È il 1946, quando un gruppo scapoli si trovano a pranzo con due esponenti del clero discorrendo delle cose della vita e della modernità con piglio filosofico e commistioni religiose. Nel gruppetto si distinguono: Giacomo D’Alessio industriale – costruttore, Fausto Almirante celebre orientalista, Paolo Contarini rinomato tisiologo, Roberto Fauni fisico nucleare e Marcello Rudòr, traduttore, disegnatore e letterato.
Discorrono amabilmente degli ultimi ritrovati della medicina, o degli effetti nucleari fino a toccare gli elementi del bene e del male, del peccato che per taluni è legato indissolubilmente ai sensi e per altri alla mente, fino all’idea del demonico “non però il buon daimon di Socrate che era un’essenza solo divina, quasi un angelo; ma neppure il diabolico, il diavolesco medioevale, anzi mille miglia lontano da questo. Il dubbio critico è forza negativa; o, se si vuole, debolezza. La potenza di cui parlo io, la collaborazione misteriosa tra bene e male, è forza positiva, che aiuta la vita” (pag.29) e ancora, con un occhio fisso su Goethe, di cui Tecchi era un profondo conoscitore, “il demonico è piuttosto l’idea che mette la presenza del male al centro del mondo, che giustifica le passioni, che intende le passioni e il male e gli stessi nostri difetti come forze propulsive della vita” (pag. 90). Le donne fanno parte di questa loro visione, le donne senz’anima, a cui gli scapoli non vogliono accostarsi in matrimonio, o meglio, con la voglia di avvicinarvisi senza troppo guardarle nell’anima, disinteressandosi di loro se non per il piacere di averle. È Contarini, per la sua esperienza con la malattia, che interviene con delicatezza per spiegare che “la sensualità nella donna è diversa che, in noi, uomini è difficile a capire. Direi più capricciosa, più intermittente; e spesso complicata da cose, da ombre o da sentimenti o anche da concessioni materne, di cui noi uomini non abbiamo un’idea. Alle volte ci mettiamo in testa irruenze straripanti, quando c’è solo frigidità, appena vinta con sforzo o con abile dolorosa commedia; alle volte, invece, accensioni improvvise…” (pag.24).
Passerà poco tempo che alcuni di quegli scapoli si sposeranno, mentre degli altri si avrà un’immagine nitida dell’elemento femminile creata dai loro ricordi. È con il matrimonio, il romanzo cambia prospettiva innalzando un muro sui discorsi di allora, mentre le donne, le figure femminile di Tecchi, avranno una posizione di primo piano, assolutamente dominante. La prima è Isabella Dardi, detta Isy, ricca, giovane e disinvolta che sposa Giacomo D’Alessio, di molto più anziano, un particolare questo che l’aveva attratta fin dall’inizio. In poco meno di tre anni, sopraggiunge in lei un senso opprimente di noia ed è in questo frangente che si appassiona a Marcello Rudòr con cui inizia una relazione che la allontanerà definitivamente dal marito. Vivono felici fino a quando Marcello non si rende conto che, dopo aver tradotto cose d’altri, può iniziare a creare qualcosa di suo e, nel farlo, custodisce gelosamente questo suo segreto alla donna amata. Isabella è “ignara, felice…e il grido, vero o simbolico, di lei, della sua felicità schietta, genuina, senza complicazioni, di donna, s’univa al grido quasi represso, frenato, ma non meno felice, di lui” (pag.160). Isabella progressivamente scopre questo suo segreto e diventa gelosa, di una gelosia che per l’uomo è incomprensibile. Isabella scopre di non essere al centro del mondo di Marcello. Tenta di incontrare uno strano prete che aveva conosciuto tanto tempo prima, ma non riesce; ha voglia di parlare, di domandare e di comprendere il mistero della vita, della sua e di quella relazione profonda mancata con Rudòr. Lei frivola e appassionata, si sente annientata nel profondo, fino a maturare una decisione improvvisa e irreparabile. Lascia due simboli: un piatto con gli amorini disegnati per Marcello ed il suo vuoto, separati ed in mezzo l’album della fotografia delle due fontane a Roma “le due fontane che con le loro acque vive, quasi d’argento, piene di luce, di una luce che pare d’anima, si fanno compagnia, non rimangono mai sole” (pag.252). E Marcello dà una risposta, tempo dopo, a questi simboli: “lei era sola” (pag. 262).
Il secondo matrimonio vede Roberto Fauni e Jeanne, la gentile svedese conosciuta ad Eze, sulla riviera francese: “ probabilmente per lo studioso di fisica nucleare Jeanne Eriksson non era ancora un’anima, forse non lo sarebbe mai stata. Aveva curiosità di conoscerla: una curiosità desiderosa che confinava con l’amore e con l’avventura, intesa però questa parola in un senso ormai non più spregevole. Era Jeanne, agli occhi di Fauni, una cosa graziosa, degna d’essere conosciuta fino in fondo: proprio per quegl’impeti contrastanti, per quei movimenti misteriosi, alla superficie e nel fondo del suo essere, che gli ricordavano, in certo modo, i movimenti, segreti e invisibili e infinitamente piccoli, di quelle particelle atomiche che egli studiava…” (pag. 73). Jeanne è un personaggio delizioso, straordinaria nella sua dedizione, attenta alle piccole cose con la stessa intensità con cui il marito s’interessava di quelle grandi. Una delle figure femminili più interessanti che si possano incontrare in letteratura, un intreccio di romanticismo e modernità, sensuale e fedele all’amore fino agli ultimi istanti. Tra lei e Isabella una relazione abilmente descritta da Tecchi in questo paragrafo:“le due posizioni si somigliavano, benché fossero diverse per circostanze e graduazioni di solitudini e di amarezza. Si somigliavano come due onde sul mare che, rimaste solitarie, potevano avvicinarsi e comunicare; eppure le due onde non si sarebbero mai accostate…il parlare, il comunicare fra donne, sulle cose vere ed essenziali, è assai più difficile che fra uomini” (pag. 190).
Fausto Almirante non si sarebbe, invece, mai sposato. Nella sua vita si intrecciavano i ricordi della “scolorina dagli occhi grandi da leprotto e la chioma breve da efebo” (pag. 82) e quelli che lo legavano al presente della “donna aspra e cerulea, quella che monsignor aveva chiamato il diavolo” (pag.82).
Di Contarini, assai incline alla solitudine e alla malinconia, conosciamo un volto umano e sollecito nei confronti delle figlie di Eva. Anche lui ha un ricordo nella sua memoria, mai cancellato e doloroso come solo una spina nel cuore sa esserlo: la fragile storia con la giovane Mina, quando era uno studente e dipendeva in tutto e per tutto dai genitori. Mina era rimasta incinta e “non mi ingannare, fu la preghiera che le vide negli occhi lucentissimi, allorché la accompagnò dalla levatrice e poi nella casa segreta” (pag. 145).
È un romanzo della solitudine questo di Tecchi o meglio un complesso romanzo sulla solitudine in una visione tutta al femminile, in quelle figure che mette in scena in un secondo momento, collocandole in quella parte del pensiero che riaccosta con fede al mistero della vita.
La morale di Tecchi di indubbio stampo cattolico resta nell’ombra, come l’eco che ogni tanto torna a risuonare tra le pagine, senza sbilanciare lo stile o il suo grande interesse all’introspezione psicologica e alle diverse combinazioni delle relazioni sociali moderne. Tecchi si abbandona alla trama, all’intreccio narrativo, da attento scrutatore, con la volontà di leggere gli effetti della modernità sull’uomo. Da osservatore privilegiato qual era, non poteva che fissarsi sulla figura dell’intellettuale che rifugge per il suo esacerbato egoismo e di cui traccerà degli esempi illuminanti nei personaggi maschili rappresentati nel romanzo.
In parallelo prima e in contrapposizione poi si vedranno chiaramente gli aspetti negativi in Roberto Fauni e Marcello Rudòr: il primo, il fisico nucleare che abbandona l’Italia, dopo la morte di Jeanne, con ruvidezza e aridità di chi ha già dimenticato, pronto a ricominciare l’avventura della sua carriera in America; il secondo che, solo dopo la morte di Isabella, inizia a capire e, girando per le vie di Roma, quella Roma che gli pareva “terribile, inafferrabile”, arrivando alla casa di Contarini, dove era iniziata quella discussione sulla collaborazione tra il bene e il male, quale forza matrice della vita, si sente perso e “un grido disperato si alzò dalla sua anima, un urlo senza parole, senza lacrime; eppure così forte che pareva volesse, per vincer la morte, spezzare i sepolcri che gli stavano intorno” (pag. 319). Sono due figure di intellettuali diverse, uno che segue la via dell’aridità sociale, l’altro che si redime, nella comprensione del suo peccato.
Tecchi gioca con le stagioni e con i colori, intervenendo anche sulla scelta degli abiti (gli ombrellini di seta di Jeanne e Isabella, mentre resta memorabile quello rosso e grigio indossato da Isabella, nell’atto finale), portando l’elemento naturale ad intervenire spesso, tra una figura e l’altra, tra una storia e l’altra, e non come semplice trait d'union, ma come catalizzatore della psicologia umana, di quelle relazioni che si amplificano o si calmano con gli elementi circostanti: “oh le corse sulla neve, anche quando la bufera continuava a infuriare: la miriade delle piccole stelle cadenti, fitte e innumerevoli come gli attimi della loro felicità. E le soste nei boschi quando la nevicata era finita: quei riposi lunghi, con gli orecchi tesi ad ascoltare il pigolio di un uccello – uno solo – nella luce ossa del pomeriggio, filtrante tra i rami degli abeti…” (pag. 155) e poi ancora, in un secondo momento, “Marcello non sapeva che gli olmi, dalle piccole foglie così resistenti alla pioggia e al freddo, sono tra gli ultimi, fra i più restii e lenti, in primavera, a metter fuori le gemme. Perfino la primavera aveva in quella mattina una sua lentezza ritrosa e tardiva, come se esitasse a rivestire di gemme e di foglie il colle famoso. E anche i ricordi solenni del passato, gli avanzi delle dimore splendide dei potenti, la Domus Tiberiana, la casa di Augusto e, poco più oltre, quella di Domiziano, pareva avessero una loro discrezione nuova nell’affacciarsi alla memoria, quasi che perfino la storia, che Fausto Almirante chiamava una fregatura, in quella luce senza peccato si accovacciasse come una fiera ammansita” (pag.320). La natura è fonte d’ispirazione, allo stesso modo di quell’esperienza di viaggio che vide lo scrittore molto attivo e che ritorna in vari passaggi del romanzo con i protagonisti in movimento (Eze, la bicocca sulle Alpi, Montecarlo, Roma).
È la salvezza nella fede che riempie le pagine finali, con quelle citazioni di Sant’Agostino che tornano rivelandosi risolutorie del mistero della vita e dell’amore: l’avvicinamento al prossimo, l’abbandono dell’egoismo, nella speranza cristiana.
“Non si entra nella verità, se non per mezzo dell’amore” (pag.329).
Davvero grande.
Edizione esaminata e brevi note
Bonaventura Tecchi (Bagnoregio 11 febbraio 1896 – Roma 30 marzo 1968) fu scrittore e professore universitario. Diresse l’Istituto di Cultura Germanica di Roma. Con "Gli egoisti" vinse il Premio Bancarella nel 1959.
Bonaventura Tecchi, “Gli egoisti”, Bompiani, Milano, 1977.
Prima edizione: 1959.
Movida, 26 agosto 2009.
Commenti
Un inizio di cui non comprendevo dove voleva andare a parare, poi un'esplosione.
A 50 anni dalla prima pubblicazione mi è sembrato ancora spaventosamente attuale. Veramente un grande romanzo, semplice e complesso allo stesso tempo. Avrei scritto volentieri altri venti pagine su ognuna delle figure da lui sapientemente create e analizzate al microscopio. Una conoscenza squisita dell'animo femminile e delle relazioni uomo - donna. Di difficile reperibilità le sue opere, se non in biblioteca. Lo candido tra gli speciali, nei prossimi anni.
inserisco subito tra le candidature!
http://www.lankelot.eu/SMF/index.php?topic=2963.msg20895
(sembra davvero molto affascinante...)
Se ne avrai occasione, te ne renderai conto di quanto abbia avuto da raccontare questo signore. Non so quanto il resto della sua produzione sia all'altezza di questo romanzo, ma non penso possa distaccarsi di molto. La profondità e lo spirito li aveva tutti dalla sua parte, insieme ad una prosa elegantissima e calda di sincerità.
[tecchi] Caira: "Stuparich si
[tecchi] Caira: "Stuparich si augura che il libro venga riconosciuto per quello che è: 'un bel romanzo onesto', ma, purtroppo, la critica è 'nelle mani o di gente disorientata o d'intelligenti disonesti': 'penso che questo tuo libro dovrebbe essere apprezzato oggi, che di romanzi neorealistici e sporchi si è giunti alla nausea' (18 gennaio 1960). Ma l'augurio di Stuparich non fu interamente raccolto. Tuttavia 'Gli egoisti' ebbero circa 120 recensioni nell'area italiana, svizzera, tedesca e danese'".
Stessa fonte (CAIRA): Tecchi ringrazia il recensore Ravegnani: "Questo libro non avrà vita facile. Se il tuo articolo, così appassionato, scuotesse i pigri e gli inerti, quelli che mi hanno già sistemato in certe loro caselle preordinate, magari nella casella dei sorpassati o dei 'vecchi', suscitando discussioni e magari ripulse, insieme a consensi, il mio libro non morirebbe tanto presto. Ma anche su questo punto (...) non mi faccio illusioni" (26 gennaio 1960).
fonte, Stuparich, "Con fedeltà immutata. Lettere a B Tecchi 1925-1961", Loffredo 2006, curatela RM Caira, p. 101.