Shimoda Todd

Il calligrafo

Autore: 
Shimoda Todd
Colui che scrive con la mano, è inferiore. Colui che scrive con il braccio, è superiore. Ma non si può confrontare con colui che scrive con il cuore (mente, sentimento)”, Nakabayashi Gochiku”.  

                                        

Tentare una definizione di Shodo*, tradotto comunemente come Arte della Calligrafia, utilizzando pochi concetti base è compito assai difficile, perché individua una pratica che coinvolge la vita stessa.
Per il calligrafo il pennello è ciò che per il samurai rappresenta la spada, il prolungamento della sua anima. Tant’è che i più valorosi tra quest’ultimi erano anche esperti calligrafi, data la profonda connessione che c’era tra le due arti.
La calligrafia occidentale si riassume nello stile di scrittura, che può essere più o meno aggraziato.
Per l’Oriente, la calligrafia significa la comprensione dell’esistenza attraverso la “Via della scrittura”.
 
Sho = arte della scrittura
D? = Tao = ricerca e comprensione della vita.
 
Ecco, forse si potrebbe concretizzare l’idea concludendo, senza banalizzare, che la calligrafia occidentale si ferma al significato di “sho”, mentre quella orientale si allarga investendo anche il “d?”.
Lo Shodo, intimamente legato alla pittura, si pratica con strumenti tradizionali: pennelli (fude), ferma-carte (bunchin), carta di riso (kami), panno di feltro assorbente (Shitajiki), poggia-pennelli (fudeoki), stuoia di bambù per asciugare i pennelli (fudemaki), pietra (suzuri) utilizzata per sciogliere le barrette di inchiostro (sumi).
Il calligrafo deve poi utilizzare tutta la forza che proviene dall’interiorità, la concentrazione, il ritmo del gesto, la pazienza e l’esercizio per produrre una grande scrittura.
Ne “Il calligrafo” si citano i 10.000 tratti per 10.000 giorni al fine di ottenere una discreta tecnica. Ed ecco perché lo Shodo è una ricerca che non ha mai fine. Anche dopo anni non si è che ad un livello poco più che sufficiente.
 
Se smetto di chiedere, qualcuno all’improvviso mi aiuterà” (pag. 107).
 
Si racconta che un pezzo di roccia si staccò da una montagna, frantumandosi a valle. Uno dei pezzi rotolò nel fiume e lì vi rimase a farsi levigare lentamente dall’acqua, finché un poeta non lo raccolse facendolo diventare una pietra-suzuri.
Si racconta che l’inchiostro sciolto in quella pietra sprizzava scintille e che la scrittura prendeva vita propria sulla carta. Il bianco immacolato si tingeva dei colori dell’anima, con tutti i suoi contrasti, lasciando pura la mente dell’artista.
Da lì nasce la storia della “Pietra Daizen” che passa di mano in mano, di secolo in secolo, per vivere la lotta di due scuole di Shodo nel 1655, a Kyoto, per la successione al possesso della pietra stessa, trofeo per i più bravi calligrafi dell’epoca.
La pietra vive l’amore di un poeta che, all’epoca, incontra una fanciulla solitaria che gli insegna, tra le montagne, ad ascoltare il suono dell’acqua, ma che non potrà mai avere per un triste destino che la lega inesorabilmente alla sua casa.
La pietra vive l’amore, nella Kyoto anni ’70, di un maestro calligrafo per la sua allieva prediletta. Lei ama la scrittura e attraverso di essa trova la libertà negata dalla volontà dei genitori prima e dal marito poi, recuperando se stessa per dare voce al suo silenzio.
La pietra vive l’esistenza di una studentessa di neuroscienze, nella Berkeley dei nostri giorni, lontana dalle tradizioni giapponesi della famiglia, e di quella di sua madre, malata di sclerosi multipla, cameriera in una Tempura House.
 
Quando mi ferisco devo rassegnarmi a una cicatrice”, (pag. 345).
 
Tre momenti storici, tre piani diversi di lettura della realtà per delineare elegantemente tre storie accomunate dalla “Via della scrittura”.
Una pietra che rappresenta il simbolo di continuità tra generazioni diverse o, semplicemente, il cerchio che deve chiudersi in un certo modo perché la ricerca possa continuare anche oltre i secoli.
La struttura del romanzo si poggia su ponti sospesi, così come le storie che si alternano per singoli capitoli fino a svelare lo stretto legame tra i diversi momenti.
Le pagine contengono, a margine, appunti della studentessa ma, soprattutto, quelli del manuale di calligrafia della Scuola Zenzen, fondata dall’unico maestro che non abbia mai partecipato a concorsi, né vinto premi. Anche di questo si comprenderà il significato.
Come fiori di loto immaginari che sbocciano tra le righe, singoli kanji vengono posti al centro delle pagine con la loro traduzione, il modo di tracciare le pennellate e le combinazioni.
Accenni a pensieri che si intrecciano con il senso delle storie delineate, con i personaggi che si muovono come marionette di un destino che aspetta di concludersi. Uomini e donne che si realizzano attraverso le parole e le immagini, poco alla volta, realizzando infine un nobile trattato di estetica e di vita.
Il tutto sembra appesantire la lettura, ma si capirà che è un modo per sottolineare determinati aspetti che all’inizio tendono a sfuggire. E ci si scoprirà di concludere il libro per poi mettersi alla ricerca, come investigatori provetti, degli indizi sparsi per tutte le sue pagine.
Originale per quelle combinazioni di parole e di pittura calligrafica, di concetti espressi in corsivo e di note a margine, di cui sapremo alla fine collegarne la logica alle storie narrate, e che riescono a presentarsi anche come profonde riflessioni zen.
Tra cucina, usi e costumi, calligrafia e ricerca, filosofia e scienza, idee e pensieri, si svela un modo concretamente utile e delicato per penetrare i segreti di un Paese affascinante, quale è il Giappone.
 

 

“L’enso è un cerchio dipinto, non un kanji, che rappresenta il concetto di infinito nello zen. Disegnare l’enso richiede un alto grado di unione mente-corpo, perché è disegnato alla cieca. La mano del calligrafo, cioè, impedisce la visione completa del cerchio mentre lo si disegna. Iniziate l’enso esercitando molta pressione sul pennello e riducetela gradualmente mentre completate il cerchio. Il tratto non deve terminare in modo brusco. In effetti, il Ki del calligrafo dovrebbe proseguire il moto circolare anche dopo il completamento dell’enso”, (pag. 353).         
 
*La calligrafia nasce tremila anni fa in Cina, con l’utilizzo di simboli grafici per rappresentare cose concrete. Ecco che il pittogramma di un sole era un cerchio con un punto in mezzo. Poco alla volta si evolse con l’introduzione del pennello e con la formazione dell’alfabeto cinese o “kanji” (letteralmente carattere cinese), basato su: pittogrammi, indicativi (pittogramma più un tratto per indicare posizione, quantità, etc.), ideogrammi (almeno due pittogrammi combinati per esprimere un concetto, idee astratte, etc.), fonogrammi (almeno due pittogrammi di cui uno ha lo stesso suono dell’idea che si vuol rappresentare), prestati (ideogrammi o pittogrammi già esistenti presi in prestito per parole nuove). I kanji arrivarono in Giappone tra il 400 ed il 500 d.C, attraverso monaci cinesi e, con il passare del tempo, per esigenze espressive, vennero integrati da un sistema sillabico da cui l’invenzione dello stile Kana propriamente giapponese. Gli altri sono Kinbun, Reisho, S?sho, Gy?sho, Tensho, Kaisho (sintesi tratta da Shodo, La via della scrittura – Kaisho, Lo stile fondamentale, di Norio Nagayama, membro della Japan Educational Calligraphy Federation di Tokyo, 1997, Stampa Alternativa),
 
BIOGRAFIA E BREVI NOTE
 
Todd Shimoda, nippoamericano, attualmente lavora alla Colorado State University come ricercatore nel campo delle applicazioni dell’intelligenza artificiale. Oltre a numerose pubblicazioni scientifiche, è autore di “Mono no aware: the Japanese aesthetic of oh!” , “365 Views of Mt. Fuji” (1998). Il libro è stato illustrato dalla moglie, L.J.C. Shimoda, che ha studiato arte giapponese e calligrafia in Giappone.
 
Todd Shimoda,  “Il calligrafo”, TEA, Milano, 2004, con illustrazioni di L.J.C.Shimoda. Traduzione: Maria Grazia Galli.
Prima edizione: The Fourth Treasure, 2002.
 
Sito ufficiale: Shimodaworks (dove è possibile visionare i lavori dei coniugi Shimoda, la loro biografia, la pittura e gli estratti dei due libri) /Shimoda Essay/ The Japan Times on line
 
Movida, 26 dicembre 2004.                   
 

 
Equilibrio degli opposti
ISBN/EAN: 
9788830419995

Commenti

"la pietra era stata la porta d'accesso ad un luogo dentro di lei, tranquillo e rassicurante. Il luogo dove poteva scendere oltre l'essere, nell'oceano dove fluttuava la coscienza. Un luogo dove bramava stare, ma dal quale, se si spingeva troppo lontano, non sarebbe mai potuta tornare", pag. 368.

"Tentare una definizione di Shod?*, tradotto comunemente come Arte della Calligrafia, utilizzando pochi concetti base è compito assai difficile, perché individua una pratica che coinvolge la vita stessa.
Per il calligrafo il pennello è ciò che per il samurai rappresenta la spada, il prolungamento della sua anima. Tant?è che i più valorosi tra quest?ultimi erano anche esperti calligrafi, data la profonda connessione che c?era tra le due arti.
La calligrafia occidentale si riassume nello stile di scrittura, che può essere più o meno aggraziato.
Per l?Oriente, la calligrafia significa la comprensione dell?esistenza attraverso la ?Via della scrittura?.

Sho = arte della scrittura
D? = Tao = ricerca e comprensione della vita."

> Movi insegna, noi impariamo. Riconoscenti.

Da vedere, ovviamente, Hero. Lì scrittura e spada: memorabile.

Movi ne ha scritto, e a breve riproporrà:).
La sua galleria di film era impressionante, vedrai...

4. tu esageri...:)

3. Ovviamente...

5, 4 - ho solo buona memoria:)

"...I kanji arrivarono in Giappone tra il 400 ed il 500 d.C, attraverso monaci cinesi e, con il passare del tempo, per esigenze espressive, vennero integrati da un sistema sillabico da cui l?invenzione dello stile Kana propriamente giapponese. Gli altri sono Kinbun, Reisho, S?sho, Gy?sho, Tensho, Kaisho (sintesi tratta da Shod?, La via della scrittura ? Kaisho, Lo stile fondamentale, di Norio Nagayama, membro della Japan Educational Calligraphy Federation di Tokyo, 1997, STAMPA ALTERNATIVA)" ;)

;).

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