Autore:
Tolkien John Ronald Reuel
Non è facile recensire un epistolario, soprattutto quando il corpus di lettere scelte da chi ne ha deciso la pubblicazione1 attraversa quasi sessant’anni ed esse sono indirizzate a familiari, amici, editori, lettori e pubblico di uno scrittore in grado di aspirare a costruire addirittura una mitologia per la sua patria. Sto parlando di Jonh Ronald Tolkien e la vastità degli scritti di questo Autore (a parte quelli più famosi, pubblicati e tradotti, pare ci attenda qualcosa come dieci libri di racconti ancora inediti) trova nella storia umana ripercorsa dalle Lettere la sua perfetta collocazione. Sottolineo subito l’ambito di interesse di un libro del genere, che può leggere agevolmente solo chi abbia una conoscenza non superficiale almeno del Signore degli Anelli, l’opera narrativa più famosa di Tolkien, il quale amò comunque definirsi lungo l’arco dell’intera esistenza più un filologo che un creatore di mondi fantastici, etichetta da lui sempre rifiutata. Ciò significa che aver visto il film di Jackson purtroppo non basta (ed è anzi fuorviante), lasciando del tutto enigmatico l’ampio scambio con familiari, editori e lettori a proposito di temi presenti nel testo (dalla grandiosa cosmogonia, legata strettamente al Silmarillion, al problema della relazione con la fede cattolica, dal dibattito sull’allegoria che non c’è alla critica letteraria propensa a considerare l’opera poco più che un divertissement tra un impegno accademico e l’altro, dai problemi di copyright alle riduzioni radiofoniche dell’opera …).
L’embrione delle storie della Terra di Mezzo è già presente nelle trincee sulla Somme, da dove nel 1916 un Tolkien quasi assente dalla terribile tragedia che si sta consumando, scrive alla futura moglie di un “linguaggio delle fate” da lui inventato e in via di perfezionamento. La filologia è in realtà uno degli interessi principali del Nostro,2 che a 33 anni nel 1924 ottiene la cattedra universitaria a Cambridge presentando un curriculum di titoli e insegnamenti impressionante: questa vera passione unita all’amore per le leggende e alla vasta conoscenza di quelle del mondo nordico (si era laureato in finlandese antico, ma conosceva bene anche il gotico e il sassone) porta John Tolkien a concepire una mitologia anglo-europea che precorra il ciclo arturiano, Beowulf, i poemi islandesi e in qualche modo li completi.
Le lettere non costituiscono tuttavia solo l’arida elencazione di motivi e ragioni di una produzione letteraria sterminata (di alcune opere per esempio non si parla mai, altre non sono state ancora pubblicate) e assai famosa, benché vittima di etichette inaccettabili allo stesso Autore (si parlò – e purtroppo ancora talvolta si parla – di “favole inventate per i bambini”, di “letteratura fantasy”): da esse esce piuttosto la voce sommessa e saggia di un uomo, di un letterato amante delle conversazioni colte e delle letture ad alta voce (moltissimi i riferimenti a C.S. Lewis3 e alla loro comune attività accademica oltre che letteraria), professore impegnato e attento, ma anche marito e padre affettuoso e scrittore disponibile con un pubblico sempre più folto di lettori e critici.
Attraverso le Lettere ricostruiamo la genesi delle opere più importanti, il bisogno di non scrivere solo per sé, la lontananza ideale e quasi fisica dalla “narrativa per ragazzi” che induce Tolkien a rimpiangere alcune scelte nello Hobbit4 testo man mano sempre più complesso, soprattutto quando ne viene richiesto un seguito cui quelle scelte stanno però strettissime , poiché appare sempre più chiaramente come queste storie appartengano al corpus mitologico presente da tempo immemore nella mente del Nostro. E così veniamo a scoprire che Farmer Giles5 doveva essere forse l’inizio di un insieme più ampio di storie dell’Antico Regno (la Britannia precedente e contemporanea all’invasione romana), ma che gli editori scartarono perché troppo breve, mentre il Silmarillion6 venne considerato troppo lungo e impegnativo. Tolkien dirà più tardi che questo rifiuto fu un fattore fondamentale per la genesi del Signore degli Anelli. Che nacque dunque (intorno al novembre del 1937 viene scritto il primo capitolo) con l’intento di dare al pubblico “una nuova storia di Hobbit” così come richiesto da Allen & Unwin – gli storici editori di Tolkien – ma che presto sfuggì di mano al suo Autore, non senza ripensamenti, testimoniati dalle moltissime lettere a figli e amici sulle difficoltà di portare a termine l’opera, protrattasi per sette anni.
Difficoltà anche economiche, professionali e familiari: case troppo piccole o troppo costose, cattedre impegnative, lavori filologici continui, malattie che lo tennero per mesi lontano dalla scrittura.
Anche la storia editoriale del Signore degli Anelli non è priva di ostacoli: Tolkien desiderava che il testo fosse pubblicato assieme al Silmarillion, e comunque non separato in libri come invece suggerivano gli editori, spaventati nell’immediato dopoguerra dai costi della carta. Tolkien tenterà perfino di abbandonare la fedele Unwin sperando che Collins riesca nell’intento. Passeranno ancora dieci lunghi anni prima che l’Autore, convinto dal giovane Rayner Unwin, figlio dello storico editore e primo lettore delle sue opere, accetti di pubblicare il Signore degli Anelli suddiviso in tre libri che usciranno tra il 1954 e il 1955. Questo causerà critiche non sempre tenere da parte dei recensori cui manca la visione d’insieme dell’opera, ma anche tantissime domande da parte di un pubblico variegato che non conosce la cosmogonia all’origine di molte scelte apparentemente inspiegabili.
Un tema ricorrente nelle lettere ha a che fare con la fede: Tolkien è un fervente cattolico con una visione alta dell’esperienza umana che tocca punte di misticismo nelle epistole ai figli. Spesso anche l’opera letteraria sarà giudicata alla luce della fede e non verrà trovata in contrasto con le verità cristiane, pur non costituendo questo aspetto un limite pregiudiziale alla lettura, né tantomeno una caratteristica principale dell’opera stessa. Scopriamo così che Gandalf potrebbe essere visto come un Angelo, e Galadriel ha qualcosa della Vergine Maria, ma i connotati di queste figure non sono studiati a tavolino, la loro vicinanza al mondo della fede sta più nel subconscio di chi legge che nelle intenzioni di Tolkien.
Il rapporto con C.S. Lewis è fonte di grande interesse: la forte amicizia che li legò per molti anni (portando Tolkien a scrivere più volte che senza l’incoraggiamento costante di Lewis il Signore degli Anelli non sarebbe stato terminato) negli anni si affievolì probabilmente a causa di alcune scelte di vita di Lewis non condivise dall’amico, ma anche per una lontananza intellettuale via via sempre più marcata. Appare abbastanza chiaro che a Tolkien le opere di Lewis non piacevano (in alcune poi egli ravvisò delle chiare “influenze” derivanti dal Silmarillion) e viceversa. Nel 1960 Tolkien ebbe parole durissime per uno studio pubblicato dall’amico e si dirà felice di non esservi citato. La morte di Lewis (1973) fu tuttavia per il Nostro un colpo durissimo: entrambi avevano condiviso esperienze professionali importanti, ma anche molto tempo libero e molta letteratura.
La famiglia è sempre presente nelle Lettere, sia perché tra i destinatari più frequenti ci sono i figli, soprattutto Christopher, vero “erede spirituale” delle creazioni tolkieniane, sia perché essa emerge frequentemente – e non sembra un alibi – come motivo di “rallentamento” delle opere narrative. Tolkien si era sposato molto presto, subito erano nati Michael e Christopher (seguiti a distanza da John e Priscilla). In una struggente lettera al secondogenito data l’anno successivo la morte della moglie, l’Autore tenta di spiegare il rapporto speciale e non privo di criticità con Edith, l’amore per la quale gli aveva ispirato in gioventù la storia di Luthien, fanciulla elfo che (come poi Arwen) sceglie di diventare mortale per poter stare accanto al suo sposo Beren, ma che anche alla fine della loro lunga vita insieme non smise di ispirargli quella stessa luminosa visione.
Quello che incuriosisce il lettore, tuttavia, è a mio parere il rapporto con il tempo e la realtà in cui Tolkien visse e compose le sue opere: a torto o a ragione, qui sta il nocciolo del giudizio sull’autore dell’epistolario, spesso la Terra di Mezzo è stata considerata la vera patria dello scrittore inglese. Che quindi non avrebbe partecipato alle vicende del suo mondo e della sua epoca, oppure le avrebbe trasferite allegoricamente altrove. “Io in realtà – scriverà lo stesso Tolkien nel 1969 – non appartengo alla storia che ho inventato, e non voglio appartenervi.” Tuttavia è indubbio che quella storia permei gran parte della sua esistenza, sia perché essa lo accompagna dalle trincee della Somme al termine dei suoi giorni (considerata nel suo insieme sterminato di racconti ed eventi, tra i quali il Signore degli Anelli rappresenta solo un capitolo preponderante, ma non certo l’unico o l’ultimo), sia perché lo stesso Autore sarà portato a parlare del suo tempo in chiave metaforica (scriverà al figlio Christopher, nel 1944 “noi stiamo tentando di conquistare Sauron utilizzando l’Anello. E ci riusciamo (sembra). Ma lo scotto sarà come tu ben sai di nutrire nuovi Sauron e di trasformare lentamente uomini ed elfi in orchi”; e il 29 maggio 1945 sempre a Christopher impiegato nella RAF “i miei sentimenti sono più o meno gli stessi che Frodo avrebbe provato se avesse scoperto che qualche Hobbit imparava a cavalcare gli uccelli Nazgul ‘per la liberazione della Contea’”). Quando tuttavia qualcuno proverà a insinuare che nel Signore degli Anelli vi siano riferimenti più o meno evidenti al tempo presente, Tolkien scriverà recisamente “L’unica allegoria perfettamente coerente è la vita reale”.
Forse ha ragione Quirino Principe, uno dei primi studiosi italiani di Tolkien, a scrivere sulla quarta di copertina: “Il suo è un altro mondo, dunque, pur se non è il nostro. Ma quale?”.
Una nota finale all’edizione italiana delle Lettere: titolo redazionale a parte (non tratto, sembra, dal testo, ma suggerito probabilmente da Principe), il corposo apparato delle note in fondo al volume è davvero poco agevole. Sulla traduzione avrei da eccepire l’uso dell'originale inglese per alcuni luoghi e nomi che i lettori di Tolkien sono abituati a conoscere nella traduzione italiana di Vicky Alliata di Villafranca: Mirkwood al posto di Bosco Atro, Rivendell per Gran Burrone e (occorre aver letto l’originale inglese per arrivarci!) Shadowfax per Ombromanto, il destriero di Gandalf (vengono mantenute anche Bree per Brea e Goldberry per Baccador).
[1] Humphrey Carpenter, che è anche autore della biografia di Tolkien e Christopher Tolkien, figlio dell’Autore.
[2] Negli anni Sessanta, stanco di dover dare continue motivazioni alla creazione del Signore degli anelli, dirà che l’aveva scritto perché ci fosse un posto dove salutarsi in elfico.
[3] Recensito su Lankelot a partire da qui
[4] Riscriverà totalmente il capitolo V dello Hobbit per la seconda edizione del libro, ove si narra del ritrovamento fortuito dell’Unico Anello da parte di Bilbo Baggins nella caverna di Gollum. Nella prima versione infatti l’anello non viene strappato con l’inganno, né si ha sentore della sua particolarità.
[6] Pubblicato solo nel 1977 per cura del figlio Christopher
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
John Ronald Reuel Tolkien nasce a Bloemsfontain in Sudafrica nel 1892, da genitori inglesi, con i quali pochi anni più tardi rientra in Inghilterra. Insegna lingua e letteratura anglosassone a Oxford dal 1925 al 1945, poi lingua e letteratura inglese. Muore nel 1973.
In Italia le principali opere pubblicate: Il Signore degli Anelli (1970), Lo Hobbit (1973), Il cacciatore di draghi (1975), Albero e foglia (1976), Il Silmarillion (1978), Le avventure di Tom Bombadil (1978), Le lettere di Babbo Natale (1980), Racconti incompiuti di Numenor e della Terra di Mezzo (1981), Mr. Bliss (1984), La realtà in trasparenza (epistolario 1914-1973), Roverandom (1999), I figli di Hùrin (2007)
Tolkien, J.R.R. La realtà in trasparenza: Lettere 1914-1973. Bompiani, 2002.
A cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien.
Titolo originale: The Letters of J.R.R. Tolkien
Traduzione dall’inglese di Cristina De Grandis
Approfondimenti in rete
In rete esistono moltissime pagine su Tolkien e la sua opera. Abbastanza completa risulta la voce in Wikipedia
Vengono qui riportati ampi stralci delle Lettere.
al termine della quale sono raggruppati alcuni link alle pagine più interessanti sulla figura e sull’opera dello scrittore.
E un’occhiata merita anche il sito inglese
Ilde Menis, agosto 2009
Commenti
E' stato un lavoro lunghissimo e difficile. Ma il 15 agosto del 2003 ho pubblicato per la prima volta una recensione al Signore degli Anelli (poi ripresa qui per Lankelot) e ci tenevo a mantenere la data!!!
!
"Sottolineo subito l?ambito di interesse di un libro del genere, che può leggere agevolmente solo chi abbia una conoscenza non superficiale almeno del Signore degli Anelli, l?opera narrativa più famosa di Tolkien, il quale amò comunque definirsi lungo l?arco dell?intera esistenza più un filologo che un creatore di mondi fantastici, etichetta da lui sempre rifiutata."
> Ecco, nel 2010 potrei nutrirmi ex novo di tutto Tolkien, rimediando alle lacune e via dicendo. In questi giorni stavo leggendo dei libri inglesi sugli Inklings ("Inklings Handbook"), per altre ragioni, e mi stavo appassionando alla semplicità dei loro incontri, e alla profondità delle loro collaborazioni...
"L?embrione delle storie della Terra di Mezzo è già presente nelle trincee sulla Somme, da dove nel 1916 un Tolkien quasi assente dalla terribile tragedia che si sta consumando, scrive alla futura moglie di un ?linguaggio delle fate? da lui inventato e in via di perfezionamento."
> E' commovente, questa cosa.
"Scopriamo così che Gandalf potrebbe essere visto come un Angelo, e Galadriel ha qualcosa della Vergine Maria, ma i connotati di queste figure non sono studiati a tavolino, la loro vicinanza al mondo della fede sta più nel subconscio di chi legge che nelle intenzioni di Tolkien."
> Affascinante.
Splendido contributo. Libro che non mi farò sfuggire.
Grande ILDE.
(hai mai letto Williams? Che te ne pare?)
integro l'archivio TOLKIEN in calce.
Bellissimo lavoro, Ilde, grazie.
Da una lettera dell'11 settembre 1967: "Gli Inklings non hanno avuto biografo e C.S. Lewis non era Boswell. Il nome non fu inventato da C.S.L. (e nemmeno da me). In origine non era che uno scherzo da studenti, che copiava il nome di un club letterario (o di scrittori). Il fondatore era uno studente dell'University College di nome Tangye-Lean; la data non la ricordo: probabilmente a metà degli anni Trenta. Egli ... aveva l'ambizione di fondare un club che si dimostrasse più duraturo.. Comunque chiese ad alcuni professori di farne parte. C.S.L. era una scelta ovvia e probabilmente all'epoca era insegnante di Tangye-Lean. ell'occasione sia C.S.L. sia io ci iscrivemmo. ... la sua regola imponeva ad ogni membro di leggere ad alta voce delle composizioni inedite... Il club morì subito... ma io e C.S.L. restammo. Il nome venne poi trasferito da C.S.L. a quella cerchia mobile e variabile di amici che si raccoglieva attorno a C.S.L. e si riuniva nel suo appartamento a Magdalen."
Grazie Gf per la puntuale lettura. P.s. Il SdA non fu la risposta alla sfida con Lewis (uno avrebbe scritto di un viaggio nello spazio, e uno nel tempo): in realtà L. scrisse la sua trilogia, ma Tolkien la sua risposta non la scrisse mai...
Williams non lo conosco...
11, vorrei studiarmelo un po'. Prima o poi mi ci metto;)
10. Ne parla in queste lettere?
9. Altro stupendo contributo:)
www.editoriaindipendente.it/2009/08/15/lankelot-»-archivio-del-blog-»-tolkien-john-ronald-reuel-?-la/ già segnalata qui
12. WOW!
Sì, nelle lettere - ma adesso non riesco a recuperare il passo esatto (non ti dico quanti me ne sono dovuti copiare: d'altra parte l'ordine è, correttamente, cronologico, ma si parla di tutto!!!!)-Tolkien racconta di questo "progetto/sfida", riconoscendo la propria incapacità a portare avanti la sua parte. Dalle Lettere si evince altresì come il SdA nasca per tutte altre ragioni, non ultime quelle economiche. Lo Hobbit, pronto fin dal 1932, era stato mandato a Unwin nel 1936 e pubblicato l'anno successivo, in settembre. Subito il grandissimo successo con cui era stato accolto aveva spinto l'editore a chiedere un seguito. Tolkien comincia a scrivere, ma crede ancora che ci siano delle possibilità per Farmer Giles. Il primo capitolo della nuova storia Hobbit non piace a Lewis (Tolkien aveva trovato il suo Out of the silent planet troppo breve "con dettagli inconsistenti nella trama" e invenzioni poco gradevoli derivate dal Silmarillion che pur non pubblicato lewis conosceva già). Anche i successivi capitoli (di quello che sarà il SdA) non incontrano il favore di Lewis, che dei capitoli successivi dirà "non è una storia da leggere prima di addormentarsi".
Due belle teste, non c'è che dire...
A proposito: leggendo questo libro ho fatto una scoperta interessante. Nel 1958 il regista americano Morton Grady Zimmerman produce un film d'animazione basato sul SdA che lascia Tolkien inorridito (gli scriverà una famosa lettera in 34 punti su tutto ciò che non va). Non si tratta naturalmente del successivo cartone animato di Bakshi del 1978.
Chissà se si recupera...
complimenti per il lavorone, non dev'essere stato facile sintetizzare le tue riflessioni su uuna raccolta del genere.
Tolkien si conferma come un grande studioso e un grande narratore, senza dubbio, una mente incredibile.
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