Innumerevoli sono le possibilità di vivere il proprio malessere intellettuale. Alcune storie bene o male vivono dentro ciascuno di noi. E' impossibile infatti che nascosto, magari in soffitta, nel cuore o nel cervello, non si abbia un angolo ribelle, un angolo che smania e desidera un mondo diverso, migliore. Almeno una volta, fosse anche solo per chi vi ha superato a destra alla partenza dal semaforo sulla tangenziale, vi sfiorerà l'ideale della giustizia, dell'ardore, del bello e basta. Così, questo Pereira, fine lettore di letteratura ottocentesca, in una Lisbona sotto il terrore della dittatura Salazar negli anni trenta, sostiene che è meglio vivere quieto e rassegnato, buttar giù necrologi di artisti e traduzioni sulla pagina culturale di un foglio di regime, e divampare come un bimbo al ricordo tenero e quasi commosso di un amore ormai lontano come solo la morte può allontanare. E in effetti il dottor Pereira trova ormai conforto solo parlando alla moglie defunta attraverso una fotografia custodita gelosamente: "Ciao amore mio, vorrei tanto sapere come stai".
E Pererira non può che ripondersi da solo sdoppiandosi nella figura della moglie ma non cercando il suo ricordo, bensì uno specchio in cui materializzare le sue puerili ossessioni, la sua placidità dignità, il suo estremo pudore.
Ma in letteratura non è mai detta l'ulima parola e, come diceva un acuto osservatore del calibro di Oscar Wilde, la vita imita l'arte.
Gli imprescrutabili destini del vivere infatti offrono su un piatto d'argento al nostro compassato e malaticcio dottore una insperata occasione: conosce un giovane aitante ribelle comunista, con la sua compagna, e tra timore e pudore, tra paternalismo e paura, diverrà un loro méntore ed aiuto materiale, mentre la polizia segreta é sulle loro tracce.
Pereira, è vero, specie con la moglie, sostiene che certe cose non si fanno.
Ma sostiene altresì che se non si fanno mai, non vale la pena di fare niente.
Bisogna pur vivere, qualche volta.
Certo, al dottor Pereira si possono fare tanti appunti, é sempre distratto, compiaciuto dalla sua smorta malinconia, beve solo limonata mentre ogni tanto un bel drink perlomeno darebbe un fremito al suo torpore.
La sua lenta catarsi pertanto ci avvince e ci vince, ci trasporta, là, con lui, e non conta che siamo in clima di seconda guerra mondiale in un paese con regime totalitario, non conta più nulla, conta il profumo di umano desiderio e passione che si respira. E' un odore inebriante. senza retorica, senza politica, senza inutili orpelli: il disegno è bello così com'é, c'é tempo per morire, dice Pereira, io voglio vivere.
E Pereira così mi abbandona, con calma e dignità, le sue amene riflessioni sull'esistenza dell'anima e sulla putrescenza della carne, domande senza risposta.
La galleria di personaggi di contorno è semplicemente deliziosa e funzionale, quasi troppo perfetta, sembra un dettato sul come si costruisce una storia attorno al personaggio principale, dalla portiera impicciona e delatrice di casa Pereira, al medico che dovrebbe curare i problemi cardiaci di Pererira ma che invece ne solletica gli istinti passionali e ribelli, un approfodnimento e una variazione sul tema del dottore che isi muove fra le pagine di Nessuno scrive al colonnello di Marquez.
Lo stile ricorda spassionatamente scrittori latino americani o portoghesi , e qui l'autore paga dazio alle sue letture, ma il ritmo è scorrevole, la prosa fluida, la durata ideale.
Si tratta di un piccolo romanzo semplicemente maestoso, lineare quanto intenso, l'ideale per riassaporare il gusto di quella narrativa che comunque ti lascia il segno pur senza ferirti. Sempre che ciascuno abbia voglia di riandare a rispolverare nella soffitta del cervello quel piccolo angolo di ribelle che in realtà vive più o meno in esilio nelle inesorabili e continue vite borghesi.
Impersonato da un Mastroianni esemplare in un successivo film che nulla toglie e nulla aggiunge al libro, caso più unico che raro, questa è una lettura appassionante pur nei ritmi lenti, educatrice seppur né retorica né dall'incidere isterico, una celebrazione colta e raffinata della dignità delle voglie umane, un inno alla libertà di pensiero nel rispetto di regole che non devono essere imposte, ma condivise, certi che qualunque atteggiamento o gesto letterario può parimenti esser o solo esteticamente goduto oppure invece issato a vessillo, a segno, a destino.
La maestria sta nella lineare costruzione che itera e si avvolge nel suo castello dorato, orpellato dai continui incipit con "Sostiene Pererira". Eppure questa ciclicità narrativa non precipita in un pozzo senza fondo, quasi eculubrando sul come e sul quando senza mai agire ed agirsi, ma si spiega improvvisamente, senza nessuna accelerazione, verso un maestoso finale, epico e minimalista nel contempo, che svolge funzione catartica e inebriante.
Viene lecito domandarsi quele estro archetipico abbia fatto sì che Tabucchi sia riuscito a impersonificare in quest' uomo invecchiato, in questo amebico e rassegnato letterato d'altri tempi la forza e la dignità dello scrivere, nell'assegnare alla parola scritta quella forza e capacità di cambiare la sorte, i destini e i pensieri e degli esseri umani.
Lo scrittore italiano infatti, professore di lettaratura portoghese, nell'arco di una produzione pluridecennale, aveva sempre messo in mostra notevoli qualità letterarie quasi sempre in racconti brevi, una versione contemporanea del saggio e vecchio professore cultore delle belle arti, ma in realtà dotatissimo e finissimo acuto interprete di alcuni mali generazionali ma anche eterni delle strutture della società e delle architetture mentali dell'uomo, arriva a condensareo il tutto in questa confessione né amara né dolce del Dottor Pereira, amabile quasi vecchio che torna giovane e riesce persino a dare prurito alla voglia di sognare.
Semmai, se capita, glielo chiederemo, facendo i complimenti per un testo editato nel 1994 con la Feltrinelli in un tempo cioé ricolmo di miscele deliranti di stili, in pieno clamore di giallo e pulp, nella invitante orgia di echi e rimandi coniati e costruiti per altri media quali la televisione. Messaggio vibrante dunque, quanto malinconico, poetico quanto desueto, ai tempi d'oggi, dove le parole sono bit, dove la comunicazione é immediata, dove non conta il messaggio ma il contesto. Un nobile tentativo di riaffermare quello di più nobile che c'è nell'animo umano: la forza, la speranza, il desiderio, l'anelito ad essere vivo. Parafrasando versi di un Montale indimenticabile, Pereira sostiene che "solo questo oggi vogliamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". Ma sì, vada stavolta per una limonata, dottore.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, Portogallo, 2012), romanziere e traduttore italiano. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sul Surrealismo in Portogallo, ha insegnato Lingua e Letteratura Portoghese nelle Università di Bologna (1970-1973), Genova e Siena.
Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi - Economica Feltrinelli, 2003. pp. 216. € 7.50
TABUCCHI in LANKELOT:
Paolo Pappatà
Commenti
"La sua lenta catarsi pertanto ci avvince e ci vince, ci trasporta, là, con lui, e non conta che siamo in clima di seconda guerra mondiale in un paese con regime totalitario, non conta più nulla, conta il profumo di umano desiderio e passione che si respira. E? un odore inebriante. senza retorica, senza politica, senza inutili orpelli: il disegno è bello così com?é, c?é tempo per morire, dice Pereira, io voglio vivere.
E Pereira così mi abbandona, con calma e dignità, le sue amene riflessioni sull?esistenza dell?anima e sulla putrescenza della carne, domande senza risposta".
L'idea del tempo che si consuma e che inevitabilmente richiama la sensazione delle cose che moriranno, risulta magicamente un sollievo. È un po' come vivere dentro quel corpo giovane, delle sue stesse sensazioni e rubargli un po' di vitalità senza sottrarre nulla a lui.
Grande Tabucchi e bravissimo Paolo. Grazie
Raffaella
"solo questo oggi vogliamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo".
> dimmi del film con Mastroianni. http://it.wikipedia.org/wiki/Marcello_Mastroianni
ti dico: Mastroianni (il film con) insieme (per esempio) a Buzzati-Zurlini ne il Deserto dei tartari rappresentano (per me) memorabili trasposizioni anzi traduzioni. Di testi non facili e nemmeno "filmici". Al solito m'allungo...mi ritraggo. Ti dico: veditelo. Ne parlo?
La versione del Deserto di Zurlini mi manca, ma quella di Faenza di Pereira è in memoria. Ma volevo saperne cosa ne pensavi, dopo averti letto qui sul tema. Mi sembrava fosse nelle tue corde. Quindi, vedi tu;)
lodi all'articolo.
ma il libro non m'è piaciuto molto. letto da dieci giorni (una mancanza da colmare). il gran dire , mi ha sorpreso o forse no.
dico sinceramente:
l'ho trovato un libello furbo (dose di politica che piaccia a certi, anche parole di troppo: di pessima qualità l'affondo su d'annunzio, reso male da un punto di vista letterario e anche narrativo).
scorre che è un piacere, questo si; non ha la forza di una chiusa intensa, il gesto non l'ho trovato né liberatorio né adeguato al profilo di pereira. ma poi sconfiniamo nelle riscritture.
mi ha infastidito ciò che tu Paolo hai notato egregiamente: il dazio delle letture... esattamente: il dazio. e ci si sente in una dogana, a metà tra portogallo e italia, non si capisce il tabucchi dove sia.
poi il solito medico mezzo francese (liberté egalité ..) che salva e redime. La femme fatale che non ha avuto il coraggio di delineare.
credo poi ci sia un errore: quando fa telefonare al tipografo dal medico, c'è un passaggio logico oscuro, i conti non quadrano.
non spontaneo, insomma, non esaltante, piacevole e mai noioso
[sostiene pereira] qui ne
[sostiene pereira] qui ne scrive Jeff: http://nonserve.blogspot.it/2012_03_01_archive.html#313911145237583743