Thompson Judith

Palace of the End

Autore: 
Thompson Judith

La bellezza sa essere brutale. Sa essere brutale e magnifica quando s'accompagna alla denuncia. A una denuncia civile, a una denuncia politica, a una denuncia libertaria. La bellezza diventa brutale quando il linguaggio scende a patti con la verità: e allora si piega al male, per demistificare le menzogne della propaganda, e la distruzione della giustizia, e dell'innocenza di un popolo. Palace of The End di Judith Thompson (Neo Edizioni, pagine 148, euro 11) è il libro fenomenale e fondamentale d'una drammaturga canadese, popolare in tutto il mondo ma non ancora in Italia, che ha avuto la suprema onestà e il grande coraggio di trasfigurare, in letteratura, la sciagurata sorte del popolo iracheno, martire prima del regime disumano e liberticida di Saddam, poi della bugiarda, caotica e vigliacca aggressione angloamericana. La Thompson sceglie tre personaggi differenti, nei suoi tre monologhi sull'Iraq. Sono tutti volti noti: i tre monologhi sono fondati su notizie di cronaca. Nel primo è protagonista la soldatessa yankee Lynndie England, anima dei massacri nelle segrete di Abu Ghraib; nel secondo è il biologo gallese David Kelly, ispettore del Ministero della Difesa inglese, già attivo in Iraq, suicida o suicidato dai servizi segreti; nel terzo è Nerjas al-Saffarh, rivoluzionaria irachena costretta a osservare il figlio torturato dalla polizia di Sassam, negli anni Settanta, infine uccisa dai bombardamenti Alleati. Poco tempo fa.

Nel primo monologo, “Le Mie Piramidi”, Lynndie England ci racconta quel che è accaduto nelle galere dei liberatori americani: i prigionieri iracheni erano nudi, e lei, sensibilità e fantasia macabra da coreografa, ha pensato di fare una piramide di gente nuda. Non si stava divertendo: si stava preoccupando di abbassare il morale dei nemici. E così ha fatto con chi le disobbediva: un bel guinzaglio al collo e alè. E magari anche abbaiare. Perché quelli non erano esseri umani, nella sua pazzia: erano mostri. Erano prigionieri di guerra, e i prigionieri di quella guerra dovevano essere mostri. E dovevano restare a guardare mentre Lynddie faceva sesso con gli altri soldati, filmata a dovere. E dovevano mangiare merda, e poi baciarsi tra loro. Lynndie si studia parte dei seicentomila documenti sul web che riferiscono delle sue imprese. E si prende gioco di chi la critica: “froci cacasotto”, “pacifisti”, “femministe”. Per lei le femministe sono invertebrate. Sente di non aver fatto niente di sbagliato, perché ha giurato fedeltà alla sua bandiera. E qualcuno, molto in alto, le ha dato assicurazioni, al suo ritorno: “riceveremo onorificenze militari grazie al lavoro fatto per l'intelligence e persino delle medaglie perché ci stiamo accollando tutte le colpe”. E allora pensa di andarsene esule in Canada, e di ritornare quando sarà il momento, più in là: quando sarà chiamata eroina. Perché lei è l'incarnazione dell'aquila americana. Un'aquila cieca ai diritti umani, e al rispetto del nemico.
 
Nel secondo monologo, “Harrowdown Hill”, il timido scienziato David Kelly, quell'ispettore delle armi che s'è messo nei guai perché ha spifferato tutto per bene alla BBC, ripetendo che Blair era un bugiardo e che non c'era nessuna arma di distruzione di massa, ci racconta che ha deciso di nascondersi su quella collina, consapevole che sarà ritrovato morto. Qualcuno, sussurra, penserà che lui l'ha fatta finita perché era depresso, esausto, stanco. Altri si convinceranno, grazie a una canzone dei Radiohead, che è stato suicidato. Stiano come stiano le cose, lui è un morto contro centinaia di migliaia di morti iracheni. Non fa testo, ma forse fa letteratura. E si ammazza perché è distrutto dalle menzogne della propaganda della sua nazione: si ammazza perché prima di rivelarle le ha sopportate, le ha sostenute. “Noi tutti – giura – sapevamo che il casus belli era una bugia. Cosa potevamo fare? Non avevamo nessun potere. Scuotevamo le teste e scappavamo via, piccoli vigliacchi. Non parlavamo. Avevamo fatto un voto di segretezza. Se non volevamo perdere il lavoro dovevamo tenere le bocche chiuse. Così ho nascosto la testa nella sabbia”. Poco prima di morire, Kelly pensa al suo amico libraio iracheno, massacrato senza ragione dagli Alleati, e a sua figlia, stuprata e uccisa. Poco prima di morire, ci racconta che è stato questo fatto a dargli coraggio, a spingerlo a parlare. Mentre muore, David Kelly sogna di reincarnarsi in un picchio, fare un sacco di rumore e volare ovunque può. Perché ha sempre amato i sogni in cui volava. Viene da piangere.
 
Nel terzo monologo, “Strumenti della Bramosia”, Nerjas – il suo nome significa “giunchiglia”, in arabo: un fiore – ci racconta la sua storia. Non vuole compagnia, vuole riavere ciò che ha perduto. Vuole che noi sappiamo che nella Moschea Umm Al-Maarik, a Baghdad, c'era un Corano scritto col sangue di Saddam Hussein. Il Libro Sacro scritto col sangue di Satana: che paradosso terribile. E lei, che era diventata religiosa la prima volta che aveva visto suo figlio, perché nel suo bambino aveva visto Allah, non poteva tollerare questo affronto. Perché vivere sotto Saddam era un incubo. Intellettuali e attivisti erano controllati e minacciati: riuniti sotto l'egida d'un socialismo ultralibertario, fronteggiavano il terrore della polizia segreta del partito Baath: gli agenti di quella polizia erano riuniti nella “Jihaz Haneen”, che significa “Strumento della Bramosia”. Nell'atroce esercizio del suo potere, la polizia di Saddam torturava: bastonava, rompeva le ossa, levava le unghie, debilitava. E nel caso di Nerjas, aveva torturato suo figlio davanti a lei. E poi l'avevano violentata più volte davanti a lui. Lei era incinta. Otto mesi. E poi avevano lasciato crepare di polmonite suo figlio. Ma non era abbastanza, per la povera donna. La Liberazione angloamericana s'era rivelata un inferno: “Quelli che dicono di essere venuti a salvarci, sono venuti a distruggerci”. Non avevano avuto pietà nemmeno delle palme, distrutte per ragioni di sicurezza, dalle parti dell'aeroporto. Figurarsi dei civili: “danni collaterali”. Uno dei danni collaterali è la morte di Nerjas. L'altro è la morte della speranza. Nerjas diventa un fantasma, assieme a migliaia d'altri cittadini, per vegliare sul suo popolo, nonostante tutto. Ma è un fantasma che sogna che un giorno finirà tutto; e quando sarà la pace, suo figlio tornerà a cercarla e assieme voleranno verso le cime dei Nakhla, negli occhi di Allah. And Death Shall Have No Dominion.
 
Quando Palace of the End volge al termine nella nostra lingua italiana, nell'elegante edizione Neo – piccolo editore abruzzese, giovanissimo, intraprendente e determinato – possiamo apprezzare questi tre canti di morte e di amore nella lingua originale, quella inglese. Non capita spesso, e interiorizzare tutta questa umanità e tutta questa sofferenza in due lingue diverse sembra volerci guidare a considerarle universali. Il popolo arabo, come insegnava già Piovene nel suo Processo dell'Islam alla civiltà occidentale (1957), è felice di accogliere noi occidentali: ma non da conquistatori, non da colonizzatori. Le nostre civiltà devono tornare a dialogare democraticamente e onestamente, considerando il Mediterraneo patria comune: Islam e Cristianesimo non contrastano, sono religioni sorelle. È stata la politica a stabilire distanze. Distanze che dobbiamo colmare: rivendicando libertà e giustizia per i popoli arabi, e denunciando quel che hanno sofferto e stanno soffrendo nel corso d'una guerra ingiusta, amorale, bugiarda. Per mano occidentale. Armarsi di questo libro, e delle parole della Thompson, è un buon passo per ricordarsi da che parte stare.
 
BREVI NOTE

Judith Thompson(Montreal, 1954), drammaturga e scrittrice canadese. Insegna Teatro e Arte Drammatica presso l'Università di Guelph, in Ontario.
 
Judith Thompson, “Palace of the End”, Neo, Castel di Sangro 2009.
Traduzione di Raffaella Antonelli. Prefazione di Maria Anita Stefanelli. Illustrazioni di Ricky Butler. Include una intelligente nota della traduttrice. In appendice, testo originale in lingua inglese.
 
Prima edizione:Palace of the End", Canada, 2007. 
Approfondimento in rete: WIKI en / Canadian Theatre
In Lankelot: articoli su JUDITH THOMPSON.
 
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Maggio 2010
 
Prima pubblicazione cartacea dell'articolo: Il Secolo d'Italia, 14 maggio 2010, pagine 1, 8, 9. © Il Secolo d'Italia.
ISBN/EAN: 
9788896176023

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Palace of The End di Judith

Palace of The End di Judith Thompson (Neo Edizioni, pagine 148, euro 11) è il libro fenomenale e fondamentale d'una drammaturga canadese, popolare in tutto il mondo ma non ancora in Italia, che ha avuto la suprema onestà e il grande coraggio di trasfigurare, in letteratura, la sciagurata sorte del popolo iracheno, martire prima del regime disumano e liberticida di Saddam, poi della bugiarda, caotica e vigliacca aggressione angloamericana.

[neo edizioni] davvero una

[neo edizioni] davvero una bella scoperta;). Grazie ancora a quanti tra voi ne avevano già scritto.

gf

[Thompson

[Thompson - Radio Capodistria] domenica 23 maggio:

SORRENTINO: Hanno tutti ragione (Feltrinelli, 2010) http://www.lankelot.eu/letteratura/sorrentino-paolo-hanno-tutti-ragione.html

THOMPSON: Palace of the End (Neo, 2009) http://www.lankelot.eu/letteratura/thompson-judith-palace-end.html-0

Amices! Come ogni 2a e 4a domenica del mese, all’interno dell’AGENDA IN ORBITA su RADIO CAPODISTRIA, ON AIR DALLE H 14 ALLE 14.30 ( www.radiocapodistria.net/ ) sarò ospite di Ricky Russo, living legend, ex calciatore del Chiarbola, speaker e spirito rock triestino, per parlare di libri. Questa volta, ho scelto SORRENTINO e la THOMPSON

BUON ASCOLTO! A DOMENICA!

 

[caso kelly] ANSA: LONDRA -

[caso kelly] ANSA: LONDRA - L'esperto di armi britannico David Kelly - morto ufficialmente suicida, dopo essere stato indicato nel 2003 come la fonte usata dalla Bbc per affermare che il governo britannico aveva esagerato la minaccia delle armi di distruzione di massa in Iraq - potrebbe non essersi ucciso, nonostante un'inchiesta governativa dell'epoca affermò il contrario. Diversi esperti e politici hanno riacceso il dibattito durante le scorse settimane sulle circostanze della morte dello scienziato, ma oggi è Dominic Grieve, l'attorney general, il più autorevole consulente legale del governo, che considera la possibilità di riaprire il caso. In un'intervista al Daily Telegraph, Grieve ha dichiarato di voler sciogliere qualsiasi dubbio sulla vicenda ma che, per avviare nuove indagini, servono prove convincenti che quello di Kelly non fu un suicidio. La morte dello scienziato seguì uno 'scoop' della Bbc che rivelò, citando fonti confidenziali, che un dossier sulle presunte armi di distruzioni di massa nelle mani del governo iracheno fu 'gonfiato' dal governo britannico per sostenere la decisione della Gran Bretagna di entrare in guerra. Fu poi rivelato che era stato lo scienziato e consulente governativo David Kelly a passare le informazioni. Dopo pochi giorni, nel luglio 2003, il suo corpo fu trovato senza vita a poco distanza dalla sua casa nell'Oxfordshire. Le circostanze della morte furono investigate da una commissione governativa guidata da Lord Hutton, che decise che i risultati dell'autopsia dovevano restare segreti per 70 anni: concluse che Kelly era morto suicida, ferendosi con un coltello e ingerendo un'overdose di medicinali.

La vicenda è riesplosa sulle pagine della stampa britannica dopo che un gruppo di medici ha avanzato dubbi sulle spiegazioni ufficiali fornite dal governo sulla morte di Kelly. Ciò che più lascia increduli gli esperti è proprio la causa del decesso, cioé l'emorragia, considerando che Graham Coe, il detective che fu tra i primi a arrivare sulla scena della morte, ha detto che non c'era molto sangue sulla scena della morte. Alle voci degli esperti che chiedono chiarimenti sulla vicenda, si sono aggiunte negli ultimi giorni quelle di politici di tutti i partiti. "Coloro che hanno espresso dubbi sui motivi che hanno condotto Lord Hutton a non chiarire tutti lati oscuri del caso, potrebbero avere un argomento valido", ha detto Grieve al Daily Telegraph, aprendo alla possibilità di coinvolgere nelle nuove indagini anche esponenti del governo dell'epoca, come l'ex premier Tony Blair. Ma, ha aggiunto Grieve, "non ho ricevuto nessuna prova che dimostri una causa alternativa della morte. Se mi verranno fornite, avanzerò una richiesta all'Alta Corte per avviare una nuova inchiesta".

[palace of the end, live in

[palace of the end, live in roma] http://www.teatrodiroma.net/adon.pl?act=doc&doc=1472

TEATRO DI ROMA 23-27 MAG

(Palace of the end)
di
Judith Thompson
traduzione Adamo Lorenzetti
regia Marco Carniti

con Pamela Villoresi, Melania Giglio, Gianluigi Fogacci

scenografia Nicolas Hunerwadel
in collaborazione con Francesco Scandale
costumi Belén Montoliù
luci Paolo Ferrari
ripreso da Umile Vainieri
spazio sonoro Massimo Carniti, David Barittoni
disegno grafico Massimo Carniti
produzione esecutiva Franco Cortese
si ringrazia Sifte Berti