Sofo Giuseppe

Qui lo chiamano Blues

Autore: 
Sofo Giuseppe

“Qui lo chiamano blues” è una raccolta di tre racconti, nati e cresciuti in Nord America, illustrati da Stefano Landini su foto dell'autore, Giuseppe Sofo, completi di relativo sottofondo musicale ispiratore. Scelta e ambientazione sono almeno spiazzanti, considerando che ci troviamo nel momento di maggior dissenso mondiale nei confronti degli States; nel momento di maggior stanchezza nei confronti dell'antica letteratura del sogno americano, svuotata – ma non sconfitta – dall'assurdo imperialismo yankee. Nessuno dà più credito alla Statua della Libertà. Sembra stia lì per ammonirci sullo svuotamento delle parole, sul cambio di significato dei sogni, sul senso del denaro e del potere economico. Eppure Sofo sembra aver maturato un amore autentico nei confronti d'una terra che pare essere diventata nemica di sé stessa, dei suoi valori fondanti, dell'immagine che aveva promosso nel mondo. Un narratore spiega:
“Così decisi di fare l'amore con l'America. Mi eccitava l'idea di farlo con un continente. Con uno Stato immenso, i cui confini vanno ben oltre quelli geografici. Costruiti con il lavoro duro di generazioni di sfruttati e di un pugno di puritani scappati verso la libertà, solo per poter opprimere qualcun altro. Avevo voglia di stare dentro lei, dentro l'America” (p. 55).
Potrebbe essere una spiegazione per questa difficilmente spiegabile fascinazione d'un artista italiano contemporaneo, nato negli anni Ottanta. È certamente uno dei motivi dell'adesione rock e letteraria a quell'immensa terra, e a quel caotico popolo.
Incipit sensuale, spiazzante: “Washington ti spoglia dolcemente”. Sofo suona – scrive – così: cantando una città elegante e piena di grazia con tono da vecchio songwriter rock. Sconclusionato, tutto concentrato sul suono, ellittico e disomogeneo. La trama si disintegra, man mano.
“Vado di strada in strada, nel suo buio. Le passo tra le cosce e le sfioro le spalle. Ma è in fondo a quella strada che me ne innamoro, ogni volta che passo. Quando cammino dal Washington Monument al Lincoln Memorial e leggo quelle migliaia di nomi sul muro. Quando guardo le luci che si riflettono sull'acqua, seduto sul gradino con le parole I have a dream e guardo alla notte di Washington. L'unica città del mondo in cui la notte è bianca” (p. 11), con buona pace di San Pietroburgo, per intenderci. Glissare.
Donne, dischi di Bob Dylan, un amore forse perfetto che non riesce nemmeno a vedere la luce del giorno. Come la vita del narratore.
“Tre volte dentro di lei” - il narratore è reduce da mesi negativi passati a New York. È in treno, vuole tornare da “lei”. Dalla sua infanzia, da cui era fuggito in cerca di nemmeno lui sapeva cosa. Della sua ex, drogata e calma, ammalata d'un male orribile. L'edipico segreto finale rivela le ragioni del malessere del cupo narratore. La tragedia d'amare la donna da cui si è nati ha rovesciato la sua lucidità.
“Qui lo chiamano lullaby” - è come il blues, “suona un po' di lacrima e un po' di sesso rubato, ma ad annusarla è l'immagine precisa d'una malinconia ingiustificata” (p. 51). Retrogusto (sempre) suicida. È notte, il narratore guida. È un musicista in tournée. Racconta la più classica America on the road:
“Le strade americane sono pozzi. Non hanno fondo, non ne vedi la fine, vedi solo un buio lontano e la sensazione che in fondo qualcosa dovrà pur esserci, ma che questa notte non ti è dato scoprirlo. Pozzi orizzontali su cui lanci le luci della tua macchina come da bambino lanciavi sassi per sentirne il rumore all'arrivo, quel rumore che a volte si perdeva nei troppi metri verso il basso”.
Donna stupenda, la musica per avvicinarla – come in un rito dionisiaco – e prevedibile epilogo d'un amore mistico e sensuale.
Considerare questo libro un cieco atto d'amore nei confronti del viaggio non è del tutto sensato, perché – stando a quel che dice il narratore di Lullaby, “viaggiare ti uccide l'anima. Te la porta in viaggio, come fosse un accessorio: come una tenda da campeggio, o un album di foto. Poi te la lascia in qualche posto, a marcire di gioia per lo splendore di una città o delle sue strade, per il calore delle luci che la illuminano e della gente che incontri. Finché non capiti da qualche altra parte, in un deserto o in una piazza, nel mezzo d'un mare o nel giardino dietro casa d'un amico lontano. E allora la tua anima si sposta. Si muove, come te, e comincia a morire d'amore per questo nuovo luogo”.
È una dannazione, in altre parole, come tante altre passioni nella vita. E come ogni dannazione è consapevole. Dannazione peggiore d'un viaggio in un mondo in rovina, tra le ceneri di un sogno e della sua antica mitologia (c'è spazio anche per due battute sul Vietnam) non poteva essere scelta. Ma la musica, la gentilezza d'animo e l'innocenza di un ragazzo possono ovviare a tutto. Sempre.
Secondo libro di narrativa di questo scrittore classe 1984, pubblicato dalle romane e promettenti Azimut di Guido Farneti, “Qui lo chiamano blues” è un libro nato per delle performance. L'autore deve guadagnare il palco di oscuri pub e polverosi centri letterari, imbracciare una chitarra, ubriacarsi e leggere. Alle sue spalle, videoinstallazioni e foto del suo viaggio. E magari una bandiera degli States, ma rovesciata. O almeno: sporca di birra, sì, e di sangue.
Tanto. E di tanti popoli diversi. Questo, ecco, non è un sogno, né un blues. Il blues s'è fatto letterario.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Giuseppe Sofo (1984), scrittore, regista, giornalista e traduttore italiano. Ha esordito col romanzo “
Dollville” (2006). Dorme a Modena.

Giuseppe Sofo, “
Qui lo chiamano blues”, Azimut, Roma 2008. Collana Facies, 20. Illustrazioni di Stefano Landini su foto di Giuseppe Sofo.

Approfondimento in rete:
Myspace / Sassuolo On Line / Incontri.

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Gennaio 2009.

ISBN/EAN: 
9788860030825

Commenti

Sofo!

curioso. ummm.

La scrittura di Sofo, mi era piaciuta moltissimo.
Molto sensuale e non priva di una certa musicalità, s'era distinta nettamente all'interno dell'antologia di Giorgini.
Però, qui non sembra averti convinto.
Parli di libro da performance e l'accezione non mi pare del tutto positiva. O sbaglio?

dipende. Nel senso che sono consapevole che la narrativa può essere ideale per la performance senza per questo snaturarsi, alterarsi nell'essenza. Nel caso di "Qui lo chiamano blues", più ancora che ne "Il tango delle fate" di Reim, mi sembra uno dei pochi esiti plausibili. Il libro diventa un (bel) supporto.
Uno spartito.
*
Si tratta di tre racconti brevi, assaggi d'una scrittura e d'una visione del mondo (del viaggio; degli States) che trovo altrimenti provvisoria, non del tutto espressa, e purtroppo lacunosa. Non si può parlare dell'America in termini romantici nel 2008. Almeno, il mio stomaco non regge.
*
Sofo scrive bene, avvolge e s'insinua. Scivola nel parlato e poi recupera. E' molto musicale. Sicuramente non è musica classica:).

Uhmmm, peccato.
In un certo senso lo trovi anacronistico, quindi.
Ma se avesse descritto così un posto che non fosse l'America? Se avesse concentrato i suoi racconti, mettiamo, sull'Africa o su un angolo sperduto del mondo, sarebbe stato diverso il tuo giudizio?

In parte. Ma avrebbe perduto la valenza simbolica che, proprio per l'inspiegabile anacronismo, lo rende atipico e consistente.
Rimaneva comunque un libro da performance, uno spartito.
Un progetto compresso. Come un gioiellino che tieni in una scatola e ogni tanto torni a guardare. Magari per qualcuno è bigiotteria, però brilla.
Basta aprire per sincerarsene;).

Bella la metafora.
Spero Sofo non si fermi qui. Mi piacerebbe leggere un suo romanzo, magari tra qualche anno.

C'è quel "Dollville" del 2006... non so com'è.
Questo è sicuramente un buon assaggio. Un libro prodromico a qualcosa che non riesco a vedere: è troppo nero per diventare decarliano, troppo musicale per abbandonare la poesia. Non so.
E poi è molto giovane. 1984. Leggerà e sperimenterà, farà esperienze e scoprirà un sacco di cose. Chissà. Aspettiamolo.

Cari Gianfranco ed Angela,
mi chiamo Giuseppe e ho scritto il libro di cui parlate. Ho trovato questa recensione per caso, cercandone un’altra, e mi ha fatto molto piacere leggere il vostro dialogo.
Intanto voglio ringraziarvi, per i complimenti e per le critiche. E poi volevo rispondere a un paio di domande aperte che mi pare restino nella recensione e nel suo seguito.
Sono partito verso gli Stati Uniti senza il “sogno americano”, e sono tornato altrettanto senza. La mia dedica iniziale “Alla mia America” non significa che considero l’America mia, ma che dedico queste parole alla mia parte di America. A quella che ho vissuto in un anno e qualcosa, e che comprende tanti pezzi d’Europa, di Sud America e che degli Stati Uniti comprende soprattutto dei luoghi, quasi delle foto, nelle quali ho camminato e nelle quali ho vissuto cose splendide, come avrei potuto viverle altrove (come le ho vissute prima in Olanda, in Germania, come le ho vissute dopo a Trinidad). Non è un’America completamente amata nè completamente odiata, ma è comunque sempre un luogo. E’ un’atmosfera, uno sfondo nel quale si costruiscono storie (non autobiografiche) a ritmo di musica, di una certa musica.
Vi ringrazio anche per gli auguri per il futuro. Sì, ho vissuto un po’ di più, ho scritto molto di più; ma facciamo un passo alla volta :)
Spero che la vostra attesa lungo la strada sia ben corrisposta dal mio prossimo viaggio letterario.
Giuseppe Sofo

La struttura rizomatica di internet non smette di riservare sorprese.
Grazie di essere intervenuto e benvenuto su Lankelot.
In bocca al lupo per il prossimo libro. Spero di leggere presto.

Ave Giuseppe, benvenuto tra noi.
Spero sinceramente che il sito possa offrirti spazi per approfondire, dibattere e confrontarti con i letterati e i lettori che lo popolano da oltre sei anni. Ciò detto, grazie a te per il democratico confronto, per i chiarimenti, per la precisazione sulla tua visione degli States ("atmosfera" è un concetto che capisco, sebbene, credimi, permanga qualche perplessità: ma ho detto tutto nell'articolo. Non intendo polemizzare).

Attendiamo il libro nuovo,
gf

Grazie a voi di avermi ben accolto. Ho inserito la recensione tra le altre sul mio myspace, spero non ti dispiaccia.
Ah: dimenticavo una cosa. Sì, è da performance, assolutamente. Grazie per averlo notato.
Ancora un saluto e un abbraccio,
Giuseppe

ave Giuseppe.

Grazie per il link da MS. E' una gioia.
(performance live in Roma? Modena? Sassari? Palermo? Losanna? Venezia? Trieste? Firenze? Pistoia? Bologna? - etc -

Avvertici, qui dentro c'è gente da tutta Italia...;) )

(Ticino incluso)

http://www.lankelot.eu/index.php/2009/01/17/lankelot-archivio-articoli-a...

(questo è un primo link utile per orientarti in questa bolgia...)

Per ora ho fatto una presentazione a Sassuolo (MO), una a Roma, una a Modena e una a Reggio Emilia. Mercoledì alle 21 sarò all'Arterìa di Bologna (Vicolo Broglio, 1) accompagnato da un chitarrista acustico (come nelle altre presentazioni). Poi ci saranno Milano, di nuovo Roma, Napoli... poi si vedrà :)

optume;)

[giuseppe sofo] Mi sono

[giuseppe sofo] Mi sono appena reso conto che per un caso ricapito su questo sito esattamente due anni dopo essermi iscritto.

Ed è il tempo di dirvi che un nuovo capitolo si è aggiunto, un diario di viaggio su Trinidad e Tobago e il suo carnevale, che uscirà il 20 febbraio per Miraggi Edizioni di Torino. Il titolo è "Trinidad & Tobago. Carnevale, fango e colori".

Spero avrete l'occasione di commentare anche questo :)

A presto,

Giuseppe

[trinidad & tobago, sofo]

[trinidad & tobago, sofo] buonasera, Giuseppe, bentornato. Grazie per la bella notizia. Sai che non conoscevo questa "Miraggi Edizioni"? Vuoi parlarci un po' di loro?

[Sofo] Elimintata la doppia

[Sofo] Elimintata la doppia copertina, adeguato il carattere e inseriti i tags. 

[sofo] Volentieri. Sono una

[sofo] Volentieri. Sono una giovane, giovanissima casa editrice di Torino, che si occupa in particolare di viaggi. Sono nati alla fiera di Torino 2010 con tre titoli, e da allora hanno fatto un ottimo lavoro, raggiungendo in pochi giorni la distribuzione nazionale e successivamente nelle Feltrinelli.

Visto che posso parlanre "da dentro", devo dire che sono stati anche un gruppo meraviglioso per quanto riguarda la cura del libro (e del'autore). Mi sono stati sempre vicini, propositivi ma non dogmatici, e il risultato penso si veda in un libro che senza loro non sarebbe mai stato così bello (e giuro che non è amore di papà, è proprio bello..).

Mi farebbe piacere farvene avere una copia, fatemi sapere come, così poi possiamo riparlare di viaggio. Era un appunto mentale che mi ero fatto due anni fa quello di ripassare qui da voi.

Per quanto riguarda Miraggi, ne potete scoprire di più sul loro sito (www.miraggiedizioni.it), per quanto riguarda il mio libro c'è un'anteprima, con diverse pagine da leggere e da guardare, a questo indirizzo: http://www.miraggiedizioni.it/index.php?option=com_content&view=article&...