Sozi Sergio

Il menu

Autore: 
Sozi Sergio

È un dato di fatto: la pizza sta a Nuova York come l'angloitalo è la nostra lingua... solamente gli storici, con la loro alterigia, forse, potrebbero dar profondità all'anno 2050”
(Sozi, “Il Menu”, p. 25).


2050. L’Italia è diventata una leggenda metropolitana. New Miami è ciò che rimane dell’antica Roma. 5647 residenti accertati nel 2046; potrebbero essere molti di meno. Torino è diventata Bulltown, Milano Mayland, Trieste Terstown. In Buruguay, capitale Washington, si parla angloitalo; solo qualche nostalgico scrive ancora in italiano. È proibito studiare storia; soprattutto, la storia degli ultimi decenni. D'altra parte, le (poche) fonti superstiti sono scritte in una lingua ormai incomprensibile alla maggioranza assoluta dei cittadini. È andata così. E ora...
Il Buruguay ha i suoi quattro milioni di cittadini, le sue botteghe e i suoi artigiani, i suoi efficienti ospedali e la sua lingua, ben gestita, generalmente, nei circa duecento libri che ogni anno le nostre dieci case editrici stampano. Siamo orgogliosi di appartenere a una delle più belle Province Statunitensi a Statuto Straordinario” (p. 49): per via di un “Concordato di Sudditanza Indissolubile”. Era già tutto previsto, sin da quando abbiamo cominciato a ospitare le basi militari yankee, molto tempo prima, dopo la disfatta della guerra, dopo aver deciso di rinunciare alla nostra identità, alla nostra essenza, sedotti da un modello socio-culturale ed economico ben distante dal nostro.
Un tempo, la pizza non era la specialità di New York, e non era stata ancora proibita per legge nella fu Italia; i cittadini guardavano la televisione, parlavano al telefono (“telefonare, sino a trent'anni fa, significava dire cose inutili a qualsiasi distanza”), lavoravano con i computer (“una specie di televisore, molto più complicato da usarsi (…) uno sciccoso progenitore della attuale stilografica”) e guidavano automobili. Esistevano giornali – non come adesso: sono rimasti in tre, quattro pagine per uno – e addirittura circolava Letteratura. Quel tempo incredibile è smarrito... ma il fortunoso recupero del diario di un vecchio poeta, Cesare Menicucci, restituisce polverose e rocambolesche memorie trascritte tra 1984 e 2003. Si racconta di quando chiuse l’ultima biblioteca italiana, la Nazionale di Firenze, certificando l’assoluta illeggibilità di otto testi su dieci composti dal 1200 ad oggi. E di come caddero tutti gli antichi palazzi, orgoglio del Rinascimento. E non solo...
Soldati scrisse, forse sospettando un epilogo del genere, e cercando di evitarlo: “Se l'Italia resiste, se l'Italia si salverà, lo dovrà, prima che a tutti gli altri, a gente come questa: che accetta la nuova civiltà ma solo fino a un certo punto; che non vede necessario, progredendo, rinunciare a tutto il passato; che non vede insanabili contraddizioni tra i costumi moderni e quelli antichi”. Sozi ci restituisce questo passo, e in un contesto del genere diventa un passo da meditazione. Fermatevi un attimo a soppesarlo, per favore, prima di interiorizzarlo. Fatto? Ben fatto.


                                   **
Romanzo fantastorico e fantasatirico di Sergio Sozi, letterato romano classe 1965, oggi italiano all'estero (Lubiana, Slovenia), Il menu è un divertissement alla Morselli (“Roma senza papa”) distopico e allegorico, espressione di letterarietà e stile. È un bel giocattolo che fa sorridere e amareggia al contempo, perché mette a nudo quel che siamo diventati e quel che potremmo divenire, magari tra un secolo e mezzo, se precipitassimo nella decadenza che pure si prospetta; è una distopia italiana – una rarità – fondata su un'idea originale (finalmente) e destinata incuriosire i cultori del genere (e non solo).
Quando una Nazione diventa apparente, anche questo è verosimile che accada, dunque. Su vasta scala. E che l'allora nomata Italia avesse iniziato a diventare un Paese apparente proprio sul finire del secolo XX, ci sembra comprovato anche alla luce di quello che successe dopo, verso il 1996-97. Io, personalmente, questo l'ho capito da alcune pagine di giornale cosí datate (stanno fra la roba varia di Menicucci). Le ho analizzate per continuare il mio racconto su basi alquanto verosimili (…). La fantasia, penso, falsa sempre le carte in tavola, che lo si voglia o meno: è la malattia endemica degli scrittori. Soprattutto quando questi si sforzino di abbracciare la fuggente dea Esattezza”.
Mangiarsi una pizza sotto casa, dopo aver letto questo romanzo, ne migliora il sapore. Fidatevi.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Sergio Sozi (Roma, 1965) è vissuto in Umbria e Slovenia. Giornalista culturale (Avvenimenti, L’Unità, Primorski Dnevnik), poeta (“Oggetti volanti”, 2000) e narratore (“Il maniaco”, 2007; “Ginnastica d'epoca fredda”, 2009), già Premio Scritture di Frontiera di Trieste.

Sergio Sozi, “Il menu”,
Castelvecchi, Roma 2009. Collana “Narrativa”, 25. Copertina di Maurizio Ceccato.

Approfondimento in rete:
Zam

In Lankelot:
Sozi Sergio - Ginnastica d'epoca fredda - franchi
Sozi Sergio - Il maniaco e altri racconti. Intervista a Sergio Sozi - Ilaria
Sozi Sergio - Il menu - franchi
Sozi Sergio - La Letteratura, l'Italia, la Slovenia e la politica - colloquio con Gianfranco Franchi - sergiosozi
Sozi Sergio - Orgia. Ovvero: quali differenze tra me, la politica attuale, gli italiani attuali, il PDL, l'IdV e il PD? - sergiosozi

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Settembre 2009.


 

ISBN/EAN: 
9788876153303

Commenti

?È un dato di fatto: la pizza sta a Nuova York come l?angloitalo è la nostra lingua? solamente gli storici, con la loro alterigia, forse, potrebbero dar profondità all?anno 2050? (Sozi, ?Il Menu?, p. 25).

Romanzo fantastorico e fantasatirico di Sergio Sozi, letterato romano classe 1965, oggi italiano all?estero (Lubiana, Slovenia), Il menu è un divertissement alla Morselli (?Roma senza papa?) distopico e allegorico, espressione di letterarietà e stile. È un bel giocattolo che fa sorridere e amareggia al contempo, perché mette a nudo quel che siamo diventati e quel che potremmo divenire, magari tra un secolo e mezzo, se precipitassimo nella decadenza che pure si prospetta; è una distopia italiana ? una rarità ? fondata su un?idea originale (finalmente) e destinata incuriosire i cultori del genere (e non solo).

Sembra ganzialeeeeeeeeeeeeeeeeeee! Bravo Sergio, e bravi a Castelvecchi, dunque.

No no no: bravo Gianfrancone, che il romanzo aveva girato un bel po', prima e... quasi quasi vi racconto nomi e vicissitudini del manoscritto...

4. Sarebbe una gran bella e apprezzata condivisione!
Comunque complimenti, la lettura si preannuncia gustosa.

Non so per quale perverso meccanismo mentale, ho sviluppato un grande interesse per il catastrofismo a tutti i livelli: questo però ha qualcosa di veramente originale. Grazie Sergio e grazie Gf che ce lo hai presentato. Credo meriti!

3. La fortuna aiuta gli audaci;)

4. Bravo tu, e avanti così:)

5. Tra poco diamo un'altra bella notizia, eh Paola? eheh.

6. ;)

Stuzzichevole...

2.
...aggiungerei pure che il 2050, dopotutto, e' fra solo quarant'anni. La data l'ho scelta appositamente per (fra i diversi altri motivi) evitare di raccontare cose che ci siano veramente troppo lontane e cosi' dare un'idea volutamente ambigua del panorama che descrivo. Insomma intendo mettere il lettore in una sorta di incertezza: ''Ma di cosa parla questo romanzo, dell'oggi o del domani?''

9, 2. Ben fatto.

Salutoni cari a Paola, Branco e Ildelaura.

A Ildelaura (num.6):

be'... Il menu' credo sia catastrofistico solo per qualcuno che tenga veramente al passato del nostro Paese. Per molta gente di oggi risultera' invece una specie di novellona quasi quasi divertente. Io l'ho vissuto, scrivendolo qualche anno fa, con quel dolceamaro sapore in... testa di quando oscillo fra sogni e incubi inanellati, abbracciati, addirittura senza soluzione di continuita' e indistinti.

mi sembra che l'idea di base sia veramente originale, ma soprattutto mi colpisce la relativa vicinanza nel tempo, come a dire: tutto questo potrebbe succedere se non facciamo attenzione e non coltiviamo la nostra bella lingua.
Gf: vocazione di cercatore letterario (e non solo letterario, direi),hia portato aria nuova nella casa editrice, mi sa.

ma...è già disponibile? :D

tra una settimana o due;)

Dimenticavo di mettere in rilievo la calzante recensione di Gianfranco. Molto bella. Come sempre. Anzi, piu' che bella: idonea, adeguata, calibrata, pesata.

;)

Posso aggiungere alla nota biobibliografica di Gianfranco una fesseria che comunque dieci anni fa mi diede molta speranza?
Il mio primo volumetto di poesie, Oggetti volanti, vide la luce anche a causa della mia prima segnalazione, che ricevetti appunto nel 1999 dal Premio Sandro Penna, presieduta dal prof. Walter Pedulla'. La silloge premiata dal concorso di Citta' della Pieve portava il titolo del libro.

Complimenti, Sergio.
Allora quest'anno sono 10 anni da quella segnalazione: mi sembra che queste nuove pubblicazioni la stiano celebrando a dovere;)

19.
Eccome! Spero di esser cresciuto, da allora (Oggetti volanti tu ce l'hai).
Insomma il 9 deve essere il mio numero fortunato: nel 1989 feci la prima pubblicazione, su un mensiluccio regionale umbro, nel 1999 il Premio Penna e nel 2009... Basta che ora non mi tocchi attendere il 2019 per vedere qualcos'altro di buono, eh eh eh...

da AUSILIO BERTOLI:

Sergio, bene. Anzi benissimo: tra 50 anni si parlerà e si ragionerà yankee, piaccia o no.
Io non ci sarò, lo premetto, benché con lo yankee me la cavicchio. Ma che faranno i giovani e i giovanissimi, che farai tu, che farà Franco?
Ho ripreso in mano il mio "I temi della comunicazione" (Lupetti, 2004) e mi son riletto il passaggio in cui il sociologo Sabino Acquaviva sostiene che tra cinquant'anni (adesso: quarantacinque) l'inglese verrà parlato da almeno la metà della popolazione mondiale e, per quanto concerne l'Italia, sostituirà completamente l'italiano.
La nota rivista Focus scriveva - poi - "Nel 2050 parleremo tutti inglese, negli uffici, nelle fabbriche, nelle scuole, perché lo esige la storia".
Senonché, come nel mondo si registra un lento ma inesorabile processo di americanizzazione, si registra altresì, specie negli Usa, un processo inverso: di asianizzazione.
Sergio, preparati - quindi - a scrivere un altro bel Menu pungente e ironico, dove (magari nel 2080) tutti parleranno e ragioneranno in cinese. Tutti, cioè anche gli italiani. Compresi tu e Franco.
Ciao, e avanti sempre! Ausilio Bertoli www.ausiliobertoli.it

Caro Ausilio (grazie per avermelo trasmesso, Gianfranco),

''o (...) l'Italia o la morte''. Questo ancora siamo in molti a pensarlo, al di la' del ''si fa'' che era il verbo, seppur a costruzione impersonale, reggente del pensiero (''O si fa l'Italia o si muore''). Infatti noi l'Italia ce l'abbiamo gia' da molto, non si puo' ancora dire che dobbiamo farla.
Pero' non abbiamo ancora gli ITALIANI MORALI, cioe' gli italiani NAZIONAL-EUROPEISTI, cioe' insieme patriottico-risorgimentali appieno ed anche europei. Insieme. E questi vanno fatti.
Anzi, sai, va fatta UNA COSA SOLA che gli italiani non hanno proprio, una cosa double face: L'ONESTA' E L'ORGOGLIO.
L'ho capito e dunque mi ci son messo sotto a lavorare per spaventarli a morte, per far loro vedere il muro in tutte le sue spaventevoli durezze. Per far loro capire che qui si tratta di sparire dalla faccia della terra, mica di bazzecole. Perche' gli italiani si spaventano solo quando, corri corri, arrivano a tre centimetri dal muro, cosi' frenano e si fanno male ma non si suicidano per un pelo. Siamo noi. Siamo cosi'. Io ho il compito di essere uno di quelli che li avvisa e che loro rinnegheranno, appena si saranno salvata l'identita'. Io non prevedo sciagure e apocalissi: fingo letterariamente di farlo per dar loro la morte che si aspettano, come se fosse un sogno. Li faccio morire nel loro sogno di autoannullamento nichilistico, ma, sia chiaro: e' un'azione pedagogicao-patriottica, la mia. E' come pregare gli dei di aiutare la mia gente. Cosi'.
Cosi' s salveranno. Ci salveremo.
Acquaviva?
Acquaviva, vecchio liberale, me lo ricordo, negli anni Novanta, lo vidi a Perugia o ad Assisi, mi pare. Ma sbaglia, per fortuna. Si sbaglia perche' noi italiani siamo dei vecchi egoisti, dunque disonesti e alquanto bastardi. E questo tipo di gente non crepa manco davanti ai cinesi, credimi. Purtroppo, eh eh eh... (sarebbe meglio sopravvivere per motivi di natura migliore, no? Ma tant'e').

Salutoni Cari

Sergio

Roma, 21 set. - (Adnkronos) - Un romanzo che racconta l'ipotesi futuribile di Sergio Sozi riguardo ai prossimi decenni. E' ''Il menu'', edito da Castelvecchi, che racconta cambiamenti che allo stato attuale stupirebbero, dall'abolizione della pizza all'Italia come leggenda metropolitana.

''Tutto comincia con l'abolizione della pizza. In Italia non si poteva piu' fare... Fuori la sapevano far meglio!'', cosi' scrive Sozi, che ambienta il suo romanzo nell'anno 2046. New Miami e' cio' che rimane dell'antica Roma, con 5467 residenti. In Buruguay, capitale Washington, si parla anglo-italo, e solo qualche nostalgico scrive ancora in italiano. Un tempo la pizza non era la specialita' di New York, e non era stata ancora proibita per legge nella fu Italia.

I cittadini guardavano la televisione, parlavano al telefono e guidavano automobili. Esistevano giornali e addirittura circolava Letteratura. Quel tempo e' smarrito, ma il recupero del diario di un vecchio poeta, Cesare Menicucci, restituisce memorie del 1984 e del 2003: si racconta di quando chiuse l'ultima biblioteca italiana, certificando l'assoluta illeggibilita' di otto testi su dieci composti dal 1200 ad oggi.

www.libero-news.it/adnkronos/view/188450

Insomma intendo mettere il lettore in una sorta di incertezza: ??Ma di cosa parla questo romanzo, dell?oggi o del domani?'?

Parla del nulla, perché un romanzo sconsolatamente brutto e ridicolo con alcune punte di pseudo-gigionismo da far accapponare la pelle.
Es: (pag.40)"il 2 dicembre 1997,l'allora Presidente del Consiglio, tal Romano della Morta..." (pag.61): " I suoi contatti con dei noti pirati informatici, italiani come Altiero della Piana e Menichetto Giganti (detto "Capoccione"), o statunitensi quali Aldous Hussol e Vince Whowins" (sic!!!). Qua si è parlato si Sozi come erede di Morselli. A me pare la brutta copia di un Benni che già di per sé è scrittore inutile e autocompiaciuto.

uè al, piano: nessuno ha scritto "erede di Morselli", io parlavo di "divertissement alla Morselli (?Roma senza papa?) distopico e allegorico" che mi sembra cosa ben diversa, in lingua italiana. L'allusione era al genere.
Mi spiace non ti sia piaciuto, però cautela coi giudizi con un articolo di fronte:)

Hai ragione, chiedo venia. Mi lascio sempre trasportare dalla mia vis polemica. Rimane comunque un libro brutto.

amice, i giudizi estetici sono personali e indiscutibili. Posso dirti che in tutto quel casino di (belle) proposte che avevo presentato, per la narrativa IT, nei lunghi mesi scorsi, quando ancora lavoravo praticamente solo per CastVec, lui è stato l'unico sul quale il comitato è stato univoco: piaceva molto a tutti, e questo spiega la ragione della pubblicazione. Che dirti, compa'? Allora a noi piacque, e a me piace e diverte sempre. Io ho i miei pallini, e ovunque andrò li porterò con me.

ragioni sacrosante

Vedo che, grazie ad Alfredo Erre, si inizia discutere con la virilita' che mi aspettavo da Lankelot. Ottimo.
Dunque vediamo:

1) ''Parla del nulla''.
Magari fosse! Grazie per il complimento, Alfredo: infatti solo i grandi filosofi sono in grado di parlare del nulla.
''Il menu'' invece parla SOLO della variopinta pellicola che ricopre in superficie il particolare ed unico ''nulla'' tipico di una gran parte dell'Italia odierna. E il racconto la approfondisce, questa pellicola, per quel che umanamente si puo' - e certo questo approfondimento della superficialita' italiana non e' presente nei brani da te citati, ma in molti altri luoghi.

2) ''Brutta copia di Benni''.
Bastano tre nomi buffi (quelli da te citati qui sopra intendo) per diventare imitatori di un autore che peraltro io stesso stroncai un anno fa?

3) ''romanzo sconsolatamente brutto e ridicolo''.
E' un saggio narrativo che non pretende di ottenere la bellezza perche' riproduce una realta' brutta e ne inventa un'altra ''a chiazze di bellezza e di bruttezza'', intendendo fare allegorie e satira ma piuttosto seriamente. Se magari tu mi scoprissi i nomi degli autori ITALIANI (non stranieri) che invece consideri ''belli'', potremmo parlarne. E vedere cosa e' per te il ''bello'' nella Letteratura italiana.

Salutoni Cari

Sergio

P.S.
Sia chiaro che non prendo personalmente il tuo giudizio sull'opera. La prima regola di un critico letterario, infatti, credo sia proprio questa: non confondere mai la scrittura con l'uomo che la ''fa''. Pero' cio' ovviamente non toglie che io creda a fondo in quello che scrivo, almeno come narratore, critico e poeta. Gli altri interventi che faccio lasciamo perdere: spesso esagero e forse dico cazzate, perche' questi ultimi li scrivo istintivamente. Cosa che dovrei evitare.

Ho una certa età: ricordo con piacere e nostalgia una serata televisiva (ma non mi si chieda la trasmissione) in cui il compianto Tullio Kezich disquisiva con la mummia della critica cinematografica Gian Luigi Rondi sul film di Fellini 'Casanova'. Nonostante tutti sapessero l'amicizia e l'affetto che legava il critico e scrittore triestino al regista, Kezich affermò con rigore che il film non gli era piaciuto e che lo riteneva opera poco riuscita. Fu sommerso dala capacità oratoria, dalla verve inarrestabile di Rondi che lo zittì in più di un'occasione affermando al contrario che il 'Casanova' era assoluto capolavoro.
Allora la mia impressione fu che Rondi assestò un preciso uppercut al povero Kezich che sconsolatamente non riusciva a dire altro che l'amico Fellini aveva fallito e che il suo film era brutto.
Leggendo gli appunti che Sozi fa alle mie critiche mi è tornato in mente l'episodio: soprattutto nella pretesa a richiedere ragioni del mio giudizio (come fece Rondi con Kezich). Improvvisamente ho riconsiderato il ricordo di quella serata televisiva e ho finalmente compreso l'atteggiamento quasi mesto di Kezich: non si può chiedere ad una persona cosa sia il brutto e cosa sia il bello. Credo che in quel caso, testimonianza l'amicizia che legava Fellini allo scrittore triestino, contasse molto il cuore e poco la mente.
Ecco leggendo il libro di Sozi mi son fatto prendere dal cuore più che dalla mente. E mi suggerisce (sempre il cuore) che 'Il menu' è un libro noioso. Ma non mi si venga a chiedere cos'è la noia.

Caro Alfredo,

saro' lapidario: secondo me chi giudica un libro usando solo il cuore non e' un critico letterario.

E siccome rigetto anche l'accusa di scrivere senza argomenti e senza ragioni, insomma di scrivere ''del nulla'', copio qua sotto un brano del Menu che credo molto difficilmente potra' passare per prosa vuota.

''E forse Menicucci, diventando, nel 1984, nella trattoria di Santino, il poeta, aveva cosí deciso di ''essere'' (ma isolatamente, appartatamente), come reazione impulsiva ad un Paese che stava iniziando a ''non essere'' per cosí potersi, sonnambulescamente, restaurare ogni minuto al fine di ammirarsi bello, giovane e nuovo allo specchio. Ossia vedersi esistere senza dover sopportare il peso dell'esistenza. Non essere mentre si è in vita, resta molto comodo.
Si sa, infatti, che chi (da una certa età in avanti) pretenda di esser sempre agile, inedito, sempreverde, non può ''essere'', o meglio non vuole esser conscio di ''essere'', perché l'esistenza comporta lo sforzo verso una difficile, vera freschezza interiore. E se questa freschezza è naturale in un bambino, le altre fasi della vita dovrebbero esser diverse: un vero uomo piú matura e piú capisce e valorizza il proprio accovacciarsi sotto il carico del tempo, sia fisico che mentale e spirituale. Be'? diciamo che cosí dovrebbe essere il comportamento logico e giudizievole, anzi proprio saggio, di un uomo amato da un altro essere umano. L'uomo solo ha molte probabilità, invece, di cadere nella trappola dell'eterna ''giovane'' esistenza, tutta speculare e quindi illusoria, arida, spesso anche dai contorni cattivi o quantomeno grigi. L'essere che non è.
Comunque, il nostro Cesare Menicucci, pur restando un uomo solo, ci sembra chiudersi in sé, a partire dal 1991, solo per essere libero di amare in silenzio gli stolti che, attorno a lui, vanno nelle braccia del nichilismo e del materialismo, ovvero in due parole del realismo dei perdenti? I perdenti la battaglia contro gli anni, s'intenda: altra caratteristica dei vecchi che non sanno vedersi tali, e che quindi si autocreano ''in vitro'' giovani apparenti. E la piú triste conseguenza di tutto ciò, della descritta operazione insomma, è soprattutto il dato di fatto che questi individui distruggono in ogni dove le speranze dei ragazzi e ancor piú dei bambini: infatti, sentendosi loro stessi figlioletti anche se superano i cinquanta, essi si comportano come i nipotini e quando, magari, ci giocano o ci discorrono, non sanno capire niente della loro purezza e li feriscono, li fanno crescere nel modo sbagliato perché credono che anche i giovani siano dei falsi giovani come loro: questi insani vecchi parlano in realtà una lingua diversa, crepuscolare e annoiata, credendo di esprimersi in quella delicata e speranzosa dei loro interlocutori.
Quando una Nazione diventa apparente, anche questo è verosimile che accada, dunque. Su vasta scala.''

(Sta a pag. 36 e segg.)

Ecco. E adesso chiudo definitivamente questo dialogo precisando che non ti ho chiesto, Alfredo, cosa sia l'amore o la noia o la bellezza, ma ti ho chiesto di citarmi degli autori italiani che tu reputi belli - rileggere prego con piu' attenzione il mio commento num. 29.
E questa richiesta, visto che non mi concedi l'onore di analizzare sul serio il Menu, te l'ho posta perche' vorrei almeno capire quali siano i tuoi gusti letterari, da quali autori parti, eccetera. Sei un critico, no? Avrai le tue opinioni in fatto di Letteratura italiana. Queste avrei desiderato avere, gentilmente, da te.

Non sono un critico, faccio solo informazione letteraria. Al massimo recensore (decidi tu la differenza). Continui a chiedermi, e sei sordo, quali siano gli autori italiani 'belli' solo perché ho detto che il tuo libro è brutto. Appoggio la tua richiesta: ma non vedo davvero come ti possa essere utile.
Aldo Busi
Walter Siti
qualcosa di Michele Mari e se non fosse a volte troppo verboso Vitaliano Trevisan. Gli altri, i più, si arrabattono.
Ci metto Gianfranco Franchi non perché amico comune e direttore di Lankelot, ma perché è davvero una spanna sopra gli altri. Poi il mio ex amico Marco Lanzol, lo scrittore più talentoso degli ultimi due decenni (forse davvero l'erede di Gadda) che, per motivi 'moralisti' e reazionari è stato messo all'indice.
Contento?

Sordo? Il sordo magari potrai essere tu, o magari non sai leggere l'italiano, suppongo, visto che prima mi hai risposto fischi per fiaschi e cinema per letteratura.
Ah, non sei un critico, affermi. E l'informazione letteraria dunque, ne deduco, andrebbe fatta trattando la gente a pesci in faccia senza dare spiegazioni. Buono a sapersi. Eticamente succulento principio. Come quello del cuore che ti dice se un libro e' noioso oppure no. Mah... come commentare?
Comunque io, che critica la scrivo da vent'anni - critica, non ''informazione letteraria'' - quando valuto un libro ci scrivo sopra almeno una cartella di 1500 battute. Ed il cuore lo reputo solo una delle componenti del giudizio, non certo l'unica, se no non mi reputerei un critico. Parlo per me, eh: tu sei un informatore.
Inoltre e' buona e antica costumanza, quando ci si conosce professionalmente in un campo nel quale entrambi si opera, scambiarsi opinioni anche sugli autori che si stima, dai quali ci si sente un poco ''formati''.
Dunque ricambio dicendo che abbiamo gusti del tutto diversi: considero un ottimo autore Salvatore Niffoi ed anche Roberto Pazzi, apprezzo alcune cose di Baricco (i racconti) e il primo Diego Marani. Costoro mi sono vicini come orizzonte tematico. Ma prima di tutti metto Massimo Bontempelli e Giuseppe Bonaviri. Landolfi, Gadda e Meneghello come stilistica. Ma non mi rifaccio a nessuno di loro quando narro: sono solo me stesso.

E ti saluto dicendo che della tua stroncatura mi ha colpito soltanto l'assenza totale di una approfondita analisi critica riguardo ben 100 pagine di un testo che ne ha 106; caratteristica questa che, a mio parere, rende la recensione una perfida burla priva di argomenti dunque del tutto vuota, quindi inutile: informativamente del tutto inutile, caro informatore letterario. Sarcasmo ed acidita' a parte che non mi tangono.

Sei noioso, pretenzioso e presuntuoso come i libri che scrivi. Il cuore ancora una volta ha visto bene.

Aggiungi pure demode' e vecchio. Saro' anche cosi': solo che un minimo di rispetto per chi scrive un libro, quando faccio il recensore, non me lo lascio mai alle spalle. Ed anch'io ho stroncato qualcuno - purtroppo, perche' non mi fa piacere dover mettere in risalto gli aspetti negativi di un artista qualsiasi, anche se so che e' compito mio farlo.

recensione sul GIORNALE del 27 sett, p. 31, a firma GIOVANNI CHOUKHADARIAN

sul SECOLO d'ITALIA di oggi, a firma ROBERTO ALFATTI APPETITI!

Letto anche l'articolo di Alfatti Appetiti: molto dettagliato e professionale, nonche' frutto di chi sembra aver apprezzato il romanzo. Ottimo, insomma. A cercare il pelo nell'uovo, dico che avrei magari gradito qualche opinione critica in piu': osservazioni sullo stile, riflessioni sui significati e sulla tecnica narrativa, sui personaggi, ecc. Ma questo detto solo en passant. Ringrazio di cuore Alfatti Appetiti: sarei fortunato se gli altri miei libri gli piacessero come Il menu!

Sì, ho apprezzato molto il romanzo (così come lo stile, particolarissimo, dell’autore) e leggerò volentieri presto le altre opere (che non conoscevo per mia imbarazzante ignoranza).
Un caro saluto a Sozi e un grazie particolare a Gianfranco ed Alex per avermi messo di fronte a Il Menù.
:-)
Roberto Alfatti Appetiti

Gran Roberto:).
Sempre magnifico.

Un caro e cordiale saluto a Roberto Alfatti Appetiti ed un ennesimo ringraziamento a Gianfranco.
Per chi volesse leggere uno dei miei tanti racconti inediti presenti solo su Internet, questo e' il link:
www.catrameletterario.com/.../Sergio%20Sozi%20Direzioni%20consentite.pdf

A presto!

Sergio Sozi