L’ultimo libro di Giani Stuparich (1891-1961), pubblicato – a cura di Pier Antonio Quarantotti Gambini – poco prima della morte dell’artista triestino, è una raccolta di racconti strutturata in tre parti: nella prima, ecco “Un anno di scuola” (1929), l’eponimo “Il ritorno del padre” (1935), “Ricordi istriani” (1961); nella seconda, “Guerra del ‘15” (1931); nella terza, diverse prose tra le quali la celebre “L’isola” (1942).
È un libro fondamentale per quanti intendano avvicinarsi alla narrativa di Stuparich: è un florilegio di racconti, novelle, frammenti, prose liriche, ideale viatico alla lettura del suo miglior romanzo, “Ritorneranno” (1941); in queste pagine, l’immersione nella sua scrittura si rivela essenziale, limpida, melanconica e intensa. La vita del letterato Stuparich è stata segnata dalle tragiche vicende di Trieste e dell’Istria; irredentista nato sotto Triest absburgica, combatté sul fronte italiano contro i presto ex connazionali austro-ungarici: volontario, assieme a Scipio Slataper e al fratello Carlo Stuparich, entrambi caduti. Intriso d’un amoroso sentimento patriottico, artista già integrato nel circolo toscano di Prezzolini e de “La Voce”, dolorosamente vide spegnersi prima i due più grandi amici, quindi – nel tempo – quell’Istria italiana che aveva dato i natali (Lussino) a suo padre, Marco, quell’Istria che sentiva come parte integrante di Trieste, della sua anima, della sua storia famigliare, della sua formazione. La sua narrativa è inevitabilmente amarissima, elegiaca: è una memoria prima solare poi disperata di un mondo che s’avviava non solo alla dispersione, ma alla disgregazione, alla sparizione. È una testimonianza necessaria per decifrare il complesso e contrastato dna dello spirito di Trieste e dell’Istria: è un’esistenza, quella di Stuparich, fondamentale per capire cosa significasse e quanto fosse caratterizzante e nucleare l’italianità culturale della città, e quanto sia costata, in termini di sangue e di miseria e di morte, la battaglia per rivendicarla. Stuparich è la voce della mutilazione del territorio e degli affetti: è la commemorazione funebre di quello che poteva diventare il più grande letterato italiano del Novecento, Scipio Slataper, del valoroso e idealista Carlo, di quella terra del padre che sembra sprofondare, a un tratto, nella luce splendida e indissolubile della memoria.
Memoria che non può non essere condivisa.
Un libro come questo – difficile negarlo – non s’adatta a una recensione; piuttosto è idoneo per un saggio breve, o per una monografia. Mi limiterò, quindi, a campionare una serie di elementi interessanti, caratterizzanti, fondanti: senza pretesa di esaustività, auspicando piuttosto nuovi e fertili contributi critici da parte di chi mi sta leggendo.
“Il ritorno del padre” è un racconto che sembra fondere esistenzialismo ed allegoria: la misteriosa figura paterna, quella d’un avventuriero vagabondo, padrone della sua volontà e della sua vita, perfettamente libero, viene scoperta dal giovane erede, sedotto e affascinato dalla sua forza e dalla sua indipendenza. In questa prosa, il talento di Stuparich sta nello scolpire una nuova, commovente testimonianza dell’alchimia della paternità: della virile dolcezza d’una comprensione più alta, a dispetto magari di anni di silenzio, e d’una protezione che sgorga dal profondo dell’anima, totale e assoluta. Proprio quando sembra che il padre voglia andarsene, incapace di stare da solo con quello sconosciuto bambino che pure è suo figlio, allora scatta qualcosa, in un primo dialogo che pare un vagito tenerissimo; quella curiosità per le nuove fronde del vecchio albero che aveva abbandonato da anni genera una tenerezza splendida, un dialogo dolcissimo e credibile, vivo. Umanissimo.
Nei racconti de “Ricordi istriani” incontriamo la terra paterna, Lussinpiccolo: gli studi paterni a Capodistria, il successivo trasferimento a Trieste. Stuparich illustra le sue prime fantasticherie di bambino sull’ancora sconosciuta Istria: e le prime epifanie. “Intanto l’Istria continuava ad arrivare in casa coi suoi doni. Papà vi aveva molti amici, in ogni parte. Oltre agli scampi e ai fichi di Cherso, arrivano i dentici di Cittanova e le ostriche del Quieto, venivano le damigiane d’olio da Umago e i bariletti di vino da Parenzo, le sottili bottiglie d’un prelibato vino rosa da Dignano; veniva il capretto, il lepre, il formaggio pecorino dell’interno e le pesche e l’uva da Capodistria e da Isola.
Povera, la mia Istria? Quello che imparai più tardi dalla storia e dai confronti, mi rivelò che l’Istria era stata sfruttata, trascurata, impoverita. Ma allora, da bambino, io la stimavo la terra più ricca del mondo, più abbondante di doni preziosi. In realtà, anche se povera, e proprio perché povera, l’Istria è stata sempre una gran terra generosa” (p. 28). Terra splendida, di mare e di campagna mai tanto confusi e amalgamati come a Umago (cfr. “Sposalizio a Umago” e “Umago”, pp. 395-402): l’Istria è la terra dei primi amori, delle prime lotte, dello splendido ozio di Stuparich; è là dove io, nipote di esuli, ho imparato a nuotare, sognando che lo zio mi portasse finalmente nelle sue campagne, “l’Ungheria”.
Ecco il viaggio a Cherso, le memorie della figura mitica del nonno, elegante e ricercato, morto giovanissimo; e delle sue leggendarie imprese, di quel cavallo con cui entrò in un locale. E la percezione dei triestini istriani dell’avvicinarsi della terra promessa, a partire da quando si raggiungeva Muggia; i nonni aspettavano per festeggiare il nuovo ritorno: magari capitava che, per raggiungere Capodistria, il caporetto fosse quello comandato dal meraviglioso capitano Nazario Sauro, il San Giusto.
“Ma noi allora non facevamo distinzione tra Trieste e l’Istria, per noi era la stessa terra. Solo più tardi apprendemmo a scuola che la storia dell’Istria era stata in certi tempi del passato diversa da quella di Trieste. Ma, nella sostanza, avevamo ragione noi fanciulli di sentire che Trieste era l’Istria e l’Istria era Trieste: una realtà geografica, naturale, unica, una sola regione” (p. 35).
E ancora Stuparich racconta le giornate di pesca ad Isola, lo stravagante Kapellmeister di San Bartolomeo, la casetta nel verde a Umago, non lontano dalla Punta: le memorie d’infanzia e d’adolescenza, condivise col perduto fratello Carlo. L’impatto è toccante e commovente; c’è la gioia del bambino che Giani era, e il rimpianto terrificante dell’adulto che ha perduto tutto. Micidiale.
“Un anno di scuola” è la storia d’una classe di triestini sotto Triest austriaca: è una memoria deliziosa e avvincente, in cui protagonista assoluta è una ragazzina di Vienna, Edda, unica donna in un ginnasio maschile. Lei sogna d’essere trattata come un maschio, naturalmente innesca meccanismi inversi: adorata e idolatrata, diventa la segreta compagna del silenzioso Antero ma è vagheggiata dal povero Pasini, che arriva a spararsi per richiamare la sua attenzione, dall’irredentista Mitis, dal figlio della miglior famiglia della borghesia cittadina che vuole sposarla. S’è intanto innamorata del mare, ha smesso d’avere nostalgia per l’evoluta vita viennese: soffre per la malattia e la morte della sorella, che sembra essere congenita; sa, quindi, d’essere condannata, e tuttavia vive e ama con intensità e femminilità, fino in fondo. Sullo sfondo, giochi con la neve, la città che s’avvicina all’Italia, l’apparente austera freddezza del corpo docente, tutto l’estremismo dell’adolescenza che s’affaccia alla giovinezza, infine il congedo da un mondo che si sta per trasformare. È un documento prezioso della Trieste che fu, testimonianza dell’integrazione tra triestini e austriaci, dello stato e delle condizioni delle istituzioni scolastiche di allora, dei sogni dei giovani di quella generazione, e delle loro paura. È sinceramente pieno d’un franco sentimento d’onestà, pulizia, idealità.
Tra i racconti più belli della Prima Parte de “Il ritorno del padre”, c’è “La grotta”, in cui non fatico a indovinare una sconvolgente allegoria della sorte di Scipio Slataper e Carlo Stuparich. È un racconto d’una intensità accecante: è breve ma rimane scolpito nella memoria, per quanto si rivela incubotico, drammaticamente vivo, addirittura realistico. Tre amici partono per una nuova impresa, una nuova discesa nelle grotte; stavolta la grotta è la più fonda, la più pericolosa. Decidono di calarsi senza prendere adeguate misure di sicurezza. Due di loro scendono, “Uniti e Soli” come sempre sono stati: precipitano, e il terzo – sopravvissuto – dopo essersi faticosamente ripreso dall’angoscia e dall’orrore, corre a cercare aiuto, come in sogno; aiuto che non troverà facilmente. Infine vive, consapevole che dovrà spiegare a tutti perché lui solo sia rimasto vivo, e perché non ha condiviso la loro sorte. In sé ha le anime dei suoi compagni, ma il vuoto e la percezione di isolamento sono schiaccianti. È la sintesi d’un evento maledetto, che non può non venire letta in chiave simbolica. Le pagine s’incendiano, crepitano, gridano.
Nella parte terza, al di là de “L’isola” e dei già nominati racconti su Umago, meritano menzione almeno “La Bora”, “Una mattina di marzo a Miramare” – suggestivi bozzetti cittadini, di aspetti prima naturali quindi sociali – e “Continuità”, cronaca d’un ritorno dal sapore del pellegrinaggio sull’Altipiano di Asiago. Il pensiero è ancora per Carlo: “In questa conca silenziosa, alle pendici del Cengio, su cui passano le nuvole e, dopo uno scroscio di pioggia, appare per un momento il sole, ha vissuto le sue ultime ore mio fratello Carlo. Aveva combattuto ininterrottamente da due giorni; era solo ormai con pochi uomini, circondato da nemici, tagliato fuori dai suoi. Il pensiero che mi riconduce a quello che Carlo visse in quei momenti è intenso, ma non è cruccioso: cerco intorno e dentro a me stesso, mi raccolgo, rivivo” (p. 352) – per capire meglio quanto indissolubile fosse la percezione d’una comune sorte tra i due fratelli, è fondamentale leggere “Guerra del ‘15”, diario di guerra di Giani. A partire dalla partenza da Roma, Portonaccio, attraverso Firenze, Mestre, sino al fronte: tra benedizioni di popolane, soldati sbattuti e sudici, distribuzioni di sigari, cioccolata e cognac, apparizione dei primi feriti, sporchi, laceri e spaventati. Sino a un tratto, Scipio, Carlo e Giani sono assieme; vengono separati senza potersi salutare, in differita Carlo e Giani scoprono che Scipio è a Roma, ferito.
Partono con entusiasmo e orgoglio, volontari triestini di quella Trieste che si va a riconquistare; man mano, da una trincea all’altra, in condizioni igieniche indicibili, costretti a una guerra massacrante e intossicante, sembrano perdere di vista l’obbiettivo. Le notizie che giungono da Prezzolini sono tristi: Vivante s’è suicidato, Serra e Bellino sono caduti. Tutto si fa più confuso e lontano, fino alla separazione tra i fratelli Stuparich, tra Verona e Vicenza, con cui termina la narrazione. A differenza di “Un anno sull’Altopiano” di Lussu, qui lo spirito dei combattenti è credibile e realistico, e mai ridicolizzato e guardato col distacco di chi ha cambiato idea, anni dopo, magari per ragioni politiche. Stuparich racconta con dovizia di dettagli la paura e la sofferenza dei soldati, ma anche il loro stato d’animo iniziale; non perde mai di vista l’ideale, è solo annebbiato dalla stanchezza, dalla lontananza (fatale) dei suoi due compagni. Viene ferito, ma eroicamente rimane al fronte, rifiutando l’ospedale; affronta fame, sete, pidocchi, ordini assurdi (cfr. p. 233, reazione degli ufficiali agli ordini che mandavano al macello i soldati); attende le bombe austriache, con coraggio.
È l’incarnazione perfetta, con Scipio e Carlo, del desiderio dei letterati triestini di riunirsi, a ogni prezzo, alla patria. Non si può non leggere con rispetto, ammirazione, devozione. Perché la suggestione è chiara: a differenza del libro bugiardo e neorealista del socialista d’accatto d’Armungia, qui si può affermare che è Storia, e non Letteratura d’uno e d’uno soltanto. È la ragione per cui chi sale i gradoni di Redipuglia non può che mormorare, nome per nome: grazie, e presente. Presente!, come Scipio Slataper, come Carlo Stuparich, come Giani: che a Roma muore nel 1961, e adesso voglio pensare felice, in nuovi e sterminati e letterari colloqui coi suoi fratelli, e uno sguardo colmo di speranza e di idealità per i contemporanei, impegnati a restituire quelle terre alla libertà e alle tante etnie, non a una sola, magari in una confederazione di nazioni e popoli che sappia sintetizzare e migliorare la lezione absburgica. Perché, Giani, il vostro sacrificio non è stato vano, nonostante l’Italia e gli italiani; la cultura di Trieste non s’è snaturata, né si snaturerà. Allora avevate ragione voi, di sognare qualcosa di diverso. Adesso ne abbiamo ragioni noi, perché in questo Stato corrotto, borbonico, pontificio e vassallo, fantoccio angloamericano, non sappiamo riconoscerci: e pensa, c’è chi vi sta dimenticando, e vi vuole rinnegare, relegandovi in manciate di righe nelle Storie della Letteratura.
Giani, sono quelli gli italiani. Non ti meritano.
Libro fondamentale, per tutti, in particolare per chi da Trieste e dall’Istria viene, o Trieste e l’Istria abita, e popola, e vive. Memoria superba, e grande Letteratura. Ritorno del Padre che bussa alle porte della vostra anima.
Aprite. Aprite, subito. Siate degni ospiti di questa carne, di questo sangue, di questa scrittura.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Giani Stuparich (Triest, 1891 – Roma, 1961), giornalista e scrittore italiano, di madre triestina (Gisella Gentili) e padre di Lussino (Marco Stuparich). Iscritto all’Università di Praga, si trasferì assieme a Slataper all’Università di Firenze. Si laureò in Letteratura Italiana con una tesi su Machiavelli.
Esordì pubblicando “Colloqui con mio fratello” nel 1925 (il fratello, Carlo, era tragicamente caduto in guerra. Assieme a Scipio Slataper, i tre erano volontari nell’esercito italiano della Prima Guerra Mondiale, Reggimento Granatieri di Sardegna).
Dopo verranno Guerra del ’15 (1931) e i due volumi di Racconti e di Nuovi racconti (1929, 1935). Del ’41, presso Garzanti, il primo romanzo: Ritorneranno. Nel ’42, con Einaudi, L’isola, considerato da molti critici fra le pagine più belle del Novecento italiano. Nel ’48, ancora con Garzanti, Trieste nei miei ricordi e nel ’53 Simone, il secondo romanzo. Lo Zibaldone di Trieste pubblica, nel ’55, le Poesie (1944-47) e, nel ’61, Ricordi istriani. Ancora nel ’61, poco prima della morte, esce presso Einaudi Il ritorno del padre, a cura di P. A. Quarantotti Gambini.
Fonte note biografiche: parte Wikipedia, parte Karlsen
Giani Stuparich, “Il ritorno del padre”, La Biblioteca del Piccolo, Trieste 2003.
Prima edizione: “Il ritorno del padre”, Einaudi, 1961. A cura di Pier Antonio Quarantotti Gambini.
Approfondimento in rete: Wikipedia
Bibliografia completa degli scritti di Giani Stuparich: André Thoraval (Trieste, Alcione, 1995); Bibliografia critica: Giusy Criscione (Trieste, Alcione, 2001).
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. 4 Agosto 2007.
Commenti
A Patrick Karlsen.
Agli esuli e ai rimasti. Ai triestini, e agli istriani.
Questa pagina è uno dei tuoi capolavori. Una di quelle che rimarranno, che sono fatte per capire lo spirito di un tempo a prescindere da chi le leggerà. Non potevi essere più chiaro. E più giusto. Giani e gli altri ne sarebbero fieri. E comprenderebbero lo strappo. Lo strappo generazionale e storico. Che è relativo, però. Perché hai capito in profondo le ragioni della loro scelta e, pur rinnegandone gli esiti, conservi e fai tua la purezza che ha mosso i loro ideali e il loro sogno. Ecco, qui sta il punto doloroso e tragico: noi sappiamo che è rimasto un sogno.
Commosso, ti ringrazio.
Troppi sarebbero i pezzi da campionare, ma poi come commentare? Solo annuendo, col cuore gonfio di condivisione.
(Pasini è Spaini, Mitis è Timeus).
Mio ottimo,
ti ringrazio di cuore e con la riconoscenza di sempre. Se fossi rimasto alla disponibilità della mia biblioteca, e alla visibilità di Giani sugli scaffali delle librerie, per anni sarei restato lettore d'un'opera sola, "Un anno di scuola". Devo al tuo articolo - che ti esorto a riproporre quanto prima - sulla sua opera, ai nostri discorsi su Slataper e Stuparich, agli inevitabili richiami del sangue e alla bella riedizione del Piccolo questo volume. Che rimane fermo nel mio cuore, vivo e limpido e solare.
"Perché hai capito in profondo le ragioni della loro scelta e, pur rinnegandone gli esiti, conservi e fai tua la purezza che ha mosso i loro ideali e il loro sogno. Ecco, qui sta il punto doloroso e tragico: noi sappiamo che è rimasto un sogno."
> Credo che "La grotta" sia uno di quei racconti che non puoi non leggere; e non possono non cambiarti. E' un sogno, ne sono sicuro, un incubo che Stuparich deve avere avuto. E' limpido come un sogno ricorrente, è ossessivo e soffocante e irrimediabile come un ingiusto senso di colpa e un'angoscia insolubile. In quelle pagine c'è tutto quel che dici, e quel che poteva e doveva essere: nella grotta viviamo tutti, noi non siamo caduti per viverla, e il sole è come uno spiffero di vento.
(diamoci da fare, il pensiero di Scipio e di Giani, e la loro opera omnia, devono tornare a vivere. Da protagonisti)
4. E' un racconto terrificante, che strazia tanto se ci si concentra sul piano individuale del dolore inemendabile di Giani quanto su quello storico riflettendo su cosa ne è stato di tanto coraggio, tanta abnegazione, tanto sacrificio. E pensando a quale grande Paese avrebbe potuto diventare un Paese che fosse stato capace di farne tesoro. Ma l'hai detto, l'Italia non se li è meritati. Ti farò leggere altro, a proposito di questo inconsolabile sentimento di rimpianto, di questa tragica consapevolezza che tutto quello per cui si è combattuto è andato perduto nell'insipienza o nell'oblio di una nazione matrigna. Pagine di Marin, soprattutto.
5. Ci sono articoli splendidi e attualissimi di Giani sulla necessità per l'Austria pre 1914 di riformarsi, confederandosi democraticamente. Una prospettiva europea che non smentisce Mazzini, tutt'altro. Da lì si deve ripartire.
Sono d'accordo. Quando ci si vede se ne discute per bene, e vediamo di programmare letture e articoli incrociati. Molto volentieri.
(quanto alla confederazione democratica mitteleuropea, il libro della Foradini su Otto d'Asburgo rivela diverse questioni interessanti; come l'identificazione dell'Europa come eredità dell'Impero, e il sogno di una guida unica per tanti popoli, con sensibilità democratica. E' un peccato che l'erede del vecchio Otto non sembri all'altezza d'assumere la sua eredità. E', in ogni caso, la direzione chiara da intraprendere, e senza esitazioni: non l'imperialismo, dico;), la confederazione democratica di popoli. La struttura già esiste...) (e il passato, e i passati esempi, altrettanto)
"La guerra all'Austria" di Biagio Marin.
Era il maggio del 1914: nelle faggete della selva viennese, cantavano fondi i cuculi, gli studenti dell'"alma mater rudolfina", la vecchia Università, si preparavano alle passeggiate amorose o a gli esami. Noi italiani volevamo tenere, nel grande atrio, una dimostrazione pro Università Italiana a Trieste.
Fu così che un bel giorno, vestito l'abito nero, Zanetto De Peris ed io, ci presentammo, a nome degli studenti accademici italiani, alla Magnificenza del Rettore, per informarlo, che il giorno 14 di quel mese, avremmo occupato l'atrio e cantato i nostri inni. Il Rettore ci aveva ascoltati con deferenza e pazienza e ci aveva ringraziati della comunicazione. Poi chiese a me quale fosse la vera ragione della manifestazione, che cosa veramente ci proponevamo. E io, candido candido: ci proponiamo di richiamare l'attenzione dei nostri fratelli oltre confine, sulla necessità che essi si preparino di richiamare a fare la guerra all'Austria per liberarci. Il rettore non batté ciglio: mi guardò serio e quasi rattristato negli occhi e fattici accomodare con un cenno della mano, sedutosi a sua volta, riprese a me rivolto:
«Giovane uomo, ma Lei è consapevole della gravità di quanto ha detto? Ascolti. - e qui prese a parlare in italiano - io voglio bene al suo paese. Sono vissuto per degli anni a Rovigno, e in Dalmazia e poi a Napoli per ragioni di studio (era un naturalista). Ho imparato a voler bene e a stimare la sua gente, ma ne conosco anche i difetti. D'altro canto, ha mai pensato Lei, che lo stato austriaco è un vecchio stato, che ha le ossa dure, mentre lo stato italiano le ossa deve ancora farle? Chi le dice, che un urto non gli possa essere fatale e compromettere tutta l'opera del risorgimento, l'unità, l'indipendenza?»
Io rimasi per un momento basito. Era vero, non ci avevo pensato. Poi, facendo appello a tutta la mia improntitudine risposi: "Noi batteremo l'Austria".
Il Rettore si levò di scatto, mi tese la mano e con voce pacata e sguardo buono mi disse: "Auguro ogni bene a Lei e alla sua patria".
Uscii di là confuso, quasi mortificato dalla grande signorilità dell'uomo. Ma poi dimenticai subito tutto. C'era da pensare alla dimostrazione. E in quel giorno, non ci trovammo di fronte i soliti tedeschi, che la facevano da padroni di casa, ma, per la prima volta, gli slavi, che l'Università Italiana a Trieste non la volevano. I cordoni delle guardie impedirono la solita zuffa. Così potemmo andare incolonnati al Parlamento a presentare un ordine del giorno ai nostri deputati, e poi davanti al Ministero degli Esteri, dove, a squarciagola cantammo, per l'ultima volta il "Va fuori d'Italia, va fuori ch'è l'ora", inconsapevoli di ciò che preparava il destino, o la storia, se più vi piace.
Le guardie a cavallo intervennero e con quattro piattonate e quattro calci nella schiena, ci dispersero. Fu questione di giorni, e a Sarajevo Francesco Ferdinando e la sua consorte venivano abbattuti, e la spaventosa ruota del destino cominciò a girare vertiginosamente.
Vidi poi partire i reggimenti austriaci per la Galizia, con i fucili infiorati. Ovunque c'era una euforia che impressionava. Ma già nell'agosto del '14, nella scuola femminile di Marburgo, dove si trovava il deposito del 47° fanteria, nelle ore di libertà, ci si radunava, italiani, sloveni, croati a dire male dell'Austria e a cantare canzoni nazionali contro di essa. Alla fine di quell'anno riuscii a disertare e a rifugiarmi a Roma.
Poi venne anche la nostra guerra, una guerra lunga, estenuante, fatta di infiniti combattimenti e molte grandi battaglie, che parevano tutte inconcludenti e costavano sangue a non dire. Ma anche nei giorni tragici di Caporetto, mai mi erano venute in mente le parole umane e nel contempo gravi, del Rettore dell'Università di Vienna.
C'era in noi una beata cecità, una impossibilità di vedere nella realtà e perciò di dubitare, e perciò di tremare. La fede nella nostra vita nuova, era così forte che ci faceva andare avanti con animo tranquillo e sicuro. Avevamo l'istintiva sicurezza di essere nel filo della corrente della storia.
Così soltanto si può capire la rapida ripresa dopo Caporetto, così la serietà con la quale i giovanetti del '900, le nostre ultime leve, andarono al Piave, e seppero resistere all'ultimo urto del vecchio Impero e perfino all'odio appassionato dei popoli, per i quali, in fin dei conti, noi ci si batteva.
La dissero un miracolo, la resistenza vittoriosa sul Piave: ed era invece il frutto del lungo travaglio, del lungo sacrificio del nostro popolo. Così quasi improvvisamente arrivò a noi, in quel lontano 4 novembre del 1918, il comunicato della Vittoria.
Mi trovavo ammalato nell'ospedale militare di Verona e la notizia mi aveva travolto. Dopo quegli anni, in quel momento risentii la voce del Rettore dell'Università di Vienna, nei intesi per la prima volta il significato, capii a quali pericoli eravamo sfuggiti, e che le parole della mia arroganza giovanile si erano avverate. E allora una commozione profonda mi prese e cominciai a tremare quasi il timore che avrei dovuto patire quegli anni, mi volesse ora sommergere. Ora, che il pericolo era passato.
L'immagine di tanti compagni caduti, si mescolò ai sentimenti, ai ricordi e la gioia mi sommersero.
L'Impero degli Absburgo era finito, cominciava la nuova più impegnativa giornata dell'Italia, nell'aurora rosseggiante della vittoria. Poi, a quell'aurora non è seguito il suo giorno: perché la classe dirigente non vi era preparata, e alle responabilità alle quali eravamo obbligati, siamo venuti meno.
La vittoria doveva essere vittoria per tutti, e soprattutto per il popolo che più duramente l'aveva conquistata. Non lo fu e perdemmo tutto, stato e unità nazionale. (...)"
Da "Gabbiano reale. Prose rare e inedite", Leg, Gorizia 1991.
E' un frammento di una chiarezza e di una lucidità sinceramente esemplari. E sconfortante, proprio per questo.
E' tutto nel discorso del rettore austriaco, e qui:
"Poi, a quell?aurora non è seguito il suo giorno: perché la classe dirigente non vi era preparata, e alle responabilità alle quali eravamo obbligati, siamo venuti meno.
La vittoria doveva essere vittoria per tutti, e soprattutto per il popolo che più duramente l?aveva conquistata. Non lo fu e perdemmo tutto, stato e unità nazionale".
Credo che non tutti se ne siano accorti. Incredibile.
Già, e chissà quanti si erano accorti che nel Paese di Marin fosse compresa Rovigno e la Dalmazia (a detta del Rettore di Vienna!).
E' pieno di spunti e intuizioni folgoranti. "Avevamo l?istintiva sicurezza di essere nel filo della corrente della storia." Marin lo chiama "destino". Micidiale.
Eh. Sai, mi viene in mente quanto imbarazzo provavo quando allo stadio sentivo quel che dicevano dell'arbitro triestino Baldas. Non sembra, ma gli italiani qualcosa hanno capito, magari da orecchianti ma hanno capito. Te ne accorgi dagli insulti:).
*
(e papà mi diceva: ridici sopra dai. Ci sei rimasto male?).
*
Mi viene in mente quella mia ex collega che diceva "sai, sono stata in croazia", e io "dimmi dove", lei, "un po' dappertutto", diceva i nomi delle città e le dicevo i nomi veri, quelli della storia, e lei "mi hanno detto certe cose degli italiani", e io "succede", e poi "guarda che vengo da là", e lei come niente fosse "quindi sei slavo?"
(geniale l'accostamento del Rettore di Marin Rovigno-Dalmazia-Napoli, come a dire, in sensibilità austriaca, una faccia, una razza. In senso alto e in senso lato)
Certo. Nata a Pola. Quindi, "apolide". ;)
ahahahahaah :)))
quella è sempre imbattibile. Sai che Pola in realtà non è mai esistita? E' che siamo dei revisionisti terrificanti, inventiamo città e popolazioni che in verità non ci sono mai state. L'Italia finisce, storicamente, al Lisert.
Lisert che? Dai non facciamo i difficili, non confondiamo troppo le cose. L'Italia finisce a Mestre. :)
ecco perché quel maledetto casello è sempre intossicato dalle macchine. Sempre. Dopo si fila lisci come l'olio. Passando magari per sredij polije
(Tolkien ne sapeva qualcosa, della terra di mezzo)
sono stato a Redipuglia, nel '99, durante il servizio militare, a montare un po' di scenografia per. è un posto intenso. credo che molte cose in più si possano capire andando per luoghi, e non per manuali. vabbè. non torno da quelle parti da allora. è passato un po' di tempo. spero di. (anche perché d'estate ci sono festival interessanti, se non erro;-)
Hai ragione Andrea, sia sul primato dei luoghi sui manuali sia sui festival: ogni luglio c'è il Mittelfest diretto da Moni Ovadia a Cividale del Friuli.
A proposito di oldies, sarebbe bello riavere anche la pagina di Patrick sul citato "Trieste nei miei ricordi".
E anche quella di Daniela su Cergoly:)
Sotto con le richieste via mail, in pvt:)
quoto 22!
Un anno e mezzo dopo...
Da quanto ho letto, credo che le idee espresse nel breve saggio su Stuparich abbiano colto nel segno. Stuparich, per molti, prima che uno scrittore è una figura ormai leggendaria di soldato, un vero amante della Patria.
Non vedo l'ora di leggerti, professor.
www.lankelot.eu/index.php/2008/11/13/stuparich-giani-un-protagonista-del...
link per tutti
http://it.youtube.com/watch?v=zPgbunap4BI
Compagnia dell'Anello - Di là dall'acqua. Grazie, D.
recensione linkata da WIKI:
http://it.wikipedia.org/wiki/Giani_Stuparich
L?Italia finisce, storicamente, al Lisert.
http://www.youtube.com/watch?v=szdWPWnnNls
Please could you stop the noise, I'm trying to get some rest
From all the unborn chicken voices in my head
What's this? (I may be paranoid, but not an android)
What's this? (I may be paranoid, but not an android)
When I am king, you will be first against the wall
with your opinion which is of no consequence at all
What's this? (I may be paranoid, but no android)
What's this? (I may be paranoid, but no android)
TY.
http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&k[]=letteratura&k[]=Trieste
[Stuparich]
[Stuparich] copertina+archivio x 4 pz
[Stuparich] Scrivi: L'Italia
[Stuparich]
Scrivi: L'Italia finisce storicamente al Lisert
E la camionabile????? :)
Ha ragione drago. Finisce a mestre :)
[Stuparich] ahahahahhahaa
[Stuparich] ahahahahhahaa
(Stuparich) ahahahaha! Non
(Stuparich) ahahahaha! Non sapevo di essere al confine! :)