Tolkien John Ronald Reuel

Il cacciatore di draghi

Autore: 
Tolkien John Ronald Reuel
C’è una Britannia piuttosto fantasiosa ma non del tutto improbabile (“quando quest’isola era felicemente divisa – dice l’autore - in molti regni”) per chi sia disposto a lasciarsi trasportare nel Piccolo Regno partorito dall’inesauribile immaginazione di J.R.R. Tolkien, che in piena fase creativa delle opere maggiori (aveva già composto una parte del Silmarillion, lo Hobbit era in via di pubblicazione e Il Signore degli Anelli stava prendendo forma), trova alla fine degli anni Trenta il tempo di costruire un piccolo gioiello di umorismo e stile.
Farmer Giles (questo il titolo originale) nasce in un primo tempo come possibile seguito dello Hobbit, ma qualcosa non va: il racconto è troppo breve, la Allen & Unwin, editore storico del Professore di Oxford, chiede altri racconti da affiancare. Tolkien comincia a lavorare al Signore degli Anelli e ancora nel 1942 pensa a una raccolta di storie ambientate nel Piccolo Regno. Quando finalmente il racconto viene pubblicato, nel 1949, la promessa di un seguito (che non ci sarà) non è ancora del tutto abbandonata1.
 
Utilizzando il vecchio e sempre valido espediente del “racconto ritrovato”, l’Autore situa la vicenda, desunta da improbabili antiche cronache, in uno spazio-tempo plausibile, quella Britannia immeditamente post-romana e pre-arturiana piena di fascino fantastico.
L’orco sordo e goffo che accidentalmente procura una fama superiore alle previsioni e ai desideri di Mastro Aegidius detto più familiarmente Giles, del villaggio di Ham, un contadino scaltro e fortunato secondo la migliore tradizione, apre e chiude un racconto dove ad affascinare sono l’arguzia e la raffinatezza dei dialoghi, la partecipazione involontariamente corale dei paesani, la simpatia strafottente di un drago colto e disonesto, la comicità di un cane che pare uscito da una commedia plautina.
Stupefacente la capacità di Tolkien, qui in un assaggio imperdibile anche per chi non ne conoscesse il capolavoro, nel tratteggiare atmosfere galleggianti tra prati alla luce della luna e panorami umani ironici che ritroviamo intatti sia nello Hobbit che nel Signore degli Anelli (come non vedere nel mugnaio roso dall’invidia il Ted Sabbioso di Hobbiville? Come non ricordare che a un drago non si dovrebbe mai rivelare il proprio nome? E la corda di cui Giles viene fornito dal pievano perché ne potrebbe “avere bisogno” non fa pensare al buon Samvise, preoccupato per capitoli e capitoli di non essersene procurata?). L’avventura per eccellenza con un drago risale all’ultima parte dello Hobbit 2, dove il pericoloso, affascinante e arguto gioco dialettico tra Bilbo e Smog rivive certamente qui in chiave del tutto ironica e smitizzata. Assai diverso dal suo predecessore alato, Chrysophylax vorrebbe essere furbo, ma il contadino, creato cavaliere in occasione dell’impresa da un re ingordo e prepotente, unendo alla forza di una spada magica l’intelligenza e il senso della misura, riesce là dove cavalieri fifoni e incapaci e villici ingenui avevano miseramente fallito.
 
Chi conosce Tolkien troverà similitudini stilistiche e chiare simmetrie con gli scritti maggiori, eppure c’è una freschezza del tutto autonoma in questo racconto, a cominciare dai richiami a un Medioevo forse non così lontano come si dice in apertura (le date indicate con il santo del giorno, i nomi in un latino maccheronico esilarante, le figure e le abitudini tipiche dei villaggi e della corte), simpaticamente mescolati a improbabili atteggiamenti moderni (i villici salutano Giles di ritorno con drago e tesoro “sventolando i berretti e le sciarpe”) e a dialoghi frizzanti, con un tocco di amata filologia relativa ai toponimi usciti dalla mappa di una fervida fantasia e di un’indubbia cultura.
 
Un Tolkien minore? Chi cercasse di capire attraverso questo racconto il mondo di Frodo e di Gandalf non ci riuscirebbe, è fuor di dubbio: mancano le atmosfere epiche delle battaglie, il profumo dei boschi antichi e misteriosi, il calore, la grandiosità o l’umanità dei personaggi più conosciuti…. Lontano in ogni caso dalla Terra di Mezzo e dai suoi incantesimi, Il cacciatore di draghi potrebbe forse rappresentare la stazione intermedia di un percorso di lettura al contrario: chi abbia apprezzato la grandiosità dell’affresco tolkieniano coglie forse meglio l’ironia e la leggerezza elegante della storia di Giles.
Che è e resta un divertissement, in primo luogo per l’Autore stesso, indubbiamente per i lettori di ogni età, cui è solo richiesto un minimo di senso dell’umorismo e la predisposizione a una lettura piacevole benché per nulla scontata.
 
Giova meno a tutta l’opera tolkieniana, l’elefantiaca operazione di marketing che l’ha travolta, all’indomani della trasposizione filmica del Signore degli Anelli, nel mostruoso parto di una quantità esorbitante e fastidiosa di studi, saggi, interpretazioni e traduzioni, per tacere del resto, così che se la pubblicità è l’abito della fama, il troppo rumore rischia di stordire, e chi non conosce Tolkien probabilmente si complimenta con se stesso per non essere caduto nella trappola commerciale ed editoriale abilmente tesa da chi ha trasformato l’opera dell’Autore inglese in una gallina dalle uova d’oro.
Invito tuttavia appassionati (e meno) di fiabe, fantasy tout-court e buona letteratura in genere ad un recupero personale di questo straordinario scrittore inglese, che si proponeva – da amante della sua terra e studioso di linguistica e antiche saghe – di creare per il mondo anglosassone un’epica (le fonti di ispirazione tolkieniane affondano le radici nei grandi cicli del mondo nordico, da quello arturiano, all’Edda, al Beowful) sentita come mancante o comunque monca: vi contribuì in modo del tutto personale e – al di là delle speculazioni di ogni genere – davvero significativo.
 
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[1] Dall’epistolario “La realtà in trasparenza”, Bompiani 2002, p. 153
[2] Pubblicato il 21 settembre 1937
 
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Tolkien, J.J.R. Il cacciatore di draghi. Rusconi, 1998.
Traduzione di Isabella Murro dall’originale inglese Farmer Giles of Ham
94 pagine, illustrazioni di Pauline Diana Baynes
 
Biografia  e bibliografia essenziali
John Ronald Reuel Tolkien nasce a Bloemsfontain in Sudafrica nel 1892, da genitori inglesi con i quali pochi anni più tardi rientra in Inghilterra. Insegna lingua e letteratura anglosassone a Oxford dal 1925 al 1945, poi lingua e letteratura inglese. Muore nel 1973.
 
In Italia le principali opere pubblicate: Il Signore degli Anelli (1970), Lo Hobbit (1973), Il cacciatore di draghi (1975), Albero e foglia (1976), Il Silmarillion (1978), Le avventure di Tom Bombadil (1978), Le lettere di Babbo Natale (1980), Racconti incompiuti di Numenor e della Terra di Mezzo (1981), Mr. Bliss (1984), La realtà in trasparenza (epistolario 1914-1973),  Roverandom (1999).  
 
Approfondimenti in rete
In rete esistono moltissime pagine su Tolkien e la sua opera. Abbastanza completa risulta la voce in Wikipedia 
 
al termine della quale sono raggruppati alcuni link alle pagine più interessanti sulla figura e sull’opera dello scrittore.
E un’occhiata merita anche il sito inglese
 
Rimando a questi siti la bibliografia completa. In Italia Bompiani sta pubblicando dal 2000 tutta l’opera tolkieniana.
 
J.R.R. Tolkien in Lankelot
 
1954-1955. “IL SIGNORE DEGLI ANELLI” (I. Menis)
Recensione recuperata (e opportunamente modificata) da www.ciao.it
 
Ilde Menis, aprile 2007
ISBN/EAN: 
9788845234958

Commenti

Et voilà, un Tolkien alla volta... :)

p.s.: non riesco a formattare il titolo!!!!

(intervengo!)

"spazio-tempo plausibile, quella Britannia immediatamente post-romana e pre-arturiana piena di fascino fantastico."

> è quella a cui si riferisce il Merlino improbabile de "Quell'orribile forza" del suo sodale Lewis, catapultato nella modernità. Apprezzabili le varie digressioni sulle distanze tra britanni (ormai romanizzati) e gli invasori angli e sassoni;)

"Invito tuttavia appassionati (e meno) di fiabe, fantasy tout-court e buona letteratura in genere ad un recupero personale di questo straordinario scrittore inglese, che si proponeva ? da amante della sua terra e studioso di linguistica e antiche saghe ? di creare per il mondo anglosassone un?epica (le fonti di ispirazione tolkieniane affondano le radici nei grandi cicli del mondo nordico, da quello arturiano, all?Edda, al Beowulf)"

> come non darti retta. Naturalmente i richiami al ciclo bretone e al Beowulf non possono che suonarmi adorabili. Grandissimo lavoro, Ilde!

Dovrò recuperare almeno quel Lewis, lo so!

Danke schöon a te Gf!!!

"Stupefacente la capacità di Tolkien [..] nel tratteggiare atmosfere galleggianti tra prati alla luce della luna e panorami umani ironici che ritroviamo intatti sia nello Hobbit che nel Signore degli Anelli"

..da NON-appassionato del fantasy non posso che confermare.

Non leggo il fantasy per passione, mi capita di leggere qualche cosa, ogni tanto, giusto perchè mio padre è un fanatico di questo strano genere; genere che, volendo far un paragone musicaleggiante, mi ricorda il reggae, con i suoi gloriosi padri e uno sterminato, scolorito stuolo di nipoti e bis-nipoti.

Alfio, grazie per il commento, ma sentir definire Tolkien un autore fantasy mi lascia alquanto perplessa e sostanzialmente non d'accordo. O meglio: l'etichetta "fantasy" - come è comunemente intesa - si attaglia ad altra produzione. Qui siamo a un livello un po' diverso, decisamente superiore. Oppure dovremmo (ri)pensare ad Ariosto come un autore fantasy. E perché non si dice che l'Alice di Lewis Carroll è un libro fantasy? E il Piccolo Principe?

Pensa solo che Tolkien scrisse a lato del Signore degli Anelli dei trattati (pubblicati solo in parte) sulla lingua elfica, e l'impianto "epico" che comprende Silmarillion (con tutte le propaggini dei Racconti perduti e ritrovati) e Signore degli Anelli è stato costruito lungo un arco di tempo lunghissimo (circa trent'anni).

Non so, per me è letteratura e basta. Fantastica, naturalmente, se proprio vogliamo incasellarla o contrapporla chessò, a fantascienza o a letteratura di genere gotico (anche qui quanta confusione terminologica con l'horror).
Sarebbe ingiusto dare a Tolkien una paternità (quella del genere fantasy) che non gli appartiene: certamente ha influenzato molti autori che dopo di lui hanno scritto (direi che il boom del genere fantasy si colloca intorno a metà-fine anni Settanta - ciclo di Avalon della Zimmer Bradley, inizio del ciclo di Shannara di Brooks, ciclo dei Belgariad di Eddings, La storia infinita di Ende ... - anche se esiste una produzione antecedente non così universalmente nota, e quindi a più di vent'anni da Tolkien).

Purtroppo così questo autore è conosciuto (vedi la voce "fantasy" di Wikipedia) e l'etichetta gli rimarrà appiccicata temo per sempre, tenedo forse ingiustamente lontani da questo mondo "mitologico" molti lettori...

grazie ildelaura per questo primo affresco. tolkien è stato uno dei miei primi amori non somministrati, per scelta. oggi, ci vedo i nibelunghi e wagner, la critica al comunismo, la cultura di un uomo che ha generato un sistema e di questo ha poi scritto.
hai ragione, non fantasy, almeno quanto borges (cui riconosco però piroette ben più strabilianti).

"Un Tolkien minore? Chi cercasse di capire attraverso questo racconto il mondo di Frodo e di Gandalf non ci riuscirebbe, è fuor di dubbio: mancano le atmosfere epiche delle battaglie, il profumo dei boschi antichi e misteriosi, il calore, la grandiosità o l?umanità dei personaggi più conosciuti?. Lontano in ogni caso dalla Terra di Mezzo e dai suoi incantesimi, Il cacciatore di draghi potrebbe forse rappresentare la stazione intermedia di un percorso di lettura al contrario: chi abbia apprezzato la grandiosità dell?affresco tolkieniano coglie forse meglio l?ironia e la leggerezza elegante della storia di Giles.
Che è e resta un divertissement, in primo luogo per l?Autore stesso, indubbiamente per i lettori di ogni età, cui è solo richiesto un minimo di senso dell?umorismo e la predisposizione a una lettura piacevole benché per nulla scontata".

Ottima sintesi, per un testo che non conosco. Condivido in toto ciò che dici di Tolkien, letterato vero, che non si può incastrare in un genere pur brillante come il fantasy. Uno dei più grandi narratori del Novecento, a mio avviso.

Ne approfitto per consigliare a tutti le saghe nordiche, a cominciare da quelle qui citate fino ad arrivare alla saga di Hadingus, mito che si fa romanzo.

7-Ti ringrazio per la precisazione, con cui concordo, non mi sono bene espresso.
Il mio commento voleva rimarcare, proprio, la forte differenza che ho potuto apprezzare tra le poche cose lette di Tolkien e quelle di alcuni altri autori del genere che, se una cosa si sono dimenticati, è proprio l'uso fecondo della fantasia.
Il fantasy, per come lo intendo io, è letteratura allo stato puro e non ha nulla a che vedere con la mera ripetizione dei soliti due o tre espedienti, dei soliti meccanismi narrativi (non è Brooks per intenderci), quest'ultime al massimo le metto nella categoria super-market, nel cestone, insieme a Melissa p. &co.
Perdono, in ogni caso, l'inglese banalizza, le etichette forviano, ed io non volevo proprio offendere la sensibilità letteraria di alcuno...
à la prochaine fois..

interessantissima presentazione, questo testo non lo coonoscevo.
"le fonti di ispirazione tolkieniane affondano le radici nei grandi cicli del mondo nordico, da quello arturiano, all?Edda, al Beowful"
> molto notevole.
Tolkien è vastissimo, un vero creatore di mondi, curati fin nei minimi dettagli. Ho sempre trovato stupefacente la sua fantasia.

10. Ma nessuna offesa, Alfio, ci mancherebbe! Leggendo la definizione di Wikipedia mi è venuto lo scoraggiamento :)) Ben felice che Tolkien sia considerato appunto un po' distante da Brooks e compagnia (sebbene anche Brooks abbia avuto qualche idea non malvagia: trovo la Zimmer Bradley mooolto più di "genere").
11 E come giustamente dice Marina, fantasia stupefacente. Ma - rendiamo giustizia a tanti altri autori - non unica (Ende a mio avviso, sebbene in posizione assai diversa, può considerarsi un degnissimo "erede" di questo tipo di letteratura, andando in una direzione molto personale e non meno affascinante, a patto, come dico sempre, di non fermarsi alla Storia Infinita).

oggi ho visto transamerica. si parla del signore degli anelli come una selva di simboli omosessuali. certo, nel film, l'occhio fa un certo effetto..

mamma mia, anche quello adesso... beh, il film non l'ha scritto Tolkien, ALMENO...!!!! :))))

10> certa fantasy è letteratura altra no... i Grandi e i piccoli. Concordo nel ritenere l'etichetta non offensiva.
12> complimenti per la recensione. Laciamo perdere Zimmer bradley e Brooks (che ha avuto 2 idee in tutta la sua carriera).

"un racconto dove ad affascinare sono l?arguzia e la raffinatezza dei dialoghi, la partecipazione involontariamente corale dei paesani, la simpatia strafottente di un drago colto e disonesto, la comicità di un cane che pare uscito da una commedia plautina." >> direi un bestiario di notevole fattura

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"Che è e resta un divertissement, in primo luogo per l?Autore stesso, indubbiamente per i lettori di ogni età, cui è solo richiesto un minimo di senso dell?umorismo e la predisposizione a una lettura piacevole benché per nulla scontata." >> ok sintetizza a perfezione quanto hai detto prima

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"nel mostruoso parto di una quantità esorbitante e fastidiosa di studi, saggi, interpretazioni e traduzioni, per tacere del resto, così che se la pubblicità è l?abito della fama, il troppo rumore rischia di stordire" >> eh.

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7. (anche i seguenti) perchè considerare la fantasy un sottogenere e non un mero punto cardinale nell'universo letterario? lo so che soloni e critici hanno divulgato l'insulsa convinzione che ad esempio fantasy fantascienza e fantastico sono paraletteratura. Senza andare a recuperare alcune provocazioni in merito del primo e genuino Eco saggista di "apocalittici ed integrati", anche se l'equazione tolkien=fantasy fosse ormai acclarata nulla toglie l'appartenenza dello stesso alla Letteratura. Mia opinione certo. Lo spessore di un testo non è determinato dalla "appartenenza" più o meno fittizia ad un genere.

Carissimo, alla domanda
"perchè considerare la fantasy un sottogenere e non un mero punto cardinale nell?universo letterario?"
rispondi subito dopo
" soloni e critici hanno divulgato l?insulsa convinzione che ad esempio fantasy fantascienza e fantastico sono paraletteratura."

Non sempre la convinzione è insulsa. Purtroppo questi sono generi pullulanti di gente senza idee e senza evidenti capacità.
Perché abbiamo bisogno di distinguere la letteratura "rosa" ad esempio?
Credo per lo stesso motivo.
Nessuno si sognerebbe di dire che la Wharton, o la Duras hanno scritto libri "rosa" (mentre lo si dice senza tema per Liala, la Pilcher e Nicholas Sparks, alla larga da me!!!! )Eppure in tutti i loro romanzi si parla d'amore, di sentimenti, di relazioni familiari...

"se l?equazione tolkien=fantasy fosse ormai acclarata nulla toglie l?appartenenza dello stesso alla Letteratura"
Beh, anche Moccia e Volo e Faletti e Dan Brown allora per lo stesso motivo...

permettimi di precisare. Mi scuso per la pedanteria, ma l'argomento mi interessa(va).

A) Va bene quello che dici ma esiste pur sempre uno spessore ed una significanza, nel singolo testo, che ne decreta il valore. Ovvio. Per quanto mi riguarda credo esistano sia nella fantasy che nel fantastico testi di grande intensità e durata nel tempo. Ciò non toglie che soprattutto il fantasy sia diventato oltre che un genere letterario (come dicevo prima vale dire un mero punto cardinale nell'universo letterario) anche una categoria produttiva della industria culturale e dunque paraletteratura così come comunemente intesa dagli studiosi di settore. Esattamente come la letteratura rosa, che invece nacque proprio in base a precise esigenze industriali (tesi da me condivisa e studiata su testi che se vuoi recupero, Ragone in primis ma anche Michele Rak).

2) Moccia, Volo, Faletti, Brown, per quanto mi riguarda, appartengono poi ad un'altra categoria,quella che in sociologia della letteratura lo studioso americano Mc Donald individuava come mid-cult (abbreviazione di middle- culture), né high-cult (Letteratura) o low-cult (letteratura industriale o paraletteratura). Prodotti che superficialmente hanno una crosta o patina che dir si voglia da Letteratura e che poi invece nelle strutture e nei significati rispondono a precise logiche industriali. Consetono l'omologazione del pensiero e l'abbrutimento del bello passando per capolavori. Discorso lungo ma affascinate, che Mc Donald esemplificava addirittura partendo dal vecchio e il mare di Hemingway e che in Italia, nei suoi epigoni (Cadioli in primis) veniva adottato per spiegare alcuni fenomeni del dopoguerra comr Cassola e Bassani. Nomi forti, teorie forti a loro modo affascinati e da me condivise.

Per concludere: la differenza la fanno le strutture del testo, le significanze, la ricezione coeva e nel tempo, le creazioni originali e le influenze trasmesse.

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Spero di aver integrato e non annoiato :-)