“I volatili del Beato Angelico” è una raccolta ibrida: composta da prose gotiche, o di gusto paradossale e borgesiano, o liriche e sentimentali: è un’opera assai prossima a un rinnovamento del culto romantico per la frammentarietà, facile quindi ad apparire un erudito e ben calibrato artificio, a dispetto dell’esibita “poetica della dispersività”.
Nella nota introduttiva, Tabucchi definisce questi scritti figli delle claudicanti muse dell’ipocondria, dell’insonnia, dell’insofferenza e dello struggimento: asserisce siano prose “eccentriche a se stesse”, “profughe all’idea che le pensò”: ancora, “rumore di fondo fatto scrittura”. Il lettore si domanda se stia per esaminare, a questo punto, materiale trafugato da un impavido redattore o se l’autore voglia suggerire d’aver pubblicato qualche frammento scritto con la mano sinistra. Nel dubbio che sempre accompagna non solo la lettura e l’interpretazione delle opere letterarie, ma l’esistenza tutta, non m’avventuro e non m’addentro: limitandomi a dire che questa prefazione è – con ogni probabilità – opera d’un cretese.
Al di là dell’occupatio autoriale, il buon lettore ha individuato un testo assolutamente eccellente nel libretto – che, da solo, pretende e impone l’acquisto immediato dell’opera. Alludo a “Passato Composto – Tre Lettere”. Sono lettere amarissime, disperate e intense: figlie della riflessione sull’ideale, sulla visionarietà, sul senso dell’esistenza, sulla natura dell’amore, e dell’eternità.
La prima lettera è spedita al pittore Goya dall’ultimo re portoghese della dinastia Aviz, Don Sebastiano (1554-1578), salito al trono ancora bambino (ci illumina, in merito, un’ottima nota), educato in ambiente intriso di misticismo e convinto d’esser nato per incarnare una volontà superiore, e un’elezione a straordinarie imprese. S’imbarcò in una Crociata, capeggiando mercenari e pezzenti, e fu annientato dai Mori: la corona di Spagna s’annesse il regno lusitano.
Nella lettera, il re domanda all’artista di dipingere una tela: e “in mezzo al quadro e bene in alto, fra nuvole e cielo, farete un vascello. Esso non sarà un vascello ritratto secondo il vero, ma qualcosa come un sogno, un’apparizione o una chimera. Perché sarà insieme tutti i vascelli che portarono la mia gente per mari ignoti verso lontane coste e negli abissi infiniti degli oceani; e insieme sarà tutti i sogni che la mia gente sognò affacciata alle scogliere del mio paese proteso sull’acqua; e i mostri che essa creò nell’immaginazione, e le favole, i pesci, gli uccelli abbaglianti, i lutti e i miraggi. E insieme sarà anche i miei sogni che ereditai dai miei avi, e la mia silenziosa follia. Alla polena di questo vascello, che avrà figura umana, darete sembianze che paiano vive e che ricordino lontanamente il mio volto. Su di esse potrà aleggiare un sorriso, ma che sia incerto o vagamente ineffabile, come la nostalgia irrimediabile e sottile di chi sa che tutto è vano e che i venti che gonfiano le vele dei sogni non sono altro che aria, aria, aria” (pp. 29-30).
Splendido. Ma non basta: la seconda lettera, spedita dalla cartomante di Napoleone, Mademoiselle Lenormand, alla rivoluzionaria Dolores Ibarruri, incontriamo un’altra memorabile riflessione a proposito del crollo degli ideali (p. 34), e a proposito della rabbia che innesca le rivoluzioni dei poveri (p. 31).
La sensibilità dell’artista toscano nei confronti della sconfitta dell’utopia, e della disperazione che non smette d’accompagnare chi ha avuto fede in un sogno, e s’è trovato ad argomentare sul niente (o, sic et simpliciter, a dover ammettere che la meta è questo atroce niente), segna i passi più ispirati e toccanti dell’opera. Torniamo a questo suo “Passato composto”: la terza e ultima lettera è scritta da Calipso ad Odisseo, appena partito (“è trascorso un battere di palpebre”, p. 35): il testo ospita sublimi riflessioni sull’eternità, e sulla mortalità: Calipso invidia e desidera la vecchiezza del suo perduto amore, e da lui si congeda con queste parole: “E invece resto qui, a fissare il mare che si distende e si ritira, a sentirmi la sua immagine, a soffrire questa stanchezza di essere che mi strugge e che non sarà mai appagata – e il vacuo terrore dell’eterno” (p. 36).
Ribadito lo splendore di questa parte del libro, davvero destinata a sfidare la tendenza all’oblio della bellezza e dell’intelligenza cara alla nostra specie, ai cultori dell’opera di Tabucchi possiamo segnalare ottime pagine dedicate, ancora una volta, alla Musa Lisbona (il tetro e malinconico “Ultimo invito”, che chiude la raccolta), il delizioso scambio epistolare intitolato “La frase che segue è falsa. La frase che precede è vera”, che sembra tanto una dichiarazione di poetica e di visione dell’arte e della letteratura, a dispetto delle prime impressioni e delle primitive suggestioni (e cioè che si tratti di frammento puramente satirico), la borgesiana “Storia d’una storia che non c’è”.
Il racconto eponimo è grazioso e irriverente: Guidolino, già Fra’ Giovanni da Fiesole, lavora nell’orto del chiostro; cadono dal cielo, per irregolari intervalli, creature che s’esprimono in un linguaggio che lui solo comprende, e sa decifrare. Sono umanoidi buffi e alati, che non sanno camminare e nemmeno arrancare; soltanto, precipitano nella sua immaginazione (esse rerum est percipi), arrivando a volo raso, di sbieco; salvo poi incastrarsi tra le fronde degli alberi, e finire ingabbiati – ma assieme. Fra’ Giovanni mostra loro la terra e spiega loro cosa sia: li guarda, mentre “(…) si scambiavano colpetti di zampe, affettuose occhiate e tocchi di penne, parlando nel loro modo alare e anche ridendo per la gioia di essersi ritrovati” (p. 23).
E queste stravaganti creature – questi pensieri che si giurava dovessero restare isolati nell’allucinazione, o nella più divertita immaginazione – finiscono a essere protagonisti dei suoi affreschi. Come quelle immagini che lo scrittore ruba ai sogni, sprigionandole per gioco e per necessità nei suoi racconti; ogni alterazione della realtà, e delle proprie percezioni, è già l’origine d’una storia: domandò forse Percefal al Re Pescatore…
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, Portogallo, 2012), romanziere e traduttore italiano. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sul Surrealismo in Portogallo, ha insegnato Lingua e Letteratura Portoghese nelle Università di Bologna (1970-1973), Genova e Siena. Esordì come narratore pubblicando “Piazza d’Italia” nel 1975.
Antonio Tabucchi, “I volatili del Beato Angelico”, Editori Riuniti, Roma 1997.
Prima edizione: Palermo, 1987.
Approfondimento in rete: Italia Libri / Antenati.
Gianfranco Franchi, Lankelot. Novembre 2004.
TABUCCHI in LANKELOT:
Commenti
Nota per lo staff: 396.
E oggi si celebra il Tabucchi & Troisio Day.
(angela, integra!)
Tabucchi è un nome da recuperare per me - personalmente - soprattutto dopo aver letto Saramago. Il mondo portoghese mi affascina (mi sovviene che ho parenti lontani a Lisbona, ma non ci sono mai stata) e leggerlo attraverso gli occhi di un italiano potrebbe aiutarmi a capirlo meglio.
Adesso vado a leggermi anche le altre tue pagine...!
Done
"erudito e ben calibrato artificio". Per quanto mi riguarda Tabucchi è un maestoso artigiano della fantasia, capace di prove sublimi come di costruzioni narrative non solo ben congeniate ma che lasciano il lettore sazio e piacevolmente satollo (Sostiene Pereira, Piazza D'italia). Ovvio che anche questa pagina è uno stimolo per sviscerare la quetione su qualche altro romanzo. Ave Gianfra'
Quoto Baol su Sostiene Pereira e Piazza d'Italia, Ilde. Si deve partire assolutamente da là (e Angela è d'accordo;) ).
Ave Paolo. Ottimo.
p.s. Ilde! Parenti a Lisbona. Che aspetti a riannodare i contatti?
(Brusati su Sostiene Pereira? Quando arriva?)
Lo sto preparando, Franchi
Raffaella
Attendo con l'entusiasmo del neofita, Professoressa.
Grazie sempre.
la recente rilettura mi conferma che trattasi di artificio di stampo prettamente borgesiano, ma alcune pagine sono splendide. Puro culto del bello."Passato Composto ? Tre Lettere" è una bellssima idea scritta magistralmente, uno dei più bei "racconti" italiani mai letti.
(e quindi ci aspettiamo pagine su Tabucchi a firma PP: baolo nostro. Quando vuoi...;) )
dico che l'ultimo anno l'ho dedicato a Veronesi e Pontiggia, fondamentalmente. E' stato un bell'incontro, o una bella rilettura se volete. Questo è l'inizio dell'anno di Tabucchi (vedo che ne mancano alcuni, magari se ho tempo intervengo)
Magari. Ribadisco, magari:)