Svevo Italo

Una vita

Autore: 
Svevo Italo

Da oltre un secolo Svevo rivela, ai lettori e ai letterati, una figura esistenziale carica di significati, di dolorosa coscienza dei contrasti che la animano, di lancinante e splendida inadeguatezza all’esistenza: quella del modernissimo, grottesco, credibile intellettuale inadatto alla vita, l’inetto.
L’argilla che l’ha plasmato non s’è disfatta. La società postindustriale ha soltanto acuito ed esasperato le ragioni della sua esistenza, e della sua inadempienza alla vita. Alfonso Nitti potrebbe essere il mio vicino di casa o il mio collega. Alfonso Nitti potrei essere io. È un mio simile, lo riconosco e ne prevedo il comportamento, riesco a simularlo con discreta esattezza.  

Alfonso Nitti lavora in banca e non sente di essere opportunamente impiegato, né adeguatamente retribuito. Ma non si ribella. Si sente distante da tutti per via di non riconosciuti né espressi talenti intellettuali e letterari; e ama sin quando non possiede, quindi fugge, vigliacco, pretendendo l’abbandono. Alfonso è irrequieto, malinconico, sognatore scostante: vive vagheggiando scritture di libri mai davvero intraprese, studiando per migliorarsi, o forse per meglio distaccarsi dalla realtà. 

Il primo romanzo di Italo Svevo, “Una vita”, venne ideato e scritto tra 1887 e 1892; venne pubblicato – a spese dell’autore – nel 1892, indicando come anno di stampa il 1893. Il titolo originario era “Un inetto”. Il nuovo titolo venne suggerito dal prestigioso editore Treves di Milano, che aveva comunque rifiutato il manoscritto. Aron Hector si firmava Italo: aveva due vite, in una era un impiegato, nell’altra scriveva – interpretando e precorrendo i tempi – e studiava. Avrebbe affrontato con dignità clamorosi insuccessi letterari sino alla maturità, accidentalmente coincidente con una morte prematura. Nel frattempo non viveva male: aveva una posizione, considerazione sociale e stabilità economica, per via d’un indovinato matrimonio.

Alfonso Nitti, questo suo primo personaggio, non può conoscere nemmeno sommaria profondità psicanalitica; Svevo ne fu forse primo e precoce studioso tra i letterati, non solo triestini (merito di Weiss, è chiaro) ma “L’interpretazione dei sogni” era di là da venire, nel 1892. Alfonso viene invece presentato e letto con acuta profondità psicologica, con una abissale profondità psicologica: capace di leggere le sue intenzioni profonde, di smascherare le sue contraddizioni, le sue menzogne a se stesso, la sua – ripeto la parola chiave – inadempienza alla realtà. L’azione esiste, tendenzialmente, quando costituisce fuga dalla responsabilità, o assunzione di responsabilità minori e non fondamentali. Esiste come incomprensibile e annullante generosità.
L’inazione, l’ozio, è padre di superbi e indecifrabili voli pindarici; di quella che Lombroso avrebbe definito, nel suo “L’uomo di genio”, monomania intellettuale, un tempo tra le cause d’interdizione e di internamento, o di superbe creazioni artistiche.

Alfonso è un grigio impiegato che soffre “Stanchezza? Somigliava meglio a nausea. Lentamente il suo lavoro di giorno in giorno aumentava, ma in qualità di poco o nulla mutava. In un’intiera giornata egli aveva da costruire uno o due periodi; aveva invece da copiare innumerevoli cifre, ripetere innumerevoli volte la stessa frase. Verso sera la mano, l’unica parte del suo corpo veramente stanca, si fermava, l’attenzione non stimolata si distraeva e qualche volta doveva gettare la penna e lasciare il lavoro, per una nausea da persona che ha preso di troppo di un solo cibo. Non era mai a giorno con i suoi lavori e al suo malessere si aggiungeva l’inquietudine” (p. 60) – e questa descrizione è così felice, indovinata e vera che mi viene da sorridere, perché la vita d’ufficio diventa così, ondata d’ore passate a ripetere e inserire senza creare e senza immaginare nulla: da freddi esecutori, presenti sin quando c’è bisogno (cfr., nel romanzo, dramma d’un lavoro domenicale e relative pretese del direttore dell’azienda: conseguenze sul dipendente incluse), presenti con la carcassa e mentalmente assenti, mani doloranti a forza di pestare tasti.

Alfonso è remissivo, in questa banca Maller. Viene da un villaggio e non capisce la città – e in questa incomprensione c’è un pizzico di senso di superiorità, intellettuale e morale (e proprio sulla Morale vorrebbe scrivere un libro di Filosofia). Mentre i suoi colleghi s’affannano a scalare posizioni in azienda e a conquistare credito e approvazione sociale, lui fa grandi pensieri e s’illude d’essere quello che non è, magari perché dà ripetizioni di italiano alla figlia dei padroni di casa (che vorrebbero essere, nelle ruffiane intenzioni materne, altro genere di lezioni) o perché riesce a parlare di libri.
S’innamora, forse inevitabilmente emulando l’ambiente, della figlia del direttore; si ritrova parte e protagonista d’un intrigo femminino d’una governante, riesce ad avere la sua Annetta, con cui scriveva misteriosi romanzi a quattro mani, e nulla lingua letteraria. Annetta prende tempo per parlarne al padre, dice va al paese per qualche tempo, la governante cerca di fermarlo, spiega che se così sarà perderà la sua amata, ma Alfonso vuole andarsene e vuole perderla, magari sua madre sta male e ha bisogno di lui, al paese.
Sua madre infatti sta morendo. Lui va, assiste, s’ammala, sistema tutto, torna. Troppo tardi, Annetta è passata alla concorrenza e suo padre non avrebbe accettato, in ogni caso, quel loro amore.

Cosa rimane? Sognare sorte diversa, scrivere forse? E cosa, e per quali lettori? Avanzare di grado nell’azienda del padre d’una donna ormai perduta, con una posizione compromessa? Accettare l’epilogo e restare seduti alla scrivania, col mal di mani e la nausea per non ammettere che è tutto lì, nella società odierna, in quelle otto, dieci ore che bruci per essere “un po’ più ricco, ma schiavo” e non povero ma libero? Niente affatto. Rimane da salvare l’onore con Annetta, tentare un incontro chiarificatore, ritrovarsi al cospetto del fratello di lei e sfidato a duello. Infine, suicidarsi perché duellare non si vuole e non si sa, perché quel duello sarebbe un’azione. Puskin non sarebbe d’accordo, ma era pur sempre un letterato con ruolo, posizione, entrate, zar adorante e relativa gloria coeva, vi direbbe Alfonso; facile essere coraggioso quando la tua identità è il tuo ruolo.

Alfonso non si riconosce nel suo ruolo; non si riconosce nel suo lavoro; non si riconosce nel suo tessuto sociale; non si riconosce nella città; riconosce solo i suoi pensieri, il suo inespresso genio, i suoi romanzi mai scritti e mai pubblicati, e la loro inevitabile spettrale popolarità. Alfonso non c’è più da un pezzo, forse non c’è stato mai, ha aspettato soltanto d’intravedere una via d’uscita; l’ha presa subito, quella strada, perché mica è alienato come i suoi colleghi.

Lo stile di Svevo, nella sua opera prima, è asciutto e essenziale; la lingua è scabra e semplice, l’architettura dell’opera ben calibrata. Ma questa è una storia, è un romanzo che non vuole dare troppa enfasi allo stile, si concentra sul suo protagonista, sulle sue miserie e sulla sua inadeguatezza. Del resto, Svevo non scriveva con naturalezza in italiano, Trieste era austriaca, come sempre. Altro era il dialetto. Scissione su scissione: una la lingua del lavoro, altra la lingua letteraria; una la professione, altra la missione. E così, arrancando, chiudiamo l'Ottocento letterario con l’annuncio del Novecento letterario e di quel che ancora non s’è concluso, ossia l’irresistibile impressione che questa scissione tra reale e ideale, tra desideri e certezze, tra sogni e cruda quotidianità, tra pensiero-immaginazione-ambizione e relative espressioni siano destinati a fare ancora male a legioni di Alfonso Nitti.
Scrittori e intellettuali d’un tempo ideale per contabili, impiegati, grigi esecutori di mandati. Oggi, finalmente, si tratta di mandati “a progetto”, con scadenza precisa e puntuale, e stupende fasi di disoccupazione a rinverdire fantasia e sogni di gloria. Così si può leggere, pensare, scrivere e sognare: d’essere altro. Amare questa vita, non solo una donna, è sempre più difficile.
Non se ne esce con tanta facilità, Alfonso è fatto di carta e può mentire.
Aron Hector è rimasto seduto alla scrivania. Intanto, creava. Un po’ di nascosto. Prendete nota.

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Aron Hector Schmitz, alias Italo Svevo (Triest, 1861 – Motta di Livenza, 1928), scrittore italiano. Ha esordito pubblicando i racconti “La lotta” (1888) e “L’assassinio di via Belpoggio” (1890) sul quotidiano triestino “L’indipendente”.

Italo Svevo, “Una vita”, Biblioteca del Piccolo, Trieste 2003.

Prima edizione: “Una vita”, 1892.   

Approfondimento in rete: Wikipedia / Italica Rai / Antenati / Liceo Berchet / Italia Libri.

SVEVO IN LANKELOT:

Svevo Italo - La coscienza di Zeno di angelamigliore
Svevo Italo - Una vita di franchi

 

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Luglio 2007

ISBN/EAN: 
9788811363545

Commenti

Ecco l'opera prima di Svevo, quanto mai necessaria.

"Da oltre un secolo Svevo rivela, ai lettori e ai letterati, una figura esistenziale carica di significati, di dolorosa coscienza dei contrasti che la animano, di lancinante e splendida inadeguatezza all?esistenza: quella del modernissimo, grottesco, credibile intellettuale inadatto alla vita, l?inetto.
L?argilla che l?ha plasmato non s?è disfatta. La società postindustriale ha soltanto acuito ed esasperato le ragioni della sua esistenza, e della sua inadempienza alla vita".

L'incipit è un capolavoro.

"facile essere coraggioso quando la tua identità è il tuo ruolo".

Leggo e mi viene da pensare: quanto radicato può essere il concetto di identità, se legato ad un ruolo la cui efficacia dipende in maniera vincolante dal riconoscimento altrui?

"L?azione esiste, tendenzialmente, quando costituisce fuga dalla responsabilità, o assunzione di responsabilità minori e non fondamentali. Esiste come incomprensibile e annullante generosità".

"Amare questa vita, non solo una donna, è sempre più difficile".

Gia...
Campionerei tutta la recensione, bellissima davvero. Non solo perchè Svevo è Svevo e come pochi ha saputo mettere a nudo le contraddizioni dell'uomo moderno. Ma soprattutto perchè scrivendo riesci ad aderire perfettamente al testo e rendere al meglio quella dolorosa lacerazione tra realtà e ideale, pensiero e azione che ci fa inetti alla vita.

Ti ringrazio, cara Angela. Tornare sul primo Svevo è stata esperienza estetica d'una bellezza inquietante. Ne conservavo ricordi generici, liceali e universitari, quasi significanti che si trattava d'un lavoro prodromico de "La coscienza" e poco altro.
Ho scoperto invece, tornandoci su con umiltà, che è libro d'una attualità, d'una modernità e d'una lucidità sconcertanti.
Le ragioni sono quelle che hai evidenziato nei commenti.
La questione identità-ruolo mi sembra nucleare: perché altrimenti figlia scissioni, e in questo Svevo è maestro in ogni senso, e nel romanzo e - stavolta la biografia serve eccome - nella quotidianità; e non solo per l'annosa questione triestina, come è evidente.

Io credo che la questione dell'identità sia ancora oggi esplosiva, e destinata a implodere se ulteriormente trascurata. Vale sia su un macrolivello, quello dei popoli costretti a un giogo di maxi-Stati dalla burocrazia invadente e dal rigido regime fiscale, sia sul microlivello dell'individualità svincolata da una libertà autentica, perché solo libertà nominale viviamo negli anni della corruzione legalizzata, della morte della patria e del ritorno delle oligarchie al potere, con tutti gli annessi e connessi del caso (clientelismi, nepotismi; privilegi e diritti e nullo dovere da parte loro; etc.).
L'identità oggi va rivendicata e salvaguardata prima di tutto per difendere la psiche di ognuno di noi; in seconda battuta in opposizione a molto, a troppo forse. La nostra identità si forgia sempre più per conflitti, per antitesi e contrapposizioni.
Il caso specifico dei letterati è quello, io credo, più drammatico e meno indagato in assoluto. Non abbiamo più senso né ruolo né riconoscimento diverso dall'integrazione in meccanismi industriali. Non più politici, né intellettuali in genere.

"Ma soprattutto perchè scrivendo riesci ad aderire perfettamente al testo e rendere al meglio quella dolorosa lacerazione tra realtà e ideale, pensiero e azione che ci fa inetti alla vita."

> Ti ringrazio davvero.
Al termine della lettura e della scrittura, mi sono domandato cosa sarebbe stato di questi pensieri se non fosse esistito il web, e lankelot. Sarebbero magari usciti in quelle ridicole riviste da 300, 500 copie, destinate a titillare l'ego dei 30 scriventi e a invitare i 200 leggenti a diventare come loro. In altre parole, non sarebbero serviti a nulla. Se riusciremo a conquistare rispetto e possibilità di sopravvivenza, nel tempo nuovo, sarà per via del web. Finalmente è apparso un canale nuovo di comunicazione, critica, comprensione; è la prima vera rivoluzione dopo la Stampa, la stiamo cavalcando.

Tutto questo per dire che sì, orgogliosamente e dolorosamente inetti alla vita, ma non ancora vinti come vinti non erano i personaggi di Svevo, a ben guardare. No, non ancora vinti. Magari un po' vigliacchi, mi ci metto per primo. Ma sconfitti no.

(e questa forse è la prima lezione di Svevo. Nominare il male serve a controllarlo, e a edificarci su coscienza, e a farne parte della vita ma non parte predominante, o condizionante, o intossicante; è un pezzo di noi con cui dobbiamo conciliarci)

Leggo e annuisco. In occasioni come questa capisco e apprezzo ancora di più l'importanza dei commenti in calce alle recensioni.
Grandissima opportunità di confronto ulteriore e occasione di approfondimento.
Grazie per lo scambio.
Il web è il presente e il futuro. Speriamo non ne snaturino valori e potenzialità.

Speriamo. Alle brutte, diventeremo leggibili solo per chi è iscritto al sito. Una sorta di club. Mi sembra l'ipotesi più plausibile in caso di giro di vite:)

"Cosa rimane? Sognare sorte diversa, scrivere forse? E cosa, e per quali lettori?"

Eh...

"E così, arrancando, chiudiamo l?Ottocento letterario con l?annuncio del Novecento letterario e di quel che ancora non s?è concluso, ossia l?irresistibile impressione che questa scissione tra reale e ideale, tra desideri e certezze, tra sogni e cruda quotidianità, tra pensiero-immaginazione-ambizione e relative espressioni siano destinati a fare ancora male a legioni di Alfonso Nitti".

Colpiti e affondati. ;)

Sembra che stai percorrendo una nuova educazione sentimentale.

:). Prossimo passo l'ultimo libro di Stuparich, poi quel famoso libro su Otto d'Asburgo, quindi meditazione e conclusione del periodo:).

Ricorda sempre che aspettiamo il tuo recupero-Stuparich, ancora assente sul .eu (assieme a Cergoly).

Ho letto questo Svevo due volte, uno in piena adolescenza e poi in pienod lirio letterario nl periodo università. Non mi tacciare di essere eretico, eppure mi piacque di più "Una vita" de "la coscienza di Zeno", anche s eallora non potevo rispecchiarmi per certi versi e din certi frangenti ed autocommiserazioni, nel Nitti

"Scrittori e intellettuali d?un tempo ideale per contabili, impiegati, grigi esecutori di mandati. Oggi, finalmente, si tratta di mandati ?a progetto?, con scadenza precisa e puntuale, e stupende fasi di disoccupazione a rinverdire fantasia e sogni di gloria. Così si può leggere, pensare, scrivere e sognare: d?essere altro. Amare questa vita, non solo una donna, è sempre più difficile.
Non se ne esce con tanta facilità, Alfonso è fatto di carta e può mentire"

la lettura che ne fai, al di là di tutto è lucida e saggiamente equilibrata, perfettamente nelle corde dei brandeli di impressioni che ancora io ne conservo a proposito.
Probabilmente uno ( fra mille) dei romanzi che devo rileggere, per vedere che effeto fa ora. orse sono troppo perso nel divorare contemporanei, e nel tracciare qualche apprezzamento o bocciatura che magari meriterebbe qualche approfondimento. Però torno a scrivere qui, è l'ora.

Va bene, aspettiamo sempre:).
E grazie per passaggio impressioni commenti, sempre piacevoli e personali.

15. Dico Fra', te rendi conto che ho fatto 150 refusi in venti righe di commento? mica posso postare una recensione in queste condizioni...manca un mese, ame :). Daje che mo arriva Veronesi, e Vassalli non la pubblico perché la tua era perfetta e qui non si fanno cloni. Un abbraccio.

Ma dai, la mia era un'analisi universitaria, avevo 24 anni, ero giovane e folle. Puoi sicuramente fare di meglio, e andare di lusso come sempre. Forza e onore:)

il fatto è che io sono giovane e folle. E tutto sommato, mi sento 24 anni. :)

eh. Va bene, capito. M'arrendo (per ora).

(ave Ian!
Hai ragione, è un articolo molto saggio:).
Stasera ne parliamo dal vivo.)

ROMA - Embolia polmonare o arresto cardiaco. Queste le ipotesi più probabili per la morte di Italo Svevo. A ottantanni di distanza sono stati riesaminati il referto, che indicava come causa del decesso "uremia e insufficienza cardiaca", e la cartella clinica del ricovero.

Lo scrittore triestino era in ospedale, vittima di un incidente stradale, con frattura al femore e, "malgrado le cure, le condizioni del paziente andavano aggravandosi. La dispnea si fece sempre più accentuata, il polso man mano si faceva meno percettibile e verso le ore 14,30 del giorno 13 spirò" riporta il referto. I clinici dell'Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione di Motta di Livenza in provincia di Treviso, luogo del sinistro, hanno presentato i loro referti in un convegno organizzato dal Comune.

La causa più accreditata è l'embolia polmonare conseguente alla frattura del femore che in un soggetto ad alto rischio (cardiopatico, forte fumatore) sarebbe stata fatale; oppure arresto cardiaco. Gli specialisti concordano sul fatto che oggi lo scrittore sarebbe sopravissuto grazie agli esami e alle terapie che si utilizzano in casi simili.

Ecco...