Tondelli Pier Vittorio

Rimini

Autore: 
Tondelli Pier Vittorio
Benessere, benestanti. Fuga dall'io e dal dovunque, naufragio nel qualunque, nel chiunque.
Riviera adriatica, 1983 ed anni precedenti.
Una sorta di refrain di cool-rock con improvvise e sincopate incursioni di sonorità a carattere jazz sul tema. Una polifonia forse stridente, uno spartito forse troppo pensato che non si fa pura e vera musica ma che talvolta si lascia vincere dal perfido e infastidente rumore.
Non è il romanzo più completo (e comunque sarebbe apparso più congruo rissettare lo scritto come una raccolta di racconti analogamente all'esordio narrativo con "Altri libertini" nel 1980) o meglio scritto di Pier Vittorio Tondelli (1955-1991), questo Rimini (1985), ma probabilmente ne rappresenta l'apice in senso di poetica e progettazione. Costruito su diversi segmenti narrativi che si intersecano quasi per caso, il filone centrale è rappresentato dal cinico giornalista Bauer e la storia delle sue incredibili peripezie poliziesco-politiche sulla riviera romagnola come caporedattore della pagina locale per un noto giornale, in meno di due mesi, luglio ed agosto ovviamente.
Con discrasie narrative e iati di vario tipo a carattere spazio-temporale, accanto si narrano la storia delle due sorelle tedesche in cerca della vita o di un suo significato ultimo, lo scrittore Bruno May e il suo amore omosessuale svilito dall'alcol ed all'abbandono, i due cinefili che progettano film senza avere un soldo ed un misterioso suonatore di sax notturno, forse la voce più potente e maschia, un ruggito di dolore scomposto e per nulla rassegnato anche se sconfitto in partenza, perché non è vero che il gioco è uguale per tutti e l'importante è partecipare, e tuttavia la meravigliosa pagina del suono del sax che sfiora e carezza tutti i visi, gli ombrelloni e le illuminate facciate di quel paradiso artificiale anni ottanta rimane una tra le più belle di quelle tondelliane:
"Suonò con foga, passione, con rabbia, con amore e il suo canto rauco si aprì attorno a lui e dai suoi polmoni, dal suo cuore, da suo vecchio sax si allargò sulla spiaggia, superò la linea colorata delel cabine, si distese sul viale del lungomare (...)andò sull'insegna del Top-in (...) sui viali della circonvallazione e finalmente si aprì fino ad abbracciare tutta la riviera. Andò sui volti tirati dei camerieri e delle ragazze di servizio..." (p.114)
Come intense sentite, trascinanti, vere, crudeli ma grondanti lacrime e sangue non di mera fiction sono le pagine dell'amore gay tra May e il giovane squinternato suqattrinato pittore scozzese in una Londra molto radical chic e post punk, proprio come doveva essere la capitale inglese ad inizio anni ottanta, in piena fase di ascesa reazionaria tatcheriana.

Un romanzo che, come gli altri dello scrittore emiliano, evidenzia tracce nemmeno nascoste di evidente autobiografismo, fedeli alla linea più volte ripetuta e ribadita che letteratura e vita non possono camminare distaccate e che si nutrono ognuna dell'altra anche se, e si avverte distintamente, questo è un romanzo costruito a priori, quello dove più fortemente Tondelli ha voluto dividersi dal narrato diventando scrittore-altro dal racconto, proprio per dare vita ad un mondo variegato e meno scompostamente ridondante di quelle che anima per esempio i racconti di Altri libertini o le vicende e spesso vicissitudini di gay sparse in Pao pao (1982)e liricizzate quasi a futura memoria nella intensa e lancinante storia d'amore di Camere separate (1989).
Ci sono però brevi accelerazioni, in Rimini che sono molto riuscite, liricamente intense, dove pare che il freno del progetto da realizzare e la volontà di compostezza e misura cedono il passo al Tondelli più ispirato, libero da lacci e vincoli dei meccanismi narrativi di architetture romanzesche solide e strutturate a tavolino, dove la vita si fa spazio fra gli interstizi del corposo ed ambizioso desiderio di offrire su un piatto d'argento di una pagina di prosa la metafora di Rimini come punto di incontro e scontro delle necessità e delle contraddizioni di una generazione molto arrivista e nello stesso tempo low profile, alla ricerca di sé stessa molto di più che del benessere, stentorea e lapidaria per finta, silenziosa nella sua logorrea vacua e che vaga a tentoni alla ricerca di un pensiero stabile da plasmare, stentata nelle ambizioni, nei sentimenti, nel godimento e nello stordimento.
Colpi d'autore calibrati su un obiettivo preciso, colpi non a salve ma forse sprecati in un pattern nel complesso deficitario
Se Moravia aveva dato un'unica e ampia panoramica quanto mai sconvolgente degli anni trenta con Gli Indifferenti, se Balestrini più di 50 anni dopo ha provato di dare una sua parziale ma totalizzante fotografia della sua generazione e delle lotte degli anni settanta con Gli Invisibili ebbene Tondelli avrebbe potuto intitolare il suo lavoro Gli insofferenti.
Uomini e donne in preda a smanie e tensioni, dimidiati nel profondo e alla continua ricerca, perpetuati e perpretati alla dannazione, quasi convinti di non dover essere lì ed a quel modo eppure tenacemente divorati dalle loro personali ossessioni e dei drammi laceranti delle loro vite disordinate e spesso sconsolatamente prive d'affetto.
Emerge un quadro sostanzialmente molto negativo della società contemporanea e dei meccanismi che la tengono in vita come perfidi incubatori di uno spirito occidentale ormai al decadimento totale nelle carni e nelle azioni.
Non si nasconde una dolorosa presa d'atto che certi meccanismi e certi comportamenti per quanto apparentemente naturali vivano sena scomporsi in una dimensione stereotipata, fino a comporre un quadro fisico (e non metafisico) che ha caratteri di finzione e teatralità anche nei più minuti gesti quotidiani più che rassicurante pesantemente indigesta
"C'era dunque qualcosa di intimamente artificiale in ciò che aveva intorno(..) Era tuttonon naturale. Tanto troppo dannatamente perfetto". (p.64). Qui è Tony a parlare, un Tony che assime all'amico Roby è vissuto e posseduto dal demone artistico ma trova incontrollabili e imbattibili ostacoli di natura economica e ostici muri da scalare per realizzare il loro sogno di scrivere e  dirigere un film.
Lo stesso senso di alienazione, di estraneità di impossibile conciliazione, anche se qui meno dandy o artistoide ma direttamente scaturito dalla piaga aperta, dalla ferita che non si rimargina e che strazia di un amore che non si lascia amare vibra nella parole e percuote il lettore quando lo scrittore alcolizzato Bruno May urla al mondo la propria rassegnazione e la sua idea di mondo:
"--E' come se fosse troppo piccolo per me. Non c'è più niente che colpisca il mio sguardo. niente che possa giustificare la pena di quel mio stesso sguardo. Sento solo questo desiderio di gridare, sento la rabbia di essere prigioniero di qualcosa che è dentro di me. E' una zona d'ombra che si allarga come un cancro" (p. 190).
Un'allergia cronica a suo modo violenta, senza alterigia ma vissuta con masochistica compartecipazione, al mondo, ai rapporti interrsonali, al dramma di voler scrivere ma non riuscirci più.
Nemmeno se.
Nemmeno quando.
Un quadro cupo e pessimistico, dove solo gesti a loro modo disperati ed eroici, possono dare se non significato almeno un senso in cui percorrere le numerose direzioni che il viaggio dell'esistenza propone.
Eroismo certo non di stampo hemingwayano ma che rasenta il gesto vago e disperato dei poeti romantici nutritesi di tempesta ed assalto ma poi ineffabilmente stregati dal fascino del legame di amore e morte.
Tuttavia in Tondelli in generale e neanche in questa opera, non c'è nulla di decadente o di nichilista, la struttura del romanzo e lo stile e la lingua (qui decisamente ordinaria e quasi timorosa, racchiusa dal guscio plastico e rassicurante della tradizione) sembrano protesi e cementare l'autobiogafismo con un impianto narrativo di sapore totalizzante.
Insomma quasi una pausa di riflessione tra il primo effervescente Tondelli, un magmatico coacervo di influenze varie e nuove che dettero ossigeno ad una narrativa italiana ormai alle prese con il respiratore artificiale delle logiche editoriali e della creazione a tavolino del prodotto di consumo ed il secondo Tondelli, più riflessivo, più teso a misurare e a realizzare un equilibrio fra desiderio e realtà, fra tensione creativa e progetto letterario, il Tondelli che però non arriveremo a vedere mai, data la morte prematura dell'autore nel 1991 a soli 36 anni.  
 
 NOTE
Si analizza qui P.V. Tondelli "Rimini", Bompiani, 2005. Sull'autore e sul libro "Altri libertini" vedi http://www.lankelot.eu/?p=1085
 
Recensione strutturata su un'opinione pubblicata sul sito Ciao.it nel gennaio 2007
ISBN/EAN: 
9788880492542

Commenti

Domanda:quali i punti di riscontro e quali di difformità ravviseresti tra Pasolini e Tondelli? Quali le fortune bruciate per entrambi?

Questo passo è sinceramente molto bello:

"Se Moravia aveva dato un?unica e ampia panoramica quanto mai sconvolgente degli anni trenta con Gli Indifferenti, se Balestrini più di 50 anni dopo ha provato di dare una sua parziale ma totalizzante fotografia della sua generazione e delle lotte degli anni settanta con Gli Invisibili ebbene Tondelli avrebbe potuto intitolare il suo lavoro Gli insofferenti.
Uomini e donne in preda a smanie e tensioni, dimidiati nel profondo e alla continua ricerca, perpetuati e perpretati alla dannazione, quasi convinti di non dover essere lì ed a quel modo eppure tenacemente divorati dalle loro personali ossessioni e dei drammi laceranti delle loro vite disordinate e spesso sconsolatamente prive d?affetto."

ocio sempre alla decade in Maiuscolo.

"la struttura del romanzo e lo stile e la lingua (qui decisamente ordinaria e quasi timorosa, racchiusa dal guscio plastico e rassicurante della tradizione) sembrano protesi e cementare l?autobiogafismo con un impianto narrativo di sapore totalizzante".

> biografismo

> il discorso sull'impianto narrativo di sapore totalizzante è estremamente affascinante e andrebbe esteso ad hoc. Ogni volta che sento l'aggettivo "totale" mi si spalancano seicentosessantasei finestre, è un gran momento.

1.> C'ho pensato. Ti dirò tra Pasolini e Tondelli trovo solo differenze.
Epoche diverse, troppo diverse. E poetiche abissalmente dissimili. Pasolini alla ricerca dell'archetipo primo, parte dal realismo per arrivare chissà dove (e la sua strada cinematografica traccia questa via molto più che quella letteraria). Tondelli credo che cercasse con tutte le forze di fondere letteratura e vita, restituire alla narrativa concretezza e vissuto collettivo che nei suoi anni si andava perdendo. Ma senza intellettualismi.
Tondelli poi era un grande ed attivo lettore, progettatore, scopritore di talenti. Pasolini un acuto e talvolta complicato, complicante, paradossale teorico. Poi dovrei approfondire, chiaro, per ora traccio percorsi.

2. e 3. Grazie degli apprezzamenti e correzioni :-). Ti dirò, Gieffe, che Rimini rimane progetto più che romanzo totalizzante. Forse Tondelli era troppo giovane, per arrivare ad un'opera compiuta in questo senso. E vista la sua prematura dipartita, credo che la domanda non avrà risposta.