Stephens James

I semidei

Autore: 
Stephens James

Si dice che l’amicizia tra James Joyce e James Stephens si fondasse su un’incredibile coincidenza: erano nati alla stessa ora, dello stesso giorno, dello stesso anno, nella stessa città, Dublino. Wikipedia smentisce, ma sta di fatto che Joyce era convinto – leggo nel risvoltino dell’edizione Adelphi – di formare assieme a Stephens una coppia di gemelli astrali; al punto che, disperando di poter mai terminare il suo “Finnegans Wake”, giurava che solo Stephens avrebbe potuto terminarlo.
Qui in Italia conosciamo, inevitabilmente, più il triestino Joyce che l’irlandese purosangue Stephens. E sembra proprio che ci si sia dimenticati – se non fosse per Adelphi – della produzione narrativa e lirica di Stephens, autore del brillante “La pentola dell’oro” che abbiamo la fortuna di poter apprezzare in traduzione. In questo frangente vi propongo tuttavia la lettura di una sua opera minore – l’atipica e affascinante “I semidei”.

Premetto: destinerei la lettura a quanti amano la cultura e la letteratura irlandese, in primis; in seconda battuta a quanti vanno cercando epifanie angeliche nelle scritture occidentali; in terza e ultima sede a quanti sognano di leggere un racconto sulla vita di chi è costretto a (o ha scelto di) campare alla giornata finalmente estraneo ai veleni ideologici di matrice verista o realista: qui c’è la magia, la poesia e l’incanto di chi ama sinceramente il popolo ma non vuole armarlo di falce e martello. È la scrittura di un patriota irlandese.
Direi che ho ristretto adeguatamente il campo; do per scontato che chi ama Joyce non possa essere incuriosito dall’esistenza e dalla scrittura del suo gemello astrale…

Due popolani, Patsy Mac Cann e sua figlia Mary, poverissimi, ricevono sulla loro deserta collina la visita di tre angeli. Patsy e Mary sono irlandesi, quindi cattolici: atipici, hanno scelto di vivere al di là delle leggi, di lavori occasionali e di vagabondaggi, avanzando col loro carretto e le loro poche provviste per la splendida isola.  

Quanto ai tre angeli… eccoli, è notte: “(…) erano davvero superbi nelle loro seriche vesti scarlatte e di porpora e d’oro; avevano sul capo alte, elaborate corone di insolita fattura, e le loro ali, che avevano ciascuna un’apertura di tre metri, erano variopinte e scintillanti” (p. 18); e tuttavia sono – per così dire – umanissimi e in un certo senso indifesi; devono apprendere abitudini e costumi che non conoscono, soffrono la fame e provano sentimenti. Stephens racconta e insegna: “Gli angeli si chiamavano Finaun, Caeltia e Art. Finaun era l’angelo più anziano, Caeltia era quello che aveva la barbetta nera come il carbone e Art era il più giovane dei tre, ed era bello come l’aurora, che è la cosa più bella che ci sia. Nel luogo dove abitavano Finaun era un Arcangelo, Caeltia un Serafino e Art un Cherubino. Un Arcangelo è un Consigliere e un Custode; un Serafino è un angelo che accumula sapienza; un Cherubino è un angelo che accumula amore. In cielo erano questi i loro titoli” (p. 64). 

Patsy e sua figlia non possiedono nulla: non hanno pregiudizi, non hanno ambizioni, non hanno angosce e non hanno ansie. Desideri sì, ma sono quelli d’ogni anima; nutrirsi, amare. La visione di Stephens è sinceramente anarchica; magnifica queste esistenze al di là del bene e del male, caratterizzate da un’etica basica e incrollabile, estranee alla legge e tuttavia intrise di giustizia. E accompagna – nell’arco delle circa duecento pagine, strutturate in quattro parti – questi wanderer irlandesi facendoci ascoltare i loro racconti (e assieme: la voce e le confidenze d’un somaro) e intrecciando due vicende sentimentali; quella di Patsy con la riottosa e orgogliosa Eileen e quella di Mary con Art, il Cherubino. Apoteosi finale per il vero amore; il canto s’interrompe quando s’è ripristinato, come nella commedia antica, un equilibrio (inatteso, e) nuovo.

Stephens ha una scrittura capace di improvvise e ben mascherate deviazioni; sospende la narrazione per moraleggiare, in qualche frangente, o quantomeno per dichiarare la sua visione del mondo; si tratta senza ombra di dubbio dei momenti migliori del libro, di intervalli musicati, in un certo senso, destinati a essere interiorizzati facilmente dal lettore divertito e incuriosito dagli sviluppi della grottesca trama. Sembra ammettere il furto quando è minimo e innocente e destinato semplicemente a sostentare i poveri; bastona con franchezza la proprietà – che fonda la nostra società – e ogni forma di possesso; ridicolizza il rapporto tra servo e padrone, mostrando quanto sia facile e inevitabile avallare atteggiamenti e pretese assurde; rovescia le sorti degli avidi e degli ambiziosi, mostrando loro la tirannia del possesso. 

Il lettore abituato alle vicende irlandesi noterà una minor circolazione di alcolici rispetto al solito; non mancano tuttavia vari lamenti per la birra o per il whisky che non c’è, e che quando appare viene subito spazzolato via. Quanti invece sono soliti ritrovare segni dell’esistenza del Piccolo Popolo, e di tutti gli incanti e le magie dell’isola dove domina il gaelico e si nascondono porte che conducono in altre dimensioni, troverà non pochi passi apprezzabili: la scrittura di Stephens è fluida e nuotarci non sarà difficile né sgradevole, nemmeno quando ci si sarà accorti che – onestamente – siamo al livello del raffinato divertissement, e lontana miglia guarda altrove l’eternità.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

James Stephens (Dublin, 1882 – Eversleigh, 1950), patriota, poeta e romanziere irlandese. Esordì pubblicando la raccolta di poesie “Insurrections” nel 1909.

James Stephens, “I semidei”, Adelphi, Milano, 1985. Traduzione di Anna Ravano.  

Prima edizione: “The Demi-Gods”, London e New York, 1914.  

Bibliografia consigliata: James Stephens, “La pentola dell’oro”, Adelphi, Milano, 1969 
Approfondimento in rete
: Wikipedia / Irish Writers.

 Gianfranco Franchi, aprile 2007

ISBN/EAN: 
9788845906114

Commenti

Vi presento il gemello astrale di Joyce.

Grazie, è un piacere fare la sua conoscenza. Mai sentito prima, naturalmente, e perciò tanto più opportuna e felice la tua riscoperta.

Eh. Devo questo incontro semplicemente alla mai spenta passione per questa casa editrice. E per i loro risvolti micidiali. Dapprima, quattro o cinque anni fa, incappai ne "La pentola dell'oro". Mi piacque talmente che comperai subito dopo anche questo. Guarda quando sono finito a leggerlo... mi spiace non avervene parlato prima. Sarebbe bello se qualcuno si dedicasse alla Pentola. Credo che potrebbe piacere proprio a tutti.

"Quanti invece sono soliti ritrovare segni dell?esistenza del Piccolo Popolo, e di tutti gli incanti e le magie dell?isola dove domina il gaelico e si nascondono porte che conducono in altre dimensioni, troverà non pochi passi apprezzabili: la scrittura di Stephens è fluida e nuotarci non sarà difficile né sgradevole, nemmeno quando ci si sarà accorti che ? onestamente ? siamo al livello del raffinato divertissement, e lontana miglia guarda altrove l?eternità."

Penso proprio che potrebbe piacermi: c'è qualcosa di strano nell'Irlanda, nella sua lingua e nella sua cultura, che fa veramente pensare alle porte verso un mondo fatato. Ho letto autori e leggende e non ne sono stanca. Ben venga quindi (e grazie per avercelo proposto) Stephens.

***

Postilla alle prime righe dove citi Wikipedia. Io non riesco, onestamente, ad attribuire a W. valore di fonte. Al massimo di raccolta di riferimenti bibliografici, fatti più o meno bene (disastrose alcune voci, sto correggendo e integrando - indovina - la Duras, ma ho dovuto correggere errori gravi in voci scientifiche di storia del libro!) ... quindi nessuna meraviglia che ci si trovi in disaccordo o si leggano cose contrastanti.
Vorrei dire che comunque il progetto Wiki è importante e credo che tutti quelli che sanno qualcosa o sono ferrati in qualche argomento dovrebbero partecipare e migliorarlo...
:)

4.2. > hai ragione ma io preferisco concentrarmi qua e piuttosto collaborare con tutte le testate che me lo richiedano. C'è qualcosa di maligno nell'anominato forzosamente imposto da wikipedia, puzza di bruciato. Qua invece - e da anni - vale il principio del nome e cognome di chiunque scrive, con relativa biografia;).
Mi piace consultarlo ma non credo che potrò sostenerli diversamente che così - proponendo articoli che possano linkare. Preferisco:).
4.1. > Sì, ti dovrebbe piacere molto. Ma allora parti subito con "La pentola dell'oro";)

"Patsy e sua figlia non possiedono nulla: non hanno pregiudizi, non hanno ambizioni, non hanno angosce e non hanno ansie."
> si può trasferirsi nel mondo di questi personaggi? Mollo tutto e vado subito! :-)
Carino davvero, naturalmente non l'avevo mai sentito nominare, quiendi grazie!

grazie a te e grazie a voi. Nell'articolo non motivo apertamente le ragioni del titolo, ma qua e là ho lasciato tracce chiare dello sviluppo della vicenda. Immagino possa risultare piacevole:)

Lo è certamente.

Non amo Joyce (una delle letterature più ostiche che abbia mai incontrato - L'Ulisse è stato a dir poco straziante, ma non solo L'Ulisse), ma la presentazione di questo testo mi incuriosisce, che sia pubblicato da Adelphi mi fa ben sperare, e poi vado in cerca di epifanie angeliche nelle scritture occidentali. Solo una domanda, Franco. Ma fondamentale: quanto è simile a Joyce nello scrivere? Non ci sarà troppa corrispondenza astrale? Se c'è troppa vicinanza lascio proprio perdere: Joyce è il mio incubo!

No, nessuna vicinanza stilistica; almeno, se pensando a Joyce ci si limita a "Ulisse" o "Finnegans Wake". Vai tranquillo, dovrebbe piacerti parecchio - più ancora, tuttavia, l'altro libro in Adelphi, "La pentola dell'oro". E' una figuretta laterale suggestiva e fascinosa, e ha uno stile piacevole e fluido. In quell'isola ci sono più artisti che cittadini, è incredibile.

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