Mauriac François

Thérèse Desqueyroux

Autore: 
Mauriac François

Ho incontrato François Mauriac in una raccolta di opere dell’autore francese (Il bacio al lebbroso, Groviglio di vipere), che mi aveva fatto scoprire, in traduzione, una scrittura quietamente appassionata, certamente un po’ datata se non altro rispetto a certi suoi contemporanei (basterebbe per tutti Céline), ma in ogni caso di spessore notevole per le tematiche affrontate, per la religiosità sofferta, per quel descrivere “il lato oscuro” del cuore umano con dolorosa partecipazione.
Devo a una collega l’insistenza gentile alla lettura di questo romanzo – considerato uno dei migliori dell’autore francese e pubblicato nel 1927 – per altro purtroppo del tutto scomparso dai circuiti editoriali e non facilmente reperibile neppure nelle biblioteche pubbliche. Più diffusa la versione in lingua originale, riedita anche recentemente, ma destinata a chi col francese abbia almeno una dimestichezza minima.
Mauriac racconta storie difficili dove il caldo torrido delle Landes è contrasto naturale al gelo interiore delle vite che si dipanano lente e pigre sotto il cielo di Francia.
La giovane che attraversa il racconto vive sul crinale pericoloso dei doveri per convenzione, in un’epoca in cui per una donna avere un’identità indipendente e dei pensieri propri è un lusso da pagare con l’intera esistenza. Ragazza dotata di un’intelligenza superiore alla media richiesta alle sue coetanee, forse proprio per meglio sopportare imposizioni maschili (paterne e successivamente, senza soluzione di continuità, coniugali) – che vorrebbero la donna come appendice naturale della “casa” in tutti i suoi significati – Thérèse sviluppa una crescente avversione alle catene con le quali, suo padre prima e la famiglia del marito poi, cercano di smorzarne lo spirito indipendente. Gli anni del liceo sono ripercorsi mentalmente come il periodo di maggiore felicità, quando, in un regime di libertà semi-vigilata solo da una vecchia zia sorda, la fanciulla vagava per boschi e prati con la sua migliore amica, un essere così diverso eppure stranamente complementare alla propria inquietudine interiore. Ma gli anni passano, l’adolescenza e la sua bella stagione finiscono: è tempo di diventare grandi.
Thérèse viene convinta – e si convince – che sposare il figlio di ricchi possidenti sia cosa buona e giusta, anche se quel ragazzo così ordinario non le strapperà alcun brivido, né fisico né affettivo. Il matrimonio è quasi una via di salvezza, un rifugio sicuro ai venti tempestosi della vita (per chi soprattutto non conosce il calore di una vera famiglia) e rappresenta il cemento di un’amicizia giovanile forte (l’amica del cuore diventa infatti cognata), l’ingresso in una dimensione adulta, matura, finalmente quieta e saggia. Questa è la previsione serena della giovane, certa di poter cambiare la propria intima natura semplicemente indossando le vesti di uno status sociale diverso, come se il matrimonio (non già l’amore) fungesse da passaporto verso territori di stabilità emotiva.
Ben presto la sistemazione mostra tuttavia i contorni delle sbarre di una prigione organizzata, che pur senza assumere i tratti della congiura, acquista agli occhi di Thérèse tutta la pesantezza opprimente di una condanna a vita, nel groviglio dei “si deve” imposti dalla nuova condizione di donna sposata.
La giovane è trattata come un animale selvaggio da domare a forza, le sue idee sono stranezze da sopportare con pazienza, e la sua gravidanza – coronamento perfetto dei doveri imposti dalla vita coniugale - il pretesto per toglierle qualsiasi residuo di autonomia. Sopra di lei gravano l’onorabilità della nuova famiglia e il rispetto ad essa dovuto, cui tutto si sacrifica: l’amore, la libertà, la personalità. Nessuno è risparmiato. Non lei, né l’ingenua cognata, perdutamente innamorata di un ragazzo troppo intelligente per non avvertire la rete nella quale è rimasta intrappolata Thérèse. Incaricata dalla famiglia del marito di allontanare il giovane dall’amica, che ragioni patrimoniali vogliono sistemata altrimenti, ella viene affascinata e attratta dal pensiero confuso ma appassionato, giovanile e libero di Jean, il quale però si dimostra incapace, per superficialità o vigliaccheria, di lanciarle un’ancora di salvezza. L’atmosfera già soffocante dell’estate francese è ulteriormente appesantita dalle tendenze ipocondriache del marito di Thérèse, Bernard Desqueyroux, che involontariamente fornisce alla moglie un pretesto terribile e sconsiderato per mettere fine a una convivenza divenuta insopportabile. Ancora una volta, l’onore della famiglia viene anteposto alla verità: Thérèse sfugge alla giustizia e all’accusa di avvelenamento, ma non alla feroce vendetta della famiglia acquisita che la piega facendone una specie di sepolta viva cui tutto è negato, perfino l’affetto della figlioletta. A liberarla non sarà la pietà, ma l’orgoglio ferito di Bernard, in un attimo subito perduto di percezione esatta di un dolore incomprensibile.
Thérèse impara così che la morte non è l’unica soluzione al dramma dell’esistenza, e che la propria libertà si paga quanto meno con la coerenza verso se stessi.

 

Mauriac viene considerato uno scrittore “cattolico”, dove l’accezione del termine va pensata in relazione soprattutto a una scelta personale: le opere risentono della prospettiva religiosa senza tuttavia assumere un tono moraleggiante. Se la protagonista de Il bacio al lebbroso sceglieva coscientemente una vita di rimpianto espiatorio, a Thérèse è data la possibilità di ricominciare un percorso nuovo, oscurato appena dall’ombra di ciò che ha perduto per sempre. Il personaggio di Thérèse Desqueyroux occupa alcune altre novelle e il romanzo La fine della notte (1935) che assieme al primo darà luogo a I due romanzi di Thérèse Desqueyroux. Segno che la figura femminile in bilico tra salvezza e dannazione ha affascinato Mauriac più di altri suoi personaggi; segno soprattutto che non è così facile definire i contorni di giustizia, peccato, pena e redenzione da un punto di vista umano: qui più che altrove si nota una tenerezza dell’autore verso la donna carnefice di se stessa, una compassione dalle radici vagamente autobiografiche se non altro nella lotta interiore generata dalla considerazione di ciò che è stato commesso. La necessità di proporre un seguito e una conclusione in altri scritti fanno pensare a un conto in sospeso personale, quasi il bisogno di dare un’opportunità di salvezza eterna all’eroina maledetta.
L’impressione è che Thérèse incarni, nell’immaginario di Mauriac, un archetipo femminile di angelo caduto al quale probabilmente lo scrittore riconduce l’essenza intima della creatura femminile, capace di altezze inarrivabili nel bene e nel male, ma legata inesorabilmente al limite della propria natura umana, e perciò incapace di trovare da sola il percorso per una piena realizzazione.

Thérèse, molti diranno che tu non esisti. Ma io so che tu esisti, io che, da anni, ti spio e spesso ti sbarro il passo, e ti tolgo la maschera…. Avrei voluto che il dolore, Thérèse, ti consegnasse a Dio… Sul marciapiede su cui ti lascio, ho almeno la speranza che tu non sia sola” [p. 23]



EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

François Mauriac (1885-1870), membro nel biennio 1907-1909 della prestigiosa École des Chartres e letterato, comincia presto a pubblicare poesie e romanzi sotto l’influsso di Murras e Barrès. Durante gli anni Trenta si impegna politicamente denunciando i regimi totalitari fascisti e allo scoppio del secondo conflitto mondiale, prende parte a quella “resistenza intellettuale” che rifiuta il governo collaborazionista di Vichy. Sotto lo pseudonimo di Forez pubblica Le Cahier noir. Dopo la Guerra scrive per Le Figaro e l’Express e abbandona di fatto l’attività di romanziere per dedicarsi alle cronache politiche e sociali (raccolte nei Bloc-notes dal 1952). Premiato dall’Académie française nel 1926, ne diventerà membro nel 1933.
Nel 1952 riceve il premio Nobel per la Letteratura. Tra i suoi romanzi più famosi: Il bacio al lebbroso (1922), Thérèse Desqueyroux (1927) Groviglio di vipere (1932), Vita di Gesù (1936). Thérèse Desqueyroux ispirò anche il film di
Georges Franju del 1962.

Mauriac, FrançoisThérèse Desqueyroux, Mondadori, Milano 1988 (Oscar narrativa). Traduzione di Enrico Piceni. Introduzione di Paola Dècina Lombardi. Oggi: Adelphi, 2009.

Tit. orig.: “Thérèse Desqueyroux” (1927)



Ilde Menis, maggio 2005.

 

Originariamente apparso su www.lankelot.com

ISBN/EAN: 
9788845923876

Commenti

Riletta con gioia. E rileggendola trovo "nuovo" o di diversa luce acceso questo passo qui: "L?impressione è che Thérèse incarni, nell?immaginario di Mauriac, un archetipo femminile di angelo caduto al quale probabilmente lo scrittore riconduce l?essenza intima della creatura femminile, capace di altezze inarrivabili nel bene e nel male, ma legata inesorabilmente al limite della propria natura umana, e perciò incapace di trovare da sola il percorso per una piena realizzazione" - ecco. Penso che l'unico che abbia capito l'essenza dell'eterno femminino sia Kundera, ne parlavo con una ragazza qualche sera fa. Non riesco a capire come.
Quel che scrivi a proposito dell'incapacità di trovare la piena realizzazione mi sembra possa valere per tutti gli esseri umani, a meno di non voler dare letture sociologiche. Torniamoci su...

copertina+codice isbn della

copertina+codice isbn della nuova edizione Adelphi, 2009