Steinbeck John

Furore

Autore: 
Steinbeck John

TOM JOAD.

È un vuoto. Un vuoto dove riponi,con cura, i tracciati e i sentieri dei tuoi sogni, quelli che ti hanno aiutato a crescere. Quelli che un giorno bruceranno sotto il calore e i raggi del sole. Il sole della terra promessa. È un vuoto che si fa bello, che appare per quello che non è, che propaganda quello che hai atteso per una vita: la scossa che ti convince a lasciare la tua terra, la casa in cui sei cresciuto e in cui vuoi tirare le cuoia e in cui vuoi allevare i tuoi figli. È un vuoto, dove ti ci perdi perché è troppo grande, perché non capisci, perché sei un ingenuo, e credi magari che andare in California sia la scelta giusta. Quella che produce un cambiamento e con un sol colpo spazza via problemi, angherie, sofferenze e lacrime. Ma è un vuoto, un vuoto da cui non si esce, perché è un vuoto appunto.

Vuoto come i deserti che lambiscono la highway 66, la strada della speranza, la strada per la California, la strada che ti conduce alla morte. Tragitto impervio per un autocarro che deve trasportare dodici persone. Un autocarro usato che gli strozzini ti hanno rifilato a un prezzo non suo. Perché stai nei guai e a loro non gliene frega niente se stai nei guai.

È un viaggio vuoto per i vecchi, per i nonni che scissi dalla loro terra muoiono per strada e lasciano la loro anima ai nastri di partenza, al luogo che non volevano lasciare. Vuoto, come le fitte di uno stomaco che non viene rifocillato da giorni, vuoto come i morti e le morti che si accumulano durante il viaggio, vuoto come l’amore che torna e ritorna, che forse non c’è e non è mai esistito, perché uno che ha messo in cinta una ragazza non può scappare, è da vigliacchi, eppure lo fa, perché a questo punto salviamo le nostre penne e non quelle degli altri.

Vuoto come la famiglia che si divide, perché il viaggio non è la giovinezza e non è la speranza e non è la ricerca di qualcosa di nuovo e migliore. È dolore, divisione, fine dei giorni, fine di tutto. È un vuoto, vuoto come un futuro che crolla sotto i destri e i sinistri della macchina, di uomini che non si assumono le responsabilità, perché la colpa è delle banche, è del sistema. E allora mi chiedo perché questi stronzi lavorano per il sistema. Perché questi stronzi che erano Oakies lavorano per il sistema.

E il mondo degli Oakies cade sotto gli occhi rossi e avvelenati di popoli che non vogliono conterranei e non vogliono spartire quello che hanno, sotto i fendenti della polvere e del vento che ledono i raccolti, delle trattrici che ti privano di terra e lavoro, ti tolgono il legame con la tua terra, quella che ti sei conquistato con il sudore, quella che non vuoi lasciare per un fatto ancestrale, quella che ti fa vivere anche quando invecchi. Anche quando sei morto, perché vuoi morire lì e non per la strada come un pezzente. Vuoti di giustizia che sceglie e decide senza rimorso e senza ritorno, vuoti di amici che si spacciano per amici, vuoti di nemici che si spacciano per amici.
E i vecchi muoiono e non potranno vedere il sogno che non c’è, e i bambini si ammalano perché non mangiano, e il bambino che vive nella pancia di una donna gravida è nutrito da pezzi di calcinaccio, si succhiano i pezzi di calcinaccio per capire che non è latte.

E il furto è mosso dal bisogno di avere una vita normale, una vita che abbia la parvenza della dignità. E si combatte e si lotta per una causa giusta, per qualcosa che è giusto, e si perde la vita. Perché gli scioperi non servono a niente e si viene tacciati di essere rossi e rivoluzionari. E la rivoluzione è come sempre un’utopia, perché tanto c’è il riflusso. E l’unica rivoluzione è una sbornia in santa pace, quella dove puoi distendere i nervi e allentare il cervello. L’unica via di uscita, l’unica uscita di sicurezza: costa poco.
E allora accade che l’unico elemento della famiglia su cui si può fare affidamento, è un assassino, uno che non si fa scrupoli, un buono e un ribelle, uno che si chiama Tom Joad. Uno che è stato ricordato dal Boss, uno che è stato cantato dal Boss, perché sacrifica sé stesso per gli altri, perché vive nell’abnegazione, perché sa cosa vuol dire portare rispetto ai propri genitori e sa cosa vuol dire una famiglia unita. Una famiglia che non si schioda.
Perché sa cosa è il diritto e il dovere e non se la fa mettere in quel posto da nessuno. Eppure Tom è costretto a fuggire, perché è in libertà vigilata, perché ha ucciso un altro uomo, perché vuole che la madre lo ricordi negli occhi delle persone che hanno le rughe segnate dal pianto, perché vuole che la madre lo ricordi negli occhi di una famiglia che respira, perché quello è l’unico e l’ultimo sintomo di vita.…E allora un’altra famiglia va a rotoli, perché ha perso l’unico uomo capace di fare l’uomo, perché Al, il fratello minore, non è Tom e pensa solo a sé stesso e le gerarchie si rovesciano, e la madre prende in mano le redini della famiglia e il padre, mogio e mesto, si fa da parte. E tacito, acconsente.
E i poliziotti ti inseguono con la bava alla bocca e con gli sfollagente alla bocca, e la miseria abbrutisce l’uomo e lo fa diventare cattivo, anche quando non vuole, anche quando sa che le sue azioni non coincidono con la sua etica. E ancora le macchine e gli ingranaggi delle macchine ti buttano sul lastrico e si fa a botte e si sputa contro i propri simili e forse come dice Tom non serve un’anima propria ma un’anima grande, un anima che esuli dalla propria per abbracciare tutte le altre. Perché questa è l’unica cosa che rimane all’umanità, l’unica cosa che non ti possono togliere le macchine. Perché le macchine non hanno un’anima.

E cerchi alleati, cerchi alleati nella natura, ma Lei non ti aiuta, non ti aiuta mai in questi casi. Costruisci una diga per impedire all’acqua di arrugginirti, e lo spirito di Tom Joad padre entra nelle vene degli altri e diventa spirito di gruppo, eppure lo sforzo dell’uomo non può nulla, siamo troppo piccoli e capiamo, non c’è niente da fare e a puttane i film che ci raccontano balle, e a puttane la vita che è uno schifo, e a puttane tutto.

E comunque c’è un epilogo, c’è sempre un epilogo. E quel bambino nutrito dal bianco del calcinaccio, esce dalla pancia. È morto, è senza vita, il calcinaccio non è il latte. E il seno di una madre senza prole è ancora pieno di latte, di sostanza per la vita, per vivere. E quello che resta, nella miseria e nell’inferno, è la bontà e il buon senso, è l’essere umano. E allora c’è vita, finché una madre senza figlio è pronta a donare il suo latte a un vecchio che sta morendo senza liquidi, a un vecchio che rinasce con il latte che era destinato a un bambino.
E nella paura di un popolo che non ha casa e non ha meta, e nel terrore di risvegliarsi con dei morti affianco, e nel pianto che ormai non è più una consuetudine, ci si aggrappa al filo della speranza, ci si aggrappa ai deliri e ai sogni, ci si aggrappa al furore.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.

John Steinbeck (Salinas, California, 27 febbraio 1902 – New York, 20 dicembre 1968), narratore e saggista americano, premio Nobel 1962.

John Steinbeck, “Furore”, Bompiani, Milano, 1940. X edizione, Tascabili, 2002. Traduzione di Carlo Coardi.

Prima edizione: “The Grapes of Wrath”, 1939.

Una prima versione di questa recensione, revisionata e ampliata nell’agosto del 2003, è originariamente apparsa su ciao.com.

 

ISBN/EAN: 
9788845249075

Commenti

È un vuoto. Un vuoto dove riponi,con cura, i tracciati e i sentieri dei tuoi sogni, quelli che ti hanno aiutato a crescere. Quelli che un giorno bruceranno sotto il calore e i raggi del sole. Il sole della terra promessa. È un vuoto che si fa bello, che appare per quello che non è, che propaganda quello che hai atteso per una vita: la scossa che ti convince a lasciare la tua terra, la casa in cui sei cresciuto e in cui vuoi tirare le cuoia e in cui vuoi allevare i tuoi figli. È un vuoto, dove ti ci perdi perché è troppo grande, perché non capisci, perché sei un ingenuo, e credi magari che andare in California sia la scelta giusta. Quella che produce un cambiamento e con un sol colpo spazza via problemi, angherie, sofferenze e lacrime. Ma è un vuoto, un vuoto da cui non si esce, perché è un vuoto appunto.

(grazie per il regalo del ritorno di Tom Joad, de'!).

un libro che ha lasciato il segno quando lo lessi in terza media. rimasi a bocca aperta. anni dopo scoprii il disco di springsteen e furono lacrime e rabbia.

(di quel disco, amice Andrea, dovresti scrivere ora)

3 - Il libro non l'ho letto ma il disco di Springsteen è bellissimo. Per me è l'ultimo grande album di Springsteen.

copertina e archivio JS

copertina e archivio JS integrati