Tanizaki Jun'ichirō

Libro d'ombra

Autore: 
Tanizaki Jun'ichirō

 Considerato da parte della critica come il capolavoro di Tanizaki, “Libro d’ombra” è citato in una delle lettere di Yukio Mishima a Yasunari Kawabata (15 aprile 1946), in cui lo scrittore più giovane affermava che non c’era necessità di questo libro per comprendere che il “Giappone è sempre stato, ai piedi del continente asiatico, una pianura avviluppata dall’immensità della notte”. Forse Mishima aveva ragione, se si considera l’ottica di una lettura da connazionale che ben conosce le differenze e che si appresta, anche lui, a mettere su carta lo spirito nazionalistico che lo avvolge. Ciò che forse non aveva tenuto in considerazione è il fatto che Tanizaki, prima di lui, dopo l’interessamento sincero all’Occidente, aveva compreso l’urgenza di preservare l’identità nazionale, con un saggio importante che è rivolto prima di ogni cosa al Giappone stordito dalla modernità. Tanizaki, noto come lo scrittore dell’epoca moderna più censurato in Giappone (la “x” sostituiva le parole ritenute più sconvenienti, tanto che lui stesso non ricordava più le versioni originali dei suoi scritti), al di là degli elementi più comuni, come le luci elettriche, i semafori, le stufe, i vetri, i cristalli, i dolci, il teatro tradizionale, la fotografia del cinema, le delizie della cucine, le pause nel linguaggio, la carta opaca che trova soffice e cedevole come la prima neve, la forma delle grondaie che si allunga per intensificare l’ombra degli interni, la luce fioca dei ristoranti tradizionali a cui le luci elettriche hanno tolto la poesia, passa in rassegna una serie di elementi, anche bizzarri su cui non avremmo mai focalizzato la nostra attenzione: i fantasmi giapponesi rappresentati senza gambe o gli utensili che gli occidentali lucidano fino a far brillare, mentre in Oriente li si lascia annerire per fargli acquisire la patina del tempo perché così “i versi incisi nei piatti acquistano la sembianza di ciò che è prossimo a scomparire, ed armoniosamente si incorporano alla materia entro cui furono scavati” (pag.24).

Ancor più stravaganti sono i passi dedicati al bagno giapponese, o meglio al gabinetto “interamente concepito per il riposo dello spirito” (pag.10), richiamando lo scrittore, citato in diverse occasioni e non a caso, Natsume Soseki chetra i sommi piaceri dell’esistenza annovera le evacuazioni mattutine: piacere fisiologico, fra lisce pareti di legno dalle sottili venature, mirando l’azzurro del cielo ed il verde della vegetazione, si può assaporare sino in fondo. Insisto: sono necessari una lieve penombra, nessuna fulgidezza, la pulizia più accurata, ed un silenzio così profondo che sia possibile udire lontano un volo di zanzare (pag.10).
Solo la natura esteta può scrivere pagine e pagine sulla raffinatezza del luogo che per noi occidentali è sinonimo di imbarazzante “sconvenienza”, come afferma. Ed invero, Tanizaki non potrebbe che restare stupito al sapere oggi che il bagno giapponese moderno, con tutta la sua tecnologia, è probabilmente una delle cose da cui gli occidentali restano più affascinati. La lezione sembra esser stata assimilata, anche se nulla della bellezza di cui narra possa esservi ravvisata.
Tutto ciò potrebbe apparire come l’elogio della superiorità giapponese, ma come ho già precisato, altro non è che un monito ai connazionali di allora e del futuro di preservare la propria identità, pur nell’apertura alla modernità introdotta dall’Occidente.
Tanizaki si rammarica del fatto che il Giappone, all’inizio, non si è concentrato sulla ricerca nella scienza, nella fisica, chimica o quant’altro, con un proprio metodo e l’obiettivo di creare in autonomia, secondo le proprie attitudine. Allo stesso modo ciò è accaduto nella letteratura ed in tutte le altre arti. L’atteggiamento servile ha prodotto l’introduzione selvaggia di un’estraneità alla natura giapponese.
Non dimentichiamo che Tanizaki si pone in quella schiera di letterati, tra i più rappresentativi riconosciamo come noti in Occidente Natsume Soseki, Nagai Kafu, Mori ?gai, Ryunosuke Akutagawa, Dazai Osamu, Yasunari Kawabata, Yukio Mishima, che seppero, ognuno secondo il proprio stile, trovare terreno fertile nel recuperare la tradizione, innovandola e discostandosi dalla semplice e pura assimilazione dell’Occidente.
Tanizaki,  con questo saggio,  dimostra però di aver appreso la lezione di Natsume Soseki che era stato il primo ad analizzare la pericolosità della forzatura dell'Occidente nel suo complesso, e non solo in letteratura. 
Ho scritto queste pagine perché penso che, almeno in certi ambiti, per esempio in quello dell’arte, o in quello della Letteratura, qualche correzione sia ancora possibile.
Vorrei che non si spegnesse anche il ricordo del mondo d’ombra che abbiamo lasciato alle spalle; mi piacerebbe abbassare le gronde, offuscare i colori delle pareti, ricacciare nel buio gli oggetti troppo visibili, spogliare di ogni ornamento superfluo quel palazzo che chiamano Letteratura.

Per cominciare, spegniamo le luci. Poi si vedrà” (pag. 90)  

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Jun’ichiro Tanizaki (1886-1965), annoverato tra i grandi e prolifici scrittori giapponesi, è stato anche uno dei più precoci avendo iniziato a comporre versi sin da bambino. Dalla forte influenza occidentale degli anni ‘20 si staccò dopo il grande terremoto di Tokyo (1923) con il ritorno progressivo e sempre più appassionato alla cultura tradizionale. La sua produzione letteraria è racchiusa in 30 volumi, con esclusione degli adattamenti in lingua moderna del Genji Monogatari di Murasaki Shikibu, delle poesie e delle lettere. Molti dei suoi scritti furono presi in prestito dal cinema (quarantaquattro, infatti, le pellicole realizzate). (1886-1965), annoverato tra i grandi e prolifici scrittori giapponesi, è stato anche uno dei più precoci avendo iniziato a comporre versi sin da bambino. Dalla forte influenza occidentale degli anni ‘20 si staccò dopo il grande terremoto di Tokyo (1923) con il ritorno progressivo e sempre più appassionato alla cultura tradizionale. La sua produzione letteraria è racchiusa in 30 volumi, con esclusione degli adattamenti in lingua moderna del Genji Monogatari di Murasaki Shikibu, delle poesie e delle lettere. Molti dei suoi scritti furono presi in prestito dal cinema (quarantaquattro, infatti, le pellicole realizzate). Tra le sue opere principali: Il tatuaggio (Shisei, 1910), Il diavolo (Akuma, 1912), Jotaro (Jotaro, 1914), La morte d’oro (Konjiki, 1914), Pianto di sirena (Ningyo no nageki, 1916), Morbose fantasie (1918), I piedi di Fumiko (Fumiko no ashi, 1919), Nostalgia della madre (Haha wo kofuru ki, 1919), L’amore di uno sciocco (Chijin no ai, 1924), Storia di Tomoda e Matsunaga (Tomoda to Matsunaga no hanashi, 1926), Gli insetti preferiscono le ortiche (Tade kuu mushi, 1928), La croce buddista (Manji, 1931), Yoshino (Yoshino Kuzu, 1931), Racconto di un cieco (Momoku monogatari, 1931), I canneti (Ashikari, 1932), Ritratto di Shunkin (Shunkinsho, 1932), Libro d’ombra (Inei raisan, 1933), Vita segreta del signore di Bushu (Bushuko hiwa, 1935), La gatta, Shozo e le due donne (Noko to Shozo to futari no onna, 1936), Neve sottile (Sasame Yuki, 1943-1948), La chiave (1956, Kagi), Il ponte dei sogni (Yume no Ukihashi, 1959), Diario di un vecchio pazzo (Futen rojiin nikki, 1962). Dopo la morte, avvenuta il 30 luglio 1965, esce postumo “La primavera dei miei settantanove anni”. 

 Jun’ichiro Tanizaki, “Libro d’ombra”, Milano, Bompiani, 2007. Traduzione a cura di Atsuko Ricca Suga. Introduzione di Giovanni Mariotti.  
 
 Prima edizione: “In’ei Raisan”, 1933.
 
Tanizaki in Lankelot
Movida,  4 aprile 2009.
ISBN/EAN: 
9788845243783

Commenti

"Ho scritto queste pagine perché penso che, almeno in certi ambiti, per esempio in quello dell?arte, o in quello della Letteratura, qualche correzione sia ancora possibile.
Vorrei che non si spegnesse anche il ricordo del mondo d?ombra che abbiamo lasciato alle spalle; mi piacerebbe abbassare le gronde, offuscare i colori delle pareti, ricacciare nel buio gli oggetti troppo visibili, spogliare di ogni ornamento superfluo quel palazzo che chiamano Letteratura.
Per cominciare, spegniamo le luci. Poi si vedrà? (pag. 90).

Lettura quasi obbligatoria per chi è affascinato alla letteratura giapponese, e non solo. Direi che è un modo originale, a volte bizzarro, molto profondo nella semplicità delle cose, di un confronto tra Occidente ed Oriente, tra tadizione e modernità.

Spegniamo le luci...ogni tanto...ritorneremmo forse a rivedere le stelle nelle nostre città.

"Ciò che rifiuta è lo sradicamento del modo di essere giapponese, delle tradizioni, del comune sentire e del rispetto verso la natura ? ombra per eccellenza, quali le foreste che venivano in quel periodo smantellate per far posto al cemento, nell?irrazionale imitazione delle tendenze altrui. Non c?è ferocia nelle sue parole, non c?è banalizzazione dei termini di paragone, né esaltazione della superiorità nipponica,"

> Mi sembra assolutamente condivisibile. Andrebbe italianizzato...

(spegnere le luci per restituire vita alle ombre. Mi piace)

"Ciò che rifiuta è lo sradicamento del modo di essere giapponese, delle tradizioni, del comune sentire e del rispetto verso la natura ? ombra per eccellenza, quali le foreste che venivano in quel periodo smantellate per far posto al cemento, nell?irrazionale imitazione delle tendenze altrui. Non c?è ferocia nelle sue parole, non c?è banalizzazione dei termini di paragone, né esaltazione della superiorità nipponica, ma semplicemente una caratterizzazione di cui l?uomo del suo tempo avrebbe dovuto tenere in considerazione".

Grande segnalazione, Movida. Questo mi manca e l'acquisterò di sicuro. é un tema che mi interessa moltissimo. Sradicamento è la parola chiave, quando la leggo scatta l'interesse. Per il Giappone (per l'estremo oriente in genere) poi... non ne parliamo. Amo la letteratura nipponica, l' estetica, la tradizione primordiale, la metafisica e i culti. E anche l' anime;)

"Tanizaki, con questo saggio, dimostra però di aver appreso la lezione di Natsume S?seki che era stato il primo ad analizzare la pericolosità della forzatura dell?Occidente nel suo complesso, e non solo in letteratura".

E anche Soseki ancora mi manca, me l'avevi già suggerito. C'ho un sacco di cose arretrate da leggere sugli scaffali... va be intanto li compro, poi me li leggo in estate.

4. ti sorprenderai di tutti gli accostamenti che riesce a fare in questo piccolo libro...un viaggio nell'estetica e nello spirito giapponese...

a proposito di anime...

Soseki lo inserirò tutto...è la base...fuori dal comune...

mi piacciono queste dichiarazioni programmatiche.
Facciamo fuoco;)

7 - Cosi mi fai sentire in un deficit terribile, avendolo io ingnorato - per ignoranza: non sapevo della sua estrema importanza - fino alla tua segnalazione;) Allora seguirò i tuoi pezzi e ne acquisterò sicuramente più di uno.

9. no,guarda...Soseki, a parte Sanshiro (credo solo questo) pubblicato negli anni '80...è venuto fuori solo recentemente con le opere della maturità e non gli è stato dato il giusto risalto. "Il cuore delle cose" (o Anima)è il suo testamento, assolutamente ed autenticamente giapponese,ma è solo da due 1 o 2 anni che sono stati pubblicati i primi. Botchan (il signorino) era per me leggenda ed è stata una gioia trovarlo in libreria, nonostante alla fine si riveli un testo abbastanza scolastico, mentre stracitato ed imperdibile, secondo me, Io sono un gatto. Lì non ci sono termini di paragone, la rivoluzione letteraria giapponese moderna.

10 - Questo mi consola. Seguirò le tue indicazioni. E grazie, come al solito, del gran bel lavoro che fai.