Dagerman Stig

I giochi della notte

Autore: 
Dagerman Stig

"È proprio questo che non finirà mai di stupirmi, è proprio questo fenomeno che più di tutto mi convince della sconfinata immoralità del mondo" Stig Dagerman 

Questa è un’opera letteraria che lascia il segno. Profondo, dolente, impietoso e allo stesso tempo lucente; un percorso unico, emotivamente “apolide”, orientato ovunque e in nessun luogo. Otto piccoli gioielli narrativi che seguono un continuum ideale ma non ideologico: dal disincanto alla disillusione. Dai sogni catartici d’un bimbo (disincanto), alla scoperta della propria inutilità da parte d’un vecchio (disillusione), tutto l’universo dagermaniano sembra ricondurre ad una semplice quanto incontrovertibile evidenza: non siamo che granelli di polvere spazzati via dall’onda lunga d’un distratto destino.
 
Otto storie, come detto:
 
I giochi della notte: Un bimbo, un padre assente. Giochi notturni evocati in sogno, aspettando che il babbo ritorni. La notte rende invisibili, il sogno porta ovunque, altrove:
“I giorni sono peggio delle notti. I giochi della notte sono molto meglio di quelli di giorno. Di notte ci si può rendere invisibili e correre passando per i tetti fin dove c’è bisogno di noi. Di giorno non si può essere invisibili. Di giorno non si può fare così in fretta, di giorno non è così bello giocare” (p. 23).
 
Nevischio: Una famiglia contadina attende una parente che viene dall’America. Tutti sono in fermento, l’America è la “terra dei sogni” e l’imminente ospite dovrebbe esserne l’incarnazione. Un bimbo senza papà è l’io narrante di questo evento. Ma le distanze sono messaggere di cambiamenti, lasciando segni indelebili nel cuore e nell’anima degli uomini. Un tempo strano colora l’attesa, un fastidioso nevischio che cade sugli occhi: “Ma tu piangi?” mi dice. “No” rispondo, e mi sfrego, mi sfrego gli occhi fin quando il mucchio di ciuffi non brilla di nuovo verde e fresco di taglio alla luce della lanterna. “È solo un po’ di nevischio”. (p. 45)
 
Carne salata e cetrioli: Storie di bambini a cui non piace il cibo che i genitori danno loro per il pranzo a scuola. Una realtà ingessata che si snoda senza sussulti. Toni sommessi dal vago sapore moralistico: “La maggior parte delle cose che era importante sapere ci arrivava quasi sempre in sussurri”. Non tutti i bambini disprezzano la merenda, c’è chi la raccoglie anche dietro ingombranti mobili. Ma c’è chi ruba, per disincanto, solitudine o autodifesa. L’inconsapevolezza che maschera il paesaggio è tutto fuor che reale: “Eppure la nostra inconsapevolezza non era che un mito, perché mai come allora la vita era piena di simboli viscosi, quasi tutto quel che si faceva aveva un doppio senso… ” (p. 48)
 
L’albero dell’impiccato: “Però non avresti dovuto ridere, pensava, qualsiasi altra cosa, piuttosto”. Una coppia, forse in crisi, ed un amico che si insinua. Lei preferisce l’amico al compagno, ma c’è modo e modo… Tutto fuorché lo scherno, l’ilarità; l’orgoglio ferito conduce un uomo sulle tracce d’un impiccato: “Viveva la caduta nel sogno come nella realtà ed era impossibile distinguere l’uno dall’altra” (p. 68).
La rabbia, l’angoscia, il rimorso, più che esplodere implodono nell’uomo tradito. Cercare un luogo catartico non serve sempre a far tacere l’angoscia: “Ah, cercare il proprio albero. Di trovare l’albero dell’impiccato, l’albero della foresta dell’angoscia, il solo che irradia angoscia. Quanto diventano amichevoli tutti i boschi, dopo” (p. 69).
 
Lo sconosciuto: Parabola dello sdoppiamento: ricerca di sé nel sé sconosciuto. Una coppia in una sera piovosa perde l’orientamento e la conoscenza del “noi”. Foto che scolorano e distorcono il reale. L’uomo sembra incredulo, la donna è muta, quasi insensibile. Spiragli sembrano aprirsi. Poi, le foto sono troppe e la notte insonne. Per l’uomo, colui che passeggia disperante, è una realtà insostenibile. Si alza, nella notte e… vede un uomo addormentato nel suo letto: “…si china sull’uomo addormentato e gli scopre piano la testa (…) E quando la stanza si riempie della terribile luce di una lampada invisibile, con un’agghiacciante senso di liberazione abbatto il martello sulla tempia sudata di quello sconosciuto” (p. 89). Forse ha definitivamente ucciso, o trovato, l’altro da sé.
 
Uomini di carattere: Altro trittico in cui la donna è al centro. Una coppia e un guardaboschi che abita con loro (affittuario di una stanza). Lui è un maestro di scuola di giorno assente, lei una donna in attesa del tempo di passione con l’amante. Il maestro si accorge di qualcosa, grazie ai bambini: “A quel che dicono i bambini non si deve certo dare un gran peso, ma i bambini sono pericolosi perché non hanno il buon senso di tenersi per sé la verità” (p. 96). Epilogo beffardo e sconsolato: “Una donna che piange è molto pratica (…) A una donna che piange può diventare perfino un piacere offrire consolazione. Ma una donna che ride! Una disperazione che ride non è legittima. Con una donna che ride non c’è proprio niente da fare. Nient’altro che lasciarla ridere. E seppellire la testa sotto la coperta. Coricarsi sul fianco. E riprendere a dormire” (p. 121).
 
Gli implacabili: Sarcasmo ed uno sguardo sul vuoto del mondo. Una coppia di sposi: l’una divenuta identica all’altro. Lui, amico despota da sempre. Loro, gli amici di sempre, disgustati, pronti ad irridere ed a mostrare il vero volto. La più glaciale e disumana delle otto storie di Dagerman è narrata non senza stupore per le sue maschere. Delle quali una afferma: “È proprio questo che non finirà mai di stupirmi, è proprio questo fenomeno che più di tutto mi convince della sconfinata immoralità del mondo” (p. 128).
 
La torre e la fonte: Un convento e la sua aura secolare, un uomo, un custode, è convinto di detenerne storia e segreti. Quattro giovani americani e due insegnanti lo faranno dolorosamente ricredere, ancorché in modi molto diversi. E l’amara realtà diviene la consapevolezza di doversi sopportare: “La stanchezza va molto bene, la stanchezza va sempre bene, in particolare quando ci si esercita nell’arte amara di essere prigionieri di se stessi. Anche una grande calma e una certa capacità di mantenersi freddi vanno molto bene, perché l’uomo deve avere i nervi molto saldi per potersi sopportare” (p. 157).
 
REALISMO ONIRICO DEL CANTORE ANARCHICO
 
Ciò che viene immediatamente ad evidenza nei contenuti del romanziere scandinavo è l’uso del sogno come fuga episodica dalla realtà e completamento della stessa. Mi spiego. Qui non siamo in una fiaba in cui il mondo onirico fa da contrasto e opposizione al reale, ma in una terra di mezzo che respira simultaneamente i due mondi. Lo sguardo d’autore che ne deriva è critico, lontano dai toni consolatori. A ben addentrarsi nelle otto storie risulta chiaro come Dagerman lasci spiragli incantati soltanto ai fanciulli. Ma neanche troppo. Persi nel mondo e nelle consuetudini degli adulti, i loro sogni hanno vita breve. Restano un rifugio di cui l’adulto non ha più idea o conoscenza  - semmai ne avesse avuta in precedenza. Di questi otto racconti che seguono un iter crescente per età  - i primi tre vedono protagonisti bambini e ragazzi, in mezzo ci sono gli adulti e in conclusione un anziano - il più poetico è certamente Nevischio, il più agghiacciante e inumano senza dubbio Gli implacabili. Niente, comunque, è prossimo ad alcuna forma di redenzione o salvezza. In ciò, Dagerman manifesta il suo personale spirito anarchico. Come Céline, ma con una forma letteraria ed un’idea di fondo molto differente, sublima il suo essere contro non scorgendo alcuna via di fuga e denunciando ciò che vede. Nessuna feritoia della notte porta la luce del mattino; ed i giochi, affidati ai suoi diseredati personaggi, sono fumi che si dissolvono e fuochi fatui che non sottraggono dalla realtà incombente. Lo stile narrativo con cui Dagerman sintetizza le suggestioni del suo mondo letterario è superbo: lirico, senza troppi artifici dialettici e aderente all’essenzialità del suo messaggio. Egli era certamente un bambino “diverso”; di questa diversità ne ha fatto ricchezza e dono. I pochi testi che ci ha lasciato sono un’eredità da salvaguardare come un prezioso dal valore inestimabile.  
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Stig Dagerman (Älvkarleby, 1923 – Stoccolma, 1954), scrittore, poeta, saggista, sceneggiatore svedese. Diresse “Storm”, giornale della gioventù anarchica. Debuttò pubblicando il romanzo “Il serpente” nel 1945.
 
Stig Dagerman, “I giochi della notte”, Iperborea, Milano 1996.
Traduzione di Carmen Giorgetti Cima. Introduzione di Andrea Gibellini.
 
Prima edizione: “Nattens lekar”, Stoccolma, 1947.
 
Léon, Settembre 2005. Originariamente pubblicato su www.lankelot.com
 
ISBN/EAN: 
8870910598

Commenti

Mi pare che i tags siano venuti fuori, no?

Sì, Fede, sono venuti! Magari prova anche a inserirne di altri e più articolati, per esempio qui ci vedrei bene anche "Scandinavia" o "letteratura scandinava". Così non si fa che facilitare il reperimento del pezzo.
Complimenti sia per il reperimento del ritratto di Dagerman che per la copertina del libro. Un caro saluto!

Grazie, era la foto che mi convinceva di più. Suggerimento accettato.

?I giorni sono peggio delle notti. I giochi della notte sono molto meglio di quelli di giorno. Di notte ci si può rendere invisibili e correre passando per i tetti fin dove c?è bisogno di noi. Di giorno non si può essere invisibili. Di giorno non si può fare così in fretta, di giorno non è così bello giocare? (p. 23).

(vero).

Eh, si. Concordo anch'io sulpasso di Dagerman: la notte è tutto un mondo altro.