Se con “La chiave” Tanizaki seduce il lettore grazie ad un’introspezione finissima della psicologia dei personaggi che si evolvono fino al dramma, nel canovaccio de “La gatta” svela un’anima romantica e stravagante pur conservando i toni fermi della sua prosa. In questo breve romanzo, scritto vent’anni prima, si segue un percorso interiore che si sviluppa al contrario mentre imperversa la figura di un animale domestico al centro dell’ennesimo triangolo. Chi vive in compagnia di un gatto non potrà che provare riconoscenza nei confronti dello scrittore che omaggia con quello che appare, in tutta la sua evidenza, un vero e proprio atto d’amore nei confronti dell’animale, così come delle donne che rappresentano il fulcro della sua opera.
Al centro della scena la gatta Lily, contesa tra Shinako, l’ex moglie, e Shozo, che si è rifatto una vita accanto ad un’altra donna, Fukuko. La gatta è l’animale su cui si concentra l’attenzione ossessiva e morbosa di lui. Sulla gatta si riversa la fantasia vendicatrice delle due donne pazze di gelosia, frustrate negli affetti e nella loro intima femminilità oscurata dal maniacale amore dell’uomo verso il seducente animale.
Shinako riesce ad ottenere la custodia di Lily, complice una lettera commovente che apre il romanzo e complice la volontà di Fukuko che non vede l’ora di potersi liberare della gatta. In questo frangente le due donne sono solidali l’una con l’altra, nonostante tutto, perché comprendono che la vera rivale non è persona umana ma Lily stessa. Così, da strumento di tortura dei loro sentimenti, decidono entrambe di utilizzare la gatta per raggiungere i loro obiettivi segnati da posizioni diametralmente opposte. La nuova compagna vuole avere finalmente l’intimità che le spetta dal marito. L’ex moglie spera di riottenere l’amore di Shozo grazie all’affetto che lui nutre per la gatta, nella speranza che avverta il dolore del distacco ed il desiderio di accettare qualsiasi cosa pur di ricongiungersi a Lily. E così avviene, o almeno sembra, perché le pagine finali insinuano il dubbio che l’odio che lui prova per l’ex moglie venga sopito da quell’ultimo sguardo che rivolge alla schiena di lei mentre rientra in casa.
La gatta è una figura anomala, testimone di macchinazioni a danno della sua prima padrona che ricompenserà con grande affetto dopo un’attesa mortificante. La donna sarà spiazzata dalle dimostrazioni calorose di Lily finendo per attaccarvisi a tal punto da comprendere, per la prima volta, dopo anni di convivenza, l’unicità del legame tra l’animale ed il marito. Splendida la presa di coscienza della sua importanza quando Shinako scopre commossa che i suoi piedi perennemente freddi si stanno scaldando al contatto del pelo folto della gatta, intrufolatasi nel letto. In questa scena, abilmente descritta, Tanizaki realizza pienamente la sovrapposizione tra l’immagine dei piedi e la gatta che pare quasi fondersi, trasformarsi nell’oggetto della sua ossessione.
Anche in questo caso uno strumento simbolico quale è il gatto, animale misterioso e portafortuna in Giappone, rappresenterà la classica transizione tra il vecchio ed il nuovo, tra il precedente ed il nuovo matrimonio che incute soggezione in Shozo. I contrasti sono sfumati da quell’evoluzione iniziata da tempo nella fase del ritorno di Tanizaki alla tradizione.
Da un’atmosfera che si rivela inquietante, per la naturale propensione delle due donne alla vendetta, si passa ad un risvolto inaspettato, tenero, grazie alle squisite descrizioni dell’atteggiamento della gatta e delle persone nei suoi confronti.
Tanizaki ha splendide doti di narratore dell’anima dei suoi personaggi, portando sulla carta i loro mutamenti interiori sviscerati vicenda dopo vicenda, tra una miriade di sentimenti. Non ci si rende neppure conto, se non fosse per i nomi di persona ed i luoghi citati, di trovarsi di fronte ad un autore giapponese, tanto forte si avverte il richiamo allo stile occidentale che amava. Dimentica di decantare la bellezza del Giappone attraverso le sue piccole e grandi cose preferendo scandagliare virtù e miserie dell’animo umano, concentrandosi su un nucleo ristretto di personaggi, ognuno con una propria tipizzazione ma legati da un unico filo conduttore che è l’ossessione. Ecco perché la scelta strutturale di far intervenire pochi soggetti che possano dargli l’occasione di sventagliare una vasta gamma di sentimenti e sensazioni, amplificati dalle storie che snocciola sui loro passi, privando il lettore della curiosità di conoscerne altri, accarezzandone comunque la fantasia e la curiosità di scoprire sempre più di loro, di andare avanti tra le pagine per tentare di svelarne il mistero. I toni sono lievi, carezzevoli, mutando l’attenzione con il mutare dell’atteggiamento dei suoi protagonisti che, al contrario, si perdono nelle loro morbosità.
Tanizaki, al pari dei quasi contemporanei Kawabata, Mishima, Abe o, in tempi poco più recenti, di Kenzaburo e Ryu Murakami contribuì ad esportare la letteratura giapponese mostrando al mondo l’interiorità del suo popolo, la sua forza e la debolezza, privilegiando pochi soggetti che sembrano ripetersi in infinite combinazioni, triangoli amorosi, legami morbosi ed ossessivi, relazioni empatiche con tutte le specie viventi.
Tanizaki, come Kawabata e Mishima, appartiene alla letteratura moderna intrisa di connotazioni tradizionali e di una forte spinta verso il mondo, verso l’Occidente. Ogni movimento dei contrasti genera crisi interiori tra il desiderio di continuare oppure di respingere ciò che già si conosce. Il triangolo curiosamente s’innesta da coppie femminili che vogliono trarre in inganno Shozo, tra sua madre e la nuova moglie, tra Shinako e la gatta. Lui è ombra aliena nei misteri femminili; tuttavia, ogni suo passo viene ad esser portato a conoscenza di quelle donne da cui vuole fuggir e stranamente la vita gli riserva che proprio l’essere a lui più caro finisce per affezionarsi ad una delle donne, quella che lui riteneva più odiosa. Il carattere di Shozo si presta ad infinite interpretazioni, ma alla fine non suscita simpatie per la propensione alla debolezza, per una volontà che sembra sempre ondeggiare in balia di quella altrui.
“A pensarci bene, Shozo aveva causato tante sofferenze a questa gatta cacciando via la prima moglie. E per colpa del suo carattere. Non era ancora tutto. Non avendo certo avuto prima il coraggio di entrare in casa propria, era arrivato fin lì nella stanza di Shinako come un vagabondo. Ascoltando la gatta che faceva le fusa e annusando l’odore pungente degli escrementi, Shozo voleva quasi piangere: povera Shinako e povera Lily. Ma non sono forse io il più povero di tutti? Non sono io il vero senzatetto?” (pag. 98).
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Jun’ichiro Tanizaki (1886-1965), annoverato tra i grandi e prolifici scrittori giapponesi, è stato anche uno dei più precoci avendo iniziato a comporre versi sin da bambino. Dalla forte influenza occidentale degli anni ‘20 si staccò dopo il grande terremoto di Tokyo (1923) con il ritorno progressivo e sempre più appassionato alla cultura tradizionale. La sua produzione letteraria è racchiusa in 28 volumi, con esclusione degli adattamenti in lingua moderna del Genji Monogatari di Murasaki Shikibu, delle poesie e delle lettere. Molti dei suoi scritti furono presi in prestito dal cinema (quarantaquattro, infatti, le pellicole realizzate).
Tra le sue opere principali: Il tatuaggio (Shisei, 1910), Il diavolo (Akuma, 1912), Jotaro (Jotaro, 1914), La morte d’oro (Konjiki, 1914), Pianto di sirena (Ningyo no nageki, 1916), Morbose fantasie (1918), I piedi di Fumiko (Fumiko no ashi, 1919), Nostalgia della madre (Haha wo kofuru ki, 1919), L’amore di uno sciocco (Chijin no ai, 1924), Storia di Tomoda e Matsunaga (Tomoda to Matsunaga no hanashi, 1926), Gli insetti preferiscono le ortiche (Tade kuu mushi, 1928), La croce buddista (Manji, 1931), Yoshino (Yoshino Kuzu, 1931), Racconto di un cieco (Momoku monogatari, 1931), I canneti (Ashikari, 1932), Ritratto di Shunkin (Shunkinsho, 1932), Libro d’ombra (Inei raisan, 1933), Vita segreta del signore di Bushu (Bushuko hiwa, 1935), La gatta, Shozo e le due donne (Noko to Shozo to futari no onna, 1936), Neve sottile (Sasame Yuki, 1943-1948), La chiave (1956, Kagi), Il ponte dei sogni (Yume no Ukihashi, 1959), Diario di un vecchio pazzo (Futen rojiin nikki, 1962).
Dopo la morte, avvenuta il 30 luglio 1965, esce postumo “La primavera dei miei settantanove anni”.
Jun’ichiro Tanizaki, “La gatta, Shozo e le due donne”, Milano, Bompiani, 1977. Traduzione a cura di Atsuko Ricca Suga.
Prima edizione: “Noko to Shozō? to futari no onna”, 1936.
Movida, 31 agosto 2005.
Dedicata a Cippa Lippa Franchi.
Originariamente inserita in Lankelot.com.
Tanizaki in Lankelot
Tanizaki Jun'ichirō - La Chiave di movida
Tanizaki Jun'ichirō - La gatta, Shozo e le due donne di movida
Tanizaki Jun'ichirō - Libro d'ombra di movida
Tanizaki Jun’ichirō - La croce buddista di monnalisa
Commenti
Cippa Lippa sarà entusiasta:).
"Chi vive in compagnia di un gatto non potrà che provare riconoscenza nei confronti dello scrittore che omaggia con quello che appare, in tutta la sua evidenza, un vero e proprio atto d?amore nei confronti dell?animale, così come delle donne che rappresentano il fulcro della sua opera. "
> Uno scrittore molto saggio.
"Tanizaki, al pari dei quasi contemporanei Kawabata, Mishima, Abe o, in tempi poco più recenti, di Kenzaburo e Ryu Murakami contribuì ad esportare la letteratura giapponese mostrando al mondo l?interiorità del suo popolo, la sua forza e la debolezza, privilegiando pochi soggetti che sembrano ripetersi in infinite combinazioni, triangoli amorosi, legami morbosi ed ossessivi, relazioni empatiche con tutte le specie viventi."
> Altro paragrafo almeno notevole. Grande.
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ave cara!