Torreguitart Ruiz Alejandro

Adiós Fidel. All'Avana senza un cazzo da fare

Autore: 
Torreguitart Ruiz Alejandro

È un romanzo, precisa l’autore, pezzi di vita randagia “d’una Cuba che cambia e non sa cosa vuol diventare (…). Mi è costato fatica. Lacrime e sangue. Perché tra queste pagine c’è la mia vita. Per la prima volta. Per questo se dico che è un romanzo credetemi. E il protagonista è un’isola che spinge lo sguardo verso il futuro e rimpiange il passato”.

Lo scrittore stavolta si configura in un personaggio in cerca di un capocomico che gli affidi secondo la tipologia dei “Sei personaggi in cerca d’autore”, un ruolo che lo ri-conosca, mentre disperato cerca tra ricordi e lacrime, in un’identità che lo salvi e restituisca al cuore quel futuro che si delinea senza cambiamenti e che continua a vivere l’attimo di un bacio come ristoro.

“È bella in fondo l’Avana se la guardi negli occhi di una donna”.

La passione, il sesso, il tornado non fanno pensare ad altro, interrompono la fruizione del tempo, mentre si aspetta che il diluvio di sentimenti passi trascinando tutto, anche i ricordi. L’inseguirsi delle parole catapulta tutto ciò che incontra, persino la carta nella quale Alejandro scrive. “E io aspetto con la mente rivolta al romanzo da finire e un occhio alla disperazione che mi circonda”.

Un romanzo vero quindi, come lui si premura a presentarlo, tra l’evolversi degli eventi, il ricordo, la nostalgia, la speranza che la scrittura fissi la vita perché non tutto vada alla deriva. Il tornado vive l’incombenza di “un tenebroso spettacolo di morte sulla vecchia Avana” un “calpestare la desolazione”, “come sciabolate furenti che vengono dal cielo” distruggere quello che già non esiste più, in presa diretta come un film scattato sul posto dove, preciserà poi l’autore, sono eroi, quelli che restano e non quelli che partono sorteggiati dal BOMBO. Il testo conduce dentro la sua Avana, trascina tra ricordi e favole, tra case e ruderi e il palazzo di Toyo che, nella sua fatiscenza, raccoglie e conserva i ricordi della sua infanzia. Le pagine 25, 26, 27 costituiscono un piccolo capolavoro a se stante all’interno dell’opera. Sebbene fuso con essa possiedono una reggenza artistica indipendente. Mentre un cielo sta per esplodere e la gente trascina e mette al riparo le ultime cose, il Nostro, cammina e mette a fuoco il suo assoluto bisogno della scrittura come unico mezzo per “mantenere in vita la vita”. “Neppure il tornado può cambiarmi la vita” “osservo brandelli di rifiuti affacciarsi dai cassonetti che presto voleranno nel vento” “tuoni scuotono il silenzio”, “e io aspetto nel silenzio con la mente rivolta al romanzo da finire e un occhio alla disperazione che mi circonda”.

Passerà il tornado, ma non le parole con le quali Alejandro è riuscito ad imprimerlo nel foglio dell’opera che sembra trasudi di quelle tempeste dell’animo che lasciano inebetiti, ghiacciati, pronti per un respiro ampio prima di una nuova attesa. Le parole si inseguono rotolandosi le une sulle altre, come colpi sempre più forti, gli occhi colgono gli istanti prima dello sconvolgimento, preconizzano il disfacimento, il dolore, la rassegnazione del dopo. Verrebbe da chiedersi se in realtà il tornado altro non “significhi” che la storia dell’Avana, dei suoi sogni, illusioni, morti e bicchieri di rhum.

L’intero scritto desidera in realtà prendere le distanze dal sogno ormai sotterrato di Don Chisciotte che risuona nell’aula della classe quasi come fastidioso rumore ed accettare la realtà di un atteso riconoscimento, una sosta per pensare, scrivere e inviare ad uno scomodo editore italiano. Alejandro attraversa il testo con tutte le sue contraddizioni e smarrimenti di giovane in una terra immobile di cui vive con scetticismo la santeria e la ritualità come nel racconto de “La Milagrosa”: “lei ti proteggerà ovunque andrai. Oggi però non è capace di asciugare le lacrime. Le piccole righe che rigano il volto di Juliana. Per quelle ci sono io, anche se non posso capire”; “Ho uno zio palero che risolve i problemi di tutti e non può fare niente per me. Ma forse è meglio così. Almeno non dovrò ringraziare nessuno. Neppure uno stupidissimo santo”. Nell’apparente frazionamento del testo, esso trova la sua coesione nel sentimento che spinge lo scrittore a denudarsi, a parlare di sé, delle cicatrici che non rimarginano nello scorrere affabulante dei ricordi in una concezione dell’arte a-poetica persino nella lirica, spoglia di sentimentalismo e retorica. Intessono le parole, un’infanzia solida di affetti, confortata da una famiglia in cui i gesti valevano più delle parole fino all’angoscioso addio a Marisol, forse schizzata dal ricordo del sangue di quel pugnale che aveva inciso per sempre la morte della madre. Alejandro con discrezione accompagnerà la fine del nonno, senza mai negare che Fidel è meglio di Batista: “morirà pensando che aver creduto a qualcosa è stato importante. E in fondo ha ragione. È importante credere. Se poi la vita tradisce le idee non è colpa delle idee ma della vita”  

Dopo un passaggio meraviglioso sul suicidio di Manuel Acosta, in cui, con un pungente sarcasmo, il verbo è usato al transitivo: “Manuel Acosta è stato suicidato”, spetta a lui e al padre vivere l’addio a Fidel e la percezione di una fine senza preconizzabile rinascita.

“La rivoluzione cubana in mano ai ragazzini mi fa un po’ paura”
“Ecco il grande cambiamento della nostra storia, che tutto cambi perché niente cambi, come ha già detto qualcuno. Adios Fidel. Ci mancherai”
.

Merita un’attenzione particolare la Lettera a mia madre che costituisce il nucleo emblematico del testo in un’equivalenza che la letteratura italiana conosce nell’ideale dell’ostrica e nella valenza della casa in Giovanni Verga. Chi lascia la propria terra, chi si toglie la vita, semina dolore, spaesamento, sarà stato egoista degli altrui sentimenti ed aspettative, non avrà pace e ri-conoscimento: i bambini che ha abbandonato smarriti, saranno per sempre uomini in cerca di una parte in quel palcoscenico dell’Avana che come un fantasma apparirà a coloro che l’hanno abbandonata fino a farli ammalare del “terrore della nostalgia”.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Alejandro Torreguitart Ruiz (L’Avana, Cuba, 1979), scrittore cubano (?).

Studia(va?) Letteratura Spagnola all’Università de L’Avana. Scrive(va?) poesie e racconti per la (irreperibile) rivista accademica “El Barrio”. Suona(va?) negli “Esperanza”, un gruppo locale. Purtroppo non aveva (ha?) computer e nemmeno una macchina da scrivere: le traduzioni si basa(va?)no su manoscritti. Secondo il Miami Herald, da tempo è “establecido en Milán” (?).

Inedito in patria, esordisce in Italia con “Machi di carta” (2003). Escono quindi “La marina del mio passato” (2003), “Vita da jinetera” (2005), “Cuba particular” (2007). Inediti – per ora: “Bozzetti avaneri” e “Mr Hyde all’Avana”. Tutto tradotto (?) da Gordiano Lupi.

Alejandro Torreguitart Ruiz, “Adiós Fidel – All’Avana senza un cazzo da fare”, Il Foglio, Piombino 2008

Su ATR in Lankelot:

Patrizia Garofalo, aprile 2008

ISBN/EAN: 
9788876061776

Commenti

È un romanzo, precisa l?autore, pezzi di vita randagia ?d?una Cuba che cambia e non sa cosa vuol diventare (?). Mi è costato fatica. Lacrime e sangue. Perché tra queste pagine c?è la mia vita. Per la prima volta. Per questo se dico che è un romanzo credetemi. E il protagonista è un?isola che spinge lo sguardo verso il futuro e rimpiange il passato?.

e' un libro molto ricco di ironia ,sarcasmo forse sarebbe più giusto e quello che offre a differenza degli altri è il vario tipo di approccio, potrebbe essere letto in molti modi, presenta molte sfaccettature e si offre a più lettori.....il tema dell'identità cercata è dominante.

Vengo proprio adesso da una breve intervista con Gianfranco De Turris che andrà in onda sul giornale radio Rai. Aggiungo alla stupenda nota di Patrizia Garofalo che Adios Fidel uscirà a breve per Edizioni A.Car di Milano. Abbiamo ceduto i diritti.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Ottima notizia, Gordiano, complimenti.

L'ho letta or ora anch'io e naturalmente ho trovato la bella pagina critica di Patrizia.
Qualche impressione:

"Un romanzo vero quindi, come lui si premura a presentarlo, tra l?evolversi degli eventi, il ricordo, la nostalgia, la speranza che la scrittura fissi la vita perché non tutto vada alla deriva."

e

"Nell?apparente frazionamento del testo, esso trova la sua coesione nel sentimento che spinge lo scrittore a denudarsi, a parlare di sé, delle cicatrici che non rimarginano nello scorrere affabulante dei ricordi in una concezione dell?arte a-poetica persino nella lirica, spoglia di sentimentalismo e retorica."

Torreguitart - di cui dovrei aver letto aulcosa per parlare con cognizione di causa (perciò mi scuso subito se poi non centro bene il discorso) - sembra forse aver abbandonato in parte i discorsi e le istanze di tipo sociali a favore di uno stile più... lineramente narrativo.
Chiedo: Fidel qui è pretesto o (sempre) contesto?

Fidel esiste e ha lasciato segni ovunque.ci son parti che non ho citato ma la fucilazione di tre giovani è moltoforte.......ma Fidel è un male che c'è e si vede..il dopo Fidel potrebbe essere vuoto, visto che lo sostituiranno persone senza peso.resta quindi terra di nessuno che credo veramenete sia condensata nella lettera alla madre che ho trasformato come nucleo di terra generatrice anche nell'atto folle delsuicidio accusatole dalla bambina.quella lettera puo anche essere letta senza ilcontesto ma è indubio che vada letta.

Fidel è presente in tutta la raccolta. Fidel è Cuba. Nel bene e nel male. Poi c'è la vita quotidiana. Ci sono le donne. C'è il mare. C'è la fame. C'è la disperazione. Ci sono le fuge. C'è la vita.

Gordiano

Posto un capitolo del libro,solo per far capire.

Aspettando il tornado

Dicono che sta per arrivare un tornado. Però Calviño ci ha rassicurato ieri sera alla televisione, poco prima che parlasse Fidel. Calviño è el hombre del tiempo, lo chiamano tutti così per via della testa pelata.
?Il tornado sta sorvolando i mari del sud e lambirà le coste occidentali scaricando la sua forza nell?oceano poco a largo di Miami?.
Bene, allora non ci riguarda, ho pensato.
?Però? ha continuato Calviño ?farà danni all?Avana. Si prevedono raffiche di vento sui duecento chilometri orari. La popolazione è invitata a seguire le istruzioni che verranno impartite dalle autorità?.
Allora questo cazzo di tornado è pericoloso. Può danneggiare le case, addirittura distruggere quelle più malandate. La mia già cade a pezzi da sola, basta poco per completare l?opera.
È da ieri che penso al tornado. Di solito gli danno i nomi più strani, quasi vezzeggiativi, come se chiamarlo con dolcezza placasse la sua furia, un po? come si fa con i cani pericolosi. Flora, El niño, Felix? questo lo hanno chiamato Pepe.
Un tornado che arriva non ti fa pensare ad altro. C?è chi implora la Vergine di Regla o San Lazzaro e chiede su di sé la protezione divina. Radio Reloj alterna bolero e salsa a notizie meteorologiche mentre si assicurano i coperchi dei serbatoi d?acqua e le tegole dei tetti con doppie mandate di filo di ferro. Vedo gente tagliare i rami frondosi delle piante più alte che circondano le loro case, altri che caricano televisori ed elettrodomestici su auto scassate, altri ancora che sigillano finestre e porte con assi di legno inchiodate. Portano in salvo il salvabile. Vestiti, lenzuola, persino materassi. Chi non riesce a portare via niente accatasta in casa le cose di valore, i mobili migliori, lega tutto saldamente e prega San Lazzaro. Quelli che vivono nelle case di legno hanno poche speranze di ritrovare qualcosa e si affrettano insieme agli altri disperati per raggiungere i rifugi assegnati. Centri militari e scuole raccolgono un esercito di futuri senza tetto. Si fanno scorte di rum. Quello non può mancare. Tornado di merda. Ci siamo abituati da sempre, conviviamo con questa maledizione del cielo, eppure ogni volta è come la prima volta. Non ci cambia il carattere, non manda Cuba alla deriva come vorrebbe qualcuno, però rompe le palle. Questo sì.
Io voglio fare ciò che voglio della mia vita non quello che per gli altri dovrebbe essere il mio dovere. Nessuno deve decidere per me.
E tra le cose che voglio fare c?è anche scrivere. Non porterà a niente? Bene. Sarà sempre meglio che pulire il culo a un turista o lavorare per Fidel. Neppure un tornado può cambiarmi la vita. Tutt?al più mi rimanda i progetti. Non andrò da Juliana. Non lavorerò al romanzo. Prima che faccia notte dovrò andare anch?io al rifugio. Soltanto questo. Per ora passeggio tra lo squallore dell?Avenida del Puerto e penso che magari questo fottuto tornado mi distrugge la casa e seppellisce mesi di lavoro sotto le macerie, oppure mi vola nel vento la prima stesura. E dopo cosa racconto all?editore italiano? Che avevo tante buone idee ma un tornado me le ha spazzate via? Frugo tra miseria e disperazione di strade deserte, neppure in balia dei ladri che funestano L?Avana nei giorni di tornado. Qui non c?è niente che valga la pena rubare. La polizia ha evacuato la zona. Dicono che ci sia pericolo rosso. Gli abitanti di queste catapecchie, che una volta servivano soltanto a scopare con le puttane del porto, sono stati trasferiti alla secondaria Manuel Ascunze. In attesa che il tornado passi, hanno detto. Anche mio padre e mia madre sono stati assegnati a quella scuola. Ci andrò anch?io certo. Ma c?è tempo ancora. Intanto calpesto la desolazione dell?Avenida del Puerto e osservo brandelli di rifiuti affacciarsi da cassonetti che presto voleranno nel vento, cani che sembrano intuire il pericolo e abbaiano con furore all?umidità che si fa largo nell?aria del mattino. Poi li vedo che frugano a caccia di quello che non troveranno tra carcasse di rifiuti, perché qui non si getta niente che non sia proprio da buttare. So che tra poco voleranno anche loro nel cielo tra i rami divelti dagli alberi e il pulviscolo della terra percossa da raffiche furenti. Non avranno più motivo di cercare. La baia dell?Avana pare triste anche lei stamattina, tra baracche di povera gente e nubi nere che minacciano il peggio. Il cielo azzurro, terso e limpido è soltanto un ricordo, lo scintillio dei colori ha lasciato il posto alla furia della natura. Tuoni che scuotono il silenzio, lampi di pioggia e il vento, il maledetto vento che incalza sempre più. Osservo il cielo. Tenebroso spettacolo di morte sulla vecchia Avana. Questa città non ha bisogno di un tornado per cadere a pezzi. Al limite può dare soltanto una mano. E io aspetto. Nel silenzio spettrale dell?Avenida del Puerto, con la mente rivolta al romanzo da finire e un occhio alla disperazione che mi circonda. Tra breve arriveranno le raffiche di vento solido e ostinato, voleranno cani, cassonetti e ricordi. Sì, persino i ricordi. Ondate di pioggia si abbatteranno su finestre divelte e distruggeranno ostacoli come sciabolate furenti che vengono dal cielo. Le prime raffiche umide mi sconvolgono i capelli e sollevano da terra le mie gambe. Adesso cammino rapido, le cime degli alberi che si agitano più dei miei pensieri e il grigio profondo della tempesta prepara una notte di burrasca. Non andrò alla deriva neppure io, neppure questa volta. Non andrà alla deriva la mia terra. Berremo rum e ci ubriacheremo come dei pazzi nelle baracche della scuola. Giocheremo a domino e balleremo con le nostre donne tristi boleri spagnoli. E penseremo a lui, certo. Al maledetto tornado.
Per adesso sono qui che mi faccio spingere dal vento sull?Avenida del Puerto e lo attendo. Attendo il tornado come un nemico invisibile e un furibondo dio del male. Attendo il tornado, quasi fosse Godot.

sono priprio le pagine 2 26 27 che cito nella recensione
hai fatto bene a postare il testo.
Neanche il tornado cambierà niente proprio mentre lo si coglie e vive anche in una potenzialità catartica