Noto più per i romanzi ambientati in storie di ordinaria follia dei manicomi in cui lavorò a lungo, Mario Tobino (1910-1991) pubblica nel 1950 il romanzo breve “Bandiera nera”, spaccato di una realtà tutta italiana ancora troppo vicina per riuscire a parlarne con coscienza limpida e scevra di pregiudizi. Così si spiega forse la scomparsa di questo libro da tutti i canali commerciali (mi risulta un’ultima edizione del 1987 per i tipi di De Agostini), a fronte delle varie riedizioni delle altre opere. In molte bibliografie non è neppure citato. In biblioteca, tuttavia, c’è quasi ovunque… Ho letto libri di storia non sempre tesi nello sforzo dell’imparzialità, ho ascoltato ricordi pieni di rabbia, amarezza e disincanto, quando non intrisi di odio e dolore, ho visto immagini riesumate da archivi cinematografici nelle quali non riconosco nulla del mio mondo attuale… ma del fascismo, davvero, di quell’epoca e di quella cultura non riesco a capire la sostanza profonda. Tobino, invece, sa di che parla.
Affonda la lama di una satira amara in memorie personali, mettendo a nudo soprattutto le incoerenze, i timori, le insicurezze sociali e quell’istinto di sopravvivenza che negli Italiani ha sempre generato in eguale misura eroismo e viltà.
E alla faccia di dietrologie più o meno spicce, di condanne facili con il senno di poi, racconta una storia semplice, che insegna più di tante ponderate o gridate parole.
1936. L’Italia è lontana dalla Guerra passata e non sa quanto sia prossima quella futura. Un gruppo di giovani medici neolaureati deve sostenere l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione. Un piccolo gerarca di provincia, tronfio e ignorante, architetta un piano per venire promosso senza fatica presentandosi insieme a quelli che sa essere studenti migliori di lui.
Nella grigia trama di poteri e servilismi occorre non commettere passi falsi: l’episodio gira intorno alla raccomandazione necessaria al felice esito dell’esame e il teatrino di burattini appesi invisibilmente a cerchi di obbedienza stupida è cornice alla vicenda.
Questi ragazzi già uomini, perché è la vita a imporre determinati ritmi, sono cresciuti all’ombra di un’ideologia che non riconoscono propria nel profondo dell’anima, ma di cui non possono non servirsi: nobili intenti ostacolati da ignobili realtà impongono di arrabattarsi alla meglio tra capi di partito e personaggi venduti alla causa, alcuni più di altri, alcuni meglio di altri.
L’impressione è che tutti si trovino costretti a indossare abiti troppo stretti e maltagliati, senza tuttavia averne mai posseduti di buona fattura. Intuire la profonda ingiustizia che permea il loro mondo non porta ad azioni eclatanti: l’immagine mentale dei padri che, per mantenerli agli studi hanno sudato lo stipendio per anni, rinunciando a ogni cosa per sé, li induce piuttosto a volgere con furbizia a proprio vantaggio i giochi sporchi dei potenti, la supponenza di quegli uomini piccoli e meschini padroni del loro futuro.
Così, per fatale e inatteso compenso, il losco traffico di minacce e paure si ritorcerà totalmente contro il giovane gerarca, lungo gli stessi binari che avrebbero dovuto portargli vantaggio. Gli studenti di cui avrebbe voluto servirsi cammineranno con intelligenza e onestà per la propria strada, la loro preparazione sarà riconosciuta dagli esaminatori e i maneggi del segretario, in bilico tra un antico sentimento antifascista e la morte interiore della coscienza adeguata al gioco, dopo una vittoria secondo le regole, troveranno sfogo in una vendetta violenta contro l’ideologia incarnata nella tracotanza maleducata del potentello di turno, inconsapevole capro espiatorio di vergogne profonde.
Chi tuttavia si accostasse al romanzo con l’arroganza fornita da tempi successivi, dovrà per forza fermarsi sulla soglia di un rispettoso silenzio. Tobino giudica le idee, mai gli uomini. La sostanza dei grovigli mentali di uno degli studenti è la stessa, si può dire, che si agita nell’animo del giovane gerarca e, sebbene con altra responsabilità, è pur quella del segretario “pentito” o del professore, pubblicamente obbediente e privatamente (dove il privato è l’intimo di ciascuno, non già un consesso umano) contrario al regime.
Come a dire che gli uomini nel profondo non sono poi così diversi, un medico lo sa meglio di chiunque, neppure nell’anima: sono i fatti a plasmare i cuori, quando in una e quando in altra direzione. A voler essere osservatori imparziali, i giovani laureati non dovrebbero ispirarci più simpatia dello strafottente capo di una sezione locale del Guf, e anche il segretario ha scheletri nell’armadio del suo presente bastevoli ad inficiare un passato moralmente meno corrotto.
Mi chiedo se ancora oggi chi ha vissuto quel tempo senza cambiare ostentatamente bandiera quando finì (semplicemente perché non c’era bisogno di ostentare alcunché), abbia per sempre l’obbligo del silenzio, per una specie di contrappasso che a chi non si è stracciato pubblicamente allora le odiate vesti, impone ora di continuare a portarle…
“Merlini sentì che c’era un mondo contro il fascismo, che non appariva finché si era antifascisti poiché l’antifascista è solo, rimane onesto davanti a se stesso, non fa gruppo con gli altri antifascisti; e vide che perfino i servi più clamorosi, il loro stesso esser vili testimoniava contro la disumanità del fascismo, vedeva, vedeva ora, ora che era fascista …”
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Mario Tobino (Viareggio, 1910 – Agrigento, 1991). Medico e psichiatra, pubblica alcune raccolte di poesie negli anni ’30, nel 1942 il romanzo Il figlio del farmacista e dopo la guerra ne ripercorre il ricordo con i racconti brevi Bandiera nera (1950), pubblicato l’anno dopo con L’angelo del Liponard) e Il deserto della Libia (1952), più avanti con Il clandestino (1962) che gli vale lo Strega. Racconta spaccati di vita professionale con Le libere donne di Magliano (1953). La sua produzione continua con L’asso di picche (1955), La brace dei Biassoli (1956). Escono nel 1966 Sulla spiaggia al di là del molo e nel 1968 Una giornata con Dufenne. Nel 1971 pubblica uno dei romanzi più famosi, Per le antiche scale, Premio Campiello l’anno dopo, nel quale offre uno spaccato drammatico della vita di manicomio. Seguono Biondo era e bello (1974), una “biografia” di Dante Alighieri, La bella degli specchi (1976, premio Viareggio), Perduto amore (1979), Gli ultimi giorni di Magliano (1982), La ladra (1984), Zita dei fiori (1986) Tre amici (1988), Il manicomio di Pechino (1990). Dopo la sua morte è stata pubblicata la raccolta di scritti di natura autobiografica: Una vacanza romana (1992).
Mario Tobino, “Bandiera nera”, Mondadori, Milano 1974.
Approfondimento in rete: Italia Libri
Ilde Menis, marzo 2005.
Già apparso in forma modificata su www.it.ciao.com e su lankelot.com.
Tobino in Lankelot
Commenti
che schifezza di font! come si sistema? Help me, please!!!! :)
Provvedo:).
Selezionerò tutto il testo; quindi, vado su formato e punto "normale"; quindi, giustifico; quindi, su dimensione scelgo "x-small"; ai tags aggiungo "letteratura".
"Chi tuttavia si accostasse al romanzo con l?arroganza fornita da tempi successivi, dovrà per forza fermarsi sulla soglia di un rispettoso silenzio. Tobino giudica le idee, mai gli uomini. La sostanza dei grovigli mentali di uno degli studenti è la stessa, si può dire, che si agita nell?animo del giovane gerarca e, sebbene con altra responsabilità, è pur quella del segretario ?pentito? o del professore, pubblicamente obbediente e privatamente (dove il privato è l?intimo di ciascuno, non già un consesso umano) contrario al regime".
> magistrale questo passo, dico sul serio.
?E alla faccia di dietrologie più o meno spicce, di condanne facili con il senno di poi, racconta una storia semplice, che insegna più di tante ponderate o gridate parole? : è verissimo Ilde, non si poteva presentare meglio di così lo stile sobrio e raffinato di Tobino. La sua è davvero una satira feroce della corruzione fascista, un? efficace descrizione risentita e ironica dell?ambiente medico al tempo del fascismo.
Ottima presentazione. Grazie.
grazie a Gf per la formattazione e per le spiegazioni di come fare, e grazie a Raffaella per l'attenzione :)
[tobino, bandiera n.] Tobino:
[tobino, bandiera n.] Tobino: "Poi il professore, di nuovo avviandosi, li salutò levandosi il cappello ed allora, erano già tanti anni che non si vedeva fare così, tutti gli studenti e i laureati risposero al saluto non stendendo il braccio con quello che si chiamava il saluto romano, ma si scoprirono levandosi il cappello e tutti insieme salutarono, e fu un'improvvisa intesa, che una volta fatta, tutti la notarono dopo, e fu l'estremo omaggio al Professore Agostini"
> Amabile questo passo. Sto leggendo ora il libro...
[sempre in tobino, bandiera
[sempre in tobino, bandiera nera] "Le dittature sono deprecabili innanzitutto perché fanno nascere tra gli uomini una insormontabile incomprensione, e si dimenticano il perdono, la pietà e che tutti siamo in questo mondo poveri uomini, che ognuno ha le sue ragioni, che ben pochi hanno una adamantina virtù, che del resto esiste in ciascun uomo la coscienza che se anche non v'è il giudice sullo scranno che indica col dito, essa vive e indica. Nelle dittature, invece, gli uomini, senza che nessuno conferisca l'incarico, si vestono spesso da giudici ed eseguono" (p.246 del Meridiano Mondadori, 2007)
[tobino] al termine della
[tobino] al termine della lettura di questo simbolico racconto lungo, si illumina di profonda saggezza questo tuo giudizio: "satira amara in memorie personali, mettendo a nudo soprattutto le incoerenze, i timori, le insicurezze sociali e quell’istinto di sopravvivenza che negli Italiani ha sempre generato in eguale misura eroismo e viltà". E' una buona spiegazione dello spirito di un'epoca che non abbiamo vissuto, e forse non potremo davvero capire mai. Grazie Ilde.