Tacconi Matteo

C'era una volta il Muro

Autore: 
Tacconi Matteo

In coincidenza con i festeggiamenti di tutto il mondo per via del ventesimo anniversario della caduta del terribile e disumano Muro di Berlino (9 novembre 1989), pubblico, grazie alla sensibilità dell'Ufficio Stampa di Castelvecchi e Arcana, Angelo Bernacchia, un frammento di “C'era una volta il Muro” di Matteo Tacconi, giornalista (“Limes”, “Europa”) e scrittore (“Kosovo”, Castelvecchi 2008) perugino. Si tratta di un diario di viaggio nella Mitteleuropa ferita dai decenni di occupazione socialista sovietica. Nelle settimane a venire, pubblicheremo una recensione del libro. Intanto, salutiamo e festeggiamo la simbolica morte del comunismo con questo frammento.

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Berlino, settembre 2008

Berlin Alexanderplatz

Oggi il cielo del Nord è senza fine. Azzurrognolo, limpido, omogeneo. Il sole, senza il filtro delle nubi, brilla come una palla da biliardo. Accarezzata da una luce così piena, l’Alexanderplatz è più bella che mai. Le metto addosso gli occhi per qualche minuto e ricavo un’impressione di forza, esuberanza e vigore. Viavai di gente, frenesia, ritmo e trambusto, su questo grande spazio di ottantamila metri quadrati. Rapida selezione di scene: giovani skater che compiono prodigiose evoluzioni, turchi baffuti che vendono kebab barricati nei loro chioschi, uomini d’affari e pendolari che marciano spediti a testa bassa, universitari zaino in spalla che pestano duro sui pedali delle loro biciclette, quasi che debbano lanciare la volata. Berlino mi riserva un’ottima accoglienza. Berlino è viva.

Baricentro di Berlino Est durante la Guerra Fredda, dopo il crollo del Muro e la rapida agonia della Germania orientale l’Alexanderplatzè tornata a servire l’intera città, riacciuffando la vocazione di crocevia metropolitano che l’aveva nobilitata negli anni Venti e che fu immortalata dallo scrittore espressionista Alfred Döblin nel suo più importante lavoro, Berlin Alexanderplatz. Titolo decisamente indicativo. Sulla piazza troneggiano due monumenti di fattura socialista: la Weltzeituhr e il Brunnen der Völkerfreundschaft, l’orologio mondiale e la fontana dell’amicizia tra i popoli. A entrambi tolsero il velo nel 1969, ventennale della Deutschen Demokratischen Republik. La Repubblica democratica tedesca, nella traslitterazione italiana. DDR, più semplicemente, per tutti.

Poco più in là, oltre la stazione ferroviaria, svetta imperiosa con i suoi 365 metri d’altezza la Fernsehturm, la torre della televisione, coetanea di fontana e orologio, lungo obelisco che salendo di quota s’assottiglia e termina la corsa in una sfera di vetro infilzata all’estremità superiore da un’antennona a righe bianche e rosse, sulla cui punta pulsa una luce intermittente.

In questi vent’anni, intorno ai tre reperti made in DDR è cambiato molto. È cambiato tutto. La galleria Kaufhof ha preso il posto della Centrum Warenhaus, il più grande magazzino della Germania Est. Il Park Inn Hotel, 128 metri d’altezza, prima conosciuto con il nome di Stadt Berlin, ha subìto rilevanti ritocchi di chirurgia estetica e non è più il cupo torrione socialista d’una volta. Il palazzaccio del Ministero della Sanità della DDR, sulla vicina Grunerstraße, sta prendendo la forma di uno scintillante cinque stelle e anche l’Alex 6, compatto blocco da 220 metri, ex-sede del dicastero dell’Industria Elettrica, ha cambiato pelle: ora, dopo una ristrutturazione costata sessanta milioni di euro, ospita uffici, negozi e studi professionali. Non finisce qui. I cantieri e le impalcature in cui mi imbatto, in piazza e nelle vie adiacenti, indicano che sono in arrivo altre novità. Che l’Alexanderplatz, presto, sarà ancora più gagliarda.

Il mio pellegrinaggio oltre cortina inizia qui, su questa distesa di lastre di granito dove passato e presente si coniugano, si mescolano, si fondono, diventano un tutt’uno. Questa sintesi è la cifra della Berlino odierna. La Berlino nuovamente capitale, che respira con entrambi i suoi polmoni e si riscopre grande città europea. La Berlino sterminato cantiere all’aria aperta, immersa in un continuo e portentoso processo di rielaborazione degli spazi urbani. La Berlino cosmopolita, che rincorre a grandi falcate il futuro. La Berlino senza il Muro.

L’Alexanderplatz contribuì in modo determinante alla sua caduta. Qui, il 4 novembre del 1989, mezzo milione di persone s’ammassarono invocando libertà, in quella che fu la più grande manifestazione d’ogni tempo contro il regime socialista. L’ultima, per giunta. Die Mauer cadde appena cinque giorni dopo. La DDR venne assorbita dalla Germania occidentale a meno di un anno di distanza, il 3 ottobre del 1990, data ufficiale della riunificazione. L’Est, da allora, intraprese il cammino verso la casa comunitaria, coronato il primo maggio 2004, quando «vecchia» e «nuova» Europa si sono ritrovate finalmente sotto lo stesso tetto.

La saldatura tra Est e Ovest è ormai un fatto acquisito sotto il profilo geografico e istituzionale, sia sul versante tedesco, sia su quello continentale. Però le mappe geografiche e i Parlamenti non sono sufficienti, da soli, a cementare. Il portato del passato si fa ancora sentire, economicamente e culturalmente. La Germania è riunita, ma lungo l’asse Est/Ovest si annidano discrepanze, risentimenti, dicotomie. L’Europa si è allargata, eppure la frattura che corre lungo i vecchi confini della Guerra Fredda in parte resta. Il tempo levigherà le differenze, scardinerà i tabù, cicatrizzerà le ferite, armonizzerà i tenori di vita. Già lo sta facendo. Ma bisogna lasciarlo passare, il tempo.

A Berlino, tuttavia, le divaricazioni sono meno ampie. È vero che nei quartieri orientali come in quelli occidentali c’è uno zoccolo di nostalgici, gente che, si vocifera, non ha mai messo piede nell’emisfero opposto e afferma che si stava meglio all’epoca del Muro, ognuno nel suo quadrante, ognuno nel suo Stato, ognuno con il suo sistema. Ma dopotutto, rispetto al resto dell’ex-DDR e dell’ex-Germania di Bonn, a Berlino il passato influenza di meno il modo di rapportarsi ai tempi che corrono e il numero di coloro che farebbero il grande balzo all’indietro è di conseguenza inferiore.

È che Est e Ovest, a Berlino, sono due categorie sempre più sfumate. Clamoroso, per una città che è stato il più importante campo di battaglia della Guerra Fredda. Molto è dipeso dalla riconquista del rango di capitale, arrivato nel 1999, anno in cui le istituzioni, da Bonn, vennero trasferite qui. Un fatto, questo, che ha stimolato travasi di popolazione, tanti nuovi arrivi, dinamismo, creatività culturale, fermento, stimoli artistici, inventiva architettonica, scosse adrenaliniche continue.

Prima di prendere la rotta per Berlino avevo chiesto udienza a Peter Schneider, eminenza dell’intellighenzia tedesca, autore di un romanzo breve, Il saltatore del Muro, che nei primi anni Ottanta spopolò e che ancora oggi è propedeutico per comprendere che razza di dramma ha vissuto questa città. Schneider, incontrato sul bagnasciuga di Sperlonga, il suo buen retiroestivo, mi aveva stilato un decalogo sulla Germania di oggi, regalandomi dritte, spunti, chicche e aneddoti utili a capire meglio questa nazione e la sua capitale, sulla quale mi ha confermato quello che avevo già annusato durante alcune frequentazioni berlinesi. «Ormai», mi aveva spiegato, «non c’è quasi più nessuna differenza tra Berlino Est e Berlino Ovest. Almeno qui la riunificazione è stata un successo».

 
Intanto, mentre aspetto di essere recuperato da Sebastian Knöke, l’amico spilungone che mi ospiterà nel suo grazioso bilocale sulla Hufelandstraße, quartiere Prenzlauer Berg, sgranocchio un bretzel e getto un ultimo sguardo alla piazza. All’altezza della grande volta che ricopre la stazione ferroviaria, rialzata rispetto al pavimento dell’Alexendarplatz, i treni in partenza si incrociano di continuo con quelli in arrivo. Dei tram giallo fiammante arrivano e ripartono, con frequenza regolare. Continua l’incessante processione di gente. Penso alle cinquecentomila persone che si accamparono qui, il 4 novembre dell’89. È come se gli spettatori di cinque grandi stadi da calcio si fossero riversati su questo catino. Pazzesco.

Estratto da “C’era una volta il Muro. Viaggio nell’Europa ex-comunista” di Matteo Tacconi, Castelvecchi editore

BREVI NOTE

Matteo Tacconi (Perugia, 1978), giornalista e scrittore italiano.

Matteo Tacconi, “C'era una volta il Muro”, Castelvecchi, Roma 2009.

ISBN/EAN: 
9788876153396

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In coincidenza con i festeggiamenti di tutto il mondo per via del ventesimo anniversario della caduta del terribile e disumano Muro di Berlino (9 novembre 1989), pubblico, grazie alla sensibilità dell?Ufficio Stampa di Castelvecchi e Arcana, Angelo Bernacchia, un frammento di ?C?era una volta il Muro? di Matteo Tacconi, giornalista (?Limes?, ?Europa?) e scrittore (?Kosovo?, Castelvecchi 2008) perugino. Si tratta di un diario di viaggio nella Mitteleuropa ferita dai decenni di occupazione socialista sovietica. Nelle settimane a venire, pubblicheremo una recensione del libro. Intanto, salutiamo e festeggiamo la simbolica morte del comunismo con questo frammento.

http://fuoridalmuro.blogspot.com/ ecce blog di Matteo.
Presto l'articolo!