“Scrivere romanzi non è un’attività molto sana. È una forma di dissociazione, anche se controllata e legittimata con molti riferimenti nobili e illustri. (…) I veri libri vengono tutti fuori da uno stato di carenza acuta, da un’incapacità di trattare in termini concreti con il mondo. Da un desiderio di rivalsa abbastanza intenso da spingerti a costruire versioni parallele della tua vita vera”. (pag. 252)
Versioni parallele, prossime e al tempo stesso lontane dall’autobiografia, eppure ricche di elementi che potrebbero tranquillamente essere reali come, appunto, quelli di cui si compone la storia raccontata in “Tecniche di seduzione”, attraverso la quale, pur definendola immaginaria, Andrea De Carlo, sembra voler dare voce ad un desiderio estremamente concreto di rivalsa nei confronti di un sistema verso il quale il suo orrore traspare netto ed inequivocabile, trasformandosi in vera e propria denuncia. L’autore attinge dunque dalla propria esperienza di vita, mistificandola con la menzogna creativa dello scrivere. La parabola esistenziale dell’aspirante scrittore, ignaro dei meccanismi celati dietro il cosiddetto mondo della cultura, ignaro di quello che significhi in termini assolutamente pratici, “trasformare la propria passione in un mestiere”, diventa, pertanto, il pretesto che consente al nostro di raccontare un infimo pezzo d’Italia e “descrivere la commistione oscena tra ambizioni materiali e finte ispirazioni, indignazioni ostentate e complicità nascoste, proclami di dissociazione e condivisioni di privilegi”. Diventa l’occasione per “parlare di conflitti d’interessi, scambi di favori e di ruoli, legami viscidi e inesistenti, gelosie, rancori, servilismi, finte generosità, doppi e tripli fini”.
Sullo sfondo occhieggia una Roma da basso impero, teatro di squallidi giochi di potere, entro i cui confini si consuma il dramma della perduta ingenuità di Roberto Bata, protagonista di questo libro nel libro che, distante dalle implicazioni sessuali o sentimentali alle quali potrebbe far pensare il titolo ad una primissima lettura, si pone invece come il ritratto disincantato di una realtà indegna, accettata ed alimentata dal sistema, da tutti quelli che sanno e fingono innocenza, nascosti nell’omertà di chi regola falsi equilibri, rassegnati al cannibalismo dei grandi nomi dinanzi ai quali critica e mercato si prostrano idolatrando pagine prive di valore, colpevoli di ridurre la letteratura all’esercizio autoreferenziale e scialbo della più bassa grafomania, spacciata poi per capolavoro in virtù delle osannate griffe.
De Carlo asseconda la sua “voglia di parlare di tutte queste cose nel modo più diretto possibile” e rompe, quindi, silenzi e regole mettendo sulla carta verità scomode, troppo spesso taciute e facendo luce su quei compromessi attorno ai quali in molti hanno costruito il proprio successo, quei “compromessi che intaccano per sempre l’onestà senza cui nessun lavoro artistico può avere forza o senso”. E lo stile è quello limpido di sempre, caratterizzato da una fluidità di scrittura che, priva di orpelli e barocchismi, scivola via leggera con l’eleganza dell’immediatezza consentendo l’immedesimazione totale del lettore, dinanzi al quale viene rappresentata la complessità della vita mediante l’apparente insignificanza delle azioni quotidiane, scenario entro cui i personaggi agiscono non allo scopo di essere ammirati, ma, cosa ben più difficile, compresi. Non c’è spazio dunque, per l’eroe: dialoghi e gesti lasciano trasparire la più autentica normalità, concepita come prospettiva privilegiata al fine di indagare la natura umana. Contrariamente alla diffusa opinione che vorrebbe i romanzi dello scrittore milanese, come letture facili ed accessibili al grande pubblico, simili quasi a prodotti di largo consumo, infatti, i libri di De Carlo racchiudono tutta la forza di una prosa che, senza perdersi nel narcisismo compiacente comune a molti contemporanei, riesce a non banalizzare la semplicità, troppo spesso erroneamente associata ad una povertà di contenuti, invece, traducendola nel più efficace codice espressivo in grado di dar voce alla naturale propensione dell’autore all’introspezione, con le pagine che di volta in volta registrano una dinamicità non solo delle azioni, ma anche del pensiero in continuo movimento di personaggi carichi di dubbi e di “domande troppo aperte”, alle quali la vita concede quasi sempre “risposte fasulle o troppo meditate”. Come accade al Bata, ingenua vittima della fascinazione di un intellettuale maturo e apparentemente disinteressato, sedotto e manipolato in virtù della propria aspirazione alla conquista dello status di scrittore che lo rende cieco di fronte alla trappola di cui De Carlo ricostruisce, pezzo per pezzo, i meccanismi raccontando senza filtri le vie per le quali si consuma la caduta.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Andrea De Carlo (Milano, 1952), romanziere, musicista e fotografo italiano. Laureato in Storia contemporanea presso l’Università Statale di Milano con una tesi sulle comunità anarchiche durante la guerra civile spagnola. È stato assistente alla regia de “E la nave va” di Fellini. Ha scritto balletti con Ludovico Einaudi. I suoi libri sono stati tradotti in coreano, croato, danese, ebraico, finlandese,francese, giapponese, inglese, lituano, norvegese, olandese, portoghese, russo, sloveno, spagnolo, tedesco. Il suo primo romanzo, “Treno di panna”, è stato pubblicato nel 1981.
Andrea De Carlo, “Tecniche di seduzione”, Einaudi, Torino, 2001.
Introduzione dell’autore.
Approfondimento in rete: sito ufficiale dell’artista
DE CARLO in LANKELOT:
De Carlo Andrea - Due di Due - franchi
De Carlo Andrea - Giro di vento - Giambo
De Carlo Andrea - Il mare delle verità (e qualche appunto) - baol70
De Carlo Andrea - Macno (e via dicendo) - franchi
De Carlo Andrea - Tecniche di seduzione - AngelaMigliore
De Carlo Andrea - Treno di panna - baol70
Angela Migliore, maggio 2005
Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
occhio alla foto:)))
(appariva un gigantesco ritratto di Bill Gates - Hitler. Serve prendere la foto da un'altra fonte)
L'ho reinserita. Ora come va? Io vedo quella giusta.
io vedo Bill Gates-Hitler. Inspiegabile. Forse è la fonte, zam.it. Non so.
Ah,allora cambio.
Ora?
perfetto!
Ok. :)
E io che mi son posto il dubbio Bill Gates avesse a che fare con la recensione... e c'ho pure pensato...
al di là della foto, ho tentato un approccio con questo autore forse sbagliando. Mi ha annoiata mortalmente Pura vita (che ho trovato desolatamente vuoto) e mi ha delusa terribilmente Due di due. O non fa per me, oppure ho scelto male...
Strana storia quella della foto, io vedevo De Carlo in bianco e nero...Mah!!
*
Ilde
Ci sono state pagine in "Due di due" che ho amato profondamente. Ho un ricordo bello di quella lettura, benchè abbia apprezzato poco l'esasperazione del racconto relativo alla vita bucolica.
Ecco, questo pezzo me lo ricordavo bene. Sai quanto ho amato De Carlo da ragazzino e quanto facilmente me ne sono distaccato quando s'è trasformato, pieno duemila, in mondadoriano da un libro l'anno scritto sciatto e piatto e tanto liquido da essere: palude.
Qui, tuttavia, aveva ancora frecce. Esperienze esistenziali trasfigurate, denuncia aperta (scoperta) di certi vezzi del sistema, scrittura leggerissima e penetrante. Non riuscirò mai più a leggere De Carlo con l'entusiasmo adolescenziale e della prima giovinezza, ma il debito - lo so - non s'estinguerà mai. Scriva pure per la casa ed. del signor B., e scriva male. Rimane il papà di Guido Laremi. (eh, Ilde. Per me quel libro è sangue. Non riesco nemmeno a difenderlo. Troppo amore).