«“Ritorneranno? Li ho sognati tutti, a occhi aperti, intorno a me, nella casa silenziosa, in questa mia camera: tanta luce veniva ancora dalla finestra”. La voce di Carolina aveva un quieto, dolce tono sognante, così raro in lei. Angela che era stata sempre lei a rassicurare con la propria fede sua madre, ora che sentiva, forse per la prima volta in quegli anni di guerra, sua madre abbandonarsi tutta alla speranza, provò un'angosciosa inquietudine. “Se uno dei tre, se più d'uno non dovesse ritornare?” “Sì, mamma, ritorneranno. E sarà nella realtà. Entreranno insieme, io li accompagnerò da te. Tu li attenderai in questo tuo angolo. E anche papà sarà intanto ritornato. Rifaremo la nostra vita; ci metteremo tutti intorno alla tavola come una volta...”. Carolina sospirò, abbandonando la testa sulla spalla della figlia» (Stuparich, “Ritorneranno”, p. 367).
Il dramma di Trieste e di una famiglia triestina negli anni magnifici e atroci della Prima Guerra Mondiale: il senso e i significati del sacrificio di una generazione, e la rappresentazione dell'angoscia, dell'entusiasmo e del dolore assurdo di chi ha partecipato all'impresa; questi sono gli argomenti fondamentali del romanzo di Giani Stuparich “Ritorneranno”, originariamente pubblicato da Garzanti nel 1942, considerato da buona parte della critica come un libro “risorgimentale” più che novecentesco. Le ragioni sono facili da capire: il Risorgimento triestino è avvenuto nel 1915-1918, con un cinquantennio abbondante di differita rispetto al resto d'Italia; per i contemporanei, è innaturale associare lo spirito del Risorgimento a quello della Grande Guerra, perché hanno dimenticato per quale ragione si stesse combattendo, offuscati e confusi da una propaganda ultrasocialista, incredibilmente fortunata e velenosa che ha sporcato la memoria dei sacrifici dei nostri compatrioti. Come se non bastasse, è opportuno ricordare che quel Risorgimento giuliano è stato fracassato e disintegrato dalle mutilazioni territoriali successive al 1945 e al 1954. Più onesto e giusto, dunque, sarebbe ascrivere a Stuparich il talento, il merito e l'intelligenza di aver ideato il romanzo che racconta a tutti gli italiani perché si sia combattuto nella Prima Guerra Mondiale, quanto grande sia stato il costo della guerra, ma quanto importante sia stato combatterla, pur di restituire libertà e patria ai nostri fratelli giuliani – nel mio caso, ai miei nonni giuliani. Senza quella guerra scriverei in dialetto, e non in lingua italiana. E forse mi ritroverei sotto regime d'una neo-nazione slava, adesso, costretto a difendere la mia identità culturale e la mia storia dalle menzogne della propaganda straniera. No che non mi dimentico, di quella guerra. E di Giani, e di suo fratello Carlo Stuparich, e del loro fratello elettivo Scipio Slataper. Tre combattenti, tre patrioti, tre grandi amici. Come i tre fratelli protagonisti di questo romanzo.
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Trieste. Famiglia Vidali. Madre e figlia parlano della guerra che s'avvicina: la madre è angosciata, la sua piccola Angela è più serena. “Ma è l'Italia, mamma. È quello che abbiamo desiderato tutti, da tanto: l'Italia vittoriosa, la liberazione di Trieste. È il ritorno dei tuoi figlioli” (p. 5). Tre figlioli, Sandro, Alberto e Marco, partiti tutti col consenso della madre: “straziata dalla lotta, s'era ritrovata intera cedendo (…). Chi l'avesse vista abbracciare i suoi figli nell'addio e benedirli col ciglio asciutto, l'avrebbe chiamata una madre spartana. Ma in realtà il suo cuore si svuotava e le ginocchia minacciavano di non reggerla” (p. 6). Non poteva immaginare, per quanta angoscia le dava la guerra, che i suoi ragazzi disertassero, che si ritrovassero infine a festeggiare la vittoria tra quei vigliacchi che profittano del sangue e dei sacrifici degli altri: soffriva, ma era convinta che tutto quel che stava succedendo fosse giusto. Da quelle parti la bandiera tricolore era e restava un sogno, e un'emozione vera: apertone uno, “i vivi colori che apparvero, furono come lo scoppio d'un grido represso. Quel verde, quel rosso e quel bianco esprimevano con intensa concretezza tutte le immaginazioni, le attese, le speranze che la passione per l'Italia aveva nutrito nei loro petti. In quei colori viveva un'Italia di sogno, un paradiso terrestre, la patria che non si ha e si desidera, una felicità pura, non ancora posseduta, a cui si anela come a una liberazione” (p. 42).
Prima delle perquisizioni degli austriaci, Angela andava a ripulire le stanze dei fratelli: libri, carte compromettenti, bandiere, tutto doveva sparire, anche se il cuore si ribellava e diceva di no; e magari, più tardi, poteva tornare a leggere alla madre le pagine dell'Alfieri, del Verga e del Manzoni che i suoi fratelli un tempo le leggevano, “Marco con accento armonioso, Sandro col suo tono profondo e Alberto col timbro volubile della sua voce adolescente” (p. 55).
Ecco, conosciamoli così – a partire dalle loro voci. Marco è il fratello maggiore, generoso e gentile, carismatico e umanissimo; Sandro è il mediano, introverso e taciturno; Alberto è il più piccolo, spiccio e rabbiosetto, pieno di sentimento. Marco sogna un'alleanza tra slavi e italiani contro il comune nemico, l'Austria; Sandro ha una scrittura che racconta l'aspetto adamantino del suo carattere, e la sua dipendenza dall'esempio di Marco; Alberto invece ha una scrittura disordinata e impetuosa, “irresistibile in lui il sentimento della libertà” (p. 62).
Sono partiti per il fronte e in due, almeno – Sandro e Marco – si sono ritrovati a combattere fianco a fianco; hanno pianto la notizia della morte del loro amico triestino Cesare, che sognava con loro di dimostrare, coi fatti, che Trieste rappresentava l'avanguardia dello spirito italiano, “capace di trasformare e unificare la cultura e la vita d'Europa”, assieme a un gruppo di artisti e intellettuali amici, poliglotti e aperti allo studio delle altre culture.
Hanno sofferto, i tre fratelli, la nostalgia della cara mamma; e hanno maledetto il destino austriaco del padre, arruolato e spedito sotto le insegne giallo e nere a combattere in Galizia, lontano dal cuore, lontano dai suoi desideri, costretto a servire l'imperatore che amava maledire.
Marco ha conquistato la fiducia dei soldati, è un ufficiale che ha già due medaglie d'argento appuntate sul petto. Non ha importanza soffrire e faticare: ha importanza combattere. Combattere per Trieste italiana. Artiglieria nemica e pioggia riducono trincee e camminamenti a poltiglia, ogni tre giorni viene distrutto ciò che era stato conquistato, e si deve ripartire; ma lui sogna un nuovo assalto, sempre. E da quando ha Sandro vicino a sé, la fraternità ha esaltato i suoi slanci: “uniti, si erano sostenuti a vicenda. E quando, nell'azione, i loro compiti erano stati diversi, ognuno aveva adempiuto il suo come se insieme adempisse anche quello dell'altro, con un senso quasi d'ebbrezza” (p. 150). Purtroppo il destino è spietato; Marco cade, ferito a morte, e morendo almeno ritrova la serenità di certi tramonti triestini che ben conosceva, “senza veli né contrasti” (p. 152), e non gli importa di morir giovane. “Soltanto lo spirito con cui era vissuto, importava, e in qualche parte del mondo forse avrebbe germogliato. Moriva con un supremo senso di leggerezza. Aveva accettato, nella verità della sua coscienza, di potersi sacrificare alla patria. Ora sentiva che la patria gli si allargava in qualche cosa di più vasto. Nell'armonia di quei suoi ultimi istanti provava dominante un sentimento che in altri momenti gli aveva solamente sfiorato l'animo: l'accordo con Dio, della creatura con Dio. Non restava in lui neppure la memoria del nemico, della ferocia, dell'odio” (p. 152).
Muore, mistico, vicino a Dio e vicino a tutti i popoli; suo fratello Sandro, che s'è precipitato a cercarlo sotto il fuoco nemico, viene ferito da una scheggia, e rimane cieco. Aveva vissuto la guerra come una tragedia madre della catarsi. La sua catarsi comincia allora. Quando, molto tempo dopo, tornerà a parlare ai soldati, la sua voce non sembrerà meccanica, modulata o artefatta, superba o sicura: ma sembrerà venire dal profondo, “un poco trepida come se cercasse la via, la più difficile via del cuore; ma tranquilla, e, a poco a poco, quasi sciogliendosi da un tormento, si rasserenava e diventava calda e fluida” (p. 350). Quanto diversa dai giorni in cui si cantava “Le ragazze di Trieste”; quanto nuova.
A casa, intanto, la mamma supera miracolosamente una brutta malattia: in città si soffre, si campa di stenti e si sopravvive col mercato nero (p. 197); finita la guerra si presenterà l'influenza spagnola a decimare tanta povera gente, perché intanto “la denutrizione e l'esaurimento hanno preparato il campo per un cimitero” (p. 424). A casa, intanto, tutti sognano il ritorno dei tre ragazzi. Marco non potrà tornare, Sandro tornerà senza più poter vedere, Alberto cadrà, eroicamente, perché non vuole smettere di combattere, e non vuole rinunciare a comandare i suoi uomini. “La nostra guerra è una guerra viva, di persuasione. I difetti, le debolezze che portiamo in essa, vengono puniti; Caporetto è un castigo che ci siamo meritati; ma la nostra fiducia nella giustizia per cui combattiamo, non può crollare” (p. 317).
Sandro diventa il testimone del sacrificio dei suoi fratelli, del dolore e dell'amore di tutti: è il simbolo di Trieste che infine abbraccia l'Italia, ma senza nascondere le sue ferite. Adesso, ha un compito. Ricostruire il futuro – questo promette a sua madre – con la mitezza di Marco, con la fede di Alberto; con l'amore di lei. Adesso vede – vede più in là dei nostri poveri occhi. Vede l'Europa.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Giani Stuparich (Triest, Austria, 1891 – Roma, 1961), giornalista e scrittore italiano, di madre triestina (Gisella Gentili) e padre di Lussino (Marco Stuparich). Iscritto all’Università di Praga, si trasferì assieme a Slataper all’Università di Firenze. Si laureò in Letteratura Italiana con una tesi su Machiavelli. Esordì pubblicando “Colloqui con mio fratello” nel 1925.
Giani Stuparich, “Ritorneranno”, Garzanti, Milano 1976.
Prima edizione: Garzanti, 1942.
Approfondimento in rete: Wikipedia
In Lankelot:
Stuparich Giani - Il ritorno del padre - franchi
Stuparich Giani - Trieste nei miei ricordi - franchi
Stuparich Giani - Un protagonista del gruppo dei "Quattro S": Giani Stuparich - sard
Bibliografia completa degli scritti di Giani Stuparich: André Thoraval (Trieste, Alcione, 1995); Bibliografia critica: Giusy Criscione (Trieste, Alcione, 2001).
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Gennaio 2010
Commenti
Più onesto e giusto, dunque,
Più onesto e giusto, dunque, sarebbe ascrivere a Stuparich il talento, il merito e l'intelligenza di aver ideato il romanzo che racconta a tutti gli italiani perché si sia combattuto nella Prima Guerra Mondiale, quanto grande sia stato il costo della guerra, ma quanto importante sia stato combatterla, pur di restituire libertà e patria ai nostri fratelli giuliani – nel mio caso, ai miei nonni giuliani. Senza quella guerra scriverei in dialetto, e non in lingua italiana. E forse mi ritroverei sotto regime d'una neo-nazione slava, adesso, costretto a difendere la mia identità culturale e la mia storia dalle menzogne della propaganda straniera. No che non mi dimentico, di quella guerra. E di Giani, e di suo fratello Carlo Stuparich, e del loro fratello elettivo Scipio Slataper. Tre combattenti, tre patrioti, tre grandi amici. Come i tre fratelli protagonisti di questo romanzo.
speciale
speciale STUPARICH!
http://www.lankelot.eu/forum/index.php?topic=3207.0
Marco, Sandro e Alberto
Marco, Sandro e Alberto metafora non celata per Scipio, Giani e Carlo.
Unico sopravvissuto, Sandro torna privato del senso principale; è Giani che si confessa cieco senza più accanto gli altri due.
Bravo Franco, daghe.
mi sembrava un tributo
mi sembrava un tributo minimo, bucia. Adesso c'è qualche pagina in più su Giani in rete, non solo in lankelot. Se puoi, aiutami - aiutaci - a riparlarne. Sarebbe davvero importante.
Ho dato uno sguardo in
Ho dato uno sguardo in biblioteca e ho trovato solo un titolo, mai sentito fra l'altro, di GS.
dai dai, scrivine:)
dai dai, scrivine:)
proprio un testo
proprio un testo appassionato,credo che tu sia la persona più adatta a scrivere di Stuparich e anche di altri autori tirestini.
la storia dei tre fratelli è proprio toccante .
ci provo. Ma so che Patrick
ci provo. Ma so che Patrick potrebbe darci letture migliori, più approfondite, meglio storicizzate. Ho fiducia nel suo ritorno;)
Sicuramente ritornerò a
Sicuramente ritornerò a scrivere, anche se tutti sanno che non ho mai smesso di frequentare questo posto da lettore. A proposito, perché accanto a quella dei "top writers" non esiste un'altra colonna dei "top readers" in cui vengono segnalati gli utenti che hanno scorso più pagine del sito? Sarebbe una classifica in cui mi difenderei molto bene.
Quanto a "Ritorneranno", vorrei aggiungere soltanto un paio di cose ancora. Per prima cosa segnalarvi che sul "Corriere della sera" di ieri ne ha parlato anche Magris in un articolo che ha preso spunto da un bellissimo libro di Renate Lunzer ("Irredenti redenti", Lint), dedicato al mondo dell'irredentismo democratico giuliano, per ragionare più ampiamente sul senso di patria oggi in Italia, su quanti sforzi il nostro Paese abbia dovuto sopportare per unire quel concetto all'idea di democrazia, quali le esperienze e i protagonisti di questo tortuoso percorso.
Anche in questo senso il libro di Stuparich è da considerarsi una pietra miliare. La data di uscita è oltre modo significativa: 1942. Piena seconda guerra mondiale. Fare uscire in quel momento un libro simile, che in maniera sofferta cercava di ricordare le ragioni ideali dell'altra guerra, e cioè che la patria in nome della quale Stuparich e gli altri eroi dell'interventismo democratico si erano sacrificati era tutt'altra cosa dalla patria della propaganda bellica fascista, perché l'una legata all'ideale di un'Italia e un'Europa libere, l'altra invece una patria violenta ed espansionista, pronta a invadere nazioni più povere come la Jugoslavia e la Grecia per sete di conquista -- ebbene, pubblicare tutto questo nell'infuriare della guerra di Mussolini era un atto di coraggio e un atto di antifascismo.
Le reazioni del regime non si fecero attendere. "La Porta Orientale", periodico fascista che dava voce al collaborazionismo più spinto nella Trieste ormai annessa al Reich hitleriano del 1943, recensì il romanzo di Stuparich ravvisandovi uno spirito "disfattista e anti-italiano", anzi non italiano e non ariano -- quest'ultima una spregevole allusione al fatto che la madre di Stuparich era ebrea. L'anno dopo Giani fu arrestato e imprigionato nel campo di concentramento della Risiera, da dove fu salvato grazie all'intercessione del vescovo di Trieste e alla sdegnata reazione della parte migliore della città.
grazie per questa stupenda
grazie per questa stupenda integrazione, patrick. Fondamentale, chiara, illuminante. Davvero - eccellente.
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Quanto ai "top readers", sarebbe davvero una grande idea, ma sospetto che tecnicamente sia guastata da problemi di privacy o di durata dei cookies, etc. Però la registro mentalmente, magari in futuro la tecnologia la renderà spendibile;)
La prima guerra mondiale fu,
La prima guerra mondiale fu, per l'Italia, la "quarta guerra d'indipendenza", quella che permise all'Italia - nazione antica, ma politicamente giovane - di conquistare le italianissime Trento e Trieste. Come di Trento occorre ricordare quali grandi eroi e martiri dell'irredentismo siano stati Cesare Battisti e Fabio Filzi, così di Trieste restano scolpiti nella nostra memoria i nomi di Scipio Slataper e Carlo Stuparich che si immolarono combattendo nella 'grande guerra'. Giani Stuparich, fratello di Carlo che gli sopravvisse, lo ricordò nel suoi memorabili scritti. Il popolo triestino è fiero dei suoi eroi e l'irredentismo era ed è ancora il sentimento politico più genuino e profondo, anche se, com'è naturale che sia, altri più passionali e fra loro contrastanti orientamenti politici sembrano prevalere (come destra, sinistra, ecc.) E l'irredentismo è vivo ancora oggi non solo nel cuore dei triestini, ma anche in quello degli italiani, anzi, un recente sondaggio, che mi è stato mostrato, dimostra che oggi - data la maggior diffusione della cultura storica - il sentimento di dolore per le "terre che non sono state restituite agli italiani" è ancora più vivo di quindici o vent'anni fa. Si tratta di quel tipo di "sentimenti profondi" che ogni popolo conserva dentro di sé. In altri popoli europei sonnecchia un sentimento analogo, ma meno nobile e meno duraturo, perché affonda le sue radici nel loro antico "imperialismo", per furtuna oggi in gran parte "bocciato" dalla storia.
Leggerò che questo romanzo, Gianfranco, mi sembra che fotografi perfettamente i sentimenti e la storia triestina. Raffaella
grazie per questo magnifico
grazie per questo magnifico commento, Raffaella.