Thompson Judith

Palace of the End

Autore: 
Thompson Judith

Apparentemente la vicenda di "Palace of the End", prima traduzione in italiano di Judith Thompson ad opera di Neo Edizioni, potrebbe essere un ottimo esempio di ciò che Hannah Arendt definì come banalità del male. Le tre voci narranti ci accompagnano in altrettanti monologhi, originariamente scritti per formare un trittico teatrale. Tuttavia il loro valore puramente letterario è assolutamente indubbio, grazie soprattutto alla scrittura della Thompson: una penna cruda, violenta ed impietosa, attraverso la quale l'autrice canadese sembra raschiare con precisione chirurgica nelle frange più oscure del male. Sebbene le vicende narrate siano ai limiti del documentario, l'ambizione dello schema di "Palace of the End" riporta a significati più ampi. Certo, è la guerra in Iraq, l'ambientazione pseudo-reale dei monologhi, e certamente nomi e acronimi fanno parte di una certa epica mediatica americana. Ma il setting è più metafisico che concreto, i protagonisti sono più che altro voci, colori di un panorama da incubo - come del resto il palcoscenico minimalista della Thompson sembra esigere, in un baratro di orrore che sa di inevitabile.

 Il primo monologo getta il lettore nello sconforto, in quella repulsione causata dalla banalità di cui sopra. Ma Lynndie England, la soldatessa americana divenuta tristemente famosa per le fotografie in cui era ritratta mentre portava a passeggio un prigioniero iracheno legato al guinzaglio, nella prigione di Abu Ghraib, durante l'occupazione degli Stati Uniti, non è Eichmann. La torturatrice è solo una vittima come tante altre, forse un capro espiatorio, ma certamente niente di più che un ingranaggio marcio di un sistema altrettanto squallido. Una bifolca che vede nel prigioniero solo un animale: è normale che prevalga l'istinto del domatore. Ma quello che fa rabbrividire è la totale assenza di empatia, la percezione dell'altro e, dunque, la percezione di sé. Parlare di disumanizzazione sarebbe erroneo, ma parlare di banalità sarebbe riduttivo.

 Subentra, nel secondo monologo, il dottor David Kelly, biologo inglese ed ispettore ONU, in Iraq per fornire al mondo la prova dell'esistenza di armi di distruzione di massa nel territorio. Kelly racconta i presunti retroscena della sua dipartita e profeticamente quello che verrà dopo. Il cadavere di Kelly, ritrovato il 17 Luglio 2003 ad Harrowdown Hill nell'Oxfordshire, lascia parecchie domande senza risposta. Kelly aveva infatti rilasciato una scioccante intervista al giornalista della BBC Andrew Gillian, una scottante verità sull'infondatezza di certe "situazioni" in Iraq che portava alla luce presunte nefandezze dell'amministrazione Blair. La morte di Kelly, avvenuta poco prima che lo scienziato testimoniasse davanti alla commissione d'inchiesta parlamentare che si occupava del caso, e le successive sparizioni di quindici colleghi di fama mondiale, danno un'idea delle ombre circa la questione. E' il più politico dei tre monologhi, un tuffo nei panni sporchi del governo britannico. Cosa resterà di questo, si chiede Kelly in punto di morte, cosa, a parte una canzone dei Radiohead (contenuta nell'album solista di Thom Yorke "The Eraser")?

 Conosciamo soltanto vittime in Palace of the End. La terza ed ultima parte ci presenta Nerhjas Al Saffarh, attivista del partito comunista iracheno, principale oppositore del regime di Saddam. Dopo la vittima psicologicamente plagiata che si traveste da carnefice, dopo la vittima del bavaglio politico e della corruzione morale, ecco una donna tra due mondi: l'inferno di Saddam e quello dei "salvatori" americani. Si tocca il fondo dell'abisso. Ancora la semplice e crudele scrittura della Thompson riesce a toccare i nervi scoperti di un'umanità perduta e con poche e controllate parole evita di cadere nello stereotipo e nel patetico letterario. C'è fierezza, dignità e compassione nel dolore che la giovane donna rivive davanti al lettore. Il palazzo dei fiori diventa il palazzo della fine, la casa degli orrori dell'Iraq.

 Judith Thompson tenta di sondare l'insondabile: riuscire a far parlare tre protagonisti del conflitto, tre vittime realmente esistite che non tentano di spiegare una brutalità - va da sé - assolutamente inspiegabile, ma raccontano il loro pachidermico calvario, quindi si raccontano, poiché, come scrive Maria Anita Stefanelli nella prefazione, "per sopravvivere ci si racconta e si racconta perché oltre l'orrore, oltre il margine dell'umano e dell'umanamente possibile, rimane il linguaggio, rimane la poesia, rimane il ricordo di un sorriso - e la vita può, nonostante tutto, continuare".

Ecco. Palace of the End si colloca in quel nonostante tutto.

Paolo Castronovo - Febbraio 2010.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Judith Thompson
(Montreal, 1954), drammaturga e scrittrice.
Palace of the End, 2009, Neo Edizioni.
Traduzione di Raffaella Antonelli. Prefazione di Maria Anita Stefanelli. Illustrazioni di Ricky Butler.

Prima edizione:My Pyramids", Canada, 2007. 

Approfondimento in rete:
http://www.neoedizioni.it/neo/catalogo/palace-of-the-end/

ISBN/EAN: 
978-88-96176-02-3

Commenti

ok! revisiono.

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[thompson] ci siamo?

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Sei grande!

Sei grande!

[thompson] grande tu;)

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