Se ne son dette di tutti i colori sull’arte del Soldati, chissà perché per lo più macchiate di un’aura moralista (a cominciare dal quel bacchettone di Montale), che spesso sono stato costretto a pensar male dell’esercizio del giudicare. Salvatore Nigro, che con una precisione spaventosa e certosina, dei racconti della presente antologia ricostruisce vita, morte e miracoli (chissà se è solo del Soldati disseminare scritti dappertutto, revisionarli e rivoltarli, o forse mania di tutti gli scrittori), ripara finalmente il torto. Dice nell’introduzione: capricci d’intreccio solidali con il mistero delle geometrie del torbido, che contravvengono al conformismo cattolico e alle convenzioni di gente normalmente, ovvero ipocritamente, per bene.
Sì è vero, spesso si tratta di “torbido”, ma vocabolo che s’accompagna a “sospetto”: quando della sessualità, o delle tentazioni, si vuole dare una decifrazione corrente e mai indagatrice di psicologie per il tempo inusuali. Non s’è forse detto che di Salmace l’omosessualità fosse non solo raccontata ma qualcosa di più? Gioco forza no?
Invece Soldati, come anche qui Nigro fa notare con un appunto brillante ed intelligente, racconta dell’impotenza a peccare: non si sa se per l’educazione gesuitica avuta, non si sa se per chissà quali processi di rimozione. Fatto sta che il peccatore perviene a rompere il divieto, non riuscirà a godere naturalmente, ma gusterà la propria colpa come “disprezzo della spiritualità” alla quale è stato educato.
I due racconti più incisivi della raccolta, Concerto e quello che dà il titolo al libro, L’amico gesuita, di quello parlano: nel primo torna il tema dell’omosessualità. Laura, giovane pianista, s’innamora di una soubrette che è l’amante del padre (con un azzardo “sadomaso” che supera di millenni le resistenze confessionali di tanti scrittori italiani: So cosa farò una volta chiusa in camera mia. Mi getterò sul letto, penserò alla scarpetta di Diana Francy, che mi pesti la testa), nel secondo l’ossessione delle tentazioni (in effetti proprio Tentazioni doveva chiamarsi la storia) s’insinua nel dialogo tra un gesuita ed un ex ora soldato.
Tra queste due punte si fa strada Il fioretto che se vogliamo irrobustisce il concetto: difficile sottrarsi alla responsabilità individuale e di coppia e se proprio è impossibile, tentare l’eclissi, nascondersi. Non tutto in questa antologia è oro che luccica: probabilmente i rimaneggiamenti successi e le apparizioni in raccolte disparate hanno fiaccato la struttura di queste storie. Alcune lasciano davvero indifferenti. Ma Soldati si sa autore fortemente robusto, vitale e nell’apparente contraddittorietà dei sentimenti e del senso del peccato, rifulge di una modernità quasi straziante. Era un religioso che amava assai poco i religiosi, di sicuro quelli più triti: Nei volti dei preti cattivi trapela il gusto segreto di ribellarsi a quelle leggi morali in cui essi furono educati più fortemente dei laici. Ecco anche perché il vizio di un intellettuale ripugna e atterrisce molto più del vizio di un incolto.
BREVI NOTE
Mario Soldati (Torino, 1906 - Tellaro, 1999), è stato scrittore, regista e sceneggiatore.
Mario Soldati, "L'amico gesuita", Sellerio, Palermo 2008. A cura di S. Nigro.
Per approfondire: SOLDATI in Lanke
Alfredo Ronci
Commenti
[soldati] neo AL!
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L'amico gesuita
Soldati viaggiava in terza classe, non per fare esperienza o raccogliere materiale, ma per risparmiare. Eppure nei grandi scompartimenti pieni d’aria e di luce, dove ogni segreto era impossibile e capitavano mille incontri e mille incidenti, sono nati personaggi e storie di alcuni dei suoi racconti più belli. Come quelli raccolti in questo volume.
A cura di Salvatore Silvano Nigro
216 pagine 10.00 Euro ISBN 88-389-2271-3
«Nella religione Soldati cerca quell’umiltà, che non solo perdona, ma accondiscende al peccato, ed al peccato nelle forme più impure, come atto nel quale la nostra natura ritrova più vivo il sentimento della sua dignità. Il peccato vi appare una vittoria sull’orgoglio, un modo di accettare senza distinguersi lo scolorito miscuglio della carne umana. Tra le espressioni religiose, Soldati amerà dunque quelle nelle quali i devoti portano più grettamente il peso dei loro mali, delle loro passioni, degli interessi temporali: tutto ciò che i filosofi chiamano “religiosità bassa” e che a lui sembra forse la suprema umanità, perché non pretende escludere la meschinità di noi stessi e dei nostri legami. Lo attirano così non tanto i luoghi dove la pietà è più detersa, ma quelli dov’essa si tempera con l’interesse mondano: le chiese devote e brutte, gli ospedali, le cliniche, i mestieri casuali in cui la persona si scioglie tra la folla delle altre e in cui la carne umana palesa di più l’irrimediabile e grigia mescolanza. Questo è sentito, direi, con una cronica disperazione in sordina (…). Ho detto che in Soldati l’atmosfera è religiosa a suo modo; e per essere precisi, religiosa non è: vi ristagna piuttosto una certa aria aromatica di devozione. E nemmeno v’è in lui vera coscienza del male. I suoi peccati non hanno nulla di veemente e di ardente, e i suoi rimorsi son privi di vera realtà giacché in lui domina, più che il rimorso, il piacere di umiliarsi peccando. I suoi delitti trascorrono velati ed atoni. Tra il bene e il male, com’egli li sente e presenta, non vi può essere antagonismo né crisi, ma piuttosto un avvicendarsi, che si direbbe involontario, di stanchi afflussi e di scoraggianti ritorni. La coscienza del male è in lui continua, sorda, estenuante e insolubile, perché affezionata a se stessa. E di qui viene alla sua arte quel tono sempre evasivo, quella paura di fermarsi, quel toccare senza spremere, che certamente la distingue e le dà una sua speciale attrattiva». Guido Piovene
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[soldati, amico gesuita]
[soldati, amico gesuita] morale della favola, antologia destinata a fare la gioia degli aficionado: neofiti alla larga?