Sōseki Natsume

Io sono un gatto

Autore: 
Sōseki Natsume

Dopo anni di tribolazioni personali e lavorative, Natsume Soseki comprende quale sia la sua vocazione ed affila il pennino con il coinvolgente “Io sono un gatto”, un non – romanzo, di fatto opera prima di colui che più di ogni altro diede una scossa al panorama letterario giapponese d’inizio Novecento. Soseki taglia i ponti con la tradizione del romanzo storico ed allo stesso tempo infila un’innovazione tanto brillante quanto sconvolgente per l’austerità giapponese del tempo. Contro il processo di modernizzazione giapponese, proiettato all’assimilazione del prodotto occidentale, crea una struttura nuova, un romanzo privo di trama, perfetto nella sua imperfezione di base. E lui scrive riversando in letteratura con acume e lungimiranza tutta la farsa sociale di cui era circondato, fino a prendersi gioco di se stesso in un delirio di comicità involontaria. La vera rivoluzione sta però nell’aver inserito un io narrante anomalo, diverso dall’eroe nazionale tradizionale, diverso anche dall’antieroe in cui immergerà le sue storie future: “Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l’ho” (pag.5). No, non è una figura umana, ma come chiaramente intuibile trattasi proprio di un gatto, un gatto privo di pedigree che vive nella casa di un professore baffuto che si crede un grande studioso (Soseki) ed osserva perplesso tutto quello che avviene nel suo microcosmo. E tanto è umile quel gatto che l’autore lo presenta con un’espressione altisonante, arcaica, ed elegante nella sua formulazione linguistica originaria wagahai wa neko de aru. L’icona della fortuna giapponese viene dotata di parola e di un sottile pensiero filosofico, quindi. Non è un gatto magico, stregato dalla luna, pronto a volare sulla scopa, le sue parole sono tutte nei pensieri che fluiscono liberi in un’eccezionale limpidezza intellettuale. Il romanzo s’interessa delle sue vicende domestiche, della sua storia quotidiana, dei passi felpati e del suo ronfare, degli incontri gattari con Nero, Bianca e Micetta (al cui fascino non è insensibile) solo nella primissima parte dell’imponente struttura, poi sarà tutto un susseguirsi di riflessioni sui vari personaggi che visitano frequentemente la casa del suo padrone e sulle loro abitudini. Ci sono tutti: artisti, studenti, accademici, gente comune su cui si sofferma scrupolosamente l’impietoso e sagace gatto che non risparmia sorrisi e curiosità sulla pochezza proiettata nelle più inutili attività umane. Lo scrittore fu grande critico del suo tempo e dell’ossessione istituzionalizzata per la cultura occidentale in un periodo di grandi cambiamenti economici e culturali. Lui stesso fu inviato all’estero per studiare la letteratura inglese e quell’esperienza umiliante, in povertà e completa solitudine, unitamente all’attività universitaria, inciderà pesantemente sul contenuto dei suoi scritti.
“La civiltà occidentale è forse positivista e progressista, ma tutto sommato è stata creata da uomini che hanno vissuto tutta la vita scontenti. La civiltà orientale non cerca la propria soddisfazione attraverso il cambiamento  di fattori esterni a sé. Si è sviluppata secondo il principio fondamentale che non bisogna spostare i confini del proprio territorio, in questo è agli antipodi di quella occidentale. Se la relazione tra genitori e figli non è buona, non cerchiamo di migliorarla per farci stare tranquilli, come farebbero gli occidentali. L’accettiamo com’è e proviamo a trovare un modo per convivere ugualmente in pace. La stessa cosa vale per la relazione tra marito e moglie, tra persone di classi sociali diverse, e per il nostro modo di considerare la natura stessa. Se una montagna ci impedisce di andare nella regione vicina, non ci viene l’idea di spianarla, ma ci inventiamo una scusa che non renda più necessario recarci in quella regione. Ci alleniamo a essere soddisfatti anche senza spianare le montagne” (pag. 328).
L’atteggiamento più critico, non v’è dubbio, va al mondo accademico e agli stessi studenti con cui non ebbe mai un rapporto di fiducia e comprensione reciproca, ma che, allo stesso tempo, costituirono la fonte di grandi ispirazioni comiche come le beffe descritte qui e nel romanzo successivo, Botchan (
Il Signorino). Il gatto osserva il suo padrone, il professore che si crede uno studioso e che si cimenta in varie attività, dalla poesia alla prosa, dal tiro con l’arco al canto N?, per cui viene soprannominato “il Maestro delle latrine”, ma che alla fine non riesce praticamente in nulla e spesso viene sorpreso a dormire sui libri.  Questo però è un segreto per i componenti umani della famiglia del professore, segreto conosciuto solo dal gatto. E non si limita a prendere in giro la presunzione degli studiosi, compreso il baffuto e falso professore, ma anche degli economisti arricchiti di cui trova un esempio nei vicini di Villa Kaneda che il gatto visita spesso perché la considera il suo tabacco quotidiano (osservazione che ripete dai gesti umani). Ad ogni persona affibbia un nomignolo da un particolare fisico che la distingue (la Nasona, ad esempio) facendo trapelare tra le righe la volontà dello scrittore di esaltare il dramma dell’agire secondo convenienza, nonché l’ipocrisia e l’inettitudine degli umani, la cui storia non è stata scritta con il pensiero o con la carne, ma con gli abiti che ciascuno indossa: la maschera sociale. Splendida è la descrizione dei tentativi di allenamento ginnico del gatto che sa perfettamente che in quel mondo chi non fa esercizio è considerato un pezzente (a differenza del tempo dei samurai in cui l’attività fisica era dei galoppini). Non potendo utilizzare attrezzi o palle, non possedendo denaro per acquistare congegni più idonei, si dà alla caccia delle mantidi religiose, utilizzando la tecnica d’attacco Kung Ming “che consisteva nel lasciar andare il nemico sette volte per catturarlo nuovamente altre sette volte” (pag. 254), oppure a quella delle cicale impegnate nel canto “oshii-tsuku-tsuku”, o ancora nella scivolata del pino e nel giro del recinto.
È un libro schietto, esilarante e meditativo, fuori dal comune che riesce facilmente a slegarsi dai confini nazionali e storici. Potrebbe essere stato scritto ovunque ed in qualsiasi tempo in cui si possano registrare cambiamenti epocali. La riconducibilità allo scrittore giapponese, invece, è indubbia. Lo stile vivace si combina perfettamente con l’intelligenza ironica che lo contraddistingue e che illumina di riflesso un punto di osservazione critico di rara sagacia.
“E’ risaputo fin dai tempi antichi che una voce troppo elevata non entra nelle orecchie della massa, e che poche sono le persone in grado di apprezzare musica sublime. Sforzarsi di mostrare la bellezza dello spirito a chi non è in grado di vedere nient’altro se non l’apparenza è come chiedere a un monaco rapato di tagliarsi i capelli, a un pesce di tenere una conferenza, a un tram di uscire dalle rotaie, al mio padrone di cambiare mestiere o a Sanpei di non pensare solo al denaro. Insomma non si può cavare sangue da una rapa“ (pag.198).

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Natsume Soseki (9 febbraio 1867 – 9 dicembre 1916), il cui vero nome era  Kinnosuke, nasce a Tokyo  in una famiglia numerosa. Viene dato in adozione, risentendo dell’allontanamento e dell’assenza dell’affetto di una vera e propria famiglia. Dopo la disgregazione della famiglia adottiva torna nell’ambiente di quella naturale, sentendosi un estraneo, convinto per molto tempo che il padre e la madre, in realtà, fossero i nonni. L’epoca di transizione in cui visse, lo portò prima a studiare Letteratura inglese all’Università Imperiale di Tokyo e poi, costretto dal sistema, in Inghilterra dove restò tre anni, in grande solitudine. Al rientro in Giappone, fu professore di Letteratura Inglese all’Università Imperiale, incarico che lasciò nel 1907 per lavorare all’Asahi Shinbun, il maggior quotidiano della nazione. La sua produzione è molto abbandonante ed estremamente significativa di un’epoca e della solitudine dell’uomo moderno. In Italia sono stati tradotti “Io sono un gatto” (Wagahai wa neko de aru, 1905), “Il Signorino” (Botchan, 1906), “Guanciale d’erba” (Kusamakura, 1906) “Sanshiro” (Sanshiro, 1908), “Il cuore delle cose” o “Anima” (Kokoro, 1914), che viene considerato il suo testamento spirituale.  Dal 1984 al 2004, il suo ritratto campeggiava sulle banconote da mille yen. Morì di ulcera duodenale nel 1916, dopo una vita segnata dal dolore di quella malattia.

Natsume Soseki, “Io sono un gatto”, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2006.
Traduzione di Antonietta Pastore.
Edizione originale: Wagahai wa neko de aru, 1905.

Movida30 aprile 2009.

SOSEKI in LANKELOT
Sōseki Natsume - Il Signorino - Movida
Sōseki Natsume - Io sono un gatto - Movida

ISBN/EAN: 
9788873059271

Commenti

?E? risaputo fin dai tempi antichi che una voce troppo elevata non entra nelle orecchie della massa, e che poche sono le persone in grado di apprezzare musica sublime. Sforzarsi di mostrare la bellezza dello spirito a chi non è in grado di vedere nient?altro se non l?apparenza è come chiedere a un monaco rapato di tagliarsi i capelli, a un pesce di tenere una conferenza, a un tram di uscire dalle rotaie, al mio padrone di cambiare mestiere o a Sanpei di non pensare solo al denaro. Insomma non si può cavare sangue da una rapa? (pag.198).

Per la prima volta tradotto in Italia, dopo 101 anni dalla sua pubblicazione in Giappone. Il primo romanzo moderno (che allo stesso tempo non ha la struttura di un romanzo).

(che chicca! A stanotte per i miei commenti:) )

appena riesco leggo con calma, attratta dal titolo!!!!!! :) Intanto grazie

2. Sì, è una chicca e l'ho riletto in questi mesi perché era un peccato non vederlo su Lankelot. Non sai quante volte ho visto citato il titolo in altri autori giapponesi, l'ultimo due giorni fa di Osamu Dazai (il protagonista porge Io sono un gatto a chi gli chiede un libro in prestito).

La frase comune in giapponese per Io sono un gatto è "Watashi wa neko desu".

Ed ecco Soseki (la banconota l'ho conservata per ricordo)
http://www.habereregli.net/resim/1000_yen_Natsume_Soseki.jpg

Bellissima questa:
http://farm1.static.flickr.com/36/122093026_77fa259ed5_o.jpg

3. Il titolo è un'affermazione forte d'identità :))

ahahah

ehehehe! L'idea del punto di vista del gatto mi sembra assolutamente fantastica e la narrazione dev'essere condotta con grande intelligenza. :)
nella prox reincarnazione sarò gatta!

[Soseki] Archivio, carattere

[Soseki] Archivio, carattere e impaginazione.