Tomizza Fulvio

La visitatrice

Autore: 
Tomizza Fulvio
Ci sono libri che emanano l’inconfondibile sentore del bilancio, nei quali ogni pagina, e di più, ogni proposizione e ogni riga incedono col respiro teso della resa dei conti. Ci sono libri, in altre parole, che lungi dal risolvere la poetica di un autore contengono un surplus d’impellenza, proprio in quanto incarnano in chiarissime forme la fatalità dell’ultima volta, costituendo per quell’autore l’occasione estrema di rapportarsi ai temi e ai luoghi peculiari della sua opera. È il caso della Visitatrice di Fulvio Tomizza, romanzo pubblicato postumo nel 2000, ma steso di getto tra l’aprile e il maggio del 1994. Non è stato l’ultimo libro scritto da Tomizza, il quale fino al 1999, anno della morte, ne avrebbe visti uscire ancora tre; ma è caricato di un’intensità particolare, che si rivela nell’asciuttezza solenne della scrittura e fa andare la mente a grandi esempi di prose segnate da un senso altrettanto acuto del congedo finale, da un’avvertita prossimità con la morte: quali quelle che ritroviamo talvolta, per restare al pantheon delle lettere centroeuropee, in Uhlman e Márai.
 
Viene spontaneo chiedersi quanto di sé, quanto di autobiografico Tomizza abbia trasferito nella fiera malinconia di Emilio, il protagonista della storia; e quanto ciò possa aver influito nella decisione di non rendere pubblico lo scritto. Sebbene si convenga sulla marginalità della questione, l’idea di essere davanti a un testo su cui l’autore ha dispiegato un robusto investimento di tipo personale, rimane, pesa e non può non accrescere in emotività ed empatia l’atto del leggere.
 
Emilio Cernigoj ci viene presentato come il benestante titolare di un negozio di pellame in via Rossini, sul Canal grande a Trieste. Ha da poco superato la soglia dei sessanta, circondato dalle attenzioni premurose di una moglie e di una figlia, che l’incipit del racconto ci descrive in partenza per una breve vacanza fuori città. È malato. Emilio Cernigoj soffre di un cancro alla prostata, che gli trafigge stabilmente la vescica con tormentose fitte. Di ritorno dalla stazione, dove ha appena salutato i suoi più grandi affetti, viene intercettato nel tragitto verso casa da una donna nel fiore degli anni, dalla fisionomia assidua in tanta femminilità slava – statura alta, capelli chiari, fronte «leggermente bombé», carnagione lattea, denti forti scoperti su rosee labbra delicate – la quale segue Emilio fin sul pianerottolo del suo appartamento di via Giulia, allo scopo di rivelarglisi, in maniera perentoria, senza alcun preambolo come in un vero appuntamento col destino, sua figlia.
 
Patricija è una slovena di Lubiana; afferma di essere il frutto di un’avventura che Emilio ebbe in gioventù con un’infermiera, allorché negli anni Cinquanta egli abbandonò Trieste per la capitale slovena, mosso non solo e non tanto da motivazioni ideologiche, lui proveniente da una famiglia di bassa estrazione e con un padre caduto partigiano comunista, ma piuttosto perché insofferente verso un clima politico-sociale giudicato intollerabile, per le sue rigidità e le sue oggettive tensioni. Dal racconto che Emilio tesse a Patricija, emergono vividi i tratti di una Trieste già inquieta che la guerra aveva lasciato a brandelli, decomposta in tutte le sue parti, a disseccarsi nel rancore. «Non sai – dice Emilio – cos’era questa città nel dopoguerra. La gente bene, coi loro giornali e le loro autorità a manifestare di continuo per il ritorno all’Italia anche dell’Istria, per gli infoibati di Basovizza; gli operai senza lavoro considerati slavi e comunisti, l’una cosa qui ancora s’identifica con l’altra, la polizia inglese e americana a picchiare gli uni e gli altri…». Sono parole che Tomizza fa pronunciare al suo personaggio più di dieci anni fa; ancora nel 1994, con la Repubblica slovena indipendente di fresco, esse potevano ispirare conclusioni amare come la seguente: «Questa città non avrà mai pace, l’odio la rode anche oggi. Basta una qualunque riunione politica, del resto sempre orchestrata, per lasciar vedere il discrimine, la velenosità nelle sfere alte e medie per una parte di se stessa che non riconosce e non riconoscerà mai come propria», dove si accenna alle annose incomprensioni fra la maggioranza italiana e la minoranza slovena. I discorsi di Emilio riportano a quell’aria pervasa da reciproca ignoranza e intolleranza, a quella cappa d’incomunicabilità e risentimento che ha fatto da cornice al lungo declino di Trieste, accompagnando e condizionando più o meno inconsciamente le vite di noi tutti; e che solo oggi, forse, vediamo sulla via di esaurirsi: spezzati adesso i confini che induriscono le identità, le limitano e perciò anche le falsano.
 
Emilio non era che un granello trasportato dal vento dell’epoca che gli era toccato in sorte di vivere, dal quale cercava, come quasi tutti quasi sempre, un po’ di riparo. A Lubiana inizia a militare nelle strutture del partito, conosce un cuneese, il Bardocchia, trasmigrato in Jugoslavia perché braccato in Italia da un mandato di cattura, riferito a faccende risalenti alla guerra partigiana. Ha sì l’avventura con la futura madre di Patricija, l’infermiera Majda, ma è della compagna del Bardocchia, Brigida, che s’innamora; ed è su di lei e sulla loro intensa passione che Emilio incentra il suo narrare. In questo repentino e casuale passaggio di donne c’è forse un significato, si può forse vedere un simbolo. È nella Jugoslavia cui Emilio si era affidato fuggendo dall’Italia, che avviene il rifiuto dell’amore sloveno e forse il recupero di una qualche coscienza della propria patria, quasi un’attrazione che colpisce il cuore a scapito della ragione: Brigida, ricorda Emilio, «mi risucchiava nel suo passato misterioso, trascorso in un Paese che era idealmente anche mio e di cui ancora non conoscevo il paesaggio tanto esaltato, i costumi e le tendenze individuali». È a Brigida, nel corso di un veloce viaggio struggente, che Emilio illustra l’Istria e con parole semplici e vere ne spiega l’esodo di quasi tutta la popolazione italiana; ma è a Patricija, alla figlia avuta dalla dimenticata donna slovena, che egli racconta e di Brigida e dell’esperienza intera della sua bruciante gioventù.
 
In questo dialogo liberatorio e franco sembra di ascoltare la nostra regione, le sue genti straziate ma ancora vitali, conciliarsi finalmente col loro comune passato. Per lo meno, tale è il testamento morale che Fulvio Tomizza ha voluto lasciarci.
 
«È difficile, anzi raro o addirittura non si dà il caso che uno sloveno riconosca ciò che tu hai detto. Segno che sei giovane e possiedi un tuo orizzonte mentale e sentimentale. Anche da voi si tace la verità per paura di cedere qualcosa all’avversario. Io non ho alcuna difficoltà ad ammettere che a Trieste ci vivono da sempre anche gli sloveni e che la costa istriana continua a ricordare il paesaggio italiano. Siamo in un punto d’incrocio tra le Alpi e il Mediterraneo, tra l’oriente e l’occidente, e le popolazioni, come i paesaggi, si sono mescolate. Ciò non vuol dire che un angolo appartiene a me, l’altro a te. Appartiene a tutti nella stessa misura […]. Ora non rimane che sperare nell’Europa Unita».
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE.
 
Fulvio Tomizza, La visitatrice, Mondadori, Milano 2000. Oggi in Mondadori, 2001.
 
L’autore (Giurizzani, Umago 1935 – Trieste 1999) esordì venticinquenne con Materada (1960). Vinse il premio Viareggio nel 1969 con L’albero dei sogni, lo Strega nel 1997 con La miglior vita, il Giovanni Boccaccio e il Campiello nel 1994 con I rapporti colpevoli. Assai letto e apprezzato anche all’estero, nel 1979 gli è stato conferito a Vienna il premio di Stato Austriaco per la letteratura europea.

Approfondimento in rete: WIKI it / Istrianet / Corriere della Sera / Itinerari tomizziani a Trieste +scheda in Istrianet + Wuz + La Voce del Popolo + Živko Nižić [Università di ZARA]. In Lankelot: schede sui libri di TOMIZZA.

 
pk
ISBN/EAN: 
9788804490586

Commenti

"Ci sono libri che emanano

"Ci sono libri che emanano l'inconfondibile sentore del bilancio, nei quali ogni pagina, e di più, ogni proposizione e ogni riga incedono col respiro teso della resa dei conti. Ci sono libri, in altre parole, che lungi dal risolvere la poetica di un autore contengono un surplus d'impellenza, proprio in quanto incarnano in chiarissime forme la fatalità dell'ultima volta, costituendo per quell'autore l'occasione estrema di rapportarsi ai temi e ai luoghi peculiari della sua opera".

> che incipit.

"«È difficile, anzi raro o

"«È difficile, anzi raro o addirittura non si dà il caso che uno sloveno riconosca ciò che tu hai detto. Segno che sei giovane e possiedi un tuo orizzonte mentale e sentimentale. Anche da voi si tace la verità per paura di cedere qualcosa all'?avversario. Io non ho alcuna difficoltà ad ammettere che a Trieste ci vivono da sempre anche gli sloveni e che la costa istriana continua a ricordare il paesaggio italiano. Siamo in un punto d'incrocio tra le Alpi e il Mediterraneo, tra l'oriente e l'occidente, e le popolazioni, come i paesaggi, si sono mescolate. Ciò non vuol dire che un angolo appartiene a me, l'altro a te. Appartiene a tutti nella stessa misura [...]. Ora non rimane che sperare nell'Europa Unita»."

e che clausola. Fantastico.

Tomizza è adorabile. Un cuore nobile e grande. E uno scrittore straordinario.

E un mio compaesano, da parte materna. (e di Ian;) ). Mica poco:).

Se un giorno esce il libro in cui si parla di Zamitto e dello scrittore del Santo Bevitore, beh. Ci divertiamo. Davvero.
Tu dovrai contribuire a rigenerarne la fama. Già sai.

Una presentazione alata la tua, Patrick: è come se tu avessi dato l'addio a Tomizza per il suo libro del commiato, al suo libro - testamento nel quale ha portato a conclusione la propria letteratura "di frontiera" e la propria esistenza.
Il confine che storicamente e geograficamente divise le sue radici attraversandogli il cuore, e che per sempre alimentò l'oscillazione tra due patrie, due lingue, due culture, lo fai risaltare con somma efficacia, così come fai emergere finemente tutti i segni della sua ambivalente identità, nella spassionata consapevolezza del tempo scaduto.
E questa visitatrice inattesa risoluta enigmatica, tu la fai apparire come l'estremo bagliore di una vita in dissolvenza o la morte stessa, pietosa e accogliente.

6: In particolare le ultime righe del tuo commento, Brusati, sono commoventi nella loro acutezza: toccano, se così si può dire, il nervo del romanzo. Per questo ti ringrazio. Quanto a me, non ho fatto altro che cercar di restituire lo splendore dell'arte di Tomizza.

5: Quel libro uscirà, vedrai, e ci scompisceremo dalle risate.

Il Santo Bevitore l'ho visto ieri molto da vicino; sembrava un ragazzino... che luce in quegli occhi.

Noi sappiamo a cosa è dovuta, quella luce là.

[la visitatrice; istria e

[la visitatrice; istria e istriani] caro PK, dopo circa dieci anni ho riletto il romanzo - e sono tornato a leggere il tuo pezzo. Veramente ispirato e completo - e ho poco da aggiungere. Questo poco che ho da aggiungere è qualcosa che Tomizza aveva già raccontato e spiegato abbastanza bene in diversi libri precedenti - cioè lo stato d'animo degli istriani negli anni del Territorio Libero di Trieste; e il giudizio dato sugli istroveneti "rimasti"; e l'impatto inatteso dell'assurda decisione del Memorandum di Londra dell'ottobre 1954.

Ci sono tre passi emblematici - pagine 92 e 93; pagina 95. Vengo a condividerli. Siamo negli anni del TLT: nella Zona B. "La faccenda è più complessa di quanto tu creda. Quelli che oggi hai visto e stai vedendo sono centri abitati da italiani, ma subito all'interno la popolazione è mista o è slava, ubriacata da questo suo momento di rivincita, come volevano i conquistatori, pure essi in gran parte campagnoli. E' dunque tardi per l'Istria".

Più avanti: "[...] Ma la popolazione indigena dell'Istria premeva, neanche troppo in segreto, per una ben differente annessione, ossia un ritorno divenuto pressoché impossibile per chi aveva perso una guerra; e gli italiani che stavano dando vita alle nuove istituzioni culturali promosse da Lubiana e Zagabria venivano considerati alla stregua di venduti, più odiosi degli stessi sloveni e croati, impegnati per il proprio interesse".

Infine, post ottobre 1954: "Come avevo predetto a Pirano, la popolazione istriana (con mia sorpresa, anche della campagna) cominciò a riversarsi oltre il confine. La facoltà di optare liberamente investì un po' tutti gli abitanti del territorio, attivisti e collaboratori del regime compresi, i nostri presunti colleghi di Capodistria non esclusi. Era come se la rivalità tra Italia e Jugoslavia, scoccata con la guerra, avesse trovato un momento di tregua, durante la quale si dava la possibilità di una scelta definitiva a quanti, incominciando da pochi militari e finendo con molti sbandati quali io stesso, erano rimasti intrappolati dalla lunga controversia. [...]"

[sempre su "la visitatrice"]

[sempre su "la visitatrice"] l'altro elemento notevole - e nuovo, per ragioni semplicemente cronologiche - è la Slovenia: intesa come Repubblica neonata, interpretata come nazione neonata - degli sloveni, ben lo sappiamo, Tomizza aveva già spesso scritto.

Ma qui, a pagina 19, ci racconta novità: "Ottenuta la loro Repubblica sovrana dopo un ultimo, duro strappo dai serbi ai quali avevano mostrato i denti e poi forse assicurato di non interferire nella guerra con la Croazia, per tirarsi veramente fuori, secondo i loro stessi piani, gli sloveni contavano unicamente sulle proprie risorse. Lei stessa aveva partecipato al comune tripudio e aveva preteso una prova tangibile della sospirata indipendenza [...]".

E a pagina 34, continua - stavolta si parla dei limiti dei nazionalisti italiani; e si finisce per compararli con quelli dei nazionalisti sloveni. "A Ljubljana non è poi così diverso nei confronti degli altri slavi, specie se del Sud. Non dico i serbi, che temiamo e giustamente condanniamo. Ma la differenza è che, a parte i soliti bisticci, noi viviamo tutti uniti contro ciò che non è sloveno" - dice "La Visitatrice". E il narratore commenta: "Non saprei scegliere tra i due modi di sentirsi eletti. Mi sembrano ridicoli entrambi. Voi poi siete adesso ancora più compatti e più indietro coi tempi".

E a pagina 109, infine, il narratore ribadisce "Ho sempre sostenuto il progetto del Territorio Libero di Trieste, magari un po' allargato. Hanno invece voluto tagliare brutalmente una cosa viva e i tessuti ne risentono", e la Visitatrice risponde: "è l'unico pezzo di mare che abbiamo. Non ci spetta, con tutti gli sloveni che ci vivono e non da oggi, come tu stesso hai riconosciuto?" "Lo avreste avuto ugualmente col Territorio Libero e non sarà più soltanto vostro quando entrerete in Europa. Ma ora finiamola con questi discorsi astratti".

Interessante, davvero. Molto. Grazie ancora, PK!