Tobino Mario

Per le antiche scale

Autore: 
Tobino Mario
Le antiche scale di Tobino, articolate “come in un disegno di Piranesi”, sono quelle del manicomio di Maggiano, struttura antica, ex convento, cittadella fortificata, piena di anditi, androni, porte, chiavistelli, sbarre, mura, luogo di segregazione e di tentativi di cura. Sono queste scale che il dottor Anselmo percorre e ripercorre infinite volte nel corso della sua esistenza, trascorsa in gran parte all’interno dell’istituto, nel quale ha scelto di abitare conducendo la stessa vita dei matti.
Il dottor Anselmo – alter ego tobiniano – si è ritirato nel manicomio come su un’isola, nauseato dalla dittatura fascista prima e poi dal dopoguerra, portatore di disillusioni. Qui, tra queste mura cariche di storie, intrise delle sofferenze dei malati, viene a conoscenza delle vicende di un suo illustre predecessore, il dottor Bonaccorsi, figura leggendaria che ancora aleggia nell’istituto, ammantata di reverenziale timore.
Vissuto nei primi anni del Novecento, Bonaccorsi è stato, quale primario, per anni la vera anima del manicomio, oscurando con le sue capacità e il suo attivismo inarrestabile qualsiasi altra figura di medico. Era alto, biondo, bello, “un che di longobardo”, con una barbetta a punta che talvolta amava stringere nel pugno.
Garbatissimo, amabile conversatore, amante formidabile, uomo fascinoso, è iperattivo tanto che la sua mente dev’essere sempre occupata da nuove idee e nuovi progetti. Bonaccorsi è generoso con tutti: a infermieri e malati dona piccole cifre di denaro, ai giovani medici regala i suoi lavori scientifici, che lui non firma mai.
In verità la causa di questo comportamento è un clamoroso abbaglio preso da lui e dalla sua equipe anni prima, nel 1902, periodo di fervidi studi in psichiatria, descritto da Tobino con toni eroici.
Bonaccorsi e i suoi avevano creduto di aver scoperto la causa della schizofrenia , si erano presentati a un congresso importante con numerosi vetrini, ma quel puntolino scuro che risultava nel sangue dei malati era dovuto a un difetto del colorante. Da quel giorno Bonaccorsi aveva deciso di non firmare più alcun lavoro e di ritirarsi all’interno del manicomio,suo regno, come in un bozzolo.
Del resto l’ombra della follia grava sulla sua famiglia e una sorella è ricoverata al reparto agitate.
Geniale, ma burbero, gran lavoratore, Bonaccorsi conduce una vita spartana, porta alcune innovazioni nel trattamento dei malati: viene tolta la camicia di forza, gli infermieri, in genere contadini, sono obbligati a non considerarsi carcerieri, ma ad avere sempre comportamenti umani con i ricoverati, dei matti si parla come di persone di casa, chiamandoli col nome di battesimo. È una gestione un po’paternalistica del manicomio, ma più umana.
Successivamente, con l’avvento del fascismo, i vecchi medici, che si sentono diversi, alieni al nuovo clima politico, decidono di andare in pensione tutti insieme.
La prima parte del libro, intitolata “Dentro la cerchia delle mura”, è quasi un romanzo breve ed è interamente dedicata a queste vicende, che Anselmo viene a conoscere a poco a poco dal portiere D’Inzeo e dal tecnico di laboratorio Achille, a lungo collaboratore di Bonaccorsi, che l’ha sempre dominato col suo forte carattere.
Anselmo percepisce in quella generazione di medici una fratellanza, una patria che non ha più, intuisce in loro persone che hanno operato per il bene con modestia e la sua scelta di vivere nel manicomio, quasi come un eremita, è simile alla loro.
I racconti successivi narrano, con varia ampiezza, vicende di matti, mentre sullo sfondo passa la Storia. Al fascismo segue il dopoguerra e poi, nel 1952, la grande rivoluzione: la scoperta degli psicofarmaci, che sembrano risolvere ogni problema, imbavagliano la follia, la tranquillizzano.
Anselmo è disorientato, inizia a sentirsi superato, l’universo manicomiale – luogo chiuso per eccellenza – si apre: via i chiavistelli, via le sbarre, i malati possono anche allontanarsi, tornare tra gli uomini. La follia non esiste, è prodotta dalla società, dice la nuova legge.
Anselmo non nasconde il suo disappunto: “E inoltre c’è da aggiungere che oggi è di moda, un andazzo, specie presso i medici giovani, psichiatri innovatori, di sdrammatizzare la pazzia, dichiararla non pericolosa, affermare che non esiste; e non la vogliono riconoscere neppure quando tragicamente si presenta. E se delle volte la pazzia li colpisce proprio sul muso, che è impossibile dire di no, allora ripiegano sulla società, incolpano questa, che è malformata, la società la profonda causa delle malattie mentali”. (p.117-118)
Se in alcuni casi i farmaci paiono dare nuova vita e possibilità d’interazione con malati prima imperscrutabili, in altri casi non è facile trovare la cura giusta, l’errore è sempre in agguato e la follia potrebbe riaccendersi, quale dea affascinante e terribile, cui Anselmo ha sempre guardato con reverenza e cautela, col grande desiderio di capirla e curarla.
Nei suoi lunghi anni di frequentazione della malattia Anselmo pensa di aver capito che la malattia psichiatrica riguarda l’intelletto, non i sentimenti.
“All’invasione di una malattia mentale i sentimenti si ritirano, come in esilio; se ne vanno in una loro misteriosa e intoccabile isola, pronti a tornare appena l’alterazione mentale si è estinta”.(p.164)
Ai ritratti della follia Tobino dedica i suoi racconti, con la consueta partecipazione umana, con quell’amore disinteressato che già si era visto ne “Le libere donne di Magliano”, un testo più diaristico rispetto a “Per le antiche scale”, che invece ha dignità di romanzo, è “una storia” come recita il sottotitolo.
Storia di Bonaccorsi, raccolta e tramandata da Anselmo e storia di Anselmo, dei matti, del cambiamento di una struttura che pareva immutabile, chiusa, una roccaforte dei deliri.
Gli ultimi racconti mostrano malati invecchiati come il loro medico, di alcuni è narrata la fine. Storie penose come nel caso della Guelfi, che dopo una vita spesa a lavorare “come due infermiere”, ottantenne, non avendo parenti, finisce alle sale anatomiche dell’università (“Generosa ricompensa”). Storie più lievi, come quella del marinaio Bongi (“Addio a un marinaio”), che “aveva finalmente di nuovo attraversato la passerella” con i suoi deliri marinareschi.
La natura accompagna con squarci lirici le osservazioni di Anselmo:
“La primavera per la pianura lucchese contornata dal cerchio dei monti sembrava non fosse mai stata così bella, sgorgava, il verde era limpido, s’intricavano tra loro i colori fanciulli, un esultare, un nascere per la prima volta nel mondo”. (p.193)
La pazzia in certi casi s’ammanta di purezza e d’innocenza, è eterno, inesauribile mistero, che può sciogliersi nella musica ( “Lo strumento della voce umana”, “Davvero Anselmo è vicino alla verità?”).
Questo secondo volume dedicato al manicomio offre una notevole prova narrativa di Tobino, è un insieme armonico con unità di luogo e personaggi, che conferma l’abilità dello scrittore nel parlare di un microcosmo che sente profondamente suo.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Mario Tobino (Viareggio 1910-Agrigento 1991) psichiatra e scrittore italiano.
 
Mario Tobino, Per le antiche scale. Una storia, Milano, Oscar Mondadori 1980. Introduzione di Felice Del Beccaro.
 
Links:
 
Marina Monego, aprile 2009
 
ISBN/EAN: 
8804492511

Commenti

Secondo volume sul manicomio.

Ma-ri-na!

http://www.lankelot.eu/SMF/index.php?topic=2780.0
speciale in progress

ti dico solo che non vedo l'ora di sfrondare & studiare a dovere il mio Meridiano di Tobino, per tornare a commentare;). Per adesso, "ottima scheda". Grazie Marina!

;)
farò ancora qualche libro di Tobino, non tutto

verrà fuori uno specialone:)
complimenti per questi contributi. Di lusso!

Mi associo ai complimenti.
L'ho riletto da poco e ho apprezzato ancor di più l'analisi.
Un panorama complesso eppure vivo di personaggi e situazioni.
Tobino era un grande.

Su questo tema io ricordo sempre il racconto di Hubert Selby jr contenuto in Canto della neve silenziosa, dedicato ad una donna rinchiusa in un ospedale psichiatrico.

Cara Marina,
leggendo le tue attente disamine, ho ricordato molte cose: ad es. la faccia del giovane postino del mio paese che in veloce bici mi ha recato, circa 40 anni fa, mi pare nel 1970, un telegramma che diceva (telegraficamente): "La aspetto all'ospedale psichiatrico il giorno tal dei tali alle ore talaltre. Mario Tobino."
Cercando nel mio archivio, un maremagnum di disordine, qualche giorno fa ho ritrovato il giallino telegramma, volevo passarlo allo scanner, sistemarlo in digestum, ma siccome stavo cercando delle vecchie recensioni, che ovviamente non ho trovato, me ne sono subito scordato e ora l'ho perso di nuovo nel fiume del cartaceo rifluito.
Cosa andavo a fare a Lucca, all'ospedale psichiatrico? Forse avevo bisogno di una bella visita, lontana dagli occhi e malocchi del villaggio?
Andai allegro con la fida 500; arrivando, prima di svoltare nel viale, vidi per strada tre persone (che erano tre matti ma io non lo sapevo), degli uomini normalissimi, liberi, sui 40-50 anni. Chiesi per il manicomio, mi indicarono in modo assai equilibrato che era proprio lì.
(Ora devo uscire. Domani il resto).
Cara Marina, un gran lavoro, tutt'altro che semplice, su un argomento che sconfina con la magia e il mistero. Hai una bella grinta! Neanche dovessi vincere il concorso!

Grazie a tutti!
Caro Luciano, devi avere un archivio incredibile, che un po'invidio...anche perché anch'io sarei conservativa, ma mi sono trovata a dover cestinare alcune cose per ragioni di spazio e me ne sono già pentita.
Attendo con curiosità la seconda puntata, per me potresti farci un racconto oppure un pezzo-reportage da mettere qui.
:) Quando mi metto, vedo di darmi da fare!!!!!

7, And: dovresti scriverne...

Era metà pomeriggio. Tobino mi ricevette subito nel suo studio. Mi apparve un uomo alto, con un lungo camice immacolato, gli occhi grandi e penetranti di uomo magnanimo. Fin dall'inizio la nostra conversazione fu improntata a grande cordialità e immediatezza come se mi conoscesse da sempre. Gli dovevo chiedere informazioni, dati su molti scrittori e poeti che aveva ben conosciuto. Parlammo di argomenti suggestivi, letterari e no, anche degli amori clandestini di molti famosi personaggi. Seppi di tanti legami che non avrei mai immaginato. Di B. disse che aveva molte amanti giovani e belle, però "sempre serve, solo serve". Quello che mi colpì molto fu la generosità con cui giudicava, non in modo indulgente, ma capace di riconoscere gli aspetti, le cause oltre che le fanie; la profondità con la quale interpretava l'opera di molti letterati. Non mi sarei mai stancato di ascoltarlo parlare dei grandi artisti: Viviani, Morandi, Bartolini, Maccari, Longanesi, di Bontempelli, Moravia, Comisso. Quanti aneddoti, quante notizie di prima mano!
Annotai una frase molto suggestiva riferita a uno scrittore, che lui non stimava, ma riconosceva "la vastità del suo petto d'amore". Questa espressione non l'ho più dimenticata, gliel'ho rubata e l'ho fatta mia.
Ormai era sera e mi invitò a cena. Arrivati al bel ristorante, lustro di luccichii, tutti ci facevano strada, lo salutavano con inchini. Lui rispondeva a tutti sorridendo. Ad un tratto, entrati che fummo in una sala, Tobino sembrò fuggire, deviò la rotta: sulla destra c'era un grande carrello con sotto vetro una ventina di formaggi diversi. Si precipitò a sollevare la custodia, cominciò voracemente a sbocconcellare con le grosse mani forme, fette, stracchini, schegge. I camerieri impassibili sembravano non avvertire (oppure conoscere anche troppo) questo comportamento pochissimo educato e secondo me (che ero assai giovane) anche piuttosto originale per non dire alquanto strano (!!!).
Continuammo a ragionare di poesia durante tutta la cena. Infine lo riaccompagnai all'ospedale.
Ci scrivemmo poi varie volte. Mi sentivo sempre soggiogato dalla sua personalità (più che da quella dei maestri e Sadhu che avrei più tardi incontrato nelle Indie).

mi era sfuggito questa parte.
Bellissimo, Luciano, ci dai un ritratto inedito di Tobino, un po' lo immaginavo così (grande, con qualche stravaganza e lo sguardo penetrante), une personalità dominante.

[tobino, per le antiche

[tobino, per le antiche scale] ti trascrivo il giudizio di Sereni: è nel Meridiano, pagine 1846-1847. "Caro Mario, letto dunque - non appena potuto -'Per le antiche scale', libro bellissimo, emozionante e compatto. Dovessi caratterizzarlo, direi che vive di un equilibrio, come mai prima forse, tra scioltezza narrativa e forza poetica. In questo libro sei come placato rispetto ai motivi, altrove inquieti, agitati dalle furie della tua esistenza. Emerge [...] una nota fonda e assorta, una coinvolgente pietà che vale per tutti, malati e sani, ben al di là dell'universo manicomiale: e su tutti quell'intuizione, che il male sia dell'intelletto, non degli affetti - i quali si ritirano in quella loro isola non appena li percuoti e sbigottisce lo scempio che la mente fa di sè"

 

[tobino, per le antiche

[tobino, per le antiche scale] marina, una cosa posso dirla, dopo aver letto tutto il Meridiano, riletto tutti i tuoi articoli, ricordato la mia ormai vecchiotta lettura degli "ultimi giorni di Magliano". Che Tobino è un autore dalla formidabile coscienza politica, democratica, orgogliosamente partigiana, con molte simpatie per "l'idea romantica" del comunismo. E da questo punto di vista è stranissimo che il suo rivale sia stato, politicamente, uno non proprio dissimile da lui.

Scrivi: "Il dottor Anselmo – alter ego tobiniano – si è ritirato nel manicomio come su un’isola, nauseato dalla dittatura fascista prima e poi dal dopoguerra, portatore di disillusioni."

> Adesso, a ripensarci bene, mi chiedo se è mai esistito un suo libro in cui non ha scritto qualche riga contro il fascismo. Pensaci anche tu: credo - temo - nessuno:). Ecco, e questo a dispetto degli argomenti diversi, etc. Una delle prime scoperte, al termine del viaggio, è questa: altro che Basaglia, era Tobino il vero antifascista - nel senso etimologico, originario e letterario del termine.

[Per le antiche scale]

[Per le antiche scale] probabilmente a causa della sua opposizione alla 180 gli avranno dato proprio del fascista.....ma sbagliavano, comunque credo che alla fine ci fossero concezioni diverse della follia , discorsi clinici, idee sui medicinali. Probabilmente entrambi erano idealisti, ma su fronti opposti, in ogni caso Basaglia non l'ho mai letto, se avesse lasciato romanzi, magari mi sarei avvicinata volentieri anche alla sua figura e avrei fatto un confronto migliore.