Sōseki Natsume
Dom, 29/03/2009 - 19:29 — Movida
“Ogni volta che mio padre posava lo sguardo su di me, diceva che non avrei combinato nulla di buono. Quanto a mia madre, ripeteva sempre che ero un violento, un prepotente, temeva che sarei finito male. E in effetti, come potete constatare anche voi non sono diventato un granché. Come stupirsi che il mio futuro destasse tante preoccupazioni? È già tanto che sia riuscito a evitare la galera” (pag.7).
Bocchan (o Botchan) è un appellativo giapponese di difficile traduzione che può rientrare nella bonaria accezione di “monello” oppure in quella onorifica, nobiliare, per l’appunto, di “signorino”. In questo romanzo, a lungo inserito tra i testi scolastici giapponesi, il termine può assumere entrambi i significati.
Il “signorino” è un ragazzo istintivo che si trova in una posizione sgradita in famiglia, fonte di imbarazzo, sempre a caccia di guai, secondo la visione che ne hanno i genitori. Ha la natura coriacea di un ribelle di vecchio stampo. Tra le sue marachelle e la spontaneità dei suoi gesti però non troviamo che onestà e profondo amore per la giustizia. L’unica che lo adora, viziandolo fino a preferirgli lo stesso nipote, carne della sua carne, è l’anziana Kiyo, la domestica appartenente ad un’aristocrazia decaduta e che vede in lui, ciò che gli altri non scorgono: la purezza del cuore. Nel rapporto tra Kiyo ed il ragazzo si scorge inequivocabilmente l’attaccamento ad una tradizione feudale, di assoluta venerazione per il “Signore” (samurai-daimyo) che la sua società contemporanea sta smarrendo. Kiyo lo protegge fino alla fine e in lei il ragazzo trova quell’amore materno che gli è sempre mancato.
Sono i primi tratti autobiografici di uno scrittore che aveva vissuto un’esperienza similare, senza però cercare l’identificazione con i suoi personaggi. Ultimo di una schiera di figli, era stato dato in adozione e cresciuto nell’adulazione dal padre adottivo che se ne approfittava per chiedere soldi alla famiglia d’origine. L’unico rapporto sincero lo aveva coltivato con la donna di servizio. Come lui, anche il protagonista del romanzo si trova a perdere tutte le comodità e a doversi rimboccare le maniche. Non ha mai avuto aspirazioni nella vita, non sa neppure quale sia il suo posto nel mondo. Cresce, studia e si trasferisce a Matsuyama, in una scuola di Provincia, con un impiego da insegnante di matematica. Inizia così un breve ma intenso periodo per la sua vita. Qui scopre un mondo ipocrita, incolore, egoista e cattivo. Nella rassegna dei colleghi dalle variegate sfaccettature, e dai curiosi nomignoli (Porcospino, Camiciarossa, Tasso, Zuccacerba) traccia una sottile e ironica critica all’evoluzione giapponese. La contrapposizione è forte. Bersagliato dai pesanti scherzi degli alunni e dalle beffe non troppo velate dei colleghi, come un pesce fuor d’acqua, vivrà il dramma della solitudine dell’essere fondamentalmente, nella sua imperfezione, onesto.
Natsume Soseki è “il più grande scrittore” della letteratura giapponese moderna, questa la definizione che campeggia sui titoli disponibili nel nostro Paese, come un urlo per richiamare l’attenzione e restituirgli così il posto che gli spetta, tra i nomi più conosciuti della tradizione nipponica, Mishima, Tanizaki, Kawabata, Akutagawa.
È un riconoscimento, dovuto, ad uno dei protagonisti della letteratura giapponese di inizio Novecento che, insieme a Mori Ogai, segnò decisamente un’epoca di importante transizione. Qualche opera della maturità artistica era già disponibile, ma con “Il Signorino” e, soprattutto, con “Io sono un gatto”, a mio avviso entriamo nella sua leggenda, nel segno di rottura con la tradizione letteraria dell’epoca, incentrata sul “naturalismo”, sull’attenzione maniacale degli scrittori ai dettagli della vita.
Soseki vive i grandi cambiamenti dell’era Meiji con l’attenzione maniacale del Giappone verso tutto ciò che era di produzione occidentale. Il mondo delle tradizioni, dei valori epocali, viene meno con l’avvento dell’industrializzazione, della corsa alla modernità. Lui stesso, all’inizio, è attratto dalla Letteratura Inglese che studia con passione nella convinzione che possa essere fonte di stimoli produttivi. In un secondo momento gli viene imposto un trasferimento in Inghilterra per studiare e comprendere da vicino la lingua, gli usi, e la letteratura. Sono anni difficilissimi di isolamento e solitudine, di povertà e malattia che lo segnano nel pensiero e nel fisico. Tornato in Giappone, assume la cattedra di Letteratura Inglese all’Università Imperiale di Tokyo, la più importante ed ambita, che lascia qualche anno dopo, non senza suscitare uno scandalo di grandi proporzioni: “ho studiato per tre anni e alla fine non sapevo ancora cosa fosse la letteratura. Questo, posso ben dire, era la fonte delle mie angustie. In un simile stato d’animo uscii dalla scuola per prendere il mio posto nel mondo e diventai – o meglio, fui costretto a diventare – insegnante. Per quanto la mia preparazione linguistica fosse incerta, ne sapevo abbastanza per tirare avanti giorno per giorno, ma nel profondo del cuore conoscevo solo il vuoto. O meglio: ci fosse stato solo il vuoto avrei potuto rassegnarmi, ma c’era qualcosa che mi turbava di continuo, qualcosa di vago, sgradevole, informe che non mi abbandonava mai. Come se non bastasse, non provavo il minimo interesse per il mio lavoro. Sapevo fin dall’inizio di non avere le qualità per essere un buon maestro, ma non potevo farci niente: anche solo insegnare inglese era un pesante fardello. Ero sempre all’erta, pronto a balzare verso la mia vocazione, verso un terreno su cui potermi misurare non appena uno spiraglio si fosse aperto. Ma questo terreno era qualcosa che sembrava esserci e allo stesso tempo non esserci. Da qualunque parte mi voltassi, non potevo decidermi a compiere il balzo…” (dalla postfazione di “Sanshiro”).
Ingenuo, buffo, impetuoso, ma con il cuore puro il protagonista del romanzo si scontra con tutti. Forte del suo ritenersi superiore per essere originario di Tokyo, città fonte di stimoli e di innovazioni, non riesce ad ambientarsi in Provincia, dove tutto gli appare diverso, perfino i gusti, i divertimenti, le terme, le pietanze (tanta è la passione del protagonista per i dango che nella realtà gli dedicheranno una versione colorata dei dolcetti tipici chiamata botchan-dango).
Nella contrapposizione tra i due mondi e le persone stesse, l’autore fa un lavoro inconsueto. Seppure il più leggero tra i suoi scritti, a tratti comico nella descrizione delle persecuzioni degli alunni, buffo nei ritratti di ogni genere, dà vita ad una critica sociale con funzione didattica attraverso la figura di un uomo che cerca di essere onesto. La sincerità, l’onestà intellettuale, la lealtà non è sempre idealizzata, fa male, è controversa, irriverente, ma il suo “signorino” la interpreta con voce potente e sottile. È un paladino dell’onestà, non un eroe secondo noti canoni, ma un uomo normale, con tutti i suoi difetti, le ansie e le sue irritanti contraddizioni. I suoi principi vengono scardinati dall’ottusità della gente: di chi lo vuol fregare vendendogli solo robaccia, di chi lo vuole far passare come un inetto, di chi non vuole rinunciare agli intrighi disonesti per tenerlo in disparte. Lo scopriamo sbigottito e inerte di fronte agli attacchi a lui rivolti, ma nel momento in cui il bersaglio della meschinità diventa un collega in cui riconosce la genuina purezza d’animo, non ce la fa a trattenersi. Senza pensare alle conseguenze darà vita ad una battaglia ingegnosa per smascherare la disonestà, fino ad un gesto plateale che lo vedrà uscire di scena come un eroico “perdente”.
Lo stile di Soseki è fluido ed elegante, canzonatorio, comico a tratti, nella narrazione delle burla e del candido stupore del professore. È una scrittura assai moderna la sua, anche se pare di difficile traduzione per la varietà espressiva che non trova grande corrispondenza nella terminologia occidentale. Resta una storia talmente attuale e genuina che non si fa fatica ad adattarla ai nostri giorni.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Natsume Soseki (9 febbraio 1867 – 9 dicembre 1916), il cui vero nome era Kinnosuke, nasce a Tokyo in una famiglia numerosa. Viene dato in adozione, risentendo dell’allontanamento e dell’assenza dell’affetto di una vera e propria famiglia. Dopo la disgregazione della famiglia adottiva torna nell’ambiente di quella naturale, sentendosi un estraneo, convinto per molto tempo che il padre e la madre, in realtà, fossero i nonni. L’epoca di transizione in cui visse, lo portò prima a studiare Letteratura inglese all’Università Imperiale di Tokyo e poi, costretto dal sistema, in Inghilterra dove restò tre anni, in grande solitudine. Al rientro in Giappone, fu professore di Letteratura Inglese all’Università Imperiale, incarico che lasciò nel 1907 per lavorare all’Asahi Shinbun, il maggior quotidiano della nazione. La sua produzione è molto abbandonante ed estremamente significativa di un’epoca e della solitudine dell’uomo modrno. In Italia sono stati tradotti “Io sono un gatto” (Wagahai wa neko de aru, 1905), “Il Signorino” (Botchan, 1906), “Guanciale d’erba” (Kusamakura, 1906) “Sanshiro” (Sanshiro, 1908), “Il cuore delle cose” o “Anima” (Kokoro, 1914), che viene considerato il suo testamento spirituale.
Dal 1984 al 2004, il suo ritratto campeggiava sulle banconote da mille yen. Morì di ulcera duodenale nel 1916, dopo una vita segnata dal dolore di quella malattia.
Natsume Soseki, “Il Signorino”, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2007.
Traduzione di Antonietta Pastore.
Edizione originale: Botchan (Bocchan), 1906.
Movida, 29 marzo 2009.
SOSEKI in LANKELOT
Sōseki Natsume - Il Signorino - Movida
Sōseki Natsume - Io sono un gatto - Movida
Commenti
è una gioia per me inaugurare l'archivio di Soseki, uno scrittore poco noto in Italia, ma che in Giappone è un pilastro. A suo modo un ultimo samurai in letteratura dei primi del Novecento nipponico, ancor prima di Mishima.
In questi anni di mi assenza sono usciti in Italia i primi sue due libri, che mi auguravo un giorno di leggere. Questo è il secondo.
Sulla quarta di copertina scrivono che è il più amato dalla gioventù giapponese, che gli ha riservato un un culto comparabile con quello riservato in Occidente al Giovane Holding. Sono due letture diverse, ma l'amore verso questo libro di Soseki è paragonabile,sì.
E' la prima volta che ne sento parlare, ma ormai con te mi sono abituato:). La scheda è intelligente e completa, ricca di notizie e approfondimenti, come sempre. Davvero un bel lavoro.
ahahaha ...vedrai che, alla fine, il nome non sarà più nuovo per te.
Tanto per cominciare...è autore di un rivisitazione del ...rullo di tamburi...link :)
http://en.wikipedia.org/wiki/Kairo-k%C5%8D
non tradotta, ovviamente.
!
(pazzesco.)
ehehehe...questa non te l'aspettavi...e sinceramente ci manca una lettura della versione giappo sigh :)
accidenti, superchicca.
[Soseki] Archivio, carattere
[Soseki] Archivio, carattere e impaginazione.