Telese Luca

Cuori Neri. Dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli, 21 delitti dimenticati degli anni di piombo

Autore: 
Telese Luca
Io non so dimenticare / la mia rabbia e la vergogna / nel vedere un ragazzino / che era già messo alla gogna / per aver voluto dire / "Io non posso dimenticare / un passato dignitoso / per il quale provo onore" / E veniva trascinato / per i corridoi di scuola / col cartello appeso al collo / con su scritta una parola / che per noi voleva dire / uno con un ideale / ma per tutto quanto il mondo / era il simbolo del male / E noi siamo ancora qui / per ricordare / e noi siamo ancora qui
per chi vuol dimenticare / Io non posso più scordarmi / del suo corpo sul selciato / e del fiore che sbocciava / dal suo sangue raggrumato / e un bastardo giornalista / preparava già una storia / dalla trama un po' già vista / per sporcarne la memoria / tanto da arrivare a dire / che era stato un suo fratello / a sparargli nella nuca / profittando del bordello / per far ricader la colpa / su quei poveri compagni / vittime senza giustizia / del fascismo e dei suoi inganni / Ma noi siamo ancora qui / per ricordare / e noi siamo ancora qui / per chi vuol dimenticare / Io non chiedo la vendetta / non mi aspetto trasparenza / questa terra benedetta / non conosce la giustizia / Voglio solo ricordare / senza scomodare i morti / ma che almeno i nostri figli / non conoscano quei torti / E noi siamo ancora qui / per ricordare / e noi siamo ancora qui / per chi vuol dimenticare / Per mille e mille / e mille e mille anni...
NON SCORDO (270 bis)
 
UNA DOLOROSA PREMESSA PERSONALE
 
È per me difficile, appena dopo aver chiuso il libro di Luca Telese, con le foto dei tanti ragazzi di destra morti negli “Anni di Piombo” sotto gli occhi, avendo voluto ascoltare Non scordo dei 270bis per evocare quell’emozione che ogni volta mi tocca nell’intimo, nel profondo, argomentare lucidamente su fatti, eventi e personaggi contenuti in Cuori Neri. Nel farlo, avendo deciso di farlo, sentendo forte la necessità di far conoscere a chi del tutto ignora, riscoprire a chi ha dimenticato, è giusto che dichiari brevemente – ma per intero - la mia provenienza, le suggestioni che mi hanno fatto scegliere, ancor giovane, ma in un tempo meno crudele, la militanza a destra, nel Fronte della gioventù. I miei, anni che preludevano alla trasformazione da M.S.I in A.N., sono stati anni tranquilli e, sinceramente – nonostante “l’epocale” trasformazione del partito –, vissuti senza grande slancio ideale. Eppure, per chi come me viene da una famiglia missina, fascista, senza sé e senza ma, lo slancio ideale era tutto – nulla poteva contar di più - nello scegliere di spendersi in politica. All’inizio dei Novanta, tempo in cui si colloca il mio approccio al Fronte della gioventù, nell’organizzazione giovanile missina, che ha sempre rivendicato una certa autonomia nei confronti del partito (nei fatti mai totalmente ottenuta), quei ragazzi, le cui foto sono state dimenticate dalla quasi totalità degli italiani, costituivano un esempio, un invito a spendersi, a scegliere di far politica per non lasciare che quel sacrificio fosse stato vano. Ad oggi, tempo nel quale in pochi anni la politica è vertiginosamente cambiata rispetto a quindici anni fa, quei morti sono uno dei pochi collanti che restano tra i giovani della destra istituzionale e quelli della destra radicale. Quei morti, e so che qui in molti a destra inorridiranno (sia in quella istituzionale che in quella radicale), sono un cordone ombelicale di cemento, l’unica cosa che ancora può unire – almeno emotivamente e emozionalmente - chi ha fatto una scelta di allontanamento totale dalla propria storia (A.N.), dai i principi che hanno animato molti dei loro fratelli del tempo che fu, e coloro i quali, spesso confusamente, hanno scelto vie alternative, fondando nuovi partiti e organizzazioni politiche a destra della destra istituzionale. Quei morti, fatti martiri, vivono nell’immaginario e nell’emozione di chi li ha più volte omaggiati nei rituali commemorativi (il Presente!), oltre il loro martirio, hanno una valenza simbolica che sorpassa le barriere della comunità politica d’appartenenza per provare ad insinuare, nell’immaginario e nella consapevolezza di chi ignora o ha dimenticato, nell’Italia tutta, almeno il dubbio che questo sia un paese ancora lontano dall’avere una storia comune condivisa, una giustizia equa, un senso identitario che oggi non conosce e che, forse, non ha mai conosciuto. Quei morti, almeno per chi non si rassegna all’oblio della memoria e ad un paese dai colori quanto mai indefiniti, per chi non si rassegna ad essere una sottocultura, un sottoprodotto degli U.S.A nel mondo sempre più globalizzato, sono ancora un invito a lottare per le proprie idee – o, sarebbe meglio dire, usando un termine che sembra tristemente obsoleto, per i propri ideali.
 
I CUORI NERI: TRA ODIO, INDIFFERENZA, VENDETTA, RICORDO DEI POCHI E OBLIO DELLA MEMORIA. 
 
A molti, troppi di voi, questi nomi di cui parla Telese non diranno nulla, non susciteranno alcuna particolare emozione, se non la curiosità. Ad altri di voi insinueranno certamente odio e disprezzo, nonostante la loro tragedia personale. Per alcuni di noi, come ho tenuto a rimarcare nella premessa, sono un patrimonio di idee, memoria, orgoglio, identità e onore che non si può spiegare facilmente. No, non siamo necrofili né nostalgici, come qualcuno immagina, né ancorati ad una idea di politica – di lotta politica – che (solo per alcuni versi: il rischio della vita, appunto) è bene che si sia del tutto estinta, ancorché l’odio serpeggi ancora, più di ciò che generalmente si pensa. Telese ci introduce alla vicenda personale, inquadrandola storicamente, di 21 (quasi tutti ragazzi ) morti a destra negli anni di piombo; comincia con l’operaio trentenne Venturini  (18 Aprile 1970) e conclude con il giovane studente Paolo Di Nella (2 Febbraio 1983), passando per Falvella, i fratelli Virgilio e Stefano Mattei, Ramelli, Zicchieri, la strage di Acca Larentia e Nanni De Angelis. Ma ci sono anche Zilli, Giralucci e Mazzola, lo studente greco Mantakas, Cecchetti (l’unico che sembra non avesse nulla a che spartire con la politica), Pedenovi, Pistolesi, Giaquinto, Cecchin e Mancia. Nomi, come detto, che forse ricorderanno qualcosa a chi ha più di quarantacinque anni, del genere: ma io questo nome l’ho già sentito. E poi, una volta capito di chi si tratta, magari chiudono con: ah, era un fascista… Amen, e nemmeno sempre. A volte nemmeno quello. Nessun vittimismo cari lettori, e Telese lo lascia ben emergere dalle pagine del suo libro, quello era il tempo in cui c’era uno slogan che non era un semplice slogan: uccidere un fascista non è reato. E nei fatti si rivelò esattamente cosi perché non solo non fu reato – in sostanza – uccidere un fascista per la sinistra extraparlamentare, ma non lo fu nemmeno per lo Stato, che sparò più di una volta ad altezza uomo colpendo ragazzi inermi. Le storie tragiche di Recchioni e Giaquinto dovranno pure dir qualcosa a chi si trova a leggerle, la vicenda dolorosa e inquietante di cui fu vittima Nanni De Angelis dovrà pure creare un moto di indignazione nelle coscienze di chi si trova tra le mani il testo di Telese. Compagni impuniti, lo Stato che ti spara in testa o ti “suicida” in una cella, fosse questo il culmine dell’orrore e dell’atrocità ci limiteremmo alla pura indignazione, a trent’anni di distanza (perché al tempo l’indignazione sarebbe stata evidentemente risposta minima e insufficiente). L’indignazione diventa odio e rifiuto del paese in cui si vive, in cui hanno vissuto questi ragazzi, quando si legge una storia come quella di Sergio Ramelli. E sulla storia di Sergio Ramelli, diciottenne milanese ucciso barbaramente sotto casa con un colpo di chiave inglese alla testa, ma morto dopo un’agonia di più di trenta giorni, mi voglio soffermare un attimo a spiegarvi meglio. Voglio farvi capire cosa erano quegli anni per un militante di destra, cosa poteva subire in una scuola, da alunni, professori e professoresse, nell’indifferenza di tutti, e nella codardia di chi poteva e doveva proteggere. La storia di Sergio Ramelli ci porta in un mondo altro, a solo trent’anni di distanza da oggi (incredibile!), ci dà la misura di come in Italia, in quegli anni, si sia vissuta la più disumana e insensata “tragedia democratica” in tempo di pace che l’Europa abbia conosciuto dal secondo dopoguerra ad oggi:
 
Un paio di mesi prima di morire, Sergio Ramelli entrò nella sede milanese del M.S.I. in via Mancini. Non è il classico modello antropologico dei ragazzi di destra del tempo, ha i capelli lunghi fin sulle spalle e per ciò stesso all’inizio insinua qualche dubbio (come ricorda anche Telese, Pasolini non aveva tutti i torti nel notare che i modelli antropologici dei ragazzi andavano sempre più sfumando verso qualcosa di indistinto – Pasolini odiava i capelli lunghi, come afferma nelle Lettere luterane, documento importante per capire quegli anni). Al tempo si temevano gli infiltrati, le pareti delle sezioni sono rinforzate con lastre d’acciaio murate e infissi blindati, il sospetto è all’ordine del giorno. Riccardo De Corato, futuro vicesindaco di Milano, allora segretario del Fronte della gioventù milanese, rassicura tutti sulla affidabilità di Sergio: il ragazzo è il fiduciario del Fronte alla scuola Molinari. Ed è proprio qui, a scuola, dove pensi che tuo figlio cresca sano libero e socializzante che inizia a consumarsi il dramma di Sergio. Tutto comincia da un compito in classe, un tema d’attualità, in cui il ragazzo espone tutto il suo sdegno nei confronti delle Brigate Rosse, ricordando tra le altre cose l’omicidio di Mazzola e Giralucci (altri due “cuori neri”, altra vicenda trattata da Telese nel libro). Il suo tema non arriverà neanche ad essere letto da chi di dovere, ma verrà esposto nella bacheca dell’atrio della scuola, con su scritto: “ECCO IL TEMA DI UN FASCISTA”. Da quel giorno in poi persecuzioni e umiliazioni saranno all’ordine del giorno, nell’indifferenza dei professori (tra i quali, come leggerete, si opporrà solo quello di lettere, Giorgio Melitton: insegnante di sinistra, il quale, sentendo di non esser riuscito ad opporsi come doveva alla triste sorte di Sergio, dopo la morte del ragazzo scriverà un libro per onorarne la memoria, Per memoria di Sergio Ramelli - prosa e canto) e il sadismo degli studenti (era una scuola, il Molinari, quasi totalmente di sinistra). Di più, alcuni professori di sinistra avallano la violenza subita da Sergio (è fascista, basta questo), fino a dare una spiegazione-giustificazione della morte. Ramelli, come detto, morì dopo una lunga agonia, dopo essere stato colpito sotto casa alle spalle: sul marciapiede, accanto al suo motorino, stava agonizzando circondato da pezzi di materia cerebrale spazzati via dai colpi di chiave inglese.
 
 
So che è sconvolgente, so che alcuni di voi ignorano o vogliono ignorare, ma leggete. Telese fotografa bene il tempo dell’odio, un odio certo anche restituito, ma è bene sapere che la misura in cui subirono i ragazzi di sinistra negli anni di piombo è nulla in confronto a ciò che ha vissuto un mondo, quello dei giovani del Fuan e del Fronte, in quel periodo terrificante. Avevano tutti contro, magistratura, forze dell’ordine, intellettuali, giornalisti e per ultimo, ma certamente non ultimo, lo Stato. Quelli furono gli anni in cui si raccoglievano le firme perché l’M.S.I. fosse messo fuorilegge: Almirante viveva tra l’incudine e il martello, da un lato le istituzioni vogliono cancellare l’M.S.I, dall’altro il mondo giovanile di destra si sente sempre più abbandonato dal suo leader, considerato lontano dall’idea rivoluzionaria e dal volerli realmente proteggere. Almirante, difatti, sta cercando di allargare l’orizzonte della destra, pescando al centro, tra i monarchici, tra i liberali (quello che farà in una maniera molto simile, e quindi non inventando nulla, Gianfranco Fini, delfino di Almirante e attuale presidente di A.N.), cosi da far considerare la sua politica d’allora, tra i giovani dell’ambiente, “la politica del doppiopetto”. In sostanza, un’evoluzione quantomai borghese, mentre la guerra civile divampa, quando il rischio di incolumità fisica per chi fa politica nelle sezioni del F.d.g. è concreto. 
 
Nella seconda parte dei Settanta tutto diventa più duro e complicato, le B.R. sono una realtà concreta, Prima Linea è altrettanto pericolosa, Lotta Continua non si stanca di ribadire, dalle colonne del suo giornale, che per i fascisti non esiste pietà. Nella seconda parte dei Settanta la scia di sangue che colpisce i giovani missini si sposta dal Nord Italia a Roma. Il 29 ottobre del 1975, nella Capitale, a soli sei mesi dall’atroce delitto Ramelli, si consuma un’altra tragedia, viene ucciso, alla Garbatella, proprio davanti alla sezione in cui militava, il giovanissimo Mario Zicchieri (proprio mentre stava ciclostilando un volantino in memoria di Sergio Ramelli), conosciuto dai suoi camerati come Cremino (amava quel gelato, si dice). Ecco uno stralcio del volantino, dal libro di Telese: “Dopo l’assassinio di Ramelli. Il regime dell’odio, della violenza e della guerra civile ha stabilito che se un ragazzo di 19 anni, militante di destra, muore massacrato da 20 democratici comunisti non ha diritto: ad uno sciopero – perché neofascista, ad una trasmissione Rai – perché neofascista, ad un corteo – perché neofascista, alla ricerca dei colpevoli – perché neofascista, ad un pubblico funerale – perché neofascista. Sergio Ramelli, ucciso a Milano, usciva da casa coi libri sottobraccio, non diventerà un martire per questo mafioso regime, ma uno scomodo peso su cui si stenderà il solito ignobile silenzio! Un silenzio che dovrà accompagnare Sergio anche all’ultima ora, un silenzio che non turbi i compromessi storici e morali con cui è governata l’Italia…”.  
 
L’apice della tragedia, ciò che scioglierà gli ultimi dubbi di intervento del cosi detto “spontaneismo armato”, si avrà però sempre a Roma, nella nota strage di Acca Larentia (7 Gennaio 1978, il delitto più noto, tra quelli contenuti nel testo, insieme al rogo di Primavalle), in cui vennero uccisi, in una sequenza di circostanze inquietanti, tre ragazzi in due giorni, due dai compagni extraparlamentari ed uno dallo Stato. Franco Bigonzetti  e Francesco Ciavatta, due militanti della sezione missina Acca Larentia (zona Appio Latino), vennero freddati dai colpi di una mitraglietta Skorpion e di più calbro 9 a canna corta, da una delle tante sigle della lotta armata a sinistra. Orrore, cordoglio della comunità politica d’appartenenza (come al solito solo di quella), rabbia e propositi di vendetta. Propositi di vendetta che aumentano nelle ore successive, allorché la rabbia dei militanti di destra si manifesta su tutto ciò che trova (macchine parcheggiate, vetrine dei negozi), e le forze dell’ordine intervengono numerose. Alla tragedia si aggiunge tragedia: Stefano Recchioni, giovane militante della sezione Colle Oppio, è intervenuto, insieme agli altri camerati romani, per presidiare la zona, a proteggere l’intimità del momento, il desiderio di una comunità di stringersi a caldo nel luogo del lutto, intorno al lago di sangue che colora il selciato, proprio davanti alla sezione. Nella concitazione, il capitano Eduardo Sivori, un carabiniere, punta una pistola ad altezza uomo, preme il grilletto, Stefano Recchioni cade, colpito in mezzo alla fronte, senza scampo. Francesco era li, inerme, affatto armato: è un punto di non ritorno. Giuseppe Valerio (detto Giusva: era stato un bimbo attore prodigio) e Cristiano Fioravanti, Francesca Mambro (che era accanto a Stefano nel momento in cui fu ucciso dal carabiniere, e che in carcere diventerà moglie di Giusva), Franco Anselmi (che morirà freddato dalle forze dell’ordine durante una rapina per procurarsi armi), più altri giovani perlopiù provenienti da una sezione di Monteverde, decideranno che non è più possibile stare a guardare, che è venuto il tempo della vendetta. Di li a poco sorgeranno i N.A.R. (Nuclei Armati Rivoluzionari), tutti ragazzi giovanissimi, che troveranno proprio in Giusva il loro leader, compiendo azioni contro i compagni (senza far troppe distinzioni tra extraparlamentari e non, bastava incarnassero il modello antropologico corrente) e soprattutto contro lo Stato. La sanguinosa parabola dei N.A.R. si concluderà con parecchi morti sulla coscienza (anche camerati considerati traditori) e con una serie infinita di condanne, compresa, per alcuni di loro, la famosa strage dell’Italicus, a Bologna. Ancora oggi pende su di loro quell’accusa, ma è a tutti evidente (ci sono comitati trasversali composti da noti esponenti di destra e di sinistra) che delle tante colpe ascrivibili ai Nuclei Armati Rivoluzionari questa è la più infondata che resiste: si è voluto trovare un facile capro espiatorio per una strage che ha segnato l’Italia, mettendo in dubbio tutte le “certezze democratiche” del tempo.
 
 
Sono anni in cui la mano nascosta dei servizi segreti si insinua sempre più, anni in cui il Partito Comunista Italiano sembra poter rovesciare il dominio democristiano, anni in cui il Sistema ha paura di sconvolgere la sua monolitica architettura, perdendo il potere accumulato negli anni. E allora, cosa c’è di meglio che innescare, favorire, dirigere (sotterraneamente, con mano invisibile) una vera e propria guerra civile, cosi da distogliere, ancora una volta, l’interesse dalle malefatte del potere democristiano? Lo Stato colpisce e colpisce duro, non gli interessa, anzi è il suo scopo, creare martiri a destra e a sinistra, generare una scia di violenza e di vendetta, da stroncare col manganello e con le pallottole. Si, con le pallottole, come accade nel caso di Alberto Giaquinto (10 Gennaio 1979), freddato alle spalle da una “guardia” in borghese, cercando di far sembrare il tutto un eccesso di legittima difesa. O col manganello e le botte, fino a ridurre il pur possente Nanni De Angelis (fratello di Marcello, notissimo nell’ambiente, cantautore-leader dei 270 bis, gruppo principe della musica alternativa), giovane esponente di Terza Posizione (un gruppo formatosi in quegli anni nella galassia di destra su basi simbolico culturali del tutto nuove ed anche interessanti), in fin di vita, “suicidandolo” successivamente in una cella.
 
Dal rogo di Primavalle, orribile scenario in cui si consuma uno dei più efferati e impuniti delitti dell'Italia repubblicana (l’evoluzione del caso è recentissima), a Nanni De Angelis c’è una lunga scia di sangue che Telese ben documenta con spirito da cronista puro, raccogliendo aneddoti e testimonianze, riportando stralci di giornali d’epoca e dichiarazioni allucinanti di tanti volti allora poco noti ed ora nei posti di potere di giornalismo ed editoria (basti pensare che in Lotta Continua e Potere Operaio gravitavano personaggi come Gad Lerner, Lanfranco Pace, lo scrittore Erri De Luca, Giampiero Mughini, Paolo Liguori, il parlamentare verde Marco Boato e tanti altri che non mi va più di elencare, tanto è il disgusto). Scia di sangue che dopo gli ultimi deliri del 1980 sembrano arrestarsi, salvo ritrovarsi, nel 1983, in pieno riflusso degli Anni di Piombo, ancorché con parecchi processi ancora in corso ed altri immotivatamente archiviati, con un altro morto. Ancora un ragazzo, ancora un fascista, un ragazzo della giovane destra che, insieme ad un’amica, era andato ad attaccare dei manifesti per riqualificare l’ambiente proponendo la riapertura di Villa Chigi, zona Quartiere africano, luogo frequentato al tempo solo da “tossici” in cerca di una “pera tranquilla”. La sua, l’ultima morte degli Anni di Piombo, sarà, tanto per suggellare un periodo d’orrore irripetibile, una delle più atroci. Anche qui una botta in testa, un’agonia di più giorni, una giovane vita spezzata per un’ideale, questa volta ecologista (ma di destra!). Ma adesso qualcosa cambia, forse il tempo è maturo, arriva addirittura il Presidente della Repubblica (il partigiano Sandro Pertini) al capezzale del ragazzo in coma, l’opinione pubblica è sconvolta, ci sarà condanna unanime. L’ultima tragica costante che resta è l’impunità dei colpevoli.
 
 
TUTTI COLPEVOLI, O QUASI
 
Esposte a grandi linee le tragiche vicende, non resta che porsi una domanda quanto mai essenziale: chi sono i colpevoli dell’orrore che Telese ci ha raccontato?
L’autore non si sbilancia, ma non può non far trasparire, a volte stigmatizzando gli eventi in maniera sacrosanta, le colpe del Sistema, e non solo. Se si legge approfonditamente il testo in questione non si può essere indulgente con nessuno, o quasi. È l’intero paese, l’intera nazione, l’Italia tutta che sale sul banco degli imputati. Ho approfondito il delitto terribile di Sergio Ramelli perché è l’emblema di un paese fazioso, gonfio d’odio e distratto, un paese pieno di cattivi maestri (e qui l’epitaffio calza a pennello, a ben guardare), se si considera che la violenza è spesso innescata da giornalisti e professori di scuola e d’università. E in più ci sono i sedicenti intellettuali, gli sgradevoli “artisti” che aprono bocca e sono più pericolosi delle P 38. L’emblema di questa categoria è la famiglia Fò al completo, Franca (che spediva lettere in carcere agli assassini di sinistra chiedendo per loro giustizia e clemenza, sottintendendo che i fascisti non meritassero altro che la morte), Dario (il nobel più insulso della storia della letteratura) e il figlio Jacopo (che ebbe la vergognosa idea di scrivere un libro prosa e disegni in cui arrivò a sostenere – non dico ipotizzare, ma proprio sostenere – che il rogo di Primavalle sia stato un fatto interno alla destra, che addirittura Almirante fosse in combutta coi servizi segreti per trovare beneficio da quell’orribile morte). Disgusto, non si può provare che disgusto per questi personaggi, loro si da far sprofondare nell’oblio della memoria di una Patria degna di questo nome. Colpevoli i giornali, colpevoli gli intellettuali, ma per molti ragazzi dell’ambiente sono colpevoli sia Almirante che gli organi rappresentativi dell’M.S.I. Il perché è presto spiegato, precedentemente anche accennato, considerando il moderatismo (che brutto termine, ma è calzante) cui andava sempre più incontro il partito. Almirante voleva incidere nella politica italiana, ma doveva far anche battaglia di retroguardia, essendo l’M.S.I a rischio scioglimento. I giovani missini, soprattutto coloro che sceglieranno vie alternative (come Terza Posizione), consideravano l’eredità del Fascismo un patrimonio da poter trasformare dinamicamente in qualcosa di più adatto al tempo che li accoglieva. A fine Settanta fioriscono i Campi Hobbit, come ricorda Telese, campi comunitari (che in qualche modo ancora sopravvivono) organizzati dall’ala rautiana del partito: la mistica fascista lascia il campo alla fiaba magica piena di simboli e rimandi alla tradizione primordiale dell’ Europa, Tolkien diventa un riferimento fondamentale, si legge Evola, i poeti armati (Céline, Brasillach, La Rochelle), sboccia la musica alternativa che diventerà uno dei fenomeni aggregativi più importanti per i ragazzi della destra a venire. Almirante, il vecchio partito, sono lontani da queste suggestioni, ma hanno anche il torto, agli occhi di chi è stanco di subire, di condannare il terrorismo nero in maniera anche maggiore di quello rosso (in quegli anni l’ M.S.I. fece la battaglia per la reintroduzione della pena di morte e Almirante andava ripetendo: “Pena di morte per i terroristi rossi, doppia pena di morte per quelli neri”). Ultimo colpevole, ma non ultimo per importanza, è lo Stato. Lo Stato è, nei fatti, anche quando non si macchia del delitto in prima persona, il vero mandante di ogni esecuzione (e anche se Telese ciò non lo dice mai, non scrive neanche nulla per far sembrare il contrario). Lo Stato alimenta la guerra civile, la “benedice”col suo silenzio, e su questa edifica la sua forza. Cossiga (soprattutto come Ministro dell’Interno) e Andreotti, per dirne due – i più evidenti – su tutti, sono coloro che sono messi costantemente all’indice, da una parte come dall’altra. Lo Stato è silente, dicevamo, quando non arriva a “sputare” sui morti di una parte, coi suoi modi e la sua dialettica “garbata” nelle aule parlamentari. Lo Stato è il soggetto che difende le forze dell’ordine quando si macchiano di assassini e abomini, e, sempre lo Stato, è rappresentato da una magistratura compiacente con i rossi, terribile e impietosa con i neri, innocenti o colpevoli che fossero.
 
PENSIERI DI FONDO
 
Telese lavora su una materia infuocata, pericolosa, cercando di mantenere l’equilibrio del cronista favorito dalla distanza dagli eventi. Lavora tre anni alla stesura del libro, raccoglie una mole incredibile di documentazione, girando in lungo e in largo il nostro “belpaese”, riassemblando il tutto seguendo una precisa sequenza temporale e – come più volte afferma nel testo – un filo rosso che (soprattutto oggi) è impossibile non trovare accostandosi a questi fatti. Certo, Telese non è di destra, al contrario di ciò che si può immaginare (oggi scrive sul Giornale, prima scriveva sul Manifesto e sull’Unità ed era vicino a Bertinotti), nemmeno moderata ed annacquata come quella odierna (ogni riferimento ad Alleanza Nazionale è puramente voluto), è giovane (ha 35 anni) e non lesina energie nell’immenso lavorone che ha scelto di portare a termine. Telese non è di destra ma è l’unico che, ad oggi, è riuscito a far un lavoro organico e affatto asettico su questo nostro mondo perduto (mai!) e dimenticato, cercando e sforzandosi di capire, se non di condividere, chi scelse di lottare da una parte sfortunata (ma orgogliosa) e ostracizzata della politica dell’Italia del dopoguerra. Gli hanno mosso anche parecchie accuse, non tanto da sinistra come si poteva presagire, ma da destra: toccare la memoria dei martiri di una parte che dell’identità ha sempre fatto la sua bandiera non è facile, è come entrare in un labirinto di cristalli molto angusto e sperare di lasciare tutto immacolato come lo si è trovato. Cosi non poteva essere e non è stato, e se c’è una cosa che (da destra, da figlio cresciuto nel rituale di quei morti) mi sento di non condividere nell’impianto generale del testo, è come sono connotate – di fondo – le figure dei ragazzi, dei camerati caduti per un’idea. Quell’idea, quel principio che trascende ogni ragione, era cosa di cui erano più che consapevoli; quel rischio che spesso a Telese è parso piovere dal cielo sulla teste delle vittime, è qualcosa che accompagnava intimamente anche i più piccoli di loro, in ogni istante della giornata. Non erano vittime inconsapevoli, Telese, ma giovani guerrieri pronti a combattere, a difendere la loro visione del mondo, la loro speranza in un domani ritenuto migliore, possibile, da costruire. Le tanti madri del dolore, che dal libro emergono, più forti dei padri, spesso sopraffatti da quell’atroce destino, sono guerriere anch’esse. I protagonisti di queste vicende, i Cuori neri, tutta una comunità che è stata la vittima sacrificale degli Anni di Piombo, sull’altare di una democrazia (quantomai cristiana) risibile, oltraggiosa, violenta e ingannatrice, sono per tutti questi motivi italiani veri, italiani da ricordare. A Roma, il 22 Maggio del 2005, è stata intitolata una via a Paolo Di Nella: finalmente un ragazzo di destra. Erano insieme Veltroni e Alemanno (che fu carissimo amico di Di Nella). Veltroni rimarca l’importanza e le motivazioni del gesto. Alemanno, nel 1989, alla trasmissione Telefono giallo (prima trasmissione su un giovane ucciso a destra), dirà: “Rossi, neri, estremisti di sinistra contro estremisti di destra. L’Italia è rimasta sostanzialmente ferma per dieci anni grazie alla teoria degli opposti estremismi. L’unico grande vincitore, in virtù di questa logica, nella logica della guerra civile, è stato chi non voleva cambiare nulla. L’unico grande vincitore è stato chi voleva conservare tutto com’era, ha vinto il centro, ha vinto la Dc”. Ma torniamo a cosa ha detto Veltroni, nell’occasione dell’intitolazione della via – tra le tante parole che dice c’è un concetto che non può lasciarmi indifferente, considerando chi lo esplica: “Roma ha voluto assumere la storia e il sacrificio di questo ragazzo. Il suo nome è consegnato all’eternità di questa città”. Avete capito bene, si: “il suo nome è consegnato all’eternità di questa città”.
 
Non mi importa che queste parole siano state pronunciate da un sindaco ex comunista, e non voglio nemmeno pormi l'interrogativo sulla buona o cattiva fede, se siano state dettate dall’opportunità del momento o da altro, o se fossero realmente sentite. Non mi importa, perché, leggendo queste parole, e rifacendomi alla mia storia personale (storia intima, esistenziale, che nella fattispecie trascende la politica abbracciando il concetto d’appartenenza), trovo che tutto ha un senso, scopro che il filo che mi unisce a questi fatti, a questo intimo sentire, a questo mondo, a questa comunità cosi poco conosciuta e spesso realmente inconoscibile se non da dentro, ha un senso. I primi manifesti che la mia memoria di bambino ricorda sono proprio quelli del 1983, che tappezzavano Roma con il volto di un camerata caduto. Un ragazzo, un giovane, che mi si stampò nella memoria, che non sapevo ancora chi fosse e perché fosse stato ucciso, né immaginavo che un giorno – nemmeno troppo lontano da quello – l’avrei commemorato nel rituale del Presente! Quel ragazzo, l’ultimo caduto di un tempo terrificante che in queste pagine intense Luca Telese ha ricordato, voleva che riaprissero Villa Chigi, che al posto dei tossici adagiati sul terreno in cerca di una quiete che conduce all’oblio, germogliassero i fiori in una distesa di verde. Non saprei dire se, ad oggi, tutto in Villa Chigi sia cosi puro come Paolo l’aveva sognato. So solo che Villa Chigi vive, come Paolo vive nel ricordo di chi lo ha amato e di chi oggi lo porta come esempio. Come vivono tutti i “Cuori neri”, a dispetto del tempo che passa, delle ingiustizie subite, del dolore che è inevitabilmente rimasto, di una politica ancor più grigia di allora e dell’oblio in cui “un paese democratico” come l’Italia li ha lasciati sprofondare. A conclusione di una cronaca in cui è protagonista la morte, a molti di voi sembrerà anche strano, non riesco a non provare un forte istinto alla vita, al sogno, a lottare per ciò in cui credo. Ancor più di prima, prima che mi rapissero queste ottocento pagine. Qualsiasi cosa ne pensiate, da destra o da sinistra, non posso che ringraziare Luca Telese per averci donato questo libro.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
LUCA TELESE (Cagliari, 1970), è un giornalista, scrittore e autore televisivo. Ex portavoce di Rifondazione Comunista, inizia la sua carriera collaborando con L’Unità, Il Manifesto, Il Messaggero e Il Foglio. Collabora anche con la società giornalistica “La Vespina”. Dal 1999 lavora con Il Giornale, occupandosi soprattutto di politica, spettacoli e cultura. Dal 2003 collabora con “Vanity Fair”. Autore di alcune trasmissioni televisive (Cronache Marziane, Chiambretti c’è, Batti & Ribatti) e conduttore del programma televisivo Planet 430. Nel 2003 pubblica “La lunga marcia di Cofferati”. Nel 2006 esce “Cuori neri”, ed è un grande successo editoriale. Attualmente partecipa alla trasmissione televisiva “Confronti”, su Rai 2.
 
Luca Telese, Cuori Neri. Dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli, 21 delitti dimenticati degli anni di piombo. Sperling & Kupfer Editori, pp. 796.
 
Approfondimento in rete: Cuori Neri
 
Léon, gennaio 2007.
 
A mio padre, a mia madre, a mio fratelllo, ai "Cuori Neri". 
 
 

GENERAZIONE 78 (Francesco Mancinelli) 

E ti svegli una mattina e ti chiedi cosa è stato
rigettare i tuoi pensieri sulle cose del passato
prendi un fazzoletto nero che conservi in un cassetto
cominciare tutto un giorno, forse un giorno maledetto
frequentando certa gente di sicuro differente
e un battesimo di rito con il fiato stretto in gola
quando già finiva a pugni sui portoni della scuola
e inciampare in un destino che già ti cresceva dentro da bambino
ed un ciondolo d'argento che ti tieni intorno al collo
odio e amore per cercare di capire una logica ideale
una logica ideale in cui ciecamente credi
e tua madre piange sola e ti osserva dietro i vetri
perchè sa che non perdona questa guerra
perchè sa che non ha pace la sua terra.

Un partito vecchia storia, un' eredità che scotta
nell'ambiguità di sempre come un senso di sconfitta
e ignorare circostanze giochi assurdi di potere
che ne sai di quel passato di nostalgiche illusioni
di un confronto che da sempre si è attuato coi bastoni
e sentirsi vivere dentro a vent'anni all'occasione
per cercare di dare un senso alla tua Rivoluzione
poi una sera di gennaio resta fissa nei pensieri
troppo sangue sparso sopra i marciapiedi
e la tua disperazione scagliò al vento le bandiere
gonfiò l'aria di vendetta senza lutto nè preghiere
su quei passi da gigante per un attimo esitare
scaricando poi la rabbia nelle auto lungo il viale
fra le lacrime ed i vortici di fumo
da quei giorni la promessa di restare tutti figli di nessuno.

Pochi giorni di prigione ti rischiarano la vista
dimmi, come ci si sente con un'ombra da estremista
cosa provi nelle farse di avvocati e tribunali
ed Alberto che è finito dentro l'occhio di un mirino
la Democrazia mandante un agente è l'assassino
e Francesco che è volato sull'asfalto di un cortile
con le chiavi strette in mano strano modo per morire
e bracci tesi ai funerali ed un coro contro il vento
oggi è morto un Camerata ne rinascono altri cento
e il silenzio di un'accusa che rimbalza su ogni muro
questa volta pagheranno te lo giuro
poi la sfida delle piazze ed i sassi nelle mani
caroselli di sirene echi sempre più lontani
quelle bare non ancora vendicate
le ferite quasi mai rimarginate.

Ma poi il vento soffiò forte ti donò quell'occasione
di combattere il Sistema in un'altra posizione
tra la fine del Marxismo e i riflussi del momento
costruire il movimento tra le angosce dei quartieri
ed un popolo una lotta chiodo fisso nei pensieri
e generazioni nuove in cui tu credevi tanto
poi quel botto alla stazione che cancella tutto quanto
e al segnale stabilito si dà il via alla grande caccia
i fucili che ora puntano alla faccia
le retate in grande stile dentro all'occhio del ciclone
tra le spire della "santa inquisizione"
poi le tappe di una crisi di una storia consumata
di chi trova la sua morte armi in pugno nella strada
di chi viene suicidato in una stanza di chi fugge
di chi chiude nei cassetti anche l'ultima speranza.

E ti svegli una mattina sulle labbra una canzone
e l'immagine si perde sulla tua generazione
quei ragazzi un pò ribelli un pò guerrieri
che hanno chiuso nei cassetti e dentro ai cuori tanti fazzoletti neri.
  

 

ISBN/EAN: 
9788820036157

Commenti

é stato un lavorone, ragazzi. Mi rendo conto che per molti di voi è difficile lasciare commenti su un argomento cosi complesso e spinoso. Quello che vi chiedo, qualora non ve la sentiare di lasciare commenti, è comunque di leggere, di leggere fino in fondo. Ho tentato di scrivere in modo da tediare il meno possibile chi è estraneo all'argomento, ma ci dengo davvero che vi misuriate su questi fatti dimenticati e caduti nell'oblio della memoria patria. Fatti e personaggi a cui evidentemente io tengo molto. Vi chiedo un favore in più, visto la mole della recensione (una recensione affatto classica, come noterete), ed è quello di segnalarmi ogni più piccolo refuso, immaginando che ne troviate più di uno (punteggiatura e distrazioni). Per il resto, non ho che da augurarvi una serena lettura.

"Ad oggi, tempo nel quale in pochi anni la politica è vertiginosamente cambiata rispetto a quindici anni fa, quei morti sono uno dei pochi collanti che restano tra i giovani della destra istituzionale e quelli della destra radicale. "

> Assolutamente sì. E' difficile obbiettare. E spero che la situazione non muti anche in questa circostanza, come è mutata nei confronti degli States.

"hanno una valenza simbolica che sorpassa le barriere della comunità politica d?appartenenza per provare ad insinuare, nell?immaginario e nella consapevolezza di chi ignora o ha dimenticato, nell?Italia tutta, almeno il dubbio che questo sia un paese ancora lontano dall?avere una storia comune condivisa, una giustizia equa, e un senso identitario che oggi non conosce e che, forse, non ha mai conosciuto."

> paese scritto con la p minuscola non è un refuso.
Proprio per quel che scrivi a proposito della storia comune condivisa e della giustizia equa.

"magari chiudono con: ah, era una fascista"

ocio a "una";)

"Ramelli, come detto, morì dopo una lunga agonia, dopo essere stato colpito sotto casa alle spalle: sul marciapiede, accanto al suo motorino, stava agonizzando circondato da pezzi di materia cerebrale spazzati via dai colpi di chiave inglese".

> (...).

"Almirante, difatti, sta cercando di allargare l?orizzonte della destra, pescando al centro, tra i monarchici, tra i liberali..."

> tra i monarchici s'era già storicamente pescato dopo il 1952, se non ricordo male o dopo il 1956, c'era stata una fusione.

"Nanni De Angelis (fratello di Marcello, notissimo nell?ambiente, cantautore-leader dei 270 bis, gruppo principe della musica alternativa), giovane esponente di Terza Posizione (un gruppo formatosi in quegli anni nella galassia di destra su basi simbolico culturali del tutto nuove ed anche interessanti), in fin di vita, ?suicidandolo? successivamente in una cella".

In questo caso domando notizie su Terza Posizione; e sul "suicidio" in cella. Non ne so niente, ti prego di informarmi.

"basti pensare che in Lotta Continua gravitavano personaggi come Gad Lerner, Lanfranco Pace, lo scrittore Erri De Luca, Giampiero Mughini, Paolo Liguori, il parlamentare verde Marco Boato e tanti altri che non mi va più di elencare, tanto è il disgusto)."

> Nessuno di noi dimentica quei nomi, sarà interessante un giorno, a dio piacendo, confrontarsi dialetticamente con la loro nuova e presente identità.

"Franca (che spediva lettere in carcere agli assassini di sinistra chiedendo per loro giustizia e clemenza, sottintendendo che i fascisti non meritassero altro che la morte)," > non ne so niente. Ti domando approfondimenti. Mi sembra grave se davvero chiedeva giustizia e clemenza per quella gente.

"Jacopo (che ha avuto la vergognosa idea di scrivere un libro prosa e disegni in cui arrivò a sostenere ? non dico ipotizzare, ma proprio sostenere ? che il rogo di Primavalle sia un fatto interno alla destra, che addirittura Almirante sia in combutta coi servizi segreti per trovare beneficio da quell?orribile morte)."

Jacopo Fo ha scritto una cosa del genere? Dove? Nome del libro. Interessa molto anche questo.

"Qualsiasi cosa ne pensiate, da destra o da sinistra, non posso che ringraziare Luca Telese per averci donato questo libro"

Mi associo, comprerò e studierò. Anche Rao ha pubblicato di recente qualcosa di interessante per Sperling, meriterebbe analisi.
Grazie per la preziosa segnalazione e per gli spunti di riflessione che offri a tutti i cittadini con una coscienza civile, con questo articolo. Personalmente vedrò di memorizzare, come ho memorizzato lo studio di De Turris su Evola, per esempio. La memoria va rafforzata, soprattutto adesso che stanno cancellando tutto. Tutto.

Nel bene e nel male, dico. Tutto.

mi è difficile commentare questo pezzo. prima di tutto, ti ringrazio. perché è molto sentito, e non dev'essere stato facile. credo. mi è difficile. la storia dovrebbe insegnarci il rispetto per gli altri, e invece la prendiamo per fondarci divisioni. e per mietere campi di oblio. è in questi campi che ci vogliamo perdere, che ci fanno comodo, in cui disconosciamo il nostro passato. in questi campi facciamo della storia questione di numeri, e non di persone. è bello questo tuo pezzo, e ammetto di non condividerne certi modi, ma è così sentito che tocca davvero. così grazie.

Allora, grazie ad Andrea per il suo commento, mi fa davvero piacere. é proprio quel che cercavo, scrivendo. Questo pezzo l'ho scritto per chi non conosce, ancor più per chi è di sinistra o non condivide toni e modi. Cerca di scuotere le coscienze. Grazie ancora, Andrea.

Franco, nel libro è tutto documentato, comunque adesso cerco di dirti qualcosa in più, punto per punto.

A proposito: 270 Bis, Non Scordo. Play. E grazie.

"e un bastardo giornalista
preparava già una storia
dalla trama un po? già vista
per sporcarne la memoria
tanto da arrivare a dire
che era stato un suo fratello
a sparargli nella nuca
profittando del bordello,
per far ricader la colpa
su quei poveri compagni
vittime senza giustizia
del fascismo e dei suoi inganni"

... ;)

direi che sono di sinistra. insomma, più da quella parte. ecco. ciao!

E' giusto, Andrea. Ma gli uomini giusti non hanno più colore politico, oggi. Siamo tutti estranei alla gogna partitocratica.

E una delle ragioni è che era lecito ammazzare, a ben guardare. E lo scrive il compagno Telese. Fa pensare.

Terza Posizione fu un movimento di destra radicale sorto nella seconda metà dei Settanta. Coniugava ribellismo (anche contro l'M.S.I oltre che contro il sistema) e gerarchia, fascismo e spinte rivoluzionarie provenienti da ogni parte del pianeta. Né rossi né americani, per nulla reazionari, solo rivoluzionari. Raccoglieva chi aveva insofferenza al partito, tutti ragazzi. Si impose a Roma come organizzazione studentesca, ma si estese a realtà operaie e proletarie. Agiva nelle zone di disagio urbano. Fu persegiutatata dal regime, i suoi esponenti principali (tra cui Nanni De Angelis) furono addirittura accusati della strage di Bologna.

La vicenda di De Angelis è dolorosa: fu intercettata una telefonata in cui doveva incontrarsi con Ciavardini, amico latitante che era confluito nella lotta armata (a differenza di De Angelis) e che aveva partecipato ad un commando in cui perse la vita il famoso "Serpico", allora noto esponente delle forze dell'ordine. Nanni non avrebbe mai lasciato un amico in difficoltà, e allora andò. I due vennero intercettati dagli agenti e Nanni subi molti colpi durante la colluttazione. Al San Giovanni gli diedero sette giorni di prognosi, ma le forze dell'ordine non furono clementi, avevano confuso i due ragazzi. Scambiato per Ciavardini, subì la vendetta dei colleghi di "Serpico": continuarono a picchiarlo. La versione che venne rilasciata fu il suicidio in cella per impiccagione: l'autospia rivelò che il corpo era pieno di lividi escoriazioni, tagli e botte di ogni genere. Nonostante l'evidenza il caso fu chiuso. Di sei anni dopo è un aneddoto agghiacciante: a casa De Angelis si presentarono le forze dell'ordine, si rivolsero alla madre dicendo che erano venuti a prelevare il figlio. La madre pensò si trattasse di Marcello, allora latitante. E invece no, cercavano proprio Nanni, morto da sei anni, accusato della strage di Bologna. Tutto questo è stato il nostro paese, anche se oggi sembra strano. Credeteci.

Cristo.

sai cos'è? è che arriviamo a rinfacciarci gli uni agli altri i crimini che sono stati commessi. mentre vorrei tanto che se ne prendesse coscienza, ognuno dei propri. e se ne potesse parlare. perché l'uccisione di una persona è un crimine. è questo. invece ce li rinfacciamo, come se quelli di una parte giustificassero quelli dell'altra. ma non è così per me, cazzo. abbiamo questi morti, tutti, sulla coscienza. porca miseria. e anche, il tempo che è passato, è passato e non lo possiamo cambiare. potremmo fare in modo però che il futuro sia meno astioso, velenoso. non lo so. discorso lungo.

Ora dimmi dei due simpatici Fo. Grazie Léon, contributo veramente prezioso per ricaricare le batterie e scrivere qualcosa di opportuno e giusto.

E sono d'accordo con te, Andrea. Non sai quanto. Ti manderò il libro che sto scrivendo e ho momentaneamente mollato, perché ha a che fare proprio con la "Resistenza" e con il senso di Nazione, con la "Destra" pre-forzismo e post-forzismo e con la coscienza comune dell'italianità - per quel che può significare: ma a me piace il dialetto toscano quindi mi va bene.

Personalmente non rinfaccio niente, se non la percezione di essere sempre stato reputato "ingiusto" o "infame" per le scelte politiche, fin quando potevo averne; e tutte queste morti assurde, tutte queste morti assurde di cittadini che avevano qualcosa in cui credere. Ed è così difficile, così tanto. E io non ero tra i radicali, pensa, ero una sorta di atipico rispetto alla norma nel fu msi poi an. Io sono antifascista nel senso di estraneo ai regimi totalitari che deviano sulle leggi razziali per opportunità politiche, non trascurando censura e via dicendo. Ma senza dubbio ero e sono di destra. Solo che la destra non esiste più. I camerati hanno le idee confuse. Ma queste che Leon ricorda sono radici importanti e condivise, le ultime forse, e sono trans-partitiche, a ben guardare, oggi. Chi ammazzerebbe i militanti? Giusto i comunisti. Scherzo dai.

Morale - sì, tempo è passato e dobbiamo capire che adesso è tutto nuovo. Il passato è finito. Quel passato almeno.

E un nemico comune c'è. Si chiama USA. (e: berlusconi, e i compagni chiaramente, loro sempre. Soprattutto quando vanno al potere).

Un'amica mi manda questo lavoro a firma rossa, pubblicato sul simpatico "CARMILLA". Questo per capire com'è l'italiano che si impegna a sfondo editoriale e politicamente corretto, e che in fondo per quella gente non è cambiato niente:

http://www.carmillaonline.com/archives/2006/07/001865.html

da leggere con una smorfia di acuto disprezzo. Va be, cazzi loro, tanto finiscono con Mondadori e Einaudi, le vere ZECCHE.

Allora la Rame si prodigò per Marini, colui che aveva accoltellato a morte Falvella, e nientemeno che per Achille Lollo, il boia di Primavalle. Uno slogan del Movimento del 77 (tanto celebrato ancora oggi, il movimento, dico), cosi recitava: "Tutti i fascisti come Falvella con un coltello tra le budella". Marini, tanto difeso dalla Rame, dal carcere scrisse anche poesie, una sua raccolta vinse addirittura il Viareggio (e il premio non fu per la vena poetica, ve lo assicuro, nel testo di Telese sono annotati suoi versi, basta leggerli e si capisce). Anche Lollo fu un martire dell'opinione pubblica e degli artisti di sinistra, la Rame in testa, che gli scriveva lettere commosse in carcere. Per ciò che rigurda Jacopo il suo scritto è gravissimo. Si intotola " Se ti muovi ti stato!", ed è ricco di vignette inquietanti che documentano ciò che spiegavo nel mio pezzo. Si riconosce Almirante che dice " Oh bene! E i morti, ci sono?" E dall'altro capo un agente dei servizi: "State tranquilli per questo non cè problema. Arrivederci". In più fa vedere che il cartello di rivendicazioe dei terroristi rossi se lo sono scritti i neri. Tira pure in mezzo torbide storie di corna (il babbo dei Mattei con una missina del quariere). é tutto documentato da Telese ( e dai documenti a supporto, c'è al termine del libro una nutrita bibliografia a cui attingere), leggere per credere. Il bello è che questi volti noti, non solo la famiglia Fò, si sono dimenticati di tutto. Ma se li interpelli oggi, il livore è sempre quello, solo adattato ai tempi.

Il libro di Rao l'ho letto sei anni fa, nella prima edizione edita da Settimo Sigillo dal titolo "Neofascisti!" La nuova edizione credo sia dei tipi Sperling anch'essa (titolo: La Fiamma e la Celtica), e ha aggiunto qualche capitolo. Non a caso Rao e Telese gestiscono la stessa collana politica, mi pare. In ogni caso collaborano.

Bene. Interessante e prezioso anche questo. Andrò in cerca del libro del simpatico Jacopo appena possibile. Quel coglione figlio di papà.

Va bene, li punterò tutti e due, col sogno del cassetto di terminarne la lettura prima del 2008:).
Grazie Federico, sei stato onesto, umanissimo e coraggioso.
Onore a te.

Grazie, Franco. Tutto volevo tranne fare un'apologia dei morti, ma solo restituire quel loro essersi spesi, condsapevolmente, fino alle estreme conseguenze. Lottare per i propri ideali (qualunque ideale teso alla speranza di cambiare realtà grigie e ingessate)sembra oggi del tutto anacronistico. Leggere un libro come questo, come ripeto, da qualunque parte lo si legga, può servire a ridestarci e a non pensare che tutto sia uguale e immutabile. A me è servito. Sai quanto fossi disilluso sulla possibilità di incidere sul nostro tempo...

Sapevo soprattutto del rogo di Primavalle e solo qualcosa di altri fatti, ricordo che ci furono morti da tutte le parti possibili, ma effettivamente ad alcuni venne dato più rilievo rispetto ad altri.
Provengo da formazione ed entroterra famigliare molto diverso, improntato a differente ideale, ma rispetto le tue posizioni e la completezza e partecipazione della tua recensione.
Non mi sento di commentare ulteriormente, ma ho letto tutto.
Un ultimo dettaglio (non svenire!): quest'estate, passeggiando per Venezia, passammo per caso attraverso una festa di Rifondazione Comunista e sul banchetto dei libri vidi esposto proprio questo.

Grazie Marina, questo libro so esser stato letto da molti ragazzi di sinistra. Forse i tempi stanno davvero mutando, in questo preciso ambito. Su altri siamo ancora in attesa...

Stanno mutando, e spero tanto che certe violenze assurde siano finite una volta per tutte, almeno da noi.
:-) Aggiungo un altro dettaglio: il mio entroterra famigliare non è di Sinistra, con quella parte politica ho avuto l'impatto al Liceo, nel caos totale che c'era.

So che non sei di sinistra, oramai lo so;) Ma se lo fossi stata non mi sarebbe cambiato nulla, come oramai immaginerai non giudico le persone dalle loro idee politiche, ma dall'intelligenza e dalla passione nel volersi spendere per vivere secondo ciò in cui crede, e nel difenderle quando serve. Ave;)

Inserire il tema del dolore è un contributo rilevante alla storiografia e sono più che d?accordo sull?urgenza di farlo.
Ma richiede un approccio che sia alla sua altezza.
Tu, Federico, sei stato all?altezza. Un dolore sordo, il tuo, amaro, soffocato da un intelligente pudore, che ho già notato in altri momenti.
Non c?è da aver nostalgia di quel tempo. Non per chi abbia avuto la ventura di viverli con la passione della politica.
Il decennio precedente era stato un?esplosione di gioia, sulla scia del miracolo economico. Il ?68 era nato su spinte liberatorie. I suoi cascami furono cupi, tristi, violenti. Una Democrazia Cristiana, priva di spinta propulsiva, si aggrappò alla falsa tesi degli opposti estremisti per sopravvivere. Pagherà più tardi con il sequestro Moro.
La destra, per me, fu incapace di rompere l?accerchiamento, aprendosi al futuro.
Non fu una guerra civile. Ma certo che tra il ?69 e l?84, mentre gli apparati dello Stato quantomeno coprivano stragi ancora oggi incomprensibili, si sviluppò un clima di violenza diffusa, le cui vittime designate furono anche ragazzi di destra. Non avversari, ma nemici. Non parte della società, ma estranei da espellere, da eliminare.
Non c?era bisogno di essere missini per rischiare la vita. Bastava essere liberali. Bastava azzardarsi a esprimere un parere ?anomalo? in un?assemblea, in un collettivo. Io lo so bene.
E? la storia di tanti. Una cattiva storia.
Politica e giustizia sono campi separati e distanti. Ma chi ha commesso reati gravi, chi ha ucciso e ancora oggi si nasconde e non ha il coraggio della verità è eticamente giusto che sia additato. A sinistra come a destra.
Il clima è un conto. Le responsabilità penali restano personali. Tutti hanno urlato, fatto manifestazioni di piazza, partecipato a scontri con la polizia. Non tutti hanno ucciso. Non tutti giravano di notte con le taniche di benzina cercando un ?fascio? (nel gergo di allora) da eliminare. O un commissario da ammazzare.

Una pagina appassionata la tua, scritta con l?anima e con occhi onesti.

Raffaella

Grazie davvero, Raffaella, non ho parole. Sottoscrivo il senso dei tuoi pensieri a margine del mio pezzo. Il pudore, certo, è la prima cosa che mi è nata spontanea volendomi avventurare in tematiche di tale rilevanza, umana e politica.

Raffaella dice
"Non c?era bisogno di essere missini per rischiare la vita. Bastava essere liberali."

Sottoscrivo. Non occorrevano militanze politiche, mio padre da sempre è stato un antifascista, ma nello stesso tempo non è mai riuscito a stare a sinistra. Bastava essere un insegnante onesto che rifiutava il sei politico, o che leggeva Il Giornale. Bastava per vendette vigliacche (ferire mia sorella di 7 anni: per che cosa? Mettere una bomba sotto casa: per chi?) che tuttavia hanno avuto pesanti conseguenze sulla vita di tutti noi.
Io ho fatto pace con i miei personali ricordi, da molto tempo. Rifiuto di far sanguinare ancora le mie ferite, anche perché nel tempo ho avuto modo di confontarmi con tante persone: non giustifico gli eccessi di nessuna delle parti, gli animi erano esasperati su entrambi i fronti e in entrambi c'era gente che avrebbe (e ha) ammazzato e gente non lo ha nemmeno mai pensato.
Sì, i tempi comunque stanno cambiando.

***

Pagina terribilmente coraggiosa, Federico.

So bene quel che dici Ilde, i terroristi politici non guardavano in faccia nessuno. ma non solo loro. Come tu ricordi i militanti dell'ultrasinistra facevano il bello e il cattivo tempo (erano infinitamente più numerosi...). Ferire tua sorella? Ma davvero mi dici? Se te la senti porta pure qui la tua testimonianza, visto il tema trattato.

Una cosa sola però, Ilde. Nella fattispecie, per coloro che trattengono la memoria dei "Cuori neri" non si tratta di far pace coi ricordi, ma di riaffermare con forza - oggi che i tempi sono cambiati - una verità occultata per anni dallo Stato e dai mass media. Si tratta di dare pace alle loro anime, di ripristinare un senso di giustizia che nei loro confronti è stata del tutto assente. Non possiamo accettare colpi di spugna (indulto, amnistia e simili) e quiete del ricordo, perchè la stragrande maggioranza dei ragazzi che uccise barbaramente i "Cuori neri" non ha pagato. La magistratura non ha pagato, lo Stato non ha pagato. Come dice Marcello De Angelis nella canzone postata ad introduzione del mio pezzo, qui non si cerca la vendetta e, forse, si è rassegnati a non trovare nemmeno una giustizia che punisca i colpevoli. Quello che si vuol ottenere riportanto alla luce questi fatti - sempre seguendo i versi di De Angelis - è che ciò non abbia a ripetersi, che il sacrificio non sia stato vano. De Angelis canta:

" Io non chiedo la vendetta
non mi aspetto trasparenza
questa terra benedetta
non conosce la giustizia
Voglio solo ricordare
senza scomodare i morti
ma che almeno i nostri figli
non conoscano quei torti"

Ecco, è questo ciò che ci deve animare leggendo queste pagine e ricordando il sacrificio di questi ragazzi.

Grazie di avermi letto e di aver lasciato un pensiero, Ilde.

E aggiungo - quasi dimenticavo - tutti coloro che adesso ci fanno la morale buonista in tv o autografano libri di successo che hanno militato in lotta continua dovranno pure fare pubblica ammenda per aver incitato all'odio e alla violenza, per aver avallato atroci delitti, per aver esultato della morte di ragazzi, per aver difeso assassini, per il loro esser stati cattivi maestri, per il loro aver rovinato un'intera generazione. Ma a loro che gli frega, si sono piazzati tutti in posti di potere. Andate a spulciare nel passato ti tanti volti noti, ne scoprirete delle belle, è tutto documentato. Ricordatevi, questi tizi in Italia oggi formano l'opinione pubblica, e se tanto mi dà tanto non è difficile comprendere il declino progressivo (culturale, sociale, economico)del nostro belpaese.

anche qui devo tornare. E'l'argomento più di mio interesse, da anni

Guarda Federico, la famiglia d'origine non è mai stata di Sinistra (ma neanche a Destra, sai la maggioranza del Veneto dove stava....) e non ha mai avuto grande passione politica, pur votando regolarmente. C'é stato il mio periodo più a Sinistra, ma mai estremistico, io detesto gli estremismi di tutti i tipi.
Adesso speravo in un cambiamento, con l'ultimo governo, ma stanno facendo di tutto per farmi perdere ogni speranza, per cui ormai non so più bene dove sto. Sono choccata da quello che hai raccontato sui Fo, anche perché la Rame mi piaceva. Mi fermo, neppure io sono molto portata per parlare di politica, per cui ho detto fin troppo, ma credo che riuscire a dialogare un pochino sia essenziale per il rispetto reciproco.
*
Concordo molto con quello che ha detto Ilde, io per fortuna non ho mai subito ritorsioni personali, ma l'atmosfera era quella.

Commento estremamente difficile: ho poco tempo e l'argomento merita.
Si coglie bene la passione per "questa" destra, da cui l'eccellente recensione-fiume; però qualche osservazione va fatta.
Innanzitutto non credo che questa operazione editoriale, di sicuro interesse, voglia dire, come è stato detto, una sorta di primo passo verso una ulteriore legittimazione politica della destra italiana da parte della sinistra.
Certe "legittimazioni" sono assolutamente strumentali e vanno e vengono con estrema facilità.
Paradossalmente più facile siano poste in essere da parte di una sinistra con dna comunista ed in cerca anch'essa di legittimazione democratica piuttosto che da parte di altra area politica.
Ricordo un duetto mieloso tra D'Alema e Fini: per far dimenticare il proprio passato di comunista e di fascista si scambiavano reciproci convenevoli. Salvo poi sputtanarsi l'un l'altro di fronte al proprio elettorato.
In qualche modo questa sorta di legittimazione reciproca, poco sentita, evanescente avviene, con alti e bassi anche a livello più strettamente culturale; ed ovviamente sempre accompagnata da autentici linciaggi da parte di esponenti della stessa sinistra (o destra). Il libro lo documenta bene e perciò non è il caso di aggiungere altro.
E qui è necessario forse altro inciso.
Qui si parla di "destra".
Come avrete già letto da miei interventi, la cosa non mi convince affatto.
Io parlo, da sempre, di "destre" e di "sinistre".
Per quello che mi riguarda, i miei refenti politici ed ideali possono essere Cavour, Einaudi, Croce, considerati (non da tutti) di "destra": una destra antifascista, parlamentare, anche conservatrice, rispettosa delle leggi emanate dal parlamento, "law and order", liberista, incentrata sulla libera iniziativa privata, che è è lontana distanze siderali dalla destra dei "cuori neri", rivoluzionaria, antagonista, con aspetti socialisteggianti e comunque non aliena da simpatie (eufemismo) per il ventennio fascista.
Terza Posizione?
Ci sarebbe parecchio da dire (da parte mia pessima opinione), a cominciare da Fiore e dalla sua Forza Nuova.
Giusto informarsi (bene) e poi trarre le proprie conclusioni.
Peraltro queste destre, divise tra filoarabismo, antiarabismo, unite dal Ventennio e dal negazionismo per l'Olocausto, sono argomento che difficilmente può trarre spunto da una lettura come quella di "Cuori Neri".
Qui più che politica vedo la cronaca criminale di un'Italia impazzita e sicuramente occasione per sbugiardare novelli riciclati alla democrazia; personaggi di sinistra che, visti certi precedenti, dovrebbero abbassare la cresta e parecchio.
Su Fo e la Rame nessuna sorpresa.

Inoltre.
Cambiano i tempi?
Se da sinistra si mette al rogo un libro come quello di Pansa sulla Resistenza, scritto da un uomo di sinistra, antifascista che durante la guerra civile chiaramente sarebbe stato partigiano, come mai da sinistra un libro come "Cuori neri" ha ricevuto un'accoglienza anche lusinghiera?
Anche qui vedo più "sinistre" (come più "destre") e reciproche "legittimazioni" il più delle volte strumentali e contingenti.
Per quanto riguarda il libro: ho letto solo alcune pagine, non tutto mi era ignoto, ma come primo spunto per approfondire l'argomento mi ha dato l'idea di un testo sicuramente efficace.
Poi non sarebbe male accompagnarlo magari con qualcosa di Piero Ignazi.

Ti sembrerà strano ma concordo sulla maggior parte delle tue osservazioni, Lupo. Mi spiego meglio: che il concetto di destra sia ampio e che le destre siano e siano state molto siamo d'accordissimo. é altresì innegabile che negli anni Settanta il mondo di destra era percepito come il mondo missino. Sai, a me non piacciono le categorie assolute, ma qui si fa a capirsi, a comprenderci. Esiste un codice collettivo per argomentare su questi temi, giusto o sbagliato che sia. Per i "Cuori neri" forse sarebbe più calzante neofascisti, ma a me sembra assai riduttivo visto la complessità dell'ambiente.

Su Terza Posizione, come noterai, ci sono pochi cenni e nessuna apologia. Qui è evocata per parlare della vicenda di un ragazzo che era veramente degno e che è stato ammazzato come un cane dalle forze dell'ordine: Nanni De Angelis (leggi la sua storia personale nel testo di Telese e capirai). Che fosse di TP non è gran che rilevante.

Il testo di Telese non è un testo di dottrina politica ma di cronaca. Come avrai notato io vado per grandi linee e cenni storici, il discorso ideologico resta sullo sfondo. Non si vuol far qui capire gli assoluti dei ragazzi del Fronte, del Fuan o di TP del tempo, ma rimarcare il loro spendersi fino alle estreme conseguenze per un ideale. Le disquisizioni di dottrina politica possiamo anche farle, ma a margine della vicenda. La vicenda qui narrata ha valore storico e simbolico più che politico.

Sul discorso iniziale concordo in pieno, non credo che questo libro avesse lo scopo di riabilitare quei morti da sinistra, non credo ai pentimenti di quella gente (su Telese penso che possa aver presentito che l'argomento potesse far vendere parecchio, ma lo ringrazio lo stesso visto che da destra parlano parlano ma nessuno ha mai scritto nulla di tanto organico in merito). Altro discorso è, come ho fatto io, prendere spunto dal testo per scuotere u po' la coscienza del lettore su queste vicende.

Su Fò e la Rame stendo un velo pietoso, il mio disprezzo per loro e per quelli come loro (quei personaggi di sinistra con cui concludi il tuo intervento) è totale e senza possibilità di ripensamento (tra le altre cose i Fò non li ho mai nemmeno amati come artisti).

Ho letto "Il polo escluso", di Ignazi, al tempo dell'università. Va a fondo ma non penetra come dovrebbe, non restituisce per intero quel mondo. Come ripeto, certe cose si capiscono in pieno solo da dentro. E ciò vale per qualsiasi ambiente.

Parole per commentare, non so trovarne. Ho letto e ammetto candidamente che ignoravo i nomi, ignoravo i drammi della destra di quegli anni. E mentre scrivo penso al paradosso della parzialità della storia. E' trsite si debba obbligatoriamente distinguere tra destra e sinstra per sapere e capire.
Al liceo, durante assemblee tinte di rosso e inneggianti al Che, (più per moda che per convinzione) lo "slogan", mi è capitato di sentirlo. Non ho mai capito come si partoriscano convinzioni così assurde. Non ho mai capito come un'idea nera o rossa che sia, trasformi la gente in assassini senza coscienza.

È una recensione a tratti commovente, Fede. Ed è come una specie di lente trasparente sulla genuinità dei tuoi sentimenti e dei tuoi ideali.

Come puoi immaginare leggendola sento il bisogno di rilievi e distinzioni, alcuni dei quali ha già toccato Lupo nel suo commento.
L'immaginario politico di quei ragazzi non potrebbe essermi più distante, e rifiuto categoricamente i mezzi adottati per applicarlo. Lo stesso identico discorso vale per quelli dell'altra parte.

Il fatto è che non c'è stata una guerra in quegli anni che costringesse la popolazione ad armarsi, e tantomeno una guerra civile che la obbligasse a combattersi al suo interno. Erano coinvolte di numero sparute minoranze di giovani, nella cornice generale di un Paese che larghissimamente si sentiva estraneo al fenomeno, non lo condivideva e non lo comprendeva. Rabbrividisco al pensiero di tanto sangue versato senza scopo.

E mi chiedo obiettivamente cosa ci sia rimasto di quella orribile stagione, oltre allo spettacolo indecoroso di riciclaggio e conversione compiuto dalla ex "peggio gioventù" di sinistra (che oggi intrattiene un rapporto col potere tante volte più misero e gretto di quello della vituperata generazione che l'aveva preceduta). Mi rispondo che non c'è rimasto niente, solo un'accozzaglia di simboli e linguaggi politici del tutto inservibili oggi. Anzi, qualcosa forse è sopravvissuto: ed è l'esempio di splendida dignità, di luminoso decoro trasmesso spessissimo dalle vittime "borghesi" (poliziotti, magistrati, giornalisti, docenti, comuni cittadini) che il terrorismo rosso e nero ha seminato nella società civile.

Per il resto, quella stagione è come se non fosse mai esistita. Questo la dice lunga su quale incidenza abbia avuto nel corpo reale del Paese, a che punto ne fosse l'espressione, quanto ne rappresentasse le aspirazioni, la civiltà. Del resto mi pare sempre più probabile che l'innesco sia stato esterno, e il fenomeno in buona parte eterodiretto (eterofinanziato, eteroarmato).

Comunque, Fede, grazie. Fai bene a ricordare nomi e fatti ampiamente ignorati. E l'ostracismo culturale, la politica dei due pesi e due misure che troppo a lungo ha condizionato in certi ambienti il modo di guardare a quegli eventi e ai loro protagonisti.

Grazie ad Angela di aver letto, e di aver lasciato un commento in cui rivela di non conoscere fatti e personaggi in questione. é per ragazzi e ragazze come te che ho deciso di scrivere di questo libro di Telese. Grazie ancor di più perchè so che i temi politici ti sono estranei, ma qui, come hai compreso, la politica è solo lo sfondo di una tragedia i cui motivi, soprattutto oggi, appaiono allucinanti.

E grazie al caro Patrick, per l'articolato commento, per aver compreso la mia intima vicinanza alla memoria e al ricordo di questi fatti, di questi ragazzi. Il termine guerra civile è sempre stato usato dalla nostra comunità perchè questo ci è sempre parso essere, ancorchè ignorata quasi da tutti, ancorchè circoscritta. Il concetto di guerra civile è un concetto forte, assoluto. Se consideriamo che l'Italia era (e resta) una repubblica parlamentare e che si era in tempo di pace, si capisce l'assurdità di un conflitto che, come giustamente noti, fu eterodiretto. E sappiamo da chi. Guerra civile sta a rimarcare questa assurdità, è un termine simbolico che fotografa l'insensato. Guerra civile perchè, ai nostri occhi (e mi scuso del "nostri" con chi ha vissuto quegli anni terribili sulla sua pelle: quel nostri, sta per patrimonio e memoria comune), come spiego nel pezzo, parteciparono tutti: istituzioni politiche, magistratura, giornalisti, scrittori, (mass media nellla loro totalità), scuola, università, intellettuali, gente di spettacolo, più i gruppi poltici. Che tanta parte dell'Italia ignorasse dimostra due cose: quanto il Sistema fosse bravo a mascherare le cose, e quanto la nostra, non sia e non sia stata una Nazione unita fattasi comunità. Con tutte le critiche che posso fare al mondo anglosassone, cose del genere li non sarebbero mai potute accadere nell'ignoranza della popolazione.

Detto ciò, Patrick, io spero che un giorno, anche grazie a chi (come spero tu farai quando potrai incidere veramente col tuo lavoro di storico)come te avrà la possibilità di dire e di scrivere le verità che tutti conosciamo ma che i libri di storia ancora "non conoscono", l'Italia possa essere una vera comunità, giustamente divisa dalle idee personali, ma con un orizzonte comune e una storia più condivisa di come lo è ad oggi.

Fede, che dire. Che mi auguro di conservare la lucidità per guardare a trecentossessanta gradi, e il cuore per immedesimarmi nelle ragioni di tutti, ma conscio del dolore che ciascuna di quelle ragioni ha provocato nell'altro.

A proposito (più o meno): l'8 febbraio sarò alla Camera perché Piero Fassino ha voluto, bontà sua, presentare il libro che ho curato con Stelio Spadaro in occasione della giornata del Ricordo. Arriverò il giorno prima, chissà che non ci si riesca a vedere. ;)
Un abbraccio.