Spindler Katharina

La Svizzera e il fascismo italiano 1922-1930

Autore: 
Spindler Katharina
Questo studio tradotto dall’originale tedesco “Die Schweiz und der italienische Fascismus” si divide in tre parti.
Nella prima si analizzano le diverse interpretazioni del termine e del fenomeno fascismo; nella seconda si analizzano i rapporti diplomatici con la vicina Svizzera; nel terzo di discute l’atteggiamento di alcuni gruppi attivi in Svizzera nei confronti del fascismo.
Lo studio non si occupa dell’atteggiamento dei socialisti svizzeri perché “la vera prova democratica della sinistra consisteva negli anni venti nel distacco dal bolscevismo” e la sinistra “essendo vittima principale dei fascisti, non aveva un’opzione[…]” (quarta di copertina).
La Spindler apre con un’analisi sulla natura totalitaria del fascismo:
un sistema politico può essere definitio totalitario quando, infrangendo l’ordinamento giuridico che si basa sui diritti dell’uomo e sulle implicite libertà individuali, una o poche persone si impossessano del potere […] e richiamandosi a un ideologia accettata dalla massa […] attuano il loro proposito con la forza bruta […]. Il fascismo presentava queste caratteristiche […]” (pg.13-14)
Si evidenziano le origini socialiste di Mussolini e implicitamente del fascismo, con particolare accento al soggiorno di questi in Svizzera, alla sua attività politica di propaganda socialista svoltavi, al ritorno in Italia e alla fondazione del PNF (Partito Nazionale Fascista), al successivo periodo di violenze e scontri fino alla conquista dl potere.
Si evidenzia come il passaggio da partito di opposizione “dura” ma in sintonia con i tempi verso lo stato totalitario sia avvenuta lentamente.
L’Italia del 1930 non era uno stato totale nel senso reale del termine. Il governo fascista fra il 1925 e il 1930 aveva messo sistematicamente fuori uso parte della costituzione e dei diritti fondamentali, e aveva manifestato ancora una volta chiaramente la sua vocazione totalitaria nella “Carta del lavoro”. Ma sino a quel momento (e anche dopo) non adottò provvedimenti per annientare sistematicamente gli avversari del regime come avevano fatto […] l’Unione Sovietica e come avrebbero fatto in seguito i nazisti […]” (pg. 70)
 
Questo ci porta a meglio inquadrare l’insieme dei rapporti diplomatici tenuti con la Svizzera. Se infatti appariva chiara la vocazione totalitaria del fascismo, in un primo tempo molti rappresentanti della Svizzera politica ed economica videro nel fascismo una situazione transitoria o un’espressione di una crisi della democrazia, che si esprimeva con i mezzi teatrali del nascente schermo; anche quando divenne chiaro che il periodo transitorio era destinato a perdurare, furono diversi a considerare il fascismo come “un male minore”, e in Mussolini un leader in grado di fornire garanzie più efficaci dei suoi possibili successori.
Il Consiglio Federale optò per una politica di collaborazione e di diplomatica mediazione. Protagonista del periodo fu il politico, consigliere federale e ministro degli esteri Giuseppe Motta. Motta era un cattolico, di solida educazione, perfettamente trilingue (italiano tedesco e francese), timidamente curioso verso il fascismo, senza essere particolarmente entusiasta ma senza nemmeno manifestare ostilità.
Il consiglio federale era diviso tra un’ala chiaramente opposta al fascismo e una apertamente simpatizzante. Per Motta le difficoltà furono innanzi tutto di ordine territoriale.
Mussolini aveva più volte manifestato intenzioni irredentiste nei confronti del Ticino e del Grigioni italiano, e il fascio di Varese, fu particolarmente attivo con pubblicazioni provocatorie.
Motta temeva, a buon merito, che il vicino irrequieto e violento rivendicasse con la forza quei territori. Le relazioni internazionale furono giocate quindi su un duplice piano: da un lato Motta si mosse in seno alla Società delle Nazioni, facendo affidamento sul suo ruolo di garante; dall’altro spinse in tutti i modi per sottoscrivere accordi commerciali e di partenariato con l’Italia.
Da parte sua Mussolini, che aveva in un primo tempo cavalcato la portata elettorale dell’irredentismo, moderò i toni e calmò gli animi.
 
Numerosi furono comunque gli incidenti diplomatici: Motta richiamò più volte, in veste non ufficiale, la stampa ticinese e romanda, raccomandando toni meno cruenti nei confronti del vicino; se la stampa Svizzera da una parte rifiutava chiaramente la mordacchia, dall’altro riconosceva nella posizione di Motta una prudenza necessaria.
Ciononostante non mancarono di manifestarsi voci critiche, e scontri, soprattutto tra socialisti e fascisti ticinesi.
Un episodio fu causa di particolari problemi: alcuni soldati Svizzeri al valico di Ponte Tresa intonarono canzoni di scherno all’indirizzo del duce. La reazione non si fece attendere: il fascio di Varese sequestrò il sindaco di Ponte Tresa, lo portò in territorio italiano, e qui lo picchiò brutalmente.
Occorse tutta la diplomazia di Motta per calmare gli animi.
Diversi altri episodi portarono a tempestivi interventi di ambo i governi: nel complesso però, ad eccezione del Ticino, la Svizzera non vide ragioni di eccessiva preoccupazione nel fascismo, e fu invece molto più impegnata nella lotta contro la sinistra marxista.
 
Erano anni in cui la democrazia e i suoi presupposti attraversavano una crisi. In Svizzera si registravano ondate contrastanti di ritorno al nazionalismo e di invasione di idee socialiste.
Esemplare ad esempio fu la condotta della massoneria in Svizzera: in un primo tempo i massoni non manifestarono posizioni critiche verso il fascismo anche se “ né la soluzione bolscevica, né quella fascista, apparivano conciliabili con la situazione svizzera” (pg. 252)
La massoneria criticava il fatto che “la libertà individuale è completamente sacrificata alla politica fascista. In compenso le organizzazioni professionali possiedono privilegi politici paragonabili a quelli delle corporazioni medievali” (pg. 252)
 
Particolarmente tragica appare la posizioni dei cattolici in Svizzera: sconfitti nella guerra delle Sunderbund a metà ottocento, incapaci di accettare i cambiamenti ormai evidenti della società, “molti cattolici conservatori svizzeri videro nel fascismo un tentativo di superare il liberalismo e il socialismo. Le loro reazioni al fascismo furono quindi benevole […]” (pg. 299)
Senza riconoscerne l’essenza totalitaria, lo considerarono un’alternativa alla democrazia liberale […]. Per essi il fascismo fu uno stimolo per riproporre l’idea dello stato cattolico (pg. 333)
In questo furono probabilmente fuorviati dagli accordi tra papato e PNF.
 
In generale molti svizzeri ammirarono un regime che, come tutti i sistemi totalitari, era riuscito a riportare l’ordine e a rilanciare un’unità di pensiero, di volontà e di decisione. In molti quest’ammirazione si accoppiava alla nostalgia per condizioni più semplici e più trasparenti anche in Svizzera[…].(pg. 335)
 
Numerosi furono gli elogi riportati da viaggiatori svizzeri di ritorno dall’Italia, al riguardo dell’ordine vigente; a questo proposito annotava Hermann Schutz sulla Neue Zürcher Zeitung:
La soddisfazione per questi aspetti molto gradevoli al singolo è comprensibile. Meno comprensibile è invece che da questi sentimenti superficiali si passi forzatamente a un giudizio complessivo sull’Italia, come spesso si fa. Pochi soltanto vedono la sostanza delle cose, pochi soltanto riflettono (quando non lo dimenticano) sul prezzo che l’Italia deve pagare per trovarsi gratificata di un ordine così esemplare […]. Gli stranieri hanno un bel parlare. Essi vedono soltanto quel che una mano di ferro ha creato, mentre non vedono quel che un duro stivale ha calpestato, …
 
Non occorre aggiungere altro.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Spindler Katharina (dati biografici irreperibili), storico basilese (Svizzera).
Spindler Katharina, “La Svizzera e il fascismo italiano 1922-1930”, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 1980.
Traduzione di Luciana Caglio.
 
Prima edizione: “Die Schweiz und der italinische Fascismus: 1922-1930”, Basel, Anno sconosciuto. 
Si tratta di una tesi di laurea. Il fatto che sia stata pubblicata e addirittura tradotta ne dovrebbe garantire la qualità. La traduzione è abbastanza approssimativa. La signora Spindler sembra avere rinunciato alla carriera accademica e questo è il suo unico libro che sia riuscito a reperire. 

Thomas Mueller prima pubblicazione per lankelot.                                   
11 giugno 2009.
ISBN/EAN: 
000

Commenti

Si diceva reportage sulla Svizzera: cominiamo da qui?

C'è un film appena passato al Bellaria Film Festival che tratta più o meno di questi argomenti.

s'intitola "La montagna magica - A l'ombre de la Montagne Magique!" di Fabrizio Grosoli.

Una ricerca interiore che passa attraverso i soggiorni nei sanatori di Davos durante e dopo la 2GM dei nazisti ma anche di profughi, socialisti, etc etc.

Qui però si analizza un periodo precedente, 1922-1930.
Comunque annoto, grazie.

TM

1. mi sembra una gran bella idea:)

Per dovere di cronaca e di precisione: si trova una K. Spindler in internet, ma è troppo giovane per essere quella giusta (dovrebbe aggirarsi sui cinquantacinque).

Non sono sicuro se si scrive Fascismus oppure Faschismus, il tedesco non è mai stato il mio forte e ho trovato entrambe le grafie nel libro.

(aspetto l'avvento di Leon per partecipare al dibattito, e moderarlo;) )

6. Te tocca.

Peccato che lo studio si fermi al 1930. Da quel poco che è stato detto mi sembra che l'atteggiamento delle autorità elvetiche sia stato molto simile alla gran parte degli stati europei (la questione dei cattolici svizzeri poi ha parecchie similitudini con l'atteggiamento dei cattolici in genere dopo i patti del '29. Pio XI non disse che Mussolini era l'uomo della provvidenza?). Sarebbe stato più interessante vedere la posizione del governo svizzero dopo la conquista dell'Etiopia (1935) e soprattutto dopo l'emanazione delle leggi razziali (1938) che determinarono la prima grande frattura tra il fascismo ed il sentire della gente.

La Svizzera dopo la conquista dell'Etiopia continua a mantenere una posizione analoga; Spindler ci dice che Motta contava molto sul sostegno della società delle nazioni per contenere l'Italia entro i propri confini.

Quando l'Italia fu sanzionata dalla SdN per la sua politica espansionista, la Svizzera chiese e ottenne delle sostanziali deroghe che le permettevano di commerciare con l'Italia. È chiaro che Motta vedeva negli accordi commerciali un'ulteriore garanzia: già durante il periodo dello studio Motta aveva ottenuto un accordo di reciproca collaborazione commerciale su base paritaria dall'Italia. Il mantenimento dello status quo sembrava una garanzia di non belligeranza; in caso di guerra la Svizzera avrebbe potuto davvero poco.

Mi piacerebbe trovare qualcosa sul periodo seguente e sulle leggi razziali, ma studi su Svizzera e Germania sono rari e confinati in biblioteche polverose. Spindler ci dice che nel periodo 1922-1930 era attivo ad esempio un gironale romando, "Pilori" (la gogna) di chiara tendenza antisemita. Interessante come Pilori fosse molto critico verso il fascismo, accusato di essere "amico degli ebrei", "in combutta con i semiti e i bolscevichi", una "altra faccia della stessa medaglia", eccetera.
Sostanzialmente questo per dire che il fascismo 1921.1930 di antisemita ancora non aveva nulla, e le ragioni di dissenso per la Svizzera erano di altro ordine (regime totalitario contro democrazia).

Spindler accenna al fatto (ma l'analisi è quasi assente, si tratta di menzioni passeggere) che in Svizzera furono attive e crearono preoccupazione diverse associazioni che simpatizzavano col nazismo.
In sostanza appare abbastanza chiaro che i fatti tedeschi furono più seguiti e ebbero maggiori conseguenze dei fatti italiani; si spiega facilmente se si pensa che la popolazione svizzero-tedesca è circa il 70% del totale, quella italofona intorno al 5% (i restanti sono romandi).

L'anno della prima edizione è il 1976 e viene pubblicata a Basilea da Helbing & Lichtenhahn. Come Katharina Bretscher-Spindler (immagino da sposata!) ha pubblicato svariati altri libri di storia della Svizzera, in tedesco, tra cui nel 1997 Vom Heissen zum Kalten Krieg. Vorgeschichte und Geschichte der Schweiz im Kalten Krieg 1943-1968, Zürich 1997.
Se la cerchi col cognome intero ti vengono fuori svariate cose.

***

Ho letto con molto interesse la tua pagina. Ottimo!

Grazie, non avevo visto.

6-7. Aspettate possibili polemiche invano;) So poco e nente dei rapporti tra Svizzera e Italia dal 21 al 30. Questa pagina interessante mi conferma semmai quel che potevo immaginare: il Fascismo di quegli anni non era visto male non solo in Svizzera, ma in larga parte dell'Occidente, compresi gli Stati Uniti. Sulle ceneri della triste italietta giolittiana si era edificato un regime che, pur con tutte le evidenti contraddizioni, aveva rimesso in sesto una nazione e le aveva dato nuova linfa. Gli osservatori internazionali non potevano che rimanerne colpiti positivamente. Poi va be, con le leggi razziali e l'entrata in guerra cambiò ogni cosa, ma questa è storia, la conosciamo tutti.

10 - Be, logico che il Fascismo degli anni 21-30 non avesse nulla di antisemita. Le leggi razziali sono del 38, e prima d'allora non c'era motivo di essere antisemiti. Anzi, il PNF era pieno di ebrei.

6. Malfidati!!!

14, 6. ahahahahhahahahaha

la Svizzera dopo il 30 è ancora più divertente, ma è quasi impossibile trovare documentazione di qualità. Siamo selettivamente smemorati

Sulle ceneri della triste italietta giolittiana si era edificato un regime che, pur con tutte le evidenti contraddizioni, aveva rimesso in sesto una nazione e le aveva dato nuova linfa...
come quella di massacrare un deputato socialista nel 1925!

e Mussolini che se ne prende le responsabilità. Davvero divertente questa giovane Italia che si contrappone all'italietta triste giolittiana.

13> Diciamo che emerge bene e spicca la contrapposizione tra una concezione di stato totalitario e di stato democratico, con la Svizzera che difende come può la sua indipendenza; e appare drammatica l'incapactà di cogliere la deriva dittatoriale, vista come temporanea, o tollerata perché meno preoccupante delle alternative.

La svizzera si inquietava molto di più del comunismo, orse per il suo aver sfidato l'ordine gerarcico e classista con la forza e non riconosce il pericolo che l fascismo rappresenta. Motta

Poi sull'antisemtismo tocchiamo una vetta di ironia: la voce più critica contro i fascisti è antisemita... pensa a come é andata a finire.

19> Scrivevo MOtta è particolarmente patetico con il suo attaccamento alla SdN. All'omicidio Matteotti, a stampa svizzera potesterà vivacemente, mentre il governo insisterà e censurerà persino cercando di evitare "intromissioni nella politica interna dell'Italia".

Ecco: i giornalisti fanno il lavoro della SdN, e lo stato per paura o per opportunismo non solo tace, ma soffoca anche le voci che si alzano.

Ricorda molto l'atteggiamento qualche anno più tardi nei cofronti della Germania.

17 - Nell'Italia repubblicana si è fatto ben di peggio, in nome dell'antifascismo.

18 - L'Italia giolittiana era davvero triste e grigia, credo che nessuno dotato di senno e a conoscenza di un minimo di storia nostrana possa dire il contrario.

per i commenti 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 16 17 18 19 20 21 22

http://www.youtube.com/watch?v=BR76nuVTv0k

(ma tu partecipi al trenino come capotreno, no?)

gli ultimi saranno i primi