Quattro creature vivono in un labirinto. Due topolini, Nasofino e Trottolino, e due gnomi, l’astuto e reattivo Ridolino e lo stanco Tentenna. I nostri quattro eroi vivono in cerca di depositi di formaggio. Questo formaggio rappresenta ciò che ognuno di noi cerca nella vita: un buon lavoro, il successo, la fama. Almeno teoricamente: come vedremo più avanti, questa è la favola della “bellezza (sic) della flessibilità (sic)”, e dunque il formaggio altro non è che il buon lavoro. Un giorno, finisce il formaggio nel solito deposito: le due astute pantegane, Nasofino e Trottolino, partono in cerca di nuovo formaggio, fiutando come disperati. Gli gnomi(ovviamente umanoidi) Ridolino e Tentenna rimangono perplessi: inquieti e sconcertati per la fine delle loro risorse, non sanno risolversi a reagire. Intendiamoci bene, lettori: sono stati licenziati, e non sanno dove mettere le mani.
Avanziamo nella storia. Nasofino e Trottolino, seguendo con fiducia il loro fiuto, trovano ben presto un nuovo, ricchissimo deposito, e là rimangono a gozzovigliare e invecchiare fino al prossimo esaurimento scorte(leggi: licenziamento). Ridolino e Tentenna si deprimono, fin quando Ridolino capisce che, con un po’ di sana autoironia, si può sfangare e superare l’indigenza. Così, vuoi per fame, vuoi per spirito d’avventura, lascia l’ormai deserto deposito lasciando Tentenna alle sue meditazioni sul formaggio perduto, e và ad esplorare il labirinto. Ogni tanto, mentre cerca, riceve un’illuminazione: “Il formaggio dona la felicità” (leggi: il lavoro nobilita), oppure “Il cambiamento è inevitabile” (leggi: è normale che ti licenzino, che tu sia giovane o vecchio, rispettoso o ribelle, aziendalista o disubbidiente). Fin quando, dopo (infiniti colloqui e centinaia di curriculum andati a vuoto, e forse un paio di raccomandazioni azzeccate) grande ricerca, scopre le due obese pantegane nel nuovo deposito, e subito si unisce a loro. Pensa: e il povero, vecchio Tentenna? (cazzi suoi: io il formaggio lo cerco da tempo e ora è mio, lui può andare in cerca seguendo le mie tracce) Il povero Tentenna non si sa, amici lettori. La favola finisce con tre lavoratori assunti a tempo indeterminato, in nome della bellezza della flessibilità, e un quarto sfortunato cassintegrato che rimane a maledire la sorte, in attesa di nuovo misterioso formaggio.
Il sistema e la società tendono al cambiamento. Che si tratti di evoluzione o involuzione questo non sembra importare al dottor Johnson, autore di questa favola: ciò che conta è che, in effetti, lentamente e progressivamente cambino le regole del gioco, si alterino le consuetudini e le verità vadano assumendo nuovi nomi e nuovo aspetto.
La grande perplessità che desta questa “favola aziendalista”, perché originariamente a dirigenti e impiegati sembra esser stata destinata e per loro parrebbe esser stata pensata, è legata alle ragioni di opportunità che ne hanno favorito l’ideazione e la (fortunata) divulgazione: ossia, educare i dipendenti alle nuove leggi del mercato, che hanno poco a poco sradicato la certezza d’un posto fisso da mantenere fino alla pensione, suggerendo ai cittadini che la chiave di volta delle loro nuove esistenze è la flessibilità. Ammetto che il solo suono della parola mi ulcera il fegato: a me non sembra altro che un sinonimo di licenziamento facile, e non credo che la verità sia troppo distante dal sinonimo appena proposto. Così, il dottor Johnson ha meditato di proporre un piccolo manuale di sopravvivenza, composto in forma di favoletta (per così dire)iniziatica, il cui senso iniziale si può riassumere così: se tutto cambia attorno a te, cambia anche tu. Ottimo: è una delle leggi della natura, mi sembra, ed è una norma essenziale per la sopravvivenza. Peccato che questa norma “essenziale” è oggi fondamentale più per gli animali che per gli esseri umani: che hanno imparato, evolvendosi nel corso dei millenni, a intervenire sul proprio ambiente(in senso sociologico, direi dunque “contesto”) plasmandolo secondo le proprie necessità o almeno contribuendo a costruirlo, giorno per giorno; non sopperendo alle sue leggi o accettandole supinamente, ma combattendole e, quando opportuno, decidendone di nuove.
La logica di questo libro è una logica più adatta a chi sente il bisogno di tornare all’antico status di “servo della gleba”: se il padrone decide di vendere la terra alla quale sei legato, và a cercare un nuovo padrone e prestati a nuova schiavitù(oppure: servitù, ma la distanza è piuttosto ridotta).
Ricorda, suggerisce la morale della favola, che sei un topolino o uno gnomo, e il tuo mondo è un labirinto dove nulla è certo: da un momento all’altro possono privarti del formaggio, cioè del tuo lavoro, e ridurti sul lastrico. Quindi cambia, adattati, non dar nulla per definitivo, perché da un momento all’altro tutto può svanire. Ho ripensato a un passo di Seneca, ospitato nella “Consolatio ad Marciam”: “Necesse est itaque magis corruamus, quia ex opinato ferimur” – “inevitabilmente crolliamo più rovinosamente, poiché siamo colpiti all’improvviso”, e dunque ciascuno dovrebbe sempre aver coscienza della caducità delle cose. D’accordo: ma è un messaggio che tutti, pacificamente, accettiamo e conosciamo da sempre. In sostanza, amici e lettori, le nuove direttive “trendy” delle aziende tendono ad ammonirci, come nelle lettere d’un grande filosofo latino, in merito alla caducità dei nostri progetti e delle nostre proprietà, del nostro lavoro e della nostra sicurezza: non conta che abbiate venticinque o cinquanta anni, il sistema si muove e tutto cambia: se non volete ritrovarvi a maledire il destino, cambiate voi stessi assieme alla società. Fiutate le nuove direzioni! Non rifiutate i cambiamenti!Fiutate i cambiamenti! Accompagnateli!
Quel che più preoccupa, in questa favola, è che si descrivano quattro tipi di creature in un labirinto, alla ricerca del miglior deposito di formaggio: ma che nessuno si sia disturbato a immaginare chi abbia costruito il labirinto, chi ne decida l’altezza delle mura e l’oscurità dei cunicoli, né, tanto meno, chi decida dove lasciare il formaggio per i quattro ricercatori. Il problema, amico lettore, è che quel “formaggio” non lo garantisce Dio, e non lo fornisce il Destino: ma quel “formaggio” è dovuto al lavoro e alle idee di altri uomini come te. Pensa, amico lettore: se qualcuno ti ritiene poco produttivo, o semplicemente decide di cambiare ambito d’azione, può decidere di levarti il formaggio. Magari sei in gravidanza, oppure sei semplicemente prossimo alla pensione: ai direttori del caseificio non importa. Problemi tuoi. I direttori decidono che il formaggio è altrove: o accetti questa logica, e ti incammini lentamente, magari imprecando (per carità, è lecito: ma con dignità), in cerca del formaggio, oppure – sic et simpliciter – puoi anche crepare.
E così, io proporrei una controfavoletta, per rieducare i lavoratori all’umanità, e non ridurli allo stato ferino. In questa controfavoletta, dopo l’ennesimo licenziamento ingiusto e arbitrario (orbi del formaggio, ovvio) i quattro ricercatori si innervosiscono parecchio, e iniziano ad abbattere a picconate i corridoi e i cunicoli del labirinto. Gridano: “Direttori, direttori: o restituite il formaggio, oppure distruggiamo il labirinto!” – e, dopo qualche tentativo di avvelenamento dei poveri ricercatori, i direttori si spaventano e concedono nuovo formaggio a migliori condizioni.
Oppure propongo una variante: una volta presa coscienza delle leggi del labirinto, i quattro lavoratori decidono di voler comandare sul labirinto assieme ai direttori; perché in fondo, se i quattro ricercatori smettono di lavorare, perdono sì il formaggio, ma impediscono ai direttori del caseificio di ingrassare come maiali. Secondo questa logica, non meno spietata di quella di Johnson ma certamente più equa, ai direttori non rimane che prendere coscienza che non sono solamente le tendenze dei loro mercati a comandare le sorti del mondo: ma anche la fatica di chi quel mercato fa vivere, e permette a quel mercato di fiorire e generare ricchezza e benessere.
La morale della favola di Johnson, se fosse legata ad altro ambito, sarebbe perfino condivisibile e, paradossalmente, avveniristica: un inno all’apertura mentale e alla bellezza della diversità e della novità. Peccato, miei cari lettori, che la morale vera è: “Dipendente, se voglio ti licenzio: problemi tuoi se non ti adegui alle mie leggi e ai miei voleri! Cambia, se vuoi sopravvivere!”
Allora tacciatemi pure delle peggiori offese che albergano nel vostro vocabolario: io sono tra coloro che giudicano ipocrita chiamare “flessibilità” il sistema del licenziamento facile, e trovo semplicemente disgustoso che Darwin sia stato integrato nella politica delle aziende con questi esiti disumani.
Le tre stelle della recensione si riferiscono alla favola in sé: stilisticamente è ben scritta e ben impostata, ed è sicuramente una lettura gradevole. Soltanto, ritengo vada presa e letta con cautela. Se chi mi licenzia mi regala questo libro, giuro che mi sbottono i pantaloni e mi faccio puttino di fontana: e l’ambrosia di quella fontana riverso sul libro, e sull’astuto direttore.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Spencer Johnson, dottore in Medicina e Psicologia, saggista e favolista americano.
Spencer Johnson, “Chi ha spostato il mio formaggio?”, Sperling & Kupfer, Milano, 2000.
Prefazione di Kennet Blanchard, coautore de “L’one minute manager”, Sperling & Kupfer, Milano, 1983.
Lankelot, G.F., febbraio del 2003. Recensione revisionata nel settembre del 2003. Originariamente apparsa su ciao.com e lankelot.com
Commenti
Sei grande!
Adesso però dimmi ancora che sei liberale...
Annoto: mi piace la soluzione di sfasciare il labirinto. Poi i topi incazzati si costruiscono il loro orticello e ci campano onestamente del proprio lavoro e nel tempo libero leggono. Non ingrassano di sicuro, ma almeno smettono di incazzarsi. (Soluzione anarchica)
(Monito: un'altra recensione così e ti tesseriamo alla Cgil. )
Ora voglio una spiegazione: perché, davanti ad una soluzione semplice come sfasciare il labirinto a mazzate e costruirci un giardino c'è chi, per ribellarsi ai costruttori, ha deciso di formare squadre di topolini dirette da un supertopolino che contesta ogni volta la direzione da prendere, e detta l'orario in cui mangiare, il numero di briciole di formaggio da distribuire, le ore di lavoro, i momenti di svago, il modo giusto in cui i topolini devono pensare, la giusta coscienza di classe topesca...
Davvero i topolini sono così stupidi da non riuscire a fare tutte queste cose da soli?
Buona domanda. Ma a queste domande dobbiamo rispondere tutti noi ogni giorno, sin da quando ci svegliamo. (sono pur sempre il figlio di un ex sindacalista:) ).
Grande tu;)