Travaglio Marco, Gomez Peter

E continuavano a chiamarlo impunità

Autore: 
Travaglio Marco, Gomez Peter

Il libro, pubblicato nel 2007 quale sintesi e aggiornamento dei precedenti “Bravi ragazzi” e “Lo chiamavano Impunità”, ripercorre passo passo le complesse vicende dei casi Sme-Ariosto, Mondadori, Imi-Sir ed altri, diversamente conosciuti come processi “toghe sporche”.
Vicende processuali che, come sanno coloro ancora in grado di distinguere l’informazione dalla propaganda, si intersecano con prescrizioni spacciate per assoluzioni e leggi ad personam emanate con una solerzia ed una tale mancanza di opposizione che a buon grado si potrebbero definire “ad castam”.
Leggi che – per tanti inutile ribadirlo – avevano e hanno il fine di assicurare l’impunità penale a coloro che sono entrati in politica per risolvere i propri guai giudiziari e patrimoniali. I due autori, Travaglio-Gomez, hanno avuto il merito di assemblare e sintetizzare i passaggi più significativi delle indagini e successivi processi, tanto eclatanti quanto sconosciuti al grande pubblico.
Il tutto è tratto dalle carte processuali e quei brani, il più delle volte surreali, tratti dai periodici e quotidiani italiani che dimostrano come il cosiddetto metodo Boffo non sia affatto una novità di questi ultimi mesi ma una prassi consolidata.

Appunto, non dimentichiamo il ruolo dell’informazione, premessa inevitabile ogni volta che ci si azzarda ad affrontare argomenti del genere: il giorno della sentenza del processo che concludeva il più grave caso di corruzione giudiziaria della storia d’Italia, Porta a Porta di Bruno Vespa trasmetteva una puntata del serial Franzoni. Una scelta che i malfidati hanno pensato non essere casuale. Difatti, accanto all’aggettivo eclatante, che bene si accompagna alle cifre iperboliche scoperte nei conti esteri dei magistrati venduti (conti – rinfreschiamo la memoria - gentilmente offerti da avvocati amici e a busta paga di un gruppo imprenditoriale milanese), andando a rileggere vecchie cronache ed editoriali del tempo, altrettanto se non più frequentemente possiamo trovare la parola “controverso”.
Espressione che, alla luce di interrogatori, carte processuali, confessioni, lettura dei documenti e delle dichiarazioni - poi prontamente capovolte di tanti protagonisti di quelle vicende - non risulta poi così precisa.
In realtà molto è stato chiarito, se vogliamo dare credito a sentenze passate in giudicato, e solo l’uso di sparla grossa ad un pubblico volutamente disinformato può far apparire controverso quello che non è.
Un sistema politico come il nostro, ovvero una democrazia sempre più formale, sempre più svuotata al suo interno di sostanza, come giustamente rilevano i due autori, si fonda sulla “disinformazione, condizione necessaria per un regime imperniato su due pilastri che si sorreggono a vicenda: censura e impunità” (pag. 11).
Disinformazione e censura che, soprattutto nel raccontare – o minimizzare - i casi Sme-Ariosto, Mondadori, Imi-Sir (“si parla della maxi tangente da 67 miliardi del caso Imi-Sir, definita “episodio di corruzione di inaudita gravità” mai visto nella storia italiana e neppure in quella di altri Stati - pag. 316), negli anni sono state dispensate con grande disinvoltura proprio per l’oggettiva complessità delle vicende giudiziarie, esito non voluto di complicatissime manovre su conti esteri ideate dai noti avvocati tuttofare di corrotti e corruttori.

“Processi che ci restituiscono lo spaccato peggiore della nostra peggiore classe dirigente: magistrati, imprenditori, professori universitari, politici che accumulano le fortune all’estero violando la legge, frodano il fisco per miliardi e miliardi, trafficano tra loro per neutralizzare la Giustizia uguale per tutti, per cancellare di fatto la Costituzione. E poi mentono, mentono per la gola, inscenano pianti greci, inventano le scuse più inverosimili senza mai un’ombra di vergogna né di senso del ridicolo” (pag. 9).

“E continuavano a chiamarlo Impunità”, come altre opere di Travaglio tipo “L’odore del soldi” oppure “Storia segreta del processo Romiti”, rappresentando una sorta di parafrasi ed approfondimento di atti giudiziari e sentenze, richiede una particolare attenzione e la lettura potrebbe risultare un po’ faticosa: lo stile dei due giornalisti è efficace, brillante, ma i contenuti, proprio a causa di tecnicismi giuridici e delle complicatissime indagini sui labirinti societari e bancari imbastiti da corrotti e corruttori, si rivelano un percorso di guerra, di non immediata memorizzazione.
Al di là dell’oggettivo impegno nella lettura - non necessariamente un difetto - bisogna dare atto ai due autori di aver saputo raccontare i fatti senza confonderli con le loro evidenti opinioni: in altri termini, malgrado la ricercata ironia e malizia di certi passaggi tipo il paragrafo “Interrogatorio di Renato Squillante: Frodavo il fisco, ma sono una persona onesta”, le opinioni non sono state spacciate per fatti. E viceversa.

Lettura impegnativa ma anche libro molto ben congegnato, tale da permettere più livelli di approfondimento. Si passa dai capitoli di introduzione (Toghe sporche story, Personaggi ed interpreti), ai capitoli incentrati sulle indagini dei P.M. e sulle vicende processuali, complicate all’inverosimile proprio per gli incessanti tentativi di insabbiamento bipartisan con leggi ad personam e scudi parlamentari (Tre processi, tra storie, il caso Sme-Ariosto, Il caso Mondadori, Il caso Imi-Sir, La parola agli imputati, La vera storia dell’affare Sme) e per finire ad un’efficacissima cronistoria (“Dieci anni di processi ad ostacoli”, “Com’è andata a finire: le sentenze”).
Il tutto condito da episodi grotteschi che magari non alleggeriscono la lettura, ma di certo contribuiscono a meglio a delineare le personalità ridicole ed insieme drammatiche (per noi) dei corrotti e corruttori.
Peraltro questi signori, magari noti ai più nelle vesti di politici piuttosto che di imputati, non si smentiscono proprio per questa linea di ridicolo e grottesco che li rende particolarmente versatili in ambedue i ruoli: c’è indubbiamente una coerenza di fondo in quel “chiagne e fotte” siano destinatari i magistrati oppure i cittadini elettori.

Pensiamo ad un noto imprenditore politico e al suo (in)fido avvocato convocati dai P.M. di domenica: “così almeno non potranno accampare i soliti impegni parlamentari. Ma non si presentano nemmeno allora. “Io – manda a dire il Cavaliere – la domenica vado a messa”. (pag. 319)
Avrete notato che riguardo i protagonisti di queste vicende giudiziarie praticamente non ho fatto nomi, al più qualche aggettivo: non saprei, forse mi è venuta una voglia di mistero, di proporvi un quiz.
Nel libro invece i loro identikit li leggerete con dovizia di particolari; ma scommetto che qualcuno avrà già dei sospetti.
Effettivamente la soluzione del quiz non è difficilissima.

NOTE
Peter Gomez, dopo la scuola di giornalismo inizia a lavorare all'Arena di Verona. Nel 1986 approda al giornale di Montanelli per poi passare a La Voce. Dal 1996 è all'Espresso, dove si è occupato come inviato di tutti i più importanti casi di corruzione politica, giudiziaria.
E' autore con Marco Travaglio di libri come Regime (2004), Inciucio (2005), Mille balle blu (2006), tutti pubblicati dalla Rizzoli. Con Livio Abbate ha scritto I complici (Fazi 2007). Con Pino Corrias e Marco Travaglio firma il blog voglioscendere per Chiarelettere.

Marco Travaglio scrive per Il Fatto, l'Unità, l'Espresso, A, la Repubblica e Micromega. I suoi più recenti successi sono"Mani sporche (Chiarelettere 2007, con Gianni Barbacetto e Peter Gomez). Altri suoi libri, tra i tanti, sono La scomparsa dei fatti, Uliwood party, Montanelli e il cavaliere, Intoccabili, L'odore dei soldi, Bravi ragazzi.

Marco Travaglio, Peter Gomez, E continuavano a chiamarlo impunità. Ma è proprio vero che è stato sempre assolto? Come sono finiti i processi a Berlusconi & C., Editori Riuniti 2007, pag. 461

Recensione  già pubblicata su ciao.it il 16 ottobre 2010 e qui parzialmente modificata

Luca Menichetti

Per approfondire: Travaglio in Lanke + Travaglio & Gomez in Lanke + Travaglio, Lillo, Gomez in Lanke

ISBN/EAN: 
9788835959656

Commenti

[gomez-travaglio] Ancora una

[gomez-travaglio] Ancora una volta mi sto incasinando. Come da precedente dritta ho usato il pulsantino con la "w" di word, il terzultimo da destra, nella seconda fila etc etc. Temo che mi sia saltato il visualizza full html. E cliccando modifica mi appare la pagina bianca. mo' vedo che combinare (eppure in genere non me la cavo male col pc).

[E continuavano a chiamarlo

[E continuavano a chiamarlo impunità] Fatto. Mi complimento da solo e vado.

[travaglio-gomez-lupo] ottimo

[travaglio-gomez-lupo] ottimo Lupo:). adesso aggiungo qualche ritocco qua e là, a partire dai link per approfondimento interno [rimandano alle tue ottime schede sui libri di Travaglio & Gomez]. Momento...

[articolo caricato in prima!]

[travaglio, gomez] per

[travaglio, gomez] per approfondire... anni di lavoro del nostro Luca Menichetti: cfr. Travaglio in Lanke + Travaglio & Gomez in Lanke + Travaglio, Lillo, Gomez in Lanke

grazie Lupo!

[travaglio,gomez] stupenda la

[travaglio,gomez] stupenda la chiusura del tuo pezzo. "riguardo i protagonisti di queste vicende giudiziarie praticamente non ho fatto nomi, al più qualche aggettivo: non saprei, forse mi è venuta una voglia di mistero, di proporvi un quiz. Nel libro invece i loro identikit li leggerete con dovizia di particolari; ma scommetto che qualcuno avrà già dei sospetti. Effettivamente la soluzione del quiz non è difficilissima".

> grande. In generale, bellissimo articolo.

[impunità] qualche mese fa,

[impunità] qualche mese fa, mi sono rimesso a sfogliare, e poi a leggere, il primo libro della serie: "L'odore dei soldi". Sono passati 10 anni giusti, tra poco, e ne sono successe di cose. Una minisintesi, http://it.wikipedia.org/wiki/L%27odore_dei_soldi

Leggendo quel libro mi sono chiesto tante cose. E ho raggiunto qualche conclusione. La prima. Viviamo in un paese in cui tutti hanno avuto almeno il "sentore" del talento per l'evasione fiscale di quel signore là e delle sue aziende. Allora o la maggioranza di noi condivide il suo amore per il furto a danno dei concittadini, cioè l'evasione fiscale, oppure semplicemente agli italiani non disturba affatto essere governati da uno che truffa lo stato (e cioè i concittadini). 

La seconda. Se un libro del genere non ha causato uno choc straordinario - e così tutti gli altri - nella maggioranza assoluta degli italiani ciò vuol dire che viviamo in un paese profondamente disinteressato a sè stesso, concentrato solo sui clan famigliari, a volte - nel caso di circa 10 milioni di persone su 60 - causa povertà. Quindi non è questione di "prepotenza" o "egoismo", è questione di sopravvivenza. Cosa gliene frega a quei 10 milioni di poveri se c'è un superladro al governo? Loro pensano che è logico, altrimenti loro non sarebbero così poveri. Non fa una piega.

La terza. Quando il signor b. morirà di vecchiaia, tra 20 anni, travaglio di cosa potrà occuparsi? La sua carriera è stata consacrata alla lotta contro questo demone mostruoso. Che non cade, vacilla ma tipo misirizzi poi ritorna al suo posto. Ma quando cadrà, o travaglio si ritrova a fronteggiare la figlia o uno dei figli, oppure, se l'impero del nano va in sparpagliata eredità, non so: che giornalista diventerà? Vorrei esserci anch'io per vedere che succede.

La quarta. Non sono mai stato così convinto di non essere nessuno e di non aver fatto particolare carriera come in questi anni, in cui ho visto cosa significhi e cosa implichi la "carriera". Un merito berl. ce l'ha. E' un invito a respingere tutto ciò che è società dello spettacolo, tutto ciò che è solo immagine. Tutto ciò che è vizio e corruzione. Lui serve a capire da che parte stare. Mai dalla sua.

[impunità] Innazitutto grazie

[impunità] Innazitutto grazie a voi. Sono contento di aver rotto il ghiacchio dopo tanti mesi di latitanza.  Anche l'editoriale mi ha un po' fatto uscire dall'abbiocco. Adesso spero di proporvi presto qualcosa anche in esclusiva.

Queste sono recensioni per me piuttosto facili, veloci da scrivere, visto che in fondo c'è una certa ripetitività nei libri in argomento: i meccanismi, le indagini e i trappoloni riferiti a B. sono quelli da 16 anni. Soltanto sono poco noti e, come avrai letto nell'Odore dei soldi, hanno creato dei meccanismi non proprio semplici da capire. Figurati poi il grande pubblico elettore. Come pensare che si possa mettere a spulciare tutto quello che gli avvocati del nostro hanno imbastito etc etc.

Il fatto è che l'adagio "tutti colpevoli tutti innocenti" ovviamente non funziona, ma è credibile il "tutti colpevoli". Soltanto bisognerebbe avere l'onestà intellettuale e le conoscenze tali da poter graduare "la colpa" di chi ci governa e che ci governerà.

Libri inchiesta come questo, pur con tutti i loro limiti, informano e qualche dritta per comprendere chi fa meno schifo oppure comprendere chi ha inciuciato vergognosamente magari ce lo possono dare.

[impunità] ecco, altro nodo

[impunità] ecco, altro nodo centrale, bravo lupo. Il fatto che la vera drammatica conseguenza del forzismo sia stata la diffusione metodica del "tutti colpevoli", del "tutto un magnamagna", opposizione governo extraparlamentari, tutti uguali! - ecco, per me è la vera tragedia di questo paese, da una valanga di punti di vista. Perché è come se avesse disintegrato "la possibilità dell'onestà", e quindi "la fiducia", "la speranza", in chi ha interiorizzato quella stupida vulgata. L'antidoto ce l'ho. Pensare alle facce dei berlusconiani, mentre si ripete inconsciamente un loro concetto, un loro slogan. Pensare alla faccia di gasparri, di capezzone, di cicchitto, di bondi, di vito: magari alla faccia da tonni che hanno quando parlano in camera, dritto nella lucetta rossa della telecamera, come se parlassero con ognuno di noi. Fanno un po' ridere, e un po' senso. dipende dal grado di convinzione.

Io dico che funziona, l'antidoto. Ogni volta che uno slogan governativo/forzista/pedalino entra in testa bisogna visualizzare quelle facce. E sforzarsi di non dimenticare cosa rappresentano e chi servono. Ualà che lo slogan s'inverte.

[la rana dello scandalo, di

[la rana dello scandalo, di marco travaglio, sul Fatto]

scrive TRAVAGLIO... http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/19/nel-film-una-scomoda-verita-a...

Nel film Una scomoda verità Al Gore racconta un apologo: “Se una rana si tuffa in una pentola d’acqua bollente, salta subito fuori perché avverte il pericolo. Ma se si tuffa in una pentola d’acqua tiepida, che viene portata lentamente a ebollizione, non si muove affatto, rimane lì anche se la temperatura continua a salire. E alla fine muore bollita, se qualcuno non la salva. Il nostro sistema nervoso collettivo è come quello della rana: serve una scossa improvvisa perché ci rendiamo conto del pericolo. Se invece ci sembra graduale, anche se arriva velocemente, restiamo seduti senza reagire”. Difficile illustrare meglio l’assuefazione che narcotizza gli italiani. Due anni fa si scopre che Marrazzo era ricattato da tre carabinieri che l’avevano filmato illegalmente nell’alloggio del trans Natalì durante un festino con cocaina. Il Corriere, in un editoriale di Pigi Battista, scrive giustamente: “Un governatore sotto ricatto è politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere… le funzioni che vanno ben al di là delle sue privatissime vicende. Le istituzioni devono essere messe al riparo da ogni sospetto e interferenza. Marrazzo deve valutare se fare un passo indietro non sia l’unico gesto pieno di dignità”.

Ora che sotto ricatto (oltreché sotto processo) c’è B., il Corriere si guarda bene dallo scrivere che “un premier sotto ricatto è politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere le sue funzioni” e dunque B. “deve valutare se fare un passo indietro”. Anzi Sergio Romano, con l’aria di chi sta facendo una birichinata, scrive che B. deve “accettare il giudizio” e, se lo fa, “darà una prova di coraggio”. Cioè: quel che fanno ogni giorno migliaia di cittadini rinviati a giudizio, se lo fa B. diventa un atto temerario. Anche perché B. è perseguitato: la concussione è “un reato minore”, “uno dei meno perseguiti della politica italiana” (forse perché non tutti i politici chiamano le questure per far rilasciare prostitute minorenni marocchine fermate per furto). E il processo deriva non da due reati, ma da “un pericoloso cortocircuito tra politica e magistratura, un nodo che risale a Mani Pulite e non siamo ancora riusciti a sciogliere”. Ergo, diversamente da Marrazzo, che se ne doveva andare sebbene non indagato, l’imputato B. deve resistere perché “nessuno, se non in presenza di sentenza definitiva, può impedirgli di restare a Palazzo Chigi… La politica non si fa nei palazzi di giustizia, ma nei parlamenti e nei seggi elettorali”.

Questi liberali alle cozze sono talmente assuefatti al peggio da non notare nemmeno le vergogne che ogni giorno passano sotto i loro occhi. L’ultima è lo scandalo Alfano denunciato ieri dal Fatto a pag. 2: il caso pietoso di un presunto ministro della Giustizia che ogni due per tre annuncia mirabolanti “riforme organiche” peraltro mai viste, mentre si son viste due leggi bocciate dalla Consulta perché incostituzionali (lodo Alfano e legittimo impedimento) e altre disperse nei meandri parlamentari (intercettazioni, processo breve, separazione delle carriere e altre porcate). In compenso questa fronte inutilmente spaziosa entra ed esce da casa B. (le rare volte in cui è libera da escort e minorenni) per discutere dei processi a B. con gli avvocati di B., come un viceghedini qualsiasi. L’8 febbraio scorso, per esempio (vedi ilfattoquotidiano.it), B. riceve a Palazzo Grazioli i suoi legali Ghedini, Longo e Pecorella, ma pure Alfano. Che, già che c’è, si porta dietro la capufficio legislativo, Augusta Iannini, giudice e consorte di Vespa. La signora non gradisce che si rammenti di chi è moglie e ci scrive piccata: “Mi pare doveroso raggiungere il ministro quanto e dove lui ritiene”. Anche quando non si discute delle leggi sulla giustizia, ma dei processi al premier? Le impietose riprese del Fatto documentano poi, il mercoledì seguente, che la Iannini sale a palazzo ben prima di Alfano e ci rimane anche dopo l’uscita di Berlusconi, quando nell’edificio rimane solo il fratello Paolo. Che fa, spegne anche le luci?

Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2011