La copertina bolla provocatoriamente il libro col marchio dell'eresia. Ed “è eretico, sì, questo romanzo, ma lo è per troppo amore, non per troppo poco. Lo è – riferisce l'autore in un'intervista – nella misura di queste parole di Sergio Quinzio: «Dio che si è offerto a noi, che aspetta da noi la salvezza, è un Dio che dovremmo perfettamente amare, ma che ci ha reso troppo stanchi, delusi, infelici per poterlo fare»”. Le pagine, allora, diventano paradossalmente un'eresia mistica che gridano l'impotenza umana di fronte a quella volontà di Dio, più volte invocata pregando un Padre che fatichiamo a sentire davvero nostro, e che poi siamo incapaci di compiere, quando la vita smette di essere un dono per rivelarsi una condanna alla sofferenza. La forza de “Il nemico” sta proprio in questo straziante monologo di Tonon, che scava nel proprio dolore annegando nel vuoto dell'abbandono. Ed è uno scrivere intriso di angoscia e risentimento. È una rivolta al mondo intero e alla sua assenza di misericordia. È il pianto soffocato dalla rabbia di un uomo doppiamente orfano, che cerca i segni di Dio nella carne tutta “sbregata” del padre, morto dopo trentaquattro anni di fabbrica, coi polmoni intasati di polvere di legno.
“Cerca in quel corpo martoriato, con la precisione di un teologo e trova l'esatta manifestazione di Dio nel mondo: niente”. “Quel niente che sta tutto nel portarsi addosso il male, come una cosa necessaria, come un'abitudine, come una malattia”. Quel niente che, però, brucia dentro come una ferita, dando l'esatta dimensione della distanza da quel Creatore che non smette di tacere, condannandoci alla disperazione. L'inchiostro, pertanto, diventa atto d'accusa contro “il potente e roboante Dio biblico”, il “Dio bellissimo” che agli occhi di Tonon sembra addirittura amare la tortura. Un Dio sordo e cieco che tollera il male e non accoglie, non consola, non salva nessuno. Un Dio colpevole “dell'ingiustizia originaria che fa di un uomo uno schiavo”. Un Dio latitante che lo scrittore, nella propria natura di “scimmia casuale”, non riesce capire eppure vorrebbe amare.
In quest'ottica, allora, la prima parte del romanzo, intitolata “Sotto il sole di Lucifero”, è la storia del sentimento filiale tradito, che incancrenisce nell'amore folle per l'invisibile, fino a farsi deserto e negazione. Fino a scivolare “nell'eutanasia di sé” che permea la sezione conclusiva del libro. Dove pure la luce dell'angelo ribelle si spegne e la sterilità trasforma la vita in un vorticoso precipitare nel buio. Dove esistere oltre la propria morte e prolungare sé stessi nel corpo di un figlio, diviene desiderio irrealizzabile che umilia e sconvolge e sfigura. E quella creatura mai nata fagocita parole, pensieri e speranze. Diventa il Nemico che si nutre del dolore dei mancati genitori. E forma con loro una “spaventosa trinità”, in cui la sposa conserva sepolto dentro di sé il figlio non generato, facendosi sua bara. Un sepolcro nel quale imputridisce il senso stesso del vivere, si spegne il desiderio che li aveva resi amanti tarantolati, “preda del riso di Dio sulla morte” e si spalanca l'atrocità di una sconfitta che si rinnova immancabilmente nell'orrore quotidiano e nell'insopportabile fatica, necessaria anche solo ad alzare le palpebre di fronte al nuovo giorno. Perché insieme non sono riusciti a guarirsi e il Nemico marcito nel ventre saldato di Marta, è il loro abisso di pazzia a ribadire il castigo divino ad una vita che è “puro adeguamento al male”.
Allora la scrittura si fa dono blasfemo per la consolazione. E dopo essere stato “servo della Parola”, Tonon indulge alla menzogna della letteratura e inventa. “Inventa la magnificenza di una divinità sfigurata, un Dio piccolo che vuole dipendere dall'allegria della sua sposa e dalla sua, dalla sua allegria piena di vino, inventa l'amore raro, quello che sta davanti al terrore, inventa quello che è stato, quello che sarà quando scenderà la magnificenza dell'ultimo Dio, inventa la maturazione del dolore, inventa la discendenza della sua sposa sterile (…), inventa per lei questo Dio che è figlio suo, inventa che il dolore non esiste”
Commenti
[Tonon] E' stato
[Tonon] E' stato difficilissimo leggere "Il Nemico" e, se è possibile, scriverne lo è stato anche di più. Grazie ad Ana che, con la sua pagina, mi ha invogliata a comprare questo libro. Spero di trovare presto il nome di Tonon su una nuova copertina, anche senza il bollo eretico :)
[tonon] grazie, Angela. Si
[tonon] grazie, Angela. Si sente che hai vissuto con intensità eccezionale questa esperienza. Nobile contributo:).Domani commento meglio. Intanto... grazie. (ocio che manca il tag "letteratura italiana")
[Tonon] Quando imbroccherò al
[Tonon] Quando imbroccherò al primo colpo i tags, griderò al miracolo! :)
[tonon] insomma, siamo dalle
[tonon] insomma, siamo dalle parti di quelle letture di intensità eccezionale, di inevitabile adesione da parte del lettore, di tremendo dolore e sensibilità. Va bene. Tra poco toccherà anche a me...;)
[Tonon] Sì, sono pagine
[Tonon] Sì, sono pagine dolorosissime che esigono la meditazione, il confronto e anche lo scontro con sé stessi, con le proprie ferite e, personalmente, con l'incapacità di accettare la distanza che ci separa da Dio, se non come una condanna. Sapevo che avrei vissuto in maniera conflittuale e la lettura e il tentativo di recensione. Ho fatto quel che potevo, sono sicura tu scriverai una bellissima pagina. Questo è uno di quei casi in cui ritengo preziosa la pluralità di pezzi sullo stesso libro.
[angela, tonon] Ti ringrazio
[angela, tonon] Ti ringrazio molto per questa lettura, Angela. Anche per la fatica che ti è ostata, stando a quanto hai scritto qui nei commenti, oltre la recensione. Cerco sempre di misurare le parole, quando mi capita di ringraziare per l'impegno che vedo speso per il mio testo. Lo faccio anche qui, ma col mio controllatissimo "grazie" spero ti arrivi tutto quello che sento, ora.
[Tonon] Grazie a te. Ci sono
[Tonon] Grazie a te. Ci sono libri che impongono una certa fatica, emotiva prima ancora che mentale. Ma arricchiscono tanto. Il tuo è così e sono felice di averlo letto. E' sempre bello, poi, il confronto con l'autore e nel tuo caso, l'attenzione partecipe che hai riservato a ciascuna recensione. Spero di trovarti presto in libreria con un nuovo titolo.
Sì, Angela, il confronto è
Sì, Angela, il confronto è sempre bello, quando è gestito spogliandosi delle proprie convinzioni dogmatiche. Cosa non facile, ma alla quale dovremmo sempre tendere, credo. Non sono intervenuto prima, qui, perché mi pareva di operare una pubblicità per me stesso. Le tue parole mi confortano, mi fanno capire che qui, su Lankelot, le cose stanno diversamente, rispetto ad altri luoghi dove la discussione è sempre e solo uno scontro, a volte violentissimo, quasi sempre violento (luoghi che ho smesso di frequentare ormai da anni, traendone estremo beneficio). Quanto al nuovo libro, penso che si andrà all'anno prossimo. Ho consegnato in Isbn il libro di poesia, che verrà pubblicato ma non so quando (un'anticipazione è stata pubblicata su affaritaliani.it). Per il romanzo che dovrebbe concludere Il nemico, credo sia principalmente una questione mia. Ho atteso quattro anni prima di riuscire a trovare il coraggio di mandare Il nemico ad una casa editrice, dico proprio che già nel 2006 era finito praticamente come lo hai letto tu. E le cose non sono cambiate, nella mia testa. Ancora, nonostante gli apprezzamenti, i riconoscimenti, fatico a credere di star scrivendo un testo valido. In casa editrice me lo sollecitano, ma, oltre la mia insicurezza, forse semplicemente il mio pudore, sono proprio le questioni pratiche come il tempo divorato dal lavoro, il fatto di dover girare l'Italia per presentazioni, le richieste di interventi, le interviste, a rallentare la conclusione della mia piccola trinità. Ma, come ho già scritto a Gianfranco, spero che non esca postumo!
Grazie ancora.