Il novantesimo anniversario della rivoluzione d’ottobre poteva essere in Italia l’occasione per una riflessione critica su uno degli eventi più importanti della storia del ‘900. A distanza di un anno e mezzo dalla ricorrenza e alla luce del dibattito di questi ultimi giorni all’interno della sinistra radicale, così non è stato. Vendola lascia Rifondazione, in dissenso con la linea dello stalinista Ferrero, ex ministro del fallimentare governo Prodi, criticando una sinistra che guarda ancora al passato, dà vita all’ennesima formazione all’interno della galassia politica della gauche italiana e sceglie come emblema una stella rossa in segno di continuità con l’esperienza del socialismo reale dell’ex cortina di ferro. Un’altra occasione perduta, l’ennesima, verrebbe da dire. Certo Vendola è diverso da Diliberto che nell’ottobre del 2007 inneggiava a Lenin sulla Piazza Rossa in compagnia del nazionalsocialista Zjuganov, ma appunto perché la sua matrice è movimentista e libertaria ci si saremmo aspettati una riflessione più seria sull’esperienza sovietica. Una riflessione davvero necessaria per sgomberare il campo da tanti, troppi equivoci, alcuni dei quali costruiti ad hoc da certa intelligentsia di sinistra nelle decadi scorse. Penso alla demonizzazione di Stalin e all’idealizzazione di Lenin e soprattutto alla falsificazione storica ancora in atto che presenta la rivoluzione d’ottobre come l’evento clou della lotta contro il regime zarista, quando la vera rivoluzione democratica, poi soffocata nel sangue dei bolscevichi, fu quella di febbraio dello stesso anno. Alla luce di queste considerazioni risulta di fondamentale lettura il libro pubblicato da Vittorio Strada nel 2007 per Liberal Edizioni. “La rivoluzione svelata”, che recita come sottotitolo “una lettura nuova dell’ottobre 1917”, è davvero un testo capace di aprire nuovi spazi di riflessione su questo evento epocale del secolo scorso. Il libro di Strada, “decaduto il predominio dell’interpretazione che ne dava l’ideologia marxista-leninista sovietica e occidentale”, intende ampliare l’orizzonte di tale riflessione avvalendosi dei contributi della “cultura russa perseguitata ed esiliata, ma viva e libera”. Lungi dall’essere l’ennesima cronaca della rivoluzione, il saggio illustra come gli eventi rivoluzionari vennero vissuti e interpretati da chi fu tra i loro protagonisti nelle file degli sconfitti. Le riflessioni prese in esame riguardano il primo decennio post-rivoluzionario e fanno capo a uomini di cultura russi che si interrogano sulle ragioni della disfatta delle loro idealità democratiche e sul trionfo del totalitarismo bolscevico. Va da sé che le visioni prodotte dalla cultura russa libera, avvalendosi di contributi liberali e socialisti, sono molteplici ed eterogenee. E seppure talvolta in contrasto tra loro, unanimi nel riconoscere come gli ideali democratici vengano subito traditi allorché i bolscevichi prendono il potere. Tre gli atti simbolici su cui si basa il nuovo regime: lo scioglimento forzato dell’Assemblea costituente che avrebbe dovuto dare un assetto democratico alla Russia repubblicana, l’efferato sterminio dei Romanov e l’invio forzato in esilio di decine di intellettuali affinché la società fosse privata della sua testa libera e pesante, al cui posto fu trapiantato il cervello artificiale dell’ideologia unica. Tra le prime vittime eccellenti della repressione bolscevica, Andrei Singariov, un medico che aveva dedicato la sua vita a un’intensa attività sociale e alla lotta contro l’autocrazia zarista. Il suo diario, scritto nei giorni della detenzione nella fortezza di Pietro e Paolo a Pietroburgo, prima della barbara esecuzione avvenuta il 7 gennaio 1918, contiene considerazioni davvero illuminanti sulla rivoluzione. Finanche profetiche nell’anticipare la futura Fabbrica di Morte Staliniana. “Come può questa fede nei più grandi principi della morale o dell’ordinamento sociale combinarsi con l’abiezione della violenza contro chi la pensa diversamente, con la calunnia e l’infamia? Qui si ha o una grandissima menzogna di fronte al proprio dio, o una illimitata stupidità, o infine quello stato che gli psichiatri inglesi definiscono col concetto di moral insanity, l’incapacità di distinguere il bene e il male, la cecità e la sordità per ciò che è abietto, vile, criminale. Le figure di Lenin e Lunacarskij mi sembrano appartenere a quest’ultima categoria”. Con buona pace di tanti intellettuali di sinistra Lenin era un carnefice come Stalin.
NOTE
Vittorio Strada è stato ordinario di Lingua e letteratura russa all’Università di Venezia e ha diretto l’Istituto Italiano di Cultura a Mosca. Ha ideato la Storia della letteratura russa in sette volumi edita parzialmente da Einaudi e integralmente, in Francia, da Fayard e fondato la rivista di studi storico-culturali “Rossija/Russia”, ora pubblicata a Mosca. Ha curato l’edizione delle opere narrative di Michail Bulgakov (Einaudi) e Boris Pasternak (Mondadori) e presentato testi fondamentali del pensiero filosofico e politico russo moderno. Tra i suoi volumi: Le veglie della ragione. Miti e figure della letteratura russa da Dostoevskij a Pasternak (Torino 1986), Simbolo e storia. Aspetti e problemi del Novecento russo (Venezia 1988), Autoritratto autocritico. Archeologia della rivoluzione d’Ottobre (Roma 2004). Di recente ha curato due libri sul fascismo russo e sui sistemi totalitari.
Vittorio Strada – La rivoluzione svelata. Una nuova lettura dell’ottobre, Liberal Edizioni, Roma, 2007 - € 18
Massimiliano Di Pasquale
Commenti
neo MAX!
"Certo Vendola è diverso da Diliberto che nell?ottobre del 2007 inneggiava a Lenin sulla Piazza Rossa in compagnia del nazionalsocialista Zjuganov, ma appunto perché la sua matrice è movimentista e libertaria ci si saremmo aspettati una riflessione più seria sull?esperienza sovietica".
> 2007, il tripudio del grottesco.
"Lungi dall?essere l?ennesima cronaca della rivoluzione, il saggio illustra come gli eventi rivoluzionari vennero vissuti e interpretati da chi fu tra i loro protagonisti nelle file degli sconfitti. Le riflessioni prese in esame riguardano il primo decennio post-rivoluzionario e fanno capo a uomini di cultura russi che si interrogano sulle ragioni della disfatta delle loro idealità democratiche e sul trionfo del totalitarismo bolscevico".
> Questo è decisamente interessante.
"?Come può questa fede nei più grandi principi della morale o dell?ordinamento sociale combinarsi con l?abiezione della violenza contro chi la pensa diversamente, con la calunnia e l?infamia? Qui si ha o una grandissima menzogna di fronte al proprio dio, o una illimitata stupidità, o infine quello stato che gli psichiatri inglesi definiscono col concetto di moral insanity, l?incapacità di distinguere il bene e il male, la cecità e la sordità per ciò che è abietto, vile, criminale. Le figure di Lenin e Lunacarskij mi sembrano appartenere a quest?ultima categoria?. Con buona pace di tanti intellettuali di sinistra Lenin era un carnefice come Stalin".
> E questo scrivevano nel 1918. Gran bel contributo, Max.
Necessario.