Claudio Tessarolo pubblica, nella collana “Il Giallo Mondadori” (distribuita in edicola), un interessante volume intitolato: Senza offesa, Vita di Arnaldo La Barbera, poliziotto e uomo di Stato. Fin dalle prime pagine il lettore si interroga sugli argomenti: si tratta del solito romanzo giallo? Certamente no, perché il narrato riguarda fatti realmente accaduti, la “mala del Brenta”, la mafia siciliana, gli attentati a Falcone e Borsellino; vicende clamorose e tristemente note.
Del resto il sottotitolo indirizza opportunamente: viene in questo libro ricostruita e narrata la vita di un importante funzionario, di un fedele, generoso servitore dello Stato: Arnaldo La Barbera, che fu in tempi difficili questore di Venezia, di Palermo, che dovette affrontare i problemi del G8 di Genova. I fatti sono narrati con sapienza usando il linguaggio semplice del giornalista esperto della più ruvida cronaca; presto ci si rende conto che l’autore è bene informato su questioni assai complicate e sfuggenti, che vuole a tutti i costi farne un corretto autorevole resoconto al lettore, garantendo l’esattezza dei fatti narrati, verificati dalla frequenza di colloquio pressoché quotidiano con La Barbera o con i suoi collaboratori. Tutto ciò sarebbe più che sufficiente a garantire una lettura di notevole interesse.
Ma il libro si raccomanda anche per altri pregi; infatti Tessarolo, oltre che giornalista, dimostra di essere vero scrittore che tiene in gran conto i suoi personaggi. Non tralascia nulla per aderire alla verità delle vicende narrate, e nello stesso tempo ha l’amabile accortezza di ritrarre quei rudi poliziotti anche nelle piccole azioni quotidiane, nei tic che li rendono simpatici, o nelle sobrie preferenze alimentari della migliore tradizione mediterranea; talvolta è tollerata qualche sigaretta di troppo. Ne risultano uomini messi a fuoco molto meglio che nei soliti bozzetti. Eppure il narrante mai si sofferma in queste descrizioni per più di due righe, non indulge, non si compiace né si concede, come del resto è nelle severe abitudini degli uomini che, come lui, si cimentano anche nell’alpinismo, nell’impegnativa esplorazione di remote regioni.
Abbiamo posto a Claudio Tessarolo alcune domande:
LT: In che contesto è affiorata l’idea di scrivere questo libro, per Mondadori, a metà tra il dossier e la biografia?
CT: Inizialmente era mia intenzione scrivere una biografia del prefetto La Barbera, perché ritenevo fosse giusto ricordare questo poliziotto dal curriculum eccezionale. Il libro l’avevo proposto alla Mondadori all’indomani dei fatti del G8 di Genova, in un momento particolarmente difficile della sua esistenza. Poi, nei mesi successivi, durante la malattia che lo avrebbe portato ad una prematura scomparsa, l’idea del libro era diventata per lui il pretesto per guardare avanti, per credere nel futuro. “Vedrai – mi diceva – quando guarirò ci metteremo a scrivere”.
Invece ho preso la penna in mano solamente dopo la sua morte. Strada facendo, mi sono reso conto che ripercorrerne la vita, in realtà significava rileggere gli ultimi trent’anni della storia italiana attraverso i grandi avvenimenti di terrorismo, mafia, camorra, criminalità organizzata. La Barbera infatti è stata protagonista degli episodi più eclatanti del nostro recente passato; in questo senso la sua vicenda umana e professionale assume una valenza del tutto particolare, coincide con una parte non secondaria della nostra storia più recente.
LT: Lei dimostra di conoscere bene il protagonista La Barbera. È stato per lavoro che ha avuto l’occasione di incontrarlo? La lettura lascia intuire che la genesi del libro sia anche un grande atto di amicizia
CT: Ho conosciuto La Barbera agli inizi degli anni Ottanta, lui era già capo della squadra Mobile di Venezia, io giovane cronista di nera al Gazzettino. Ci vedevamo tutti i giorni, all’epoca non c’erano telefonini, per avere notizie era necessario incontrarsi, andare sul posto, come si diceva in gergo. Erano anni difficili, c’era il terrorismo, stava nascendo la mafia del Brenta di Felice Maniero. Io seguivo i fatti di cronaca nera: ce n’era per tutti i gusti. Ci trovavamo con La Barbera e i suoi uomini sulla scena di un delitto oppure in questura, non avevamo orari: né lui per il suo lavoro né io per il mio. In comune avevamo la passione per ciò che facevamo, l’amicizia tra di noi è nata naturalmente, sostenuta da una profonda stima reciproca, la stessa che nutrivo per i suoi collaboratori più stretti, il suo vice Antonio Palmosi e il giovane commissario Gigi Savina. Perché La Barbera aveva un fiuto incredibile nello scegliere i suoi uomini: gente onesta e leale, professionalmente preparata: i migliori. C’era poi un aspetto fondamentale che non è mai venuto meno negli anni, vale a dire la fiducia reciproca. La Barbera è stato un grande personaggio, esserne amico una grande fortuna. Nel libro traspare questo sentimento, non poteva essere diversamente anche se credo che il lavoro, in termini di obiettività e fedeltà ai fatti, di tutto questo non ne risenta.
LT: lei riesce a “umanizzare” i poliziotti e nello stesso tempo a rendere l’idea di un “senso dello Stato” molto lontana dal meschino computo di certi burocratici “straordinari”. Questi uomini spesso dimenticano di timbrare il cartellino e sono generosamente a disposizione al di fuori degli orari, affrontando reali pericoli, orribili mostri.
CT: Quando si lavora con passione il tempo vola: La Barbera era un trascinatore, sapeva trasmettere a tutti i suoi collaboratori entusiasmo per il lavoro, un lavoro duro, non sempre apprezzato, talvolta ingrato. Per questo a nessuno pesavano le ore trascorse in attività snervanti e rischiose, lo si faceva e basta. Non c’erano solisti, lo stesso La Barbera non era né ambizioso né esibizionista. In tutti, il senso di appartenenza alla squadra era molto forte e i risultati investigativi erano la conferma della bontà di questa impostazione data al lavoro.
LT: Leggendo le sue pagine si vengono a conoscere molti importanti risvolti altrimenti sconosciuti al grande pubblico, come ad es. la grande attenzione prestata dai mass-media stranieri alla cattura di importanti mafiosi. Lei cita le molte copertine di famose riviste internazionali (pochi lo sanno) dedicate a questi eventi. Molti di noi potrebbero pensare a un "affare interno” del nostro paese, per quanto grave; al contrario queste vicende sono seguite dovunque con grande interesse dai lettori comuni e soprattutto dalle istituzioni, come del resto dimostrano i molti attestati di complimenti e stima da parte di altissime autorità straniere a La Barbera e ai suoi efficienti collaboratori…
CT: La Barbera ha dato sicuramente il meglio di sé a Palermo, nella lotta alla mafia. Quando è giunto in Sicilia, nel 1988, era un commissario maturo, esperto: ha saputo comunque stupire per la genialità investigativa messa in mostra contro la più organizzata e potente struttura criminosa del mondo, la mafia siciliana appunto. La Barbera godeva di un enorme credito negli apparati investigativi di altre nazioni, America in testa. Per questo i successi che lo hanno visto protagonista sono stati ampiamente sottolineati dai giornali stranieri. La notizia dell’arresto di Giovanni Brusca, il sicario di Falcone, alla ricostruzione della quale ho dedicato un capitolo pressoché inedito del libro, è stata accolta con grande enfasi e entusiasmo all’estero ma anche in Italia. Perché stava ad indicare il grado di efficienza delle forze di polizia italiane, dimostrava che la mafia era tutt’altro che invincibile. Non ci può essere giustizia se gli autori di crimini orrendi continuano ad agire in assoluta libertà e la cattura di Brusca è stato uno spot, il migliore, per la giustizia, unendo il mondo delle istituzioni alla gente comune in un sentimento di grande soddisfazione. Ha segnato il risveglio della coscienza civica soprattutto fra gli abitanti di Palermo.
LT: Lei accenna a uno “scontro” tra il magistrato Boccassini e La Barbera. Quanto c’è di reale? Inoltre si sofferma a descrivere alcuni codici di comportamento dei mafiosi. Ad es. è molto interessante il particolare di “fissare negli occhi” gli uomini dello Stato per i quali si nutre stima, sebbene siano dei nemici…
CT: La Barbara era una persona per certi aspetti spigolosa, con cui non era semplice trovare subito un intesa. Aveva un carattere forte, molto marcato, per molti aspetti simile alla dottoressa Boccassini. Erano due leoni, per questo il loro primo approccio non fu dei più agevoli. La Barbera, inoltre, era un grande conoscitore della mentalità mafiosa, conosceva regola e leggi di Cosa Nostra, che era, culturalmente, una società maschilista. Anche per questo, inizialmente, non aveva accettato col sorriso sulle labbra di essere affiancato da un giudice donna. I due però, riuscirono ad andare ben presto perfettamente d’accordo, uniti soprattutto da un desiderio comune: assicurare alla giustizia gli assassini di Falcone e Borsellino e ripristinare, in una terra martoriata come la Sicilia, la legge dello Stato.
LT: Che cosa pensa della “scuola di La Barbera e della rivoluzione di Falcone”?
CT: L’esperienza di Falcone rimarrà nella nostra storia, per sempre. Una fondamentale pietra miliare nella lotta alla mafia. Prima di lui, Cosa Nostra nemmeno veniva pronunciata; anche negli ambienti giudiziari, nei tribunali, c’era chi dubitava esistesse una organizzazione criminosa retta da una struttura gerarchica piramidale, determinata e violenta. La scoperta della Cupola la dobbiamo alle inchieste di Falcone e Borsellino, il primo grande maxi processo istruito nell’85 sancì tutto questo. Il grande merito di Falcone fu di dare una chiave di lettura unitaria ad episodi che prima di allora venivano considerati separatamente, slegati l’uno dall’altro, avulsi, quindi, dal contesto dal quale scaturivano. Dando corpo e connotazione ad un fenomeno che era sempre stato senza volto e senza nome, Falcone è stato protagonista di una rivoluzione copernicana nella lotta alla mafia. Famosa la sua frase:”Come tutte le cose umane anche la mafia ha avuto un inizio e avrà una fine”.
La Barbera, a sua volta, è stato geniale nell’applicare ad un piano investigativo la stessa impostazione concettuale di Falcone. Ha escogitato e inventato tecniche di indagine mai sperimentate in precedenza, coniugando in maniera esemplare il suo incredibile fiuto di poliziotto con la capacità di tradurlo in operazioni vincenti.
La Barbera è stato un avversario di Cosa Nostra di eccezionale bravura; per questo i mafiosi, pur odiandolo, (non dimentichiamo che Riina diede per quattro volte l’ordine di ucciderlo), lo rispettavano. Era un nemico, ma di valore, lo si poteva fissare negli occhi, magari dopo essersi alzati in piedi, in segno di rispetto.
LT: Quanto c’è di “narrato-inventato” e quanto c’è di “vero” in queste pagine, che forniscono anche molti dati? Ha tenuto conto delle esigenze del lettore? Di un certo “orizzonte d’attesa”?
CT: Questo è un libro che descrive una storia vera, ci tengo a sottolinearlo. Non c’era bisogno di aggiungere nulla ad una vita che è stata più emozionante di qualsiasi thriller. Arnaldo la Barbera ha fatto realmente tutto ciò che nel libro è descritto non sarebbe potuto essere diversamente per uomo che agli occhi dei suoi colleghi è divenuto “la polizia”, un mito insomma. Io sono un giornalista e il mio compito è osservare e questo ho fatto: ho osservato e riportato quello che ho visto con i miei occhi. Volutamente non è stato una biografia nel senso stretto del termine, perché nella vita di Arnaldo c’erano tutti gli elementi che potevano renderla più avvincente di un romanzo, e così è stato. Certamente ho tenuto conto delle esigenze del lettore, anche semplicemente usando la scrittura del romanzo, perché volevo che il senso di questo libro potesse essere compreso da tutti. La soddisfazione più grande che ho avuto è stata riuscire a far uscire La Barbera dall’ambiente elitario della polizia, della magistratura, della politica perché lui è stato a servizio della gente e dalla gente deve essere ricordato. Con il mio libro spero di essere riuscito a fare questo.
LT: Il suo acuto spirito di osservazione affiora spesso: ha corso il rischio di concedere un certo spazio a una componente creativa-narrativa?
CT: Io osservo, osservo chiunque dai politici alla la gente per strada, è questo il mio lavoro. Se a questo si aggiunge il fatto che con La Barbera, non solo per motivi personali, ma per lavoro ho passato davvero moltissimo tempo... pensi che ricordo bene nottate intere trascorse alla Questura di Venezia, ventiquattro ore di lavoro sono tante continuate, non crede? Quindi potrei dirle, con esattezza, quante sigarette fumava Arnaldo in una giornata, in che modo portava la sigaretta alla bocca, le frasi che usava quando perdeva le staffe, la sua risata e, come si mangiava le parole, non facendo capire assolutamente quello che diceva, mandando nel panico i vari ragazzi della mobile e non solo… Mi è bastato ripensare a questi momenti, dandogli vita sulle pagine del mio libro, che poi tanto mio non è, ma è di tutti quelli che l’ hanno conosciuto e ci hanno lavorato. Chi l’ha conosciuto sa quanto fosse forte il legame tra Arnaldo e i suoi uomini, basti pensare, per esempio, che per lui Palmosi e Savina erano come fratelli.
LT: La sua biografia esce a poca distanza dalla morte del protagonista, quando è ancora in atto un processo per i fatti del G8 di Genova. È vero che, nonostante siano già state vendute 50.000 copie, il volume non è più in vendita nelle edicole e nemmeno reperibile in libreria?
CT: Purtroppo è vero, è introvabile, questa è la parola adatta, eppure sono state vendute molte più copie di quante la Mondadori potesse sperare.
Arnaldo è morto il 12 settembre del 2002, si è ammalato dopo i fatti del G8. È difficile da dimostrare, lo so, ma non credo sbagli chi pensa che a ucciderlo, a scatenare il male, siano state le accuse piovutegli addosso, come se lui fosse l’unico colpevole di quella maledetta vicenda. In tanti lo amavano, il giorno del suo funerale questo era palpabile, una lettera letta da un suo caro amico quel giorno, mi ha colpito profondamente, diceva così:
“Tutto tace, tutto è quiete, tutto vive nel silenzio di queste mura, mentre ricerchi il tuo spirito errante in tante battaglie finite, come un sogno sospeso nell’aria vuota di questa sera di settembre.
Non c’è più gloria, non c’è più vita.
Non c’è dolore, non c’è affanno.
È suonata l’ultima campana.
Le strade si dividono”.
Erano in tanti a salutarlo quel giorno, con un lungo applauso. I suoi uomini, quando si incontrano, raccontano sempre storie lontane, a lieto fine; le altre, quelle che non sono a lieto fine, sono tragedie, storie di morte, di dolore, che li hanno segnati.
Ma La Barbera aveva mille sfaccettature, e i suoi uomini lo sanno. C’è chi racconta di quando giocava all’una di notte a pallone nel commissariato e poi correva a nascondersi dentro il posto di guardia, perché dalla finestra del condominio vicino era uscita gridando una signora semi addormentata con un secchio d’acqua in mano, intimando agli uomini di Arnaldo di andarsene subito, altrimenti avrebbe chiamato… La Barbera. I suoi uomini hanno riso tanto con Arnaldo, ma hanno anche dormito poco, lasciando sole le mogli, perdendo i momenti importanti dei loro figli.
Arnaldo La Barbera è stato uno degli uomini che hanno creduto al lavoro per lo Stato, sempre e comunque, fino in fondo, senza mai fare domande, senza mai chiedersi se ne valesse la pena, e i suoi uomini con lui.
Arnaldo La Barbera è stato un uomo e un poliziotto che ha lasciato alla polizia qualcosa in cui credere, nonostante tutto.
Per questo i suoi uomini non permetteranno mai che lo si possa associare al Bava Beccaris di un secolo fa. Ed io con loro.
Claudio Tessarolo è nato a Bassano del Grappa nel 1955. Conseguita la laurea in Lettere, ha iniziato la carriera giornalistica a Venezia nei primi anni Ottanta, firmando per “Il Gazzettino” alcuni scoop sul terrorismo e assistendo da cronista al sanguinoso nascere della cosiddetta “mafia del Brenta”. Appassionato di alpinismo e di esplorazioni, ha preso parte ad esplorazioni sull’Himalaya, in Africa e in Amazzonia. Ha scritto Everest soprattutto, il racconto dell’assalto italiano nel cinquantenario della prima ascensione al tetto del mondo; Amazzonia (dis) Incantata, un libro sulle storie degli oriundi italiani che vivono disseminati nella foresta brasiliana e Kilimangiaro peku-peku, un volume sul mito della più alta vetta del continente nero. Lavora al “Giornale di Vicenza” come inviato.
Luciano Troisio, luglio 2005.
Commenti
Prima pubblicazione: Lankelot.com, 2005
"si tratta del solito romanzo giallo? Certamente no, perché il narrato riguarda fatti realmente accaduti, la ?mala del Brenta?, la mafia siciliana, gli attentati a Falcone e Borsellino; vicende clamorose e tristemente note."
> ragione fondamentale per pubblicare articolo e intervista. Grande scelta...
"ello stesso tempo ha l?amabile accortezza di ritrarre quei rudi poliziotti anche nelle piccole azioni quotidiane, nei tic che li rendono simpatici, o nelle sobrie preferenze alimentari della migliore tradizione mediterranea; talvolta è tollerata qualche sigaretta di troppo"
> Mi sembra scelta nobile, umana e intelligente. Da tutti i punti di vista. Ottima annotazione.
"Strada facendo, mi sono reso conto che ripercorrerne la vita, in realtà significava rileggere gli ultimi trent?anni della storia italiana attraverso i grandi avvenimenti di terrorismo, mafia, camorra, criminalità organizzata."
> Dice Tessarolo. Manca una parola importante, tra queste. Classe politica, ossia quella che consente e avalla tutto questo...
"La notizia dell?arresto di Giovanni Brusca, il sicario di Falcone, alla ricostruzione della quale ho dedicato un capitolo pressoché inedito del libro, è stata accolta con grande enfasi e entusiasmo all?estero ma anche in Italia. Perché stava ad indicare il grado di efficienza delle forze di polizia italiane, dimostrava che la mafia era tutt?altro che invincibile. Non ci può essere giustizia se gli autori di crimini orrendi continuano ad agire in assoluta libertà e la cattura di Brusca è stato uno spot, il migliore, per la giustizia"
> Come l'arresto di Provenzano quando Berlusconi ha perso le elezioni, giusto?
"La Barbera, inoltre, era un grande conoscitore della mentalità mafiosa, conosceva regola e leggi di Cosa Nostra, che era, culturalmente, una società maschilista."
> le logiche del comportamento umano sono curiosamente facilmente riconoscibili. Dammi tre precedenti e ti ricostruisco un sistema, senza testimoni. Sbaglio? E' la stessa dinamica della menzogna nella comunicazione...
"Famosa la sua frase:?Come tutte le cose umane anche la mafia ha avuto un inizio e avrà una fine?."
> Sì, coinciderà con quella dello Stato, se non cambiano le cose. Lo Stato italiano o lo Stato Moderno, in generale.
"È vero che, nonostante siano già state vendute 50.000 copie, il volume non è più in vendita nelle edicole e nemmeno reperibile in libreria?
CT: Purtroppo è vero, è introvabile, questa è la parola adatta, eppure sono state vendute molte più copie di quante la Mondadori potesse sperare."
> Scrivevate. Confermo: non esiste nemmeno su IBS, oggi. 2007.
"Arnaldo La Barbera è stato uno degli uomini che hanno creduto al lavoro per lo Stato, sempre e comunque, fino in fondo, senza mai fare domande, senza mai chiedersi se ne valesse la pena, e i suoi uomini con lui."
> questo è il mestiere del soldato e di chiunque lavori coscienziosamente per lo Stato. Mai fare domande, eseguire. Perché una è la patria, a dispetto dei padroni e dei governi.
Questo libro dovrebbe essere, questo sì, letto nelle scuole. Perché è sacrosanto far capire, già ai piccoli, il valore di un'istituzione come quella delle forze dell'ordine. Inspiegabilmente una larga fetta, troppi, dei giovani vedono con diffidenza o ostilità chi permette l'ordine e la giustizia. Senza capire quanto sia difficile, e coraggioso.
[Tessarolo] foto
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