrivere peggio e di meno. Vedere la vita che passa altrove o che t’ignora non predispone alla felicità. Nella giostra non sempre si sceglie il cavallo e il segreto sta proprio nel fare il giro completo anche su quello più brutto. E mi scuso per il cinismo. Ognuno di noi ha la sua provincia nascosta. Da qualche parte. E la tira fuori magari anni dopo, quando ce l’ha fatta e anche quando no.
Commenti
[TREZISE] nuovo articolo
[TREZISE] nuovo articolo della grande ANA!
[trezise] questo è uno dei
[trezise] questo è uno dei più bei incipit che ho letto qui da noi: "Sembrano ritratti in austero bianco e nero da Corbijn i magazzini, i cavalcavia, i binari e le fabbriche che fanno da scenario agli undici racconti, due dei quali danno appunto il titolo a Giostre, puzzle e altre storie. Non siamo nella Manchester inverosimilmente orrenda, squallida e cupa, del pre punk dei Settanta, ma qualche chilometro più a Sudovest, a Rhondda Valley, nel Galles postindustriale, una valle dove la povertà ti circonda come un collare cervicale e rincara la dose"
> spettacolare. E' come ascoltare i Joy Division.
[trezise] e idem per
[trezise] e idem per l'explicit:). "Nella giostra non sempre si sceglie il cavallo e il segreto sta proprio nel fare il giro completo anche su quello più brutto. E mi scuso per il cinismo. Ognuno di noi ha la sua provincia nascosta. Da qualche parte. E la tira fuori magari anni dopo, quando ce l’ha fatta e anche quando no."
> gran pezzo. Mi racconti qualcosa di queste Beit di Trieste? Tempo fa qualcuno ha scritto, qui, di un libro Beit-Mursia. Non riesco ancora a metterli a fuoco...
Beit è un progetto di casa
Beit è un progetto di casa editrice che nasce dall’idea di una casa in costruzione. È la casa della mente, il luogo mentale in cui desideriamo abitare, una casa da costruire dove i libri servono come i mattoni e i mobili: alcuni indispensabili, altri aggiunti solo per bellezza.
Come la forma della lettera ebraica che le dà nome, Beit è una forma aperta ma solida. È un luogo dove incontrarsi e fare incontrare.
Il progetto parte con due collane, una storica e una di narrativa.
La prima è una collana di storie nazionali dei nuovi paesi europei e della regione orientale del continente europeo, per conoscere meglio un’Europa giovane e ricca di potenzialità.
La seconda è una collana di narrativa contemporanea pensata senza preclusioni se non quella della qualità letteraria, aperta anche letterature poco conosciute in Italia o ad autori che attraverso la lettura invitano a scavalcare confini, a migrare altrove, non solo in altri luoghi geografici, ma anche in altre realtà sociali, in altre epoche storiche, spesso in territori di frontiera.
http://www.beitcasaeditrice.it/chisiamo.html
questo il copia/incolla dal loro sito
[beit] interessante. Grazie
[beit] interessante. Grazie Ana. Vado a studiarmi il sito;)
Grazie Gianfranco, non è una
Grazie Gianfranco, non è una rece molto ortodossa ma sentita e mi fu detto "femminile". In quanto ai Joy avevo appena visto il film Control e ascoltavo la magnifica voce di Ian Curtis scrivendola. Sarebbe curioso dire che ascoltiamo quando scriviamo. Ogni rece ha la sua musica...
[musica] quanto hai ragione.
[musica] quanto hai ragione. Devo ancora farti leggere "Disorder", il mio primo libro di narrativa - giusto per restare in tema Ian Curtis. E' una pioggia di intrecci e contaminazioni tra rock e letteratura. L'idea era mostrare il cortocircuito del pensiero, deviato e spezzato dagli ascolti, non solo dai sentimenti. Adesso è parecchio che scrivo senza musica, almeno due anni. Tutto Monteverde è scritto con la musica:))).
e si sente ... quando si
e si sente ... quando si legge. perché scrivi senza musica?
[musica] perché ne ho troppa
[musica] perché ne ho troppa in testa, adesso. Una cosa del genere. Mi dà il ritmo per la scrittura. Quando sto scrivendo sento la musica lo stesso. Prima mi serviva fosse "accesa", adesso "va da sola". :).
[ana ciurans] vi segnalo che
[ana ciurans] vi segnalo che sul nuovo numero di BLOWUP, 156, in edicola in questi giorni, nella rubrica "Champ Libre" a cura di Fabio Donalisio, a pagina 119, appare un mio articolo dedicato a un'antologia tradotta dalla nostra ANA: "Omicidio a Barcelona". Buona lettura!
[Ana Ciurans] Una sua
[Ana Ciurans] Una sua intervista, uscita per blow up, a Ricardo Piglia, ripresa qui da SUR: http://blog.edizionisur.it/24-05-2011/nulla-di-piu-bello-e-conturbante-di-un%E2%80%99idea-fissa-il-poliziesco/#more-167