Tetti Gianni

Mette Pioggia

Autore: 
Tetti Gianni

“I padri muoiono, lo sanno tutti che muoiono. Se muore un padre non fa nulla, basta che non muoiono i figli. Si dice così. E anche se muore una madre non fa nulla, basta che non muoiono i figli. Si dice così. A volte le madri se le dimenticano nel cimitero, le lasciano senza fiori.” (pag.17)

“Mette pioggia” è una di quelle storie che sembra iniziare in un modo poi ingoia il lettore proiettandolo in un vortice multicolore, ricco di sapori e umori differenti dove il presente narrato tende a sfocare periodicamente lasciando spazio ad altri piani.
Non è sempre facile seguire il vortice, specialmente per chi è abituato a trame o filoni narrativi con continuità. La scrittura di Tetti saltella in continuazione, dando perfino l’impressione di essersi perso (a me ha rievocato la sensazione provata leggendo per la prima volta Paolo Nori, anni fa), impressione a mio avviso voluta e ponderata da Tetti.
Dopo un primo capitolo breve, il narratore esterno sfuma per lasciare spazio a parti dedicate ai singoli giorni della settimana dove una prima persona dal carattere forte, che racconta con un cipiglio sciolto, scorrevole, inserendo i discorsi diretti senza indicatori trasformando la narrazione in un unico flusso ad accorpare descrizioni, scene, battute e pensieri come già in altri narratori contemporanei italiani come Paolo Grugni. E c’è anche una precisa gestione degli spazi tra i periodare, una necessità di lasciar respirare la lettura con cadenze e frequenze specifiche: a tratti i periodare si fanno corti e distanziati tra loro, in altre parti intere scene vengono narrate per intero senza intervalli.
 
“Gianfranco mi passa di fronte.
 
Oh, Gianfranco, mettimi una bella Coca Cola, fai il favore.
 
Gianfranco mi guarda.
 
Non mi starai diventando froscio, con tutta questa Coca Cola. Rido. Ridiamo in tre o quattro. Quelli che ci sono ridono. Poi Gianfranco mi porta la Coca Cola. Una lattina rossa con un disegno.”
(pag.15)
 
“Quando andavo a trovare mia madre non facevo altro che parlare del suo letto scomodo. Mi hanno dato il letto più scomodo dell’ospedale, diceva. Passavamo un sacco di tempo a sistemare il letto. Avevamo un telecomando. Alzavamo, abbassavamo, inclinavamo schiacciando i tasti del telecomando. Quando muovevi il letto c’era un motorino elettrico che si metteva a girare e faceva rumore. Tanto ne faceva di rumore, che un giorno è passato l’infermiere e ha detto che quel motorino era difettoso, faceva troppo rumore e andava cambiato.” (pag.61)
 
L’uso delle ripetizioni è ponderato e funzionale, un rafforzativo a cui il lettore può abituarsi in fretta, diventando anche parte del ritmo. Indubbiamente si tratta di un narratore che prende il controllo di ciò che racconta, che s’impone innescando dinamiche mnemoniche, per associazione, mentre prosegue nell’effettiva cronologia.
Uno dei limiti del narratore in prima persona, la parzialità quanto la tendenza a restare abbastanza focalizzato su sé stesso, ombelicale si usa dire, in questo romanzo non trova particolari riscontri: nel vortice narrativo sono decisamente molte le storie e i personaggi che si susseguono.
È una scrittura che sottolinea le tante spaccature delle cose, del vivere quotidiano, delle persone e le vite altrui in cui si sbatte e che ci attraversano. La scrittura è, a mio avviso, volutamente senza filtri, cucita addosso al narratore, alle storie che racconta, alle persone vicine e lontane che espone davanti al lettore senza preoccuparsi di coprirne le falle, i punti deboli.
Verso la metà del romanzo, quando il lettore arriva alla parte dedicata al ‘Mercoledì’, il narratore cambia genere, la figura che dirige i racconti diventa femminile, cambiano le angolazioni, e gli approcci. Per la prima volta il lettore ha la possibilità di contestualizzare in virtù di due punti di vista dominanti che pian piano forniscono tasselli con occhi diversi. Un approccio interessante, che rafforza gli spessori d’una trama proposta senza linearità, dimenticando le logiche temporali in favore del vortice narrativo. Inizia un vero e proprio valzer di ruoli, il lettore segue i personaggi narranti potendone coglierne sfumature, relazioni, umori e approcci.
 
“Mio marito stipendio mensile, mio marito televisore nuovo, mio marito lavare la macchina, mio marito Station Wagon metallizzata, mio marito stanco da lavoro, mio marito le cene con gli amici, mio marito trecento canali, mio marito poltrona centrale, mio marito facciamolo adesso, mio marito alito cattivo, mio marito cosa c’è per cena, mio marito dov’è la camicia, mio marito mettiti nuda, mio marito e il pastore tedesco, mio marito soldi per la spesa, mio marito soldi per le scarpe, mio marito regina della casa. Mio marito.” (pag.113)
 
“Allora vuoi venire qui? Guarda che inizio da sola. Miagola lei dalla camera da letto.
 
Arrivo, le dico. Adesso la uccido. Faccio un altro tiro. Sputo il fumo sul vetro della finestra. Fuori soffia lo scirocco. Vedo la polvere che riempie la strada. In fondo c’è il tipo con la camicia a righe bianche e rosse che se ne va zoppicando. Il cielo è grigio. Sudano tutti. Restiamo dentro. Dentro si sta bene.” (pag. 154)
 
Un libro da mordere restando vigili, e senza aspettarsi un intrattenimento a cuor leggero: tra le pieghe di voci, pensieri e racconti tanti spunti sul vivere anche estremamente comune in un quotidiano come tanti arricchito da spunti che tendono all’agrodolce con punte amarognole, a volte tendenti all’urticante.
Primo romanzo per uno storyteller che ha già pubblicato una raccolta di racconti sempre per Neo Edizioni, nel 2010 (I cani là fuori) ed è abituato a gestire trame e intrecci (sceneggiatore per serie tv e lungometraggi, anche autore e regista di documentari) con originalità, imponendo un proprio ritmo e infilando le dita proprio in quelle piaghe del corpo che invece abitualmente vengono celate.
La lunga settimana di un mondo spogliato dalle apparenze, arrivando a Domenica quando “nessuno è rimasto” anche se “solo ieri, c’era un sacco di gente qui. Un sacco di gente che non sapeva dove andare ma andava”. E perfino quella che sembra una conclusione apocalittica appare come una “carezza”.
 
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Gianni Tetti nasce e vive a Sassari. E’ stato tra gli sceneggiatori della serie Un posto al sole in onda su RaiTre. Ha scritto e diretto il documentario Un passo dietro l’altro, è stato sceneggiatore del lungometraggio SaGràscia (regia di Bonifacio Angius). Suoi racconti sono stati pubblicati su Frigidaire, Il Male, Atti Impuri, Prospektiva e in diverse antologie. Per Neo Edizioni ha partecipato all’antologia E moriranno tutti felici e contenti (2008), nel 2010 ha pubblicato la raccolta di racconti I cani là fuori (Neo Edizioni). Mette Pioggia è il suo primo romanzo.
 
Gianni Tetti, Mette Pioggia, Neo Edizioni, 30 aprile 2014, pag.208, Eur 14.
  
Approfondimenti in rete
Su La Critica Letteraria a proposito di ‘I cani là fuori’.
Su Archivio Caltari un pezzo del 2011 di Tetti sullo scrivere.
 
Barbara Gozzi, Aprile 2014.
ISBN/EAN: 
978-88-96176-23-8

Commenti

[Tetti - Mette pioggia] Esce

[Tetti - Mette pioggia] Esce oggi questo romanzo, il primo, di Gianni Tetti: Mette pioggia. Scrive Barbara: "Un libro da mordere restando vigili, e senza aspettarsi un intrattenimento a cuor leggero: tra le pieghe di voci, pensieri e racconti tanti spunti sul vivere anche estremamente comune in un quotidiano come tanti arricchito da spunti che tendono all’agrodolce con punte amarognole, a volte tendenti all’urticante."

[Neo] Le edizioni Neo sul

[Neo] Le edizioni Neo sul nostro sito! http://www.lankelot.eu/neo

(Tetti) L'avevo ricevuto

(Tetti) L'avevo ricevuto anche io ma dopo 100 pagine l'ho molalto perchè perchè mi stava annoiando parecchio. Tanta noia e zero emozioni. Inizialmente rro intrigato dalla struttura ma il contenuto di questa struttura sinceramente non l'ho trovato.

[Mette pioggia - Vicolo

[Mette pioggia - Vicolo Cannery] Un brano del libro, su Vicolo Cannery:

http://www.vicolocannery.it/2014/05/02/mette-pioggia/