Il nome di Tanizaki diventa noto in Italia negli anni ‘80 grazie all’adattamento cinematografico de “La chiave” (Kagi) e di “Interno berlinese” (Manji) ad opera, rispettivamente, del primo Tinto Brass e di Liliana Cavani. Il soggetto de “La chiave” era stato in passato già manipolato dal regista kon Ichikawa, sorte che toccò ad altri lavori di Tanizaki, data la naturale propensione dello scrittore per il cinema, sia come appassionato estimatore che come sceneggiatore, tanto da ispirare una discreta quantità di saggi sul suo particolare rapporto con quello che all’epoca gli appariva, profeticamente, come il più straordinario dei mezzi della modernità.
“La chiave” appartiene a quel gruppo di pregiati scritti della seconda fase della sua vita, dopo aver attraversato e superato i confini dell’ispirazione occidentale, dell’attaccamento alle “belle cose dell’Occidente”. Il terremoto di Tokyo nel 1923 fu fondamentale nel ritorno al classicismo, alla nostalgia dell’infanzia, alla riscoperta delle tradizioni puramente giapponesi, contrassegnate da un percorso personale originale rispetto ad altri scrittori contemporanei. Seppur non possa essere considerato il suo romanzo migliore, rappresenta un passo assai decisivo per scoprire l’immensa produzione letteraria raccolta in 28 volumi. In esso, infatti, vi si possono trovare alcune delle sue tematiche essenziali oppure viceversa non trovarvi null’altro se non il puro piacere della lettura, tanto era sviluppato in Tanizaki il senso dell’arte fine a se stessa.
“La chiave” è un romanzo delle ossessioni distruttive in un crescente e sprezzante dominio dell’erotismo puro, soffuso, intimizzato dalle pulsioni dei suoi protagonisti: “c’è ma non si vede”, quale sintesi equilibrata di una terminologia scaturita dai sensi. Il simbolo della chiave che dà il titolo al libro potrebbe alimentare l’immaginazione del lettore nel tentativo di comprendere, di capire, di toccare con mano la realtà del suo mistero.
Il romanzo è costruito con la struttura di un diario, del duplice diario di due coniugi ormai maturi che dopo vent’anni si liberano dal rigido legame del loro passato. È come un’esplosione improvvisa che fa emergere dal nulla la loro storia coniugale sepolta dal formalismo, inseguendo due verità parallele destinate ad incrociarsi all’interno del loro diario, messaggio per l’altro o specchio di ciò che cova nell’animo di ciascuno. La chiave dimenticata sbadatamente per terra dal protagonista fa nascere il sospetto che inconsciamente desideri che la moglie trovi e legga i suoi intimi pensieri espressi su carta. L’adesivo e gli altri stratagemmi costruiti da lei a protezione della segretezza del suo diario non sono altro che ulteriori tentativi di incrementare la curiosità nel marito per quella che appare un’anomalia nel suo carattere.
La storia si inoltra nel labirinto quasi banale del rapporto di coppia in cui si insinuano le presenze della figlia e di un suo amico che costituirà la vera scintilla del risveglio dei due coniugi. La semplicità della vicenda è superata dalla complessità psicologica dei protagonisti, la cui mente è scandagliata e messa a nudo dallo scrittore con grande intelligenza. Nei toni ritmici alternati dei diari consequenziali si assiste ad una conversazione realistica tra due persone che vivono insieme da anni ma che continuano a fingere nella quotidianità, nel rispetto delle regole imposta dalla tradizione.
“La chiave” è anche il romanzo dell’ambiguità che svela il suo dramma nella conclusione aperta della piccola storia che Tanizaki ha scelto di raccontare. È la tragedia dei contrasti tra il passato ed il presente che genera la crisi dei due coniugi riscopertisi ancora giovani nelle loro pulsioni. Lei, Ikuko, è la donna tradizionale in kimono con un’educazione rigorosa che trascina con sé nella camera da letto come le hanno insegnato i suoi genitori e prima di loro gli antenati. Non ha mai permesso al marito di vederla nuda e di seguire l’istinto che può sconvolgere il delicato equilibrio dell’amore coniugale. Lui, Toshiko, non è capace di soddisfare l’appetito sessuale di sua moglie. L’insoddisfazione è anche la sua perché trova il muro del conformismo in camera da letto, non riuscendo a far scoccare in lei la scintilla della vera intimità. L’ossessione dovrà sfociare con l’arrivo del terzo personaggio, kimura, che costituirà strumento di piacere a distanza per entrambi. Toshiko approfitta degli stati confusionali a cui è soggetta la moglie per ritrarla nuda con la macchina fotografica per poi poter godere delle foto oscene sviluppate da Kimura stesso; Ikuko, invece, si abbandonerà all’appetito sessuale del marito sognando con maggiore intensità l’amico comune.
Le ossessioni di Toshiko sembrano voler ripercorrere visceralmente quelle dello scrittore che aveva compiuto ogni possibile esperienza pur di poter conoscere il piacere ed il gusto del bello in ogni cosa, riversandone poi gli effetti nei suoi scritti. L’oggetto dei suoi desideri, così come della sua prosa, erano le donne, o meglio la bellezza femminile, del corpo, del nudo e sopra ogni cosa dei piedi. Toshiko, quindi, non poteva esser esentato da un culto feticista. La prima visione che ha della moglie incosciente è per l’appunto quella dei piedi che lei tien sempre nascosti e poi il suo corpo candido e perfetto, nonostante l’età.
Ikuko incarna la tradizione violata del romanzo, con quell’essere e sentirsi esposta alle torbide attenzioni del marito, ma anche dell’altro uomo, Kimura, complice delle foto rubate. Eppure non si riesce ad immaginarla totalmente innocente, perché, com’ella scrive, avverte, seppur incosciente, la luce accecante del flash ma non vi si oppone, come una “brava moglie”. Lascia fare, non resiste, né chiede nulla, continuando ad immaginare che al posto del repellente marito vi sia il più giovane e misterioso Kimura.
Nell’ombra si muovono manovre occulte di cui non si scorgono tracce fino alla fine, fino a quando l’ossessione porterà alla morte Toshiko e, di conseguenza, la piena liberazione della moglie. Nei triangoli amorosi concatenati l’uno all’altro dall’ossessione, dalla passione morbosa, dalla gelosia che muove le vite di quelle persone come marionette, Tanizaki preferisce accentuare i meccanismi psicologici dei due coniugi, mettendo nell’ombra, sfumando le caratteristiche degli altri che pur si presentano come il vero motore scatenante del dramma.
“La chiave”, quindi, diventa così un piccolo capolavoro in cui si intrecciano sottili meccanismi che aprono parallele vie sulla psiche umana e con esse sulla storia, in un linguaggio asciutto, che rifugge le ridondanze superflue nella narrazione. Un romanzo molto vicino alla simbologia erotica di Alberto Moravia che metteva in luce la crisi sociale di un’epoca. Tanizaki esalta il richiamo forte che il Giappone sentiva verso l’Occidente nel contrasto con il desiderio di innovazione rispetto alla tradizione culturale. La rigidità formale di Ikuko, violata dalla passione bruciante del marito, è un pretesto narrativo per svelare lo smarrimento brutale, crudele dell’abbandono dell’antico per il nuovo, del passaggio d’epoca che attraversò il Giappone dopo la guerra. Ecco che la volontà di Toshiko proiettata nell’esser pazzo di gelosia per possedere la moglie, per riconquistare l’impeto giovanile onde poterla soddisfare mentre lei, icona dei “vecchi principi, della castità, del giusto o del torto”, deve abbandonare la tradizionale congiunzione d’amore senza neppur scorgere la faccia del marito. Lei è una droga e lui vi si abbandona progressivamente, mentre Ikuko si libera dai rigidi schemi della sua educazione: ed ecco che i dettagli sono le chiavi di interpretazione della disgregazione interiore dei personaggi, come quel primo abito occidentale acquistato da Ikuko che il marito nota non donarle allo stesso modo del kimono. L’amore per il passato lo si nota dalla descrizione che Toshiko fa della moglie e della figlia preferendo la bellezza, l’eleganza e lo stile eterno della prima. Eppure sceglie di violarne la sacralità, allo stesso modo con cui faranno gli altri due protagonisti. L’abbandono voluttuoso a cui cederanno i due coniugi in modo diametralmente opposto si ritrova ne “La noia” di Moravia, ma il Toshiko di Tanizaki è perdente nella sua ossessione erotica che lo porterà all’autodistruzione consapevole in un atteggiamento masochistico, di sottomissione di fronte alla donna; il Dino di Moravia, invece, dà al sesso il valore di uno strumento di comunicazione con la realtà, qualcosa che alla fine rivela comunque una sua valenza positiva.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Jun’ichiro Tanizaki (1886-1965), annoverato tra i grandi e prolifici scrittori giapponesi, è stato anche uno dei più precoci avendo iniziato a comporre versi sin da bambino. Dalla forte influenza occidentale degli anni ‘20 si staccò dopo il grande terremoto di Tokyo (1923) con il ritorno progressivo e sempre più appassionato alla cultura tradizionale. La sua produzione letteraria è racchiusa in 28 volumi, con esclusione degli adattamenti in lingua moderna del Genji Monogatari di Murasaki Shikibu, delle poesie e delle lettere. Molti dei suoi scritti furono presi in prestito dal cinema (quarantaquattro, infatti, le pellicole realizzate).
Tra le sue opere principali: Il tatuaggio (Shisei, 1910), Il diavolo (Akuma, 1912), Jotaro (Jotaro, 1914), La morte d’oro (Konjiki, 1914), Pianto di sirena (Ningyo no nageki, 1916), Morbose fantasie (1918), I piedi di Fumiko (Fumiko no ashi, 1919), Nostalgia della madre (Haha wo kofuru ki, 1919), L’amore di uno sciocco (Chijin no ai, 1924), Storia di Tomoda e Matsunaga (Tomoda to Matsunaga no hanashi, 1926), Gli insetti preferiscono le ortiche (Tade kuu mushi, 1928), La croce buddista (Manji, 1931), Yoshino (Yoshino Kuzu, 1931), Racconto di un cieco (Momoku monogatari, 1931), I canneti (Ashikari, 1932), Ritratto di Shunkin (Shunkinsho, 1932), Libro d’ombra (Inei raisan, 1933), Vita segreta del signore di Bushu (Bushuko hiwa, 1935), La gatta, Shozo e le due donne (Noko to Shozo to futari no onna, 1936), Neve sottile (Sasame Yuki, 1943-1948), La chiave (1956, Kagi), Il ponte dei sogni (Yume no Ukihashi, 1959), Diario di un vecchio pazzo (Futen rojiin nikki, 1962).
Dopo la morte, avvenuta il 30 luglio 1965, esce postumo “La primavera dei miei settantanove anni”.
Jun’ichiro Tanizaki, “La chiave”, Bompiani, Milano, 1977. Traduzione a cura di Satoko Toguchi.
Prima edizione: “Kagi”, 1956.
Adattamento cinematografico: “Kagi” di Kon Ichigawa, 1959 e “La chiave”, di Tinto Brass, 1983.
Movida, 29 agosto 2005.
Originariamente apparsa su Lankelot.com
Tanizaki in Lankelot
Tanizaki Jun'ichirō - La Chiave di movida
Tanizaki Jun'ichirō - La gatta, Shozo e le due donne di movida
Tanizaki Jun'ichirō - Libro d'ombra di movida
Tanizaki Jun’ichirō - La croce buddista di monnalisa
Commenti
Anche qui. Carattere, codice EAN e titolo (trattino al posto della virgola)
E vai con le oldies!!
grazie...ma se decide dicambiare un'altra volta sito gli mando una rispostaccia...sto impazzendo a formattare per questo sito. :)
Sì, wordpress fa le bizze a volte. Se hai bisogno di una mano sono qui :)
questa è una grandissima notizia:).
Era ora. E vai.
"?La chiave? appartiene a quel gruppo di pregiati scritti della seconda fase della sua vita, dopo aver attraversato e superato i confini dell?ispirazione occidentale, dell?attaccamento alle ?belle cose dell?Occidente?. Il terremoto di Tokyo nel 1923 fu fondamentale nel ritorno al classicismo, alla nostalgia dell?infanzia, alla riscoperta delle tradizioni puramente giapponesi, contrassegnate da un percorso personale originale rispetto ad altri scrittori contemporanei. Seppur non possa essere considerato il suo romanzo migliore, rappresenta un passo assai decisivo per scoprire l?immensa produzione letteraria raccolta in 28 volumi."
> Ecco un esempio di contestualizzazione necessaria.
"Un romanzo molto vicino alla simbologia erotica di Alberto Moravia che metteva in luce la crisi sociale di un?epoca. Tanizaki esalta il richiamo forte che il Giappone sentiva verso l?Occidente nel contrasto con il desiderio di innovazione rispetto alla tradizione culturale."
> E a breve recupereremo Moravia in salsa Movi. E' ora:).
tempo al tempo...ho "solo" 2 anni e mezzo da recuperare ed un centinaio di pezzi selezionati da inserire. Pensa che non trovavo più Moravia nell'archivio. Dunque con una media di due o tre alla volta,andrò avanti per due mesi almeno,prima degli inediti. eh eh eh
Stupendo:).
Se dovesse mancarti qualcosa scrivimi, che vado a cercare tra gli html del vecio lanke.com.
Tre è la media perfetta. Tre al giorno.
Ah che emossion ritrovare tutta questa intelligenza & queste conoscenze. Grande Movi.
Anzi, no no, no no no no no, no no no no,
http://www.youtube.com/watch?v=gzyFmilkd80
there's no limit
Tre al giorno? ....Quando prenderò confidenza con gli strumenti tecnici. Ho superato il muro del silenzio con molta fatica. Ad abbatterlo sono stati altri recenti eventi. Devo confessare, tuttavia, che, già al secondo pezzo ho sentito nuovamente la scossa di un tempo. Tante cose sono cambiate, ma vorrei riportare quegli scritti perché facevano parte di un progetto, di un mio archivio personale; il dargli di nuovo vita, rispolverarli dagli archivi informatici a cui li avevo relegati, mi sta trasmettendo emozioni sopite, mai dimenticate e che mi mancavano. Vi ho letto qualche volta e tornerò a commentare. Ho visto che tanti di voi hanno tenuto vivo l'archivio asiatico e ne sono molto contenta. Un saluto agli amici Arpa, Ryoga, Leon, Lupus,Marina e tutti quelli che rincontrerò in questo luogo. Angela...beh,lei è a parte.
A proposito del link al commento n. 10...pensa se, qualche anno fa ci fosse stato youtube...sul forum del .com sarebbe stato uno spasso.
Nota: questa non può mancare al tuo archivio. Io sono in fissa. Per compensare il debito dovresti almeno impararne il testo, soprattutto il ritornello. Il volto (ma anche il brano) non è sconbosciuto in Italia. http://www.youtube.com/watch?v=4uskcXP8Y9E&feature=related
La scossa che dici è quella che abbiamo sentito tutti. C'è parecchio terreno da recuperare e ci sono tanti sogni e tante battaglie da tornare a condividere. Personalmente attendo con particolare emozione, tra le tante, la tua recensione dell'Ultimo Samurai.
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Kyoko Fukada. ahaha:)
(a proposito, parti dalle recensioni dei libri - cioè, procedi con quelle. Tecnicamente - senza immagini come sono - si direbbero più facili da ripubblicare. Meno frustranti e più immediate.)