La critica letteraria? Una questione di lupi. Oggi, che sembra “i libri non abbiano nulla a che fare con il dolore, con il fatto elementare che noi tutti facciamo esperienza delle cose a partire dal nostro smarrimento”, Trevi ribadisce che la critica s'è perduta in glaciali astrazioni, in una lingua indecifrabile, in una autoreferenzialità inaccettabile, smettendo di intuire e sospettare, di aprirsi all'umanità, di parlare la lingua di tutti – non certo quella dell'accademia, né quella di certo giornalismo culturale, sua provincia prima, e molto fedele. E allora, “si può recensire un tramonto?”, domandava, nell'ormai celebre incipit dell'opera, Emanuele Trevi a Marco Lodoli, destinario di questa lunga lettera, composta tra dicembre 1993 e febbraio 1994. Si potrebbe e si dovrebbe, è la risposta retorica, per provare a riallineare le anime alla letteratura, le intelligenze al loro ruolo (di condivisione e sostegno all'armonia; di generoso ascolto e reciproco aiuto; di accettazione della necessità del silenzio, in certi frangenti, e dell'importanza dell'accessibilità). Ma non avviene, non accade, non succede.
Il critico letterario romano sosteneva che la critica fosse “un modo di amare le cose della vita” facendo leva su una reticenza: quella della bellezza, che tende a restare inespressa, a mantenere vivo un segreto, un mistero. Trevi ricordava che la missione della Letteratura era ricordarci che non esiste nessuna verità se non nel sogno di una verità: e che comunque per la verità ci si deve battere, perché semplicemente questa è una battaglia che va combattuta (p. 35). Trevi ricordava che dovevamo tornare a fare silenzio dentro noi stessi, farci semplice luogo di transito delle cose belle, rinunciando alla psicologia (p. 48). Ribadiva la centralità dei sentimenti, delle emozioni, delle sensazioni. In altre parole, dell'umanità.
“Con le Istruzioni ho cominciato a sperimentare le potenzialità di un linguaggio critico naturale, non condannato ad essere compreso solo da altri critici. In definitiva, penso di avere impiegato meno tempo a imparare il linguaggio specialistico della critica che, in seguito, a disimpararlo” scriveva nelle “Nuove istruzioni”, qualche anno dopo, chiarendo e definendo il senso dell'opera.
“Istruzioni sull'uso del lupo” nel 2009 ha compiuto quindici anni: la situazione non è cambiata, la percezione della fatiscenza della dialettica critici-autori e dell'incomunicabilità critici-lettori è sempre più netta. Recensioni, monografie e saggi accademici rimangono creazioni di un circuito ristretto, ridotto ed estraneo al pubblico non specialistico; pubblicato, non è un caso, da editori tendenzialmente universitari, protagonisti di un mercato arricchito dai denari di studenti costretti ad apprendere quella lingua, quel codice, quei concetti. Ingiustamente, provvisoriamente, funzionalmente. Fosse una questione di intelligenza, di selettività, di disciplina, di sacrificio, non sarebbe male: il punto è che sembra trattarsi di una questione di prepotenza, di presunzione, di cecità rispetto alla realtà, di volontaria autoghettizzazione. E così chi potrebbe aiutare i cittadini a orientarsi nel mare magnum delle pubblicazioni di narrativa e di saggistica, e dell'editoria, si ostina a dialogare con i colleghi parlando una lingua fumosa e iniziatica, rivelandosi – come il genio della lampada – una tantum in polverose e semideserte presentazioni dal vivo. Trevi dice, abbastanza direttamente, che certa critica si sta parlando addosso, e come se non bastasse ha perduto sentimenti e spontaneità. Innamorandosi dei sofismi, della propria retorica, del nozionismo, di questioni strutturali e non concettuali. Mai, in nessun caso, animiche: mai coscienti del Lupo.
Basterebbe poco per cambiare certi equilibri. Ossia creare contesti nuovi per permettere agli accademici di dialogare con i cittadini comuni; per aiutarli ad abbandonare la torre d'avorio; per insegnare loro quanto sia fondamentale un'altra e diversa interazione con le intelligenze. Tutto questo contribuirebbe a rianimare la letteratura. È nelle cose.
Qual è la morale della favola, allora?
Trevi insegna: “(...) il più furbo era proprio il primo dei tre porcellini. Ricordi? Quello che costruiva la sua casa con la paglia. Perché il lupo, in un modo o nell'altro, deve arrivare. Si spreca una vita a immaginarselo, questo lupo, e a fare delle case solidissime. Mentre, con la sua paglia, quel genio del primo porcellino voleva esprimere la sua semplice verità: che senza il lupo, senza la sua splendida giustizia, non vale nemmeno la pena di esistere. Sarebbe ipocrita dire che il lupo non è così brutto come lo si dipinge. Anzi, è molto peggio. Il lupo è la verità della vita di un uomo, e la verità della vita di un uomo sta in ciò che più teme. Io non ho perso di vista, caro Marco, la critica letteraria. Ma il lupo non ha mai perso di vista me, in compenso” (pp. 22-23).
Forse non è una questione privata.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Emanuele Trevi (Roma, 1964), giornalista, critico letterario e scrittore romano. Collabora a “Il Manifesto” e “La Repubblica”.
Emanuele Trevi, “Istruzioni per l'uso del lupo. Lettera sulla critica”, Castelvecchi, Roma 1994. Collabora a “Il Manifesto” e “La Repubblica”. L'introduzione, “Nuove istruzioni”, appare nella nuova edizione (2002).
Approfondimento in rete: Wiki / Festival Letteratura / Guacamole 3 / Vertigine / .
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Febbraio 2009.
Commenti
La critica letteraria? Una questione di lupi.
"Il lupo è la verità della vita di un uomo, e la verità della vita di un uomo sta in ciò che più teme. Io non ho perso di vista, caro Marco, la critica letteraria. Ma il lupo non ha mai perso di vista me, in compenso? (pp. 22-23).
Forse non è una questione privata.
"Una questione di lupi."
Se lo dici a me poi. Sfondi una porta aperta.
1994, aveva 30 anni.
4, già.
Io ricordo di averlo visto dal vivo nel 2002, presentava un libro di Ottonieri. Rimasi male, perché mi sembrava sfregiasse l'opera parlando semplice - pane al pane - e forse la sensazione era esasperata dal monologo di grande qualità letteraria di Cortellessa. Adesso, dopo aver letto le Istruzioni, capisco che barava, cioè: faceva apposta. Ha un piano e una visione, piano e visione che rispetto pur non condividendo in toto.
Mi sembrava giusto riproporvelo;).
3. Ne ero convinto, amice;).
forse la risposta - una delle risposte - è qui:
www.lankelot.eu/index.php/2008/12/26/manacorda-giorgio-apologia-del-crit...
personalmente, chiarivo le mie posizioni nelle ultime battute di quell'articolo. Certo è che la questione mi appassiona e non poco, perché non vedo steccati e barriere (ma so che altri ne vedono, e ci si scannano: perché x vuole essere alfa, e solo degli alfa e con gli alfa parlare. et cetera)
"Recensioni, monografie e saggi accademici rimangono creazioni di un circuito ristretto, ridotto ed estraneo al pubblico non specialistico; pubblicato, non è un caso, da editori tendenzialmente universitari, protagonisti di un mercato arricchito dai denari di studenti costretti ad apprendere quella lingua, quel codice, quei concetti. Ingiustamente, provvisoriamente, funzionalmente. Fosse una questione di intelligenza, di selettività, di disciplina, di sacrificio, non sarebbe male: il punto è che sembra trattarsi di una questione di prepotenza, di presunzione, di cecità rispetto alla realtà, di volontaria autoghettizzazione."
Vero verissimo.
Condivido, e mi viene da pensare che forse internet piano piano cambierà anche il modo di far critica. Probabilmente lo sta già facendo. Con tutti i pro e i contro del caso, è ovvio.
Perchè se è innegabile che uscire dal ghetto dei circuiti ufficiali significa avvicinarsi a potenziali lettori, è anche vero che con il web molti lettori occasionali finiscono col convincersi di poter giocare al piccolo critico.
5. Cortellessa l'ho sentito appunto a quel convegno su Landolfi. Intervento di grande qualità, ma. Padroneggia la materia in modo davvero incredibile, riferimenti critici e tutto quanto, si vede che è persona curiosa, affamata di queste cose. E che incute rispetto, sicuramente il critico più citato anche negli altri interventi. E chi è intervenuto dopo, una donna, si è sentita, almeno a parole, intimorita dal dover parlare dopo di lui, anche se ha fatto uno degli interventi più belli della giornata.
A occhio, comunque, mi sta più simpatico Trevi. (-:
Il tuo quinto paragrafo, ecco.
7. sì, e la credibilità e la selezione - e la storia, anche - delle testate, serve a questo. Così come l'apparato di link tra un sito e l'altro, in ogni articolo.
Io credo che il Web, nato per le Università (e per l'esercito, ma transeamus) debba restituirci il dialogo con quei letterati, accademici in primis, che altrimenti abbiamo incrociato una tantum nelle nostre vite, per qualche anno. D'altra parte... ma non soffrono di frustrazione a parlarsi sempre addosso, e sempre tra loro? Sono 300 in Italia, più dottorati, lacché, ricercatori, etc...
noi siamo milioni. Scendete tra noi, scegliete una casa e popolatela. No? ;)
8. Insegna a Roma III, ma da quando non sono più studente ho informazioni scarse e poco affidabili:). Purtroppo è entrato quando io ero uscito già da qualche anno.
Dirige una (bella) collana di narrativa per un editore snob e poco discusso: LE LETTERE.
http://www.lelettere.it/site/e_BrandsList.asp?IdBrand=205
(hai scelto da che parte stare? E' bello scegliere. Bravo And;) )
Sì, sapevo. LeLettere è di Firenze (-:
Scelto cosa? A volte non ti capisco proprio, gf!
tra trevi e cortellessa.
Lui è un po' il critico che leggo con più attenzione.
hai letto per caso "Invasioni controllate" il libro scritto col padre?
Sì, mesi fa - e l'ha letto anche Angela Migliore, non so altri, qui dentro. E' un bell'omaggio a suo padre, un libro-intervista nato per la memoria del loro legame e della loro storia; fosse stato un po' più sbilanciato sull'esperienza professionale paterna sarebbe stato un must. Mi è sembrato un tributo sentimentale ben fatto, una lettura anche stimolante, ma non fondamentale. Diciamo trascurabile per chi non ama Trevi senior o junior, e relativi mondi.
L'ho letto io, su segnalazione di Franco.
E' una sorta di intervista del figlio al padre. Un escamotage per indagare il rapporto tra psicologia e letteratura, passando attraverso vicende esistenziali e ricordi narrati in prima persona dalla voce del padre a seguito delle domande furbette e indagatrici del figlio, che sono delle vere e proprie imbeccate.
Ecco, hai due piccole schede, ora:)
E' un bell'omaggio, sì, come dice Franco.
Ma ha un carattere quasi privato, una sorta di condivisione e confronto tra due diversi ruoli (padre/figlio - psicologo/letterato) entro i confini del proprio vissuto.
Trevi figlio ha dato al padre occasione per ricordare e raccontarsi. Un gesto di grande sensibilità, che ho molto apprezzato umanamente. Tuttavia se il libro avesse avuto più ampio respiro, se fosse uscito dall'individualismo dell'esperienza singola e avesse assunto un'ottica più generale, forse avrebbe avuto altro peso. Ovviamente, però, questa è solo la mia opinione.
http://www.scrittinediti.it/blog/2009/02/19/trevi-emanuele-istruzioni-pe...
on line in SCRITTINEDITI
Presto in arrivo una sorpresa (grazie MOVI!)
19.Molto curiosa a dire il vero :)
"giornalismo culturale"
quando si dice ossimoro...
7, concordo...