“Catherine gli porge il vino, poi si avvicina a me con l'altro bicchiere. 'E tu, Wilberforce?'. E io? La domanda apre tante possibilità. Accetto il vino, e in quel momento le sue dita, raffreddate dal vetro, sfiorano appena le mie. Non ritira subito la mano, e invece mi guarda, per un attimo i nostri occhi si incontrano. Nella sua espressione vedo un'aria curiosa, disorientata. Poi mi lascia il bicchiere in mano. Non apro bocca, nemmeno per ringraziarla. Non riesco a parlare. Lei non sorride né dice nulla, aspetta un momento solo prima di voltarsi e tornare in casa a passo lento. Chi sei tu? Chiede il suo sguardo. Cosa sei tu? Conosco la risposta. Non sono nessuno. Sono chiunque. Posso scegliere di essere chi mi pare. Mi volto con il bicchiere in mano a guardare il cielo dorato” (Torday, “L'irresistibile eredità di Wilberforce”, p. 312).
“L'irresistibile eredità di Wilberforce” (omaggio a “La fiera delle vanità” di Thackeray) è una tetra discesa negli inferi dell'alcolismo; nelle prime battute, paradossalmente, sembra un magnifico romanzo edonista e solare, inno ai piaceri della vita, all'arte di degustare il vino – e il pensiero vola a quella notevole commedia americana di Pickett, “Sideways”, tradotta in un fortunato film. Quindi, poco a poco, si precipita nella morte – nel male; tra coma etilico e sciagurato incidente alla moglie del narratore, in poche battute è svanita, s'è dissolta davvero, ogni minima fascinazione per il vino. Difficile non accostare quei frangenti a un must della Letteratura Inglese Contemporanea come “Il suono della mia voce” di Butlin – stessa percezione di inevitabilità, di maledizione, di intelligenza dominata dall'alcol, con una scrittura diversamente equilibrata e matura, senza quell'impressionante escamotage costituito dalla narrazione in seconda persona singolare dell'artista scozzese.
Secondo romanzo dello scrittore inglese Paul Torday, “L'irresistibile eredità di Wilberforce” è raccontato in analessi: si parte dal 2006, si scende – man mano – nel 2004, nel 2003, nel 2002. Torday ha preferito concentrarsi sulle dinamiche e sulle vicende esistenziali che hanno trascinato il suo personaggio nell'autodistruzione e nella distruzione della vita della sua compagna; si sprofonda nel suo passato, poco a poco sempre più solare, scoprendo che si trattava di un programmatore informatico di genio, uno che campava di rendita, che viveva tuttavia senza pienezza e senza entusiasmo; senza amore, e con la sensazione di essere inadeguato, sgradito, non desiderato: sin dall'infanzia. Tutto sarebbe cambiato per via di un incontro. Un incontro con una sorta di alter ego più anziano, umanissimo e diabolico al contempo, ossesso dal culto del vino e dal consumo – inevitabile, quotidiano, abnorme – del vino di qualità. Francis Black, eccelso conoscitore di vini, trasmetterà la sua passione a chi nemmeno sapeva cosa fosse l'alcol; la sua passione e la sua straordinaria cantina, assieme al gusto di vivere la vita con pienezza, intensità, entusiasmo. Amore.
Il vino però ti può trascinare via; non serviva leggere Butlin o Torday per saperlo, forse, ma è necessario interiorizzarli per non lasciarsi sfuggire mai questa consapevolezza. È un alleato per la socialità e per il piacere che non può e non deve trasformarsi in un terrificante e invincibile tiranno, un dominatore dei tempi e dei colori delle tue giornate. Torday scava e illustra la vita di un personaggio che sembra vincitore e si rivela incredibilmente, totalmente sconfitto: su tutta la linea. Diventa – e lo scopriamo subito, come vi accennavo, per la particolare struttura dell'opera – un edonista, alcolista e collezionista che si sbronza bevendo solo bottiglie di altissima qualità, come il Petrus 1982 che campeggia in copertina. Annate rarissime e costosissime, accompagnate da piatti meravigliosi. E da crolli verticali del fegato, del fisico, del cervello. Quando qualcuno, come Wilberforce, scrive o dice che “il vino non è alcol” (p. 31), che anzi definire il vino alcol è “un gesto insensibile e gretto”, si direbbe proprio avviato alla fine. “Berrò ciò che posso per tutta la vita che mi resta” (p. 40), annuncia, ben sapendo che sarà poca. Wilberforce finisce per sfondarsi con cinque bottiglie al giorno, cinque. Gli alcolisti anonimi non possono nemmeno fronteggiare un disastro del genere; s'è stabilito un rapporto simbiotico, inevitabilmente amnesico, e dolorosamente totalizzante. Qualcuno parla di psicosi di Korsakoff (p. 63), ma non so quanto senso abbia approfondirla o nominarla.
Si legge questo romanzo desiderando che possa essere soltanto letteratura, nera ed esistenzialista, e che episodi come questo e vite come questa non siano mai state vissute. È un clamoroso sbaglio. Ho visto scaffali popolati di superalcolici, in case spoglie di complementi d'arredo; e cantine osservate con uno sguardo adorante da qualcuno che non era un sommelier. Mi sono accorto che tutto quell'alcol andava a sublimare qualcosa. Amore, in generale, certo: ma anche personalità. Potente sedativo, a certe piccole dosi, esplosivo innesco di fragilità nervose o stati di stress, d'ansia e d'angoscia, in dosi elevate. E sempre l'alcolista che ti dice di non esserlo. Di trovare normale la presenza del vino – sempre il vino, mai la birra: non so perché – nella sua vita. Di trovare logica la spesa di decine di euro per una sola bottiglia di vino. Ho sentito questa gente discutere delle differenze tra i tappi. E prendere come scusa le degustazioni per potersi rintronare a oltranza, mangiando (poco) e bevendo (poche bottiglie: tanti bicchieri). Sembrava sempre che il vino fosse il migliore amico, l'amante sognata. Il vino era sempre complice e presente. Sei malinconico, bevi. Sei allegro, bevi. Sei da solo, bevi. Sei in compagnia, che fai? Bevi. Alcol.
È come in quel racconto del gran russo Kržižanovskij: parlo del gotico “Il calice fumé”. È “improsciugabile”, quel “monopode”: e Kržižanovskij inventa la storia d’un personaggio che ne aveva rilevato uno contenente vino invecchiato di mille anni, da un misterioso antiquario (il lettore italiano contemporaneo pensa, senza faticare, al vecchio Mister Hamlin della Safarà di Dylan Dog): sul fondo, aveva delle lettere incise. La prima, senza dubbio, era una “alfa”. Le rimanenti undici restavano indecifrabili. Perché la ragione e l’origine del male non si possono pronunciare, né comprendere: lasciarle indefinite – peggio, considerarle impronunciabil – giustifica l’insistenza nell’errore (la dipendenza: non più vizio, né divertimento; adesione incrollabile).
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Torday ha esordito molto tardi, in Letteratura, dopo anni dedicati ad altre attività (commerciali). Questo suo secondo libro è bello e fa male, è triste e a volte fa sorridere, in generale fa disperare. E quando, grazie alla disposizione della materia, ci accorgiamo che sì, c'è stato un inizio; e, sì, le cose forse potevano essere molto diverse, allora credo che serva ringraziare l'artista, essergli riconoscenti, in assoluto, perché... perché forse sta evitando morte, sofferenza e squallore a qualcuno di noi. Dominiamoci: dominiamo il piacere. Quando il piacere ti domina, il piacere ti distrugge.
Potente, nero, cupo, necessario. Ecco una nuova cognizione del male.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Paul Torday (UK, 1946), scrittore inglese. Ha studiato Letteratura Inglese a Oxford. Questo è il suo secondo romanzo. Ha esordito pubblicando “Pesca al salmone nello Yemen”; nella vita precedente è stato un businessman del Northurmberland.
Paul Torday, “L'irresistibile eredità di Wilberforce. Un romanzo in quattro vendemmie”, Elliot, Roma 29 aprile 2009. Collana “Scatti”. Traduzione di Luca Fasari. In redazione, Marta Pensi.
Prima edizione: “The irresistible inheritance of Wilberforce. A novel in four vintages”, 2008.
Approfondimento in rete: Wiki en / Lettera
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Aprile 2009.
Commenti
?L?irresistibile eredità di Wilberforce? (omaggio a ?La fiera delle vanità? di Thackeray) è una tetra discesa negli inferi dell?alcolismo; nelle prime battute, paradossalmente, sembra un magnifico romanzo edonista e solare, inno ai piaceri della vita, all?arte di degustare il vino...
http://www.lankelot.eu/SMF/index.php?topic=2664.0
nella futura top 10 del 2009. Lo candido:)
ho letto senza riuscire a staccarmi: certo che come presenti un libro tu....interessante e micidiale. E pensa a quanti alcolisti ci sono che usano vino di poco prezzo, perchè non hanno denaro e il poco finisce in bottiglie. L'alcolismo pareva un fenomeno superato, roba di una volta, e invece non lo è affatto. E nell'invito all'alcolismo inserirei anche i mostruosi "spritz" che preparano adesso e vanno tanto di moda: sono quasi caraffe, una volta lo spritz era un bicchiere di quelli piccoli.
(hai ragione...)
3. Rimpiango l'idromele con i quarti di cinghiale...
(In ordinazione domani insieme a "Monteverde" e "La desinenza in A" di Dossi)
5, 3. eh. ;).
5, 6. Aspettiamo impressioni, sensazioni, commenti, critiche & emozioni. Grazie di cuore.
(rimane davvero molto impresso.)
Giovedì 28 maggio ? ore 18.00
Casa delle Letterature
Piazza dell?Orologio 3, Roma
Paul Torday
presenta il suo romanzo
L?IRRESISTIBILE EREDITÀ DI WILBERFORCE
Un romanzo in quattro vendemmie
Con l?Autore intervengono:
Pier Mario Fasanotti e Luca Bianchini
A seguire Wine tasting
offerto da BOCCADIGABBIA
Dall?autore del bestseller Pesca al salmone nello Yemen, l?indimenticabile ritratto di un uomo alla ricerca di se stesso attraverso l?amore per il vino.
Wilberforce, un self-made man che tutti chiamano soltanto per cognome, rinuncia alla ricchezza accumulata grazie all?azienda di software di cui è fondatore e proprietario per dedicare la propria vita a ?custodire? la leggendaria cantina che ha avuto in eredità dal suo unico vero amico, l?anziano ed eccentrico Francis, e inizia così un irreversibile, bizzarro, drammatico cammino che parte dall?amore per il vino per approdare all?ultimo stadio dell?alcolismo. Con il suo secondo romanzo Paul Torday ha creato un?opera indimenticabile, la parabola di un uomo solo, felice e di successo esclusivamente in apparenza, che riesce a trovare se stesso spogliandosi di tutto ciò che possiede solo per perdersi di nuovo, travolto da una passione più grande di lui che lo porterà all?autodistruzione. Uno straordinario colpo di scena finale lo ricongiungerà forse al padre che non ha mai conosciuto. Dopo Pesca al salmone nello Yemen, autentico caso letterario mondiale, Paul Torday si conferma come uno dei più originali scrittori contemporanei regalandoci un grande romanzo, comico e drammatico al tempo stesso, commovente e brillante, scritto in uno stile di estrema, coinvolgente eleganza.
Paul Torday è l?autore del bestseller internazionale Pesca al salmone nello Yemen, che ha fatto di lui il nome nuovo per eccellenza della letteratura inglese contemporanea. L?irresistibile eredità di Wilberforce, suo secondo romanzo, ha confermato tutto il suo talento ed è in corso di pubblicazione in numerosi paesi. Elliot Edizioni ha già acquistato il suo nuovo attesissimo romanzo, The Girl on the Landing, di prossima uscita in Inghilterra.
«Una lettura sorprendente e davvero straordinaria».
«The Daily Telegraph»
«La prosa di Torday è semplicemente meravigliosa».
«Financial Times»
«Un puro gioiello? da leggere assolutamente».
«The Sunday Times»
«Tutto il libro è scritto in modo veramente delizioso? Torday è uno scrittore di originalità assoluta».
«Evening Standard»
«Di solito i secondi romanzi si rivelano deludenti, ma Torday con L?irresistibile eredità di Wilberforce è riuscito a creare un capolavoro».
«Daily Express»
«Il toccante racconto di una dipendenza alcolica e della ricerca della propria identità da parte di un uomo solo? una lettura ipnotica, straordinaria».
«The Mail on Sunday»
Ufficio Stampa Elliot Edizioni
[pincio, letteratura
[pincio, letteratura alcolica, torday] cortocircuito. Si parla di letteratura alcolica in questo ottimo post di TP: http://tommasopincio.splinder.com/post/23220979/letteratura-alcolica