“Con la sera
si fiaccarono i due o tre colori del patio.
La gran franchezza della luna piena
Più non esalta il suo cielo abituale.
Patio, inalveato firmamento.
È il patio la pendice
per cui straripa fino in casa il cielo.
Serena
l’eternità si accampa a un crocicchio di stelle.
È buono vivere nel sodalizio arcano
Di un atrio, di una pergola e di un pozzo.”
(J.L.Borges “ Fervor de Buenos Aires”)
“Il tramonto è l’ora del giorno che preferisco. Mi siedo nel mio dondolo di legno davanti al mare, su quello che posso considerare il mio balcone sul mondo. Adesso che sono rimasto solo lo chiamo il posto dei ricordi. Mi affaccio e assaporo tutti gli aromi della mia terra. Il profumo intenso del frambojant si confonde con il salmastro acquitrinoso delle mangrovie, che nascono sulla riva e si spingono con i loro fusti esili e ritorti sin dentro lo specchio del mare”.
“Mi alzo e gusto a fondo il sapore del mare (…). Questo è il mio mondo, penso. E nonostante tutto non potrei mai tradirlo”
Una nostalgia dolcissima pervade il testo di colori, sfumature e l’odore del mare, è quello che arriva più forte insieme ai ricordi legati ad esso e alla propria terra che prefigurano persino la morte in una melanconia lontana da tumulti, direi silenziosa e gradita quasi tesa ad un ricongiungimento del presente riconciliante ogni momento della memoria. “Non rimpiango niente della mia vita solo perché la sua bocca ha accarezzato la mia pelle”
La poesia di Borges che fa da incipit alla mia recensione mi sembra appartenere al testo di Torreguitart Ruiz nel cogliere l’esistere anche nella luce della sconfitta, della vecchiaia, del poco che resta e ne rubi come scintille, le luci, i colori, le trasparenze e i rimpianti:
“La mia casa e i ricordi. Il mio passato d’avventura e il mio presente di quiete. Adesso niente può farmi del male, perché tutto quello che poteva accadere è già successo (…) non tradire il senso della mia vita. Solo questo conta ormai. Sono cubano e voglio morire tra la mia gente”.
Mentre guarda il suo corpo invecchiato, torna il tempo di quando fin da ragazzino aveva sentito i morsi della fame, lo distrae una statua in marmo del “Il vecchio e il mare “ non ne sa niente lui di Hemingway ma: “Mi piace quella statua, come mi piace il mare. Immagino che sia il mio ritratto e la guardo, ogni volta, al mattino quando esco con il vento alle spalle”.
Non ci credeva alla guerra, alla rivoluzione, è partito però perché aveva ucciso un uomo ed era meglio che finire fucilato o nelle carceri di Batista e proprio durante quel periodo, conoscerà una persona vera, l’unica che riempirà di valori la sua vita, l’unica, a parte Clara e i figli, che alla fine avrà amato: “volevo dimostrare a tutti che ero un uomo vero, capace di seguire gli ordini di Camillo , che rispettavo come un padre. Un padre giusto e severo come non avevo mai avuto”.
Le parole nel testo si connotano nel ricordo ma esso, come spesso avviene nelle persone anziane, è “addolcito” dagli anni, desidera ricongiungimenti, tranquillità e pace in una dolcezza che odora di mare, tramonti e gode di particolari momenti del giorno quando le luci appaiono più sfumate e il tempo reale si fonde con quello dell’anima. Mirabile questo autore che riesce da giovane, quale è, a cogliere i bagliori un po’ lacrimosi e sofferenti dei ricordi; e forte, è capacità di leggere un’umanità nelle mutevolezze del tempo. Per questo autore poeta e scrittore spesso di dolore, avevo parlato di collegamento con Verga anche nella recensione precedente, ed anche in questo testo tornano cose care ad entrambi, il mare (“I Malavoglia” si conclude con la distesa dell’acqua come unico conforto alla solitudine del giovane N’toni) gli odori di salsedine, il conforto dell’acqua quando le parole degli uomini non hanno più senso d’amore: “Luna che cala su di un bicchiere di rhum”; “canto di rane tra le stelle”, alla marina del mio passato mentre il sole brucia capelli e pensieri e li avvicinano anche alcune modalità, una su tutte, la circolarità dell’opera. Il romanzo si apre con la statua che guarda verso il mare e con essa si conclude il testo; anche in “Mastro Don Gesualdo” l’opera inizia con la descrizione delle mani, rovinate dalla calcina, di Gesualdo e si chiude sempre con esse incrociate sul petto.
Romanzi circolari quindi che sembrano voler fondere con un ritorno all’inizio, la vita e la morte. E questa morte lui la guarda, si legge, ricorda, ha paura, capisce che è finita (anche in “Martin Eden” di Jack London la morte è una presa di coscienza vissuta fino in fondo e chiude il romanzo): “La statua di marmo pare in movimento come volesse gettarsi davvero nell’oceano e venire in mio aiuto, l’odore di frambojant attraversa gli ultimi pensieri, mi lascio andare con un sorriso al mio destino. Ma non è il mio sorriso. È il sorriso di Clara.
Siamo di nuovo insieme, amore mio.
Per sempre”
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Alejandro Torreguitart Ruiz (L’Avana, Cuba, 1979), scrittore cubano.
Studia(va?) Letteratura Spagnola all’Università de L’Avana. Scrive(va?) poesie e racconti per la (irreperibile) rivista accademica “El Barrio”. Suona(va?) negli “Esperanza”, un gruppo locale. Purtroppo non aveva (ha?) computer e nemmeno una macchina da scrivere: le traduzioni si basa(va?)no su manoscritti. Secondo il Miami Herald, da tempo è “establecido en Milán” (?).
Inedito in patria, esordisce in Italia con “Machi di carta” (2003). Escono quindi “La marina del mio passato” (2004), “Vita da jinetera” (2005), “Cuba particular” (2007). Inediti – per ora: “Bozzetti avaneri” e “Mr Hyde all’Avana”.
Tutto tradotto (?) da Gordiano Lupi.
Alejandro Torreguitart Ruiz, “La marina del mio passato”, Nonsoloparole, Napoli 2003. ISBN 88-88850-14-7
Traduzione (?) di Gordiano Lupi.
Approfondimento in rete: Bassoli su Stradanove / Renzo Montagnoli in Kult / Rassegna Stampa / Ferlazzo su Progetto Babele
Patrizia Garofalo, gennaio 2008
Commenti
Una nostalgia dolcissima pervade il testo di colori, sfumature e l?odore del mare, è quello che arriva più forte insieme ai ricordi legati ad esso e alla propria terra che prefigurano persino la morte in una melanconia lontana da tumulti, direi silenziosa e gradita quasi tesa ad un ricongiungimento del presente riconciliante ogni momento della memoria. ?Non rimpiango niente della mia vita solo perché la sua bocca ha accarezzato la mia pelle?
London, Verga, Borges... Gordiano sarà contento.
Grazie per la nuova condivisione, Patrizia.
Piuttosto: con 6 articoli - sino ad ora - dedicati ai suoi 4 libri, siamo il sito italiano che ha dedicato più spazio all'analisi delle opere di ATR. Credo:)
E' una recensione stupenda.
Mi sa che a Patrizia è il testo di Torreguitart che è piaciuto di più. Non conoscevo la bella poesia di Borges. Vero il riferimento ai Malavoglia. Il mare, la calcina, il romanzo circolare. Vero da critico, ma chi ha scritto non conosceva. Ottimo anche Martin Eden che nè io nè l'autore conosciamo. Io ho letto solo Il richiamo della foresta e Zanna Bianca di London.
gianfranco la prossima recensione sarà sulla scuola, sempre che sia gradita.........ma la letterarura cubana mi ha preso molto..........e questo giovane scrive veramente da " affondo" o forse tutto è vicino anche al mio modo di sentire e percepire la vita.........la sua capacità di avvertirsi vecchio .......l'amore con Clara descritto in due parole..........la delusione della rivoluzione che sembra attutita anche se dolorosa dal tempo che passa...............ecco è un libro sul tempo, .....anche quello di morire perchè " non può succedere più nulla"
Ma certo.
Per quanto riguarda il mio parere sul libro - per questo non commento - è qui:
http://www.lankelot.eu/index.php?tag=torreguitart-ruiz
l'ultimo dell'elenco che troverai.
gianfranco ti ho letto ora.
molto precisa e circostanziata la tua recensione.
sai io non ho messo i riferimenti a Lupi perchè credo che , per quel poco o tanto che ho letto, la letteratura cubana.................abbia più voci tornanti........è colore, odore, musica, solitudine e nostalgia e lontananza o difficile sopravvivenza per tutti.
A suo tempo, quando ho letto tutto Lupi - da narratore, saggista, poeta (!), traduttore (da vagliare), avevo raggiunto delle conclusioni interessanti. Purtroppo siamo in Italia. E' seriamente vero che si legge poco: anche in ambito critica web, altro mondo rispetto alla critica accademica e a quella dei quotidiani, etc.
La verità è che non mi interessa più stabilire la vera identità dell'autore, dico sul serio. Piuttosto mi affascina quanto si creda - tutti: guarda anche wikipedia - semplicemente a quel che viene scritto. E' incredibile, ma siamo in un Paese così. In cui se io un giorno dicessi di aver tradotto l'inglese John Paul Mason e pubblicassi libri come John Paul Mason tutti mi credereste. Sinceramente è meraviglioso accorgermi che John Paul Mason possa vivere come me, anzi avere forse migliore fortuna, solo perché inglese. Etc. Spiega lo spirito del tempo.
E alla fine l'opera rimane, l'opera soltanto.
Quella conta. La scrittura, l'opera.
Ave!
Letto anch'io, Patrizia. Pagina come sempre intensa, ma anche dolce e serena, questa è l'impressione che esce dalla tua lettura personale.
Seguo da tempo le congetture di Gf attorno all'Autore.
E ho qualche motivo per credere che lui abbia visto giusto.
Resta comunque che immedesimarsi in un'età diversa, in una personalità molto diversa dalla propria sia compito arduo che a pochi riesce (sono quasi maniacale su questo punto e proprio Gordiano lo sa!).
Complimenti a Torreguitart se ci è riuscito!
è una bella rec, lirica e ispirata come al solito.
In effetti sono rimasta colpita anch'io da questa capacità di un autore giovane ( se è così, perchè ci sono sempre le ipotesi di Gf sull'argomento) d'immedesimarsi in una figura così diversa.